Nowhere, Namibia – pt. 1

Come si viaggia(va?) in epoca di covid-19?
Non so se possa considerarsi un approccio comune, personalmente ho fatto così: dovendo prendere delle ferie a luglio 2021, sono passato in rassegna ai paesi senza restrizioni di viaggio (no quarantena, voli aperti) compatibili col mio status d’allora (vaccinato o no); fra questi ho identificato quelle mete verso le quali avevo un certo interesse, quelli per i quali c’erano voli disponibili e accessibili e infine ho verificato se fosse necessario un visto o possibile ottenerlo senza troppe complicazioni all’arrivo.
Questo processo mi ha portato a scartare un viaggio in Angola o Marocco e identificare invece come opzioni la Namibia, il Messico o il Libano.
In Libano sono effettivamente stato per una settimana, ad agosto di quell’anno, sebbene abbia tralasciato poi di raccontarvene. Ma nel frattempo l’ipotesi della Namibia aveva cominciato a prendere consistenza. Concretizzare questa ipotesi ha poi richiesto lunghe negoziazioni ed adattamenti, tant’è che alla fine vi sono andato quasi un anno dopo, a marzo 2022.

Ma perché la Namibia?
In realtà, mai come questa volta non credo di avere una risposta esatta. Forse per la prima volta in realtà il viaggio è stato dettato più dal compromesso fra quel che è realizzabile e le aspirazioni, piuttosto che dalla volontà di perseguire una meta agognata. Se in genere le mie mete sono scelte in base ad un non meglio specificato “fascino” che la destinazione esercita verso di me per le ragioni più varie (in genere legate alla storia recente), non posso dire che per la Namibia fosse così.
Certo, nella mia agendina di “cose da fare” in un qualche futuro era segnato di visitare uno o due luoghi in Namibia, ma l’idea di poterli effettivamente vedere, ed il desiderio di farlo come una priorità rispetto ad altri luoghi (ad esempio l’Angola o il Libano) era piuttosto bassa.
Ma i viaggi al tempo del covid-19 sono soprattutto compromessi, quindi ecco la Namibia.

Concludo la missione in Congo a fine febbraio, sembra irreale sia finita, lascio il paese in un’atmosfera che non riesco a percepire veramente, quasi un crollo nervoso di pianto, ma al contempo tutta l’eccitazione per la fine e per un nuovo viaggio. Una trasferta relativamente complicata fra Ruanda e Sud Africa mi porta verso Windhoek, la capitale namibiana. L’ultimo volo da Johannesburg a Windhoek è un mix fra la sonnolenza di una nottata di viaggio e la sorpresa di un paesaggio incomprensibile: la Namibia è nota per essere un paese largamente arido, per lo più desertico – eppure la vista sotto di me è una marea verde. Se il comandante non confermasse che stiamo atterrando effettivamente a Windhoek, potrei credere di aver sbagliato aereo.
Atterro, controllo documenti, prendo un taxi per l’hotel dove raggiungo i miei compagni di viaggio arrivati direttamente dall’Italia. Nei giorni successivi scoprirò, e continuerò a stupirmi di quanto ciò sia vero, che quella appena trascorsa è stata la stagione più piovosa per la Namibia degli ultimi 11 anni! Là dove dovrebbe esservi una distesa di sabbia, vediamo invece letteralmente un mare d’erba. Confesso che a momenti la cosa è quasi una “delusione” rispetto al viaggio atteso ed immaginato.

Il primo giorno al mio arrivo lo dedichiamo ad una breve visita a Windhoek. Come la maggior parte delle città africane, la capitale namibiana non ha in sé particolari attrattive – la celebre chiesa è chiusa e la osserviamo solo dall’esterno, il museo nazionale è un palazzone cinese enorme, ma pressoché vuoto (e i cimeli al suo interno di dubbia qualità… per lo più foto della guerra d’indipendenza, qualche arma contemporanea e tanti murales propagandistici). Niente di che, ma francamente non siamo venuti in Namibia per vedere Windhoek.
A cena proviamo un ristorante locale, scoprendo che in sostanza i cibi tipici della Namibia sono le carni di selvaggina: orice (l’animale nazionale), springbok (l’antilope simbolo della squadra sudafricana di rugby), kudu, zebra…

La mattina dopo comincia il “viaggio” vero e proprio e la routine di spostamenti che ci accompagnerà per le prossime due settimane: partenza la mattina presto, 3 – 6 ore di guida per coprire le enormi distanze del paese, arrivo nel resort, qualche ora di relax seguita in genere da un piccolo safari nella tenuta.
La prima cosa che colpisce, oltre alla vastità del paese, sono le recinzioni: già arrivando dall’aeroporto avevo osservato come lungo la strada tutti i terreni siano recintati – letteralmente, per i primi 10 giorni non abbiamo visto un solo tratto che non fosse un enclosure, privata. Migliaia di kilometri di terra, recintati.
La cosa, sinceramente, mi scandalizza. Viste le reticenze (o i pregiudizi) della guida che ci accompagna per questo primo tratto, scoprirò solo molto dopo che questo tema è uno dei tanti aspetti della disuguaglianza economica del paese.
Sebbene la stragrande maggioranza della popolazione sia di origine africana o coloured del Sud Africa, la quasi totalità delle terre sono possedute da poche decine di famiglie tedesche o afrikans con possedimenti enormi.

La nostra prima tappa è un resort nel deserto del Kalahari – il celebre deserto di dune rosse. In realtà delle due rosse vediamo poco: sono verdi! Il paesaggio è sicuramente mozzafiato, coi colori straordinariamente variegati in questa occasione – strisce verdi e rosse che si alternano contro un cielo azzurro e quasi privo di nubi – ma ancora una volta fatico a riconciliare questa vista con le aspettative che tanta pubblicità mi aveva creato. Cominciano inoltre a scoprire la fauna locale, soprattutto gli immancabili orici e springbok, ma anche struzzi e passeri dalle sorprendenti capacità architettoniche che costruiscono nidi “condomini” dalle dimensioni incredibili per accogliere più coppie d’uccelli assieme.

Il giorno successivo ripartiamo verso sud. Per un tratto interminabile osserviamo lungo la strada un interminabile dirupo, che stimiamo essere lungo almeno 700km o più. Altra indicazione della vastità di questo paese. Una vastità che tuttavia non si riduce mai alla monotonia (come potrebbe essere, suppongo, ad esempio nel Sahara), ma presenta invece un continuo cambiamento di paesaggi, colori e terre – più o meno aride, più o meno ricche di vegetazione, più sabbiosi o ferrosi – una varietà che affascina e ci tiene lo sguardo catturato sul paesaggio cangiante.
Dopo circa due ore di strada facciamo una prima sosta per vedere gli “alberi faretra”, una delle varie piante uniche alla Namibia: una specie di albero dal tronco interno spugnoso, quindi facilmente scavabile, che veniva appunto utilizzato dai “boscimani” (ancora non so sicuro questo termine non presenti delle connotazioni vagamente razziste) per farne delle faretre.
Dopo un pranzo nella cittadina Keetmanshoop, in realtà un paesotto di 20 – 25.000 abitanti, piccolo centro commerciale disperso nel nulla e centro tedesco – afrikans.
Altro aspetto sorprendente: la pulizia dei centri abitati (“mentalità tedesca”, ci dice la guida) e la qualità delle infrastrutture. Certo, io sono influenzato dall’esperienza in Congo, ma qui le strade, anche quelle sterrate, sono incredibilmente lisce e scorrevoli – quasi senza buche. Il poco traffico sicuramente aiuta, ma ho forte l’impressione che i trent’anni di occupazione dell’esercito sudafricano giochino la loro parte.
Lasciamo la strada asfaltata per lo sterrato (eccezionale) e prima di arrivare al resort, facciamo una sosta in un’azienda agricola (ovviamente gestita da tedeschi): in zona c’è una diga, quindi l’acqua qui abbonda, cosa che ha permesso la creazione di un enorme piantagione di datteri – dalle dimensioni difficilmente calcolabili – nella quale oltre alla frutta secca, hanno avviato una produzione di distillati (grappa e gin a base di datteri). Arriviamo al resort per la notte, quasi al confine col Sud Africa (meno di 70km), siamo letteralmente “in mezzo al nulla” – forse meno distanti da tutto di quanto non fossi presso Uluru in Australia (400km dal più vicino centro abitato), ma la vastità degli spazi e la rarità della presenza umana dà qui veramente un incredibile senso di vuoto attorno a noi. La notte ne approfittiamo quindi per goderci la vista delle stelle – uno spettacolo che mai avrei potuto immaginare, l’assenza di luci artificiali ci lascia apprezzare una luminosità sopra a noi oltre ogni aspettativa, compresa una vista assai nitida della Via Lattea, un ammasso nebuloso limpido e brillante.
Nei giorni successivi non mi stancherò di riempirmi gli occhi di questa vista ogni volta possibile, cosciente si qualcosa che raramente potrò apprezzare ancora in futuro. Siamo affascinati dall’esperienza… ed è appena il secondo giorno!

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

3 thoughts on “Nowhere, Namibia – pt. 1

    • Già… è un punto sul quale sto riflettendo io stesso: come dicevo, di alcuni di questi posti conoscevo almeno l’esistenza, ma erano poco più che immagini mentali, vaghi puntini nello spazio, quasi non-reali, quasi non esistessero davvero.

  1. Pingback: Nowhere, Namibia – Nowhere, somewhere | redpoz

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