The big C (3) – Congo 1.01 o 1.02

La memoria informatica di WordPress mi dice che avevo cominciato questo post il 23 aprile. Ero in missione da neanche due mesi, forse appena di ritorno da uno dei progetti. E già pensavo di poterc cominciare a mettere in ordini i puntini.
Molte cose me ne hanno distratto, soprattutto me ne ha distratto il fatto che i puntini continuavano ad allungarsi e contorcersi: ad ogni momento, nuovi pezzi parevano aggiungersi a questo puzzle, tutti che paravano essenziali ad una buona comprensione.
Descrivere il Congo (DRC) è forse possibile, vedere il buon lavoro di Van Reybrouk. Ma il Congo è come un quadro pointillista fatto col caleidoscopio: quel che si descrive, quel che si crede di vedere cambia con la distanza alla quale ci si pone, con la prospettiva (come di fronte ad un quadro pointillista), ma cambia altresì constantemente, con ogni “folata di vento” che scombussola i pezzetti di vetro. Ad ogni istante il contesto evolve e le descrizioni, o semplicemente le prospettive, che avevamo adottato ieri non sono più necessariamente le più corrette (per vedere, per poter interpretare l’immagine dinnanzi a noi non occorre forse saper trovare il giusto punto di vista? Non solo come profondità e perspettiva, ma proprio come angolazione?)

Ogni momento che mi inoltravo di più in questa selva, perdevo la capacità di guardarmi indietro e ricollegare fra loro le molliche di pane.
Non che ora creda di poterlo fare con maggiore sicurezza. Ma perlomeno vorrei finalmente provare a segnare qualche punto sulla rotta. Ogni selezione sarà inevitabilmente parziale e soggettiva.
Vedrà il lettore un’apparente contraddizione in quell’incipit di sei mesi fa che lascio qui comunque intatto. Contraddizione che mi pare invero solo apparente: descrivere è un conto, comprendere è affare completamente differente.

Comprendere, ergo spiegare, il Congo (DRC) è forse impossibile.
È troppo, tutto è troppo: troppo vasto, troppi interessi, troppi attori, troppi gruppi armati… Come spiegava l’attachée di un importante ambasciata: “il Congo non è una crisi, è molte crisi che si mangiano l’un l’altra”. Eppure, senza un minimo di analsi, di comprensione del contesto, ogni azione è impossibile.

Ma quali chiavi di lettura provare ad adottare per cercare di comprendre? Quali lenti ci permettono di vedere i puntini colorati, di selezionarli e di darvi un senso?
Ne metterò di seguito qualcuno che ho potuto osservare in questi mesi, ben sapendo che nessun in sé è sufficiente e tutti restano comunque parziali.
L’elenco è in ordine sparso.

Le risorse e chi le gestisce: sappiamo tutti che il Congo è enormemente ricco di minerali, minerali ai quali tutti aspirano. Minerali che vengono estratti perlopiù in piccole mine artigianali (pochi metri di diametro, o magari parecchie decine di tunnel scavati sottosuolo) da cooperative più o meno regolate o da “imprenditori” individuali che si lanciano nell’impresa come unica attività economica informale possibile. Le miniere fanno gola a tutti: ai gruppi armati, alle forze armate, ai paesi esteri. E la value chain di questi minerali è spesso misteriosa, fantasiosa. Il gruppo L magari si occupa dell’estrazione, dopo aver sottratto il controllo del sito al gruppo H (col quale si prende a fucilate ogni notte), ma poi rivende quegli stessi minerali allo stesso gruppo H. Salvo che questo è poi tassato per strada dal gruppo C (alleato di L) o dalle stesse forze armate (FARDC). In qualche modo poi questi minerali arrivano generalmente in Uganda o Rwanda, dai quali transitano verso i paesi del golfo (oro) o Cina. Intanto, mentre le imprese di USA, Canada o Australia si tengono per lo più alla larga dal business per paura della sanzioni e della corruzione, i paesi “occidentali” finanziano studi tecnici per permettere al governo di sapere esattametne cosa c’è nel sottosuolo (la purezza dei minerali) e progetti di tracciailità “conflict free” dei siti minieri.

Le questioni etniche. Oddio, che tema. Pensavo riassumere in tre parole l’aspetto economico fosse difficile, ma qui… Forse l’unico modo per spiegare la complessità della composizione etnica del Congo è ripensare all’immagine del muro del Museo Nazionale a Kinshasa, dove un lungo e variopinto murales elenca tutti i gruppi del paese – per una decina di metri. Solo pensando all’Ituri ne troviamo svariati: Alur, Lendu, Hema per citare i principali e senza contare gruppi minori come gli Nyali, Bira, Banyabwsha (hutu ruandesi), i Pigmei, Nande… e sicuramente ne ho dimenticati.
Le amicizie ed alleanze sono frastagliate e variabili, ma due cose sono certe: tutti odiano (o si attaccano contro) i Pigmei; tutti odiano i Banyabwsha. Gli Alur sarebbero il gruppo numericamente dominante, ma a mia conoscenza se ne stanno piuttosto “tranquilli” senza essere troppo coinvolti nei conflitti etnici; gli Hema di fatto dominano la politica e il commercio provinciali; da parte loro, i Lendu si considerano discriminati da questa dominanza Hema (che, ovviamente, tra origine dalle dinamiche coloniali). Questa è ovviamente una super-iper-extra semplificazione di un contesto che richiederebbe un libro, non lo spazio di un blog.

Le infrastrutture. La mia cartografia preferita del Congo? Una mappa nella quale solo evidenziate le strade sfaltate: in pratica, poche centinaia di kilometri, soprattutto i centri cittadini (ma neanche tutti – compreso a Kinsahsa o Goma) e la strada che da Kinshasa porta al porto di Matadi (in sostituzione della ferrovia di memoria coloniale). Per l’export, ovviamente. Il resto sono strade in terra battuta, flagellate da buche enormi e che si trasformano in un pantano terribile alle prime piogge. Dove lavoriamo, in Ituri, sono mesi (se non anni) che chiediamo di risistemare una strada, ovvero spianarla un pò. Al contempo, pure l’ “autostrada” RN27 che porta in Uganda è sterrata (ma ora l’Uganda ha promesso di asfaltarla).
L’altra infrastruttura, forse la più simbolica del Congo, sono gli aeroporti: ogni provincia ne ha svariati – in genere uno “nazionale” o “internazionale” (anche se i voli internazionali sono pochi) nella capitale provinciale e poi tante piste in terra battuta utlizzate dalle agenzie internazionali per arrivare là dove altrimenti sarebbe impossibile. In Ituri, un tragitto di 160km (Bunia – Mahagi) lungo l’ “autostrada” RN27 è fatto piuttosto in aereo: per strada richiederebbe forse 8 ore, con troppi rischi di incrociare i gruppi armati. Aereo, ovviamente, per chi può permetterselo. Tutti gli altri, correranno i rischi del caso…

Le forze armate. “Il principale gruppo armato di questo paese sono le FARDC” dice il capo. E no: non intende in termini numerici – per “gruppo armato” intende piuttosto tutti i gruppetti di banditi o affiliati ad un certo gruppo etnico che infestano l’est del paese. Le FARDC non si distinguono poi troppo da questi gruppi: predazione economica e barriere illegali – check; violazioni dei diritti umnai e del diritto umanitario – check; mancanza di comando e formazione – check (forse persino più di certi gruppi irregolari); furto e predazione dome mezzi di sussistenza – check; corruzione a tutti i livelli – check. Un rappporto parlamentare sull’état de siège in vigore da quattro mesi in Ituri e Nord Kivu parla di un budget militare di 54 milioni su … richiesti, di cui il 68% speso a Kinshasa. Il tutto mentre, mi dicono, i soldati in Ituri non sono pagati da 4 mesi. Che ve lo dico a fare?
Ovviamente quando si parla di FARDC non si può non parlare dell’altro “esercito” presente in Congo: la missione ONU MONUSCO. “Chien et chat” dicono qui, tanto sono buoni i rapporti fra i due. La MONUSCO è, almeno in teoria, efficiente ed efficace, ma spesso troppo poco coinvolta per assicurare un vero impatto aldilà di sporadici interventi. E comunque la comunicazione fra i due è talmente difficoltosa che la coordinazione è spesso inesistente. E la popolazione tendenzialmente detesta la MONUSCO.

Le epidemie (merda, sì: lavoro ancora per un’organizzazione medica). Copertura vaccinale ufficiale: 120% o più. Ufficiosa: 70%, se va bene. Reale? Diciamo sul 40%.
Morbillo, meningite, peste (la prossima campagna turistica? Venite in Ituri, abbiamo pure la peste!), febbre gialla. Senza dimenticare l’ebola.
E ce ne stupiamo? Le strutture sanitarie sono regolarmente saccheggiate di farmaci e ogni equipaggiamento che possa essere rivenduto (pannelli solari, frigoriferi..), i villaggi in mezzo alla giungla sono pressoché irrangiugibili e approvisionati in bicicletta, spesso senza alcuna sensibilizzazione delle madri i cui figli si vorrebbe vaccinare. Il tutto senza dimenticare la corruzione endemica, incluso in certe agenzie internazionali…

Le dinamiche regionali: paralare dell’est della RDC senza parlare dei suoi vicini sarebbe chiaramente un esercizio pressoché inutile. Uganda e Ruanda primi fra tutti, ma i traffici e le tensioni si estendono a nord verso il Sud Sudan (incursioni regolari in Ituri e Haut-Uele), Repubblica Centrafricana e ovviamente a sud con l’Angola.
Ho già parlato di come nei primi anni 2000 Uganda e Ruanda abbiano occupato e saccheggiato gran parte dell’est del paese, arrivando fino a Kisangnai e lasciando un pessimo ricordo nella popolazione. Da allora qualche passo diplomatico è stato fatto per riavvicinare questi tre paesi, soprattutto durante la presidenza di Tshishekedi: si sono sviluppati accordi di cooperazione commerciale (raffinazione dei metalli – soprattutto l’oro); di cooperazione militare (truppe ugandesi per affrontare gli ADF – un gruppo sedicente affiliato all’ISIS), tutto favorito dall’evoluzione dei rapporti internazionali (la Francia che comincia a mettersi in migliori rapporti col Ruanda). Ma le evoluzioni sono fragili, volatili, un pezzo di danza (come quasi tutto in Congo): un passo avanti, uno indietro, due di lato, di nuovo uno indietro – poche settimane dopo la discussione di accordi commerciali, ecco un’incursione delle truppe ruandesi e schermaglie con le FARDC; poco dopo, ecco il capo di stato maggiore delle FARDC volare in Ruanda per accordarsi sulla cooperazione militare… e via così.

Basta, fermiamoci qui. Questo post probabilmente non dice nulla, ma lo pubblico così. Se mai avrò il tempo, scriverò qualcosa di più puntuale su questo Congo…

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

2 thoughts on “The big C (3) – Congo 1.01 o 1.02

  1. Si potrebbe quasi dire che il Congo ha gli stessi problemi di ogni altro posto del mondo, solo ad un livello completamente fuori scala. D’altronde lo scrivi bene: “È troppo, tutto è troppo”.

    Tra l’altro il capitolo sugli equilibri regionali mi fa pensare che i suoi problemi si alimentino tra loro…

  2. Pingback: The big C (7) – Useless | redpoz

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