The big C (6): parola ai giurati

Dopo tanti mesi (e qualche post) sul Congo, mi son reso tristemente conto di aver parlato troppo di questo paese senza davvero chiedere ai congolesi cosa ne pensioni, o senza riportare qui la loro parola.
In ritardo, ma vorrei provare a colmare questa lacuna.

I “giurati” del caso sono alcuni colleghi e altri congolesi incontrati durante la missione. Non ho alcuna ambizione che siano rappresentativi dell’intero paese o pure di una parte di esso; non ho seguito un metodo nella raccolta di queste ‘testimonianze’, se non la memorizzazione di quel che abbiamo occasionalmente discusso. Come d’abitudine, non citerò i loro nomi e riporterò solo le strette informazioni biografiche necessarie alla comprensione delle loro parole. A loro la parola.

C, businessman congolese impiantato in Ruanda dalla fine degli anni ’90. Come tutti, ovviamente, ammira e invidia l’ordine e lo sviluppo del Ruanda, accetta praticamente senza riserve i metodi di Kagame. Rimpiange più o meno apertamente l’epoca di Mobuto, in cui (secondo lui) i servizi pubblici funzionavano, le paghe dei funzionari erano buone e ne apprezza la politica centralista e di rotazione delle cariche pubbliche (un nativo dell’Equateur non poteva governare la sua provincia e dopo alcuni anni di servizio in una zona era inviato in una destinazione diversa, mi spiega) che a suo avviso aveva cementato lo spirito nazionale. C è tuttavia figlio di militari: in gioventù viveva in una caserma nel comphound presidenziale di Kinshasa, con accesso a tutti i benefici di cui disponevano i militari (anche se, mi dice, certa gente lasciava l’esercio, che pure era ben retribuito, per andare a lavorare nel settore pubblico, ancora meglio pagato).
L’unica speranza per il Congo, secondo C, è esattamente il percorso del Ruanda: un gruppo armato, ben coordinato e coeso, che prenda il controllo del paese. Ma è fattibile in un paese come il Congo?

Y mi dice che per lui una soluzione sarebbe la “balcanizzazione” del paese, da frammentare e dividere in almeno 4 stati distinti (ma non precisa quali), con quattro presidenti – che consentirebbe una differenziazione e comparazione delle politiche. Gli chiedo qual’è stato il miglior capo di stato che il Congo abbia avuto e mi risponde senza esistazione “Mobuto“, perché “era un dittatore, ma all’epoca c’era sicurezza e si poteva viaggiare anche di notte fra una città e l’altra” tipo da Goma a Beni, cosa difficile pure alla luce del sole, oggi. Anche lui, come C, è però figlio di militari che con Mobuto hanno lavorato.
Quando gli chiedo cosa pensa degli ultimi presidenti (Tshisekedi e Kabila) non nasconde il disappunto: Tshisekedi promette tanto ma combina poco (esempio: la gratuità dell’insegnamento di base, promessa, ma ancora in essere, quindi coi costi che rimangono a carico delle famiglie). In compenso, apprezza Kabila padre, perché “agli africani piace l’uomo forte“. Alle prossime elezioni presidenziali dice di votare, ma sicuramente non Tshisekedi “tutti preferiamo Fayulu, ci siamo stupidi quando ci hanno comunicato che aveva vinto Tshisekedi“.

T ha studiato e lavorato per parecchio tempo in Germania. È poi tornato in Congo perché, mi dice, “malgrado tutto c’è ancora speranza per questo paese“. Critica di frequente il presidente Tshisekedi, soprattutto per il suo stile ‘prezzemolo’ iper-presenzialista, specie alle conferenze internazionali e a tutte le cerimonie in cui si inaugura qualcosa (pure un wifi all’université di Kinshasa, mi dice), e per la mancanza di risultati.

P mi saluta domenica mattina chiedendomi se ho sentito del colpo di stato a Kinshasa di cui si vocifera nei social networks (voci che poi, in sé, si riveleranno infondate ma non campate in aria) e nel prosieguo della discussione afferma senza mezze misure che “se ci fosse un colpo di stato, io sarei a favore“. Tanta schiettezza mi stupisce, specie viste le possibili implicazioni. Non gli chiedo come mai, ma almeno cosa non gli piace di Tshisekedi: critica anche lui la mancanza di azioni concrete, l’introduzione di nuove tasse (la RAM sull’acquisto di credito telefonico) e il “tribalismo” che secondo lui il presidente sta mettendoin atto, ovvero la preferenza accordata a membri della sua stessa comunità / provincia (il Kasai) nell’assegnazione di cariche pubbliche, a discapito delle altre province e comunità (e, dunque, dell’unità ed armonia nazionali). Secondo P nel governo il 70% dei ministri sarebbero del Kasai (in realtà non sono nemmeno la metà, e anche se una pattuglia consideravole non più di quelli del Nord e Sud-Kivu).
Come “balcanizzazione“, anche “tribalismo” è un concetto piuttosto tabù in RDC, un concetto con fortissime connotazioni negative e, in genere, un’accusa grave per colui il quale è rivolta (soprattutto per i politici). Chiedo dunque a P cosa sarebbe meglio e lui ancora schiettamente mi risponde “meglio che torni Joseph Kabila”: affermanzione abbastanza sorprendente – in tutti questi mesi, nessuno mai aveva tessuto le lodi di Kabila (che all’est ha fatto e continua a fare “danni”), né l’aveva indicato come un’alternativa plausibile e meritevole.

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

One thought on “The big C (6): parola ai giurati

  1. Pingback: The big C (7) – Useless | redpoz

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: