Nowhere, Namibia – pt. 2

Terzo giorno di viaggio, un’ultima puntata a sud per osservare il Fish River Canyon, un canyon millenario proprio al confine col Sud Africa, prima di dirigerci a ovest.
Per arrivare al canyon entriamo nel primo vero tratto che potremmo definire “desertico” di questo viaggio. In precedenza abbiamo visto parecchi kilometri di landa arida, ma forse anche complici le recenti abbondantissime piogge, non esattamente desertici. Qui la cosa cambia: ora il paesaggio è veramente un deserto, desolato, sebbene non la massa sabbiosa che il nostro (arido) immaginario ci suggerirebbe, ma piuttosto una landa sassosa dove piccoli massi ferrosi coprono quasi interamente il paesaggio. Manca la sabbia, ma la sensazione di siccità è immutata, anzi forse accentuata. Solo occasionalmente vediamo qualche rara pianta di euforbia, una pianta velenosa (ma apprezzata da elefanti e rinoceronti) che costella a volte il paesaggio (presente qui e in tutta la Namibia), così come i sempre presenti orici e spingbok, animali adattati alla siccità estrema (ad esempio, con meccanismi che consentono di raffreddare il sangue prima che arrivi al cervello o di ridurre al minimo la dispersione di liquidi – al punto che, come ci dirà una guida poi alcuni springbok non bevono neppure se trovano una pozza d’acqua disponibile).

Dopo alcuni kilometri, il Fish River Canyon si apre davanti a noi. In realtà la vista è nascosta fino quasi all’ultimo: lo strapiombo del canyon si rivela solo pochi metri prima del limite, con il rivo d’acqua che si apre la via fra gli aridi sassi. La vista sarebbe effettivamente mozzafiato, per la magnificenza e per il timore che incute guardando in basso – una vista facilmente comparabile al più celebre canyon americano, eppure non mi emoziona enormemente. Suppongo vi siano cose che risuonano più ed altre meno col nostro spirito.
Sono appena le 9:00 di mattina, ma il caldo e il sole già a picco ci impongono di muoverci, ripartiamo quindi per la tappa successiva e uscendo dal parco abbiamo la fortuna di incrociare anche alcune giraffe, le prime del viaggio. Pochi kilometri dopo, la sorpresa: attraversando un fiume benedetto dalle abbondanti piogge, intravediamo un rapace in cielo. Inizialmente pensiamo ad un falco o simile, ma scopriamo poi trattarsi di un’aquila pescatrice, uno dei simboli della Namibia che abitualmente dimora nelle zone più ricche d’aqua del nord. Le piogge devono averla spinta fin qua a sud, assai lontano dalle sue aree abituali. Una vista, questa sì, davvero emozionante.

La trasferta odierna è parecchio lunga, probabilmente la tappa più lunga del viaggio come chilometraggio. Procediamo verso ovest e cominciamo progressivamente a scendere dall’immenso altopiano (fra i 600 e 1400 metri) che occupa la massa centrale del paese per avviarci verso la costa. Anche stavolta il paesaggio cambia costantemente sotto i nostri occhi, per la nostra sorpresa e ammirazione. Attraversiamo un vero deserto (sabbioso) nella “Sperrgebiet” (zona vietata) delle miniere di memoria tedesca nel quale una piccola tempesta di sabbia ci incoglie, fortunatamente nulla da bloccare il viaggio, e arriviamo a Lüderitz – una cittadina sulla costa fondata dai tedeschi.
Qui ci concediamo una cena di pesce e osserviamo con sorpresa l’architettura di stile germanico, oltre alla fortissima presenza di una comunità tedesca (la radio è in lingua tedesca) e alla pochissima integrazione fra le comunità: al ristorante sono presenti quasi solamente dei bianchi e un gruppo di studenti, forse liceali, parla in tedesco alle nostre spalle – fra loro nessun ragazzo di colore.
La constatazione della “segregazione di fatto” è straniante, e anche assai sgradevole. Difficile immaginare quando potrà essere superata. Non riesco neppure a smettere di chiedermi con quale mentalità questi giovani tedeschi possano crescere quaggiù…

La mattina dopo provo a fare una breve corsa per la città, ma il fortissimo vento che spira dal mare limita questa possibilità. Fatta colazione partiamo ad osservare Diaz Point, un punto di costa dove il navigatore portoghese Diaz sbarcò in rotta verso le indie – il primo punto roccioso dopo circa 700 km di deserto: non esattamente ospitale, ma certo dovette apparirgli assai più invitante delle dune sabbiose -, poi ci avviamo verso la “città fantasma” di Kolmanskop: un antico insediamento minerario costruito dai tedeschi alla scoperta dei diamanti nella zona. Ora la città è abbandonata e solo un reperto turistico incredibilmente conservato dell’ambizione umana di dominare (e sfruttare la natura). La città era incredibilmente fornita di tutti i servizi: ospedale perfettamente organizzato, biblioteca, palestra, centro culturale, shops, collegamento ferroviario verso Lüderitz e approvvigionamento regolare di acqua e ogni bene di necessità – potremmo dire una vera “cattedrale nel deserto”, con quartieri ben segregati per bianchi e neri (baracche). Oggi la città è invasa dalla sabbia, mentre affianco la De Beers (assieme al governo namibiano) continua a minare diamanti. L’abbandono e il clima arido hanno così perfettamente preservato gli edifici e tanti reperti dell’epoca – una visita quasi spettrale, assurda, e una delle cose più affascinanti che abbia visto durante tutto il viaggio.

Vista la strada che ancora ci manca, ci rimettiamo in viaggio verso le montagne del Tiras – usciamo dal deserto e cominciamo a risalire nell’altipiano dove ricompare la vegetazione (anche troppa per il nostro immaginario): le piogge sono state talmente abbondanti che, ci spiega la guida, lungo i prati sono riapparsi fiori che erano rimasti in “ibernazione” per quasi un decennio (l’ultima volta che li aveva visti). In effetti, gli orici e springbok attorno a noi camminano soddisfatti fra prati verdi una vera marea di fiorellini gialli. Una vista inimmaginabile. Verso sera arriviamo ad un lodge incastonato fra le montagne di granito rosso – una vista che ricorda le Olgas australiane. Continuare a ripetere “spettacolare” potrebbe essere persino annoiante, eppure non possiamo sottrarcene tanta è la bellezza e la varietà dei paesaggi che ci circondano.

Nuovo giorno, nuova trasferta: continuiamo verso nord per avvicinarci al celebre Sossusvlei. Oltre alla bellezza dei paesaggi, questa trasferta in realtà non ha note particolari (salvo l’esperienza di una foratura e del dover cambiare una gomma sotto il sole). Le temperature paiono continuare a salire ogni giorno che passa, ma fortunatamente tutti i lodge sono bene attrezzati per rinfrescare i viaggiatori – un lusso di piscine, aria condizionata e vasche da bagno che mette un pò a disagio e fa riflettere, pensando alle condizioni di tanta parte della popolazione: indicativo dello scollamento fra la gente normale ed il privilegio dei viaggiatori, ma anche di quanto si sia lavorato per creare un modello turistico “comodo” e accessibile ad una fascia di turisti internazionali disposti a sborsare belle cifre per non soffrire troppi inconvenienti. Mah.
In realtà molti viaggiatori possono anche optare per versioni più “avventurose” (camper 4 x 4, campeggi), ma l’impressione di fondo è che il modello di turismo che si è voluto proporre qui è soprattutto orientato alla comodità e a consentire l’accesso a tutte o quasi le meraviglie della Namibia senza inconvenienti, ma dietro lauto compenso.
Paradossale poi pensare alla siccità endemica del paese, abbinata alla presenza nei resort di piscine e vasche da bagno con adeguato invito ad “usare l’acqua responsabilmente”.

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

6 thoughts on “Nowhere, Namibia – pt. 2

  1. E qui mi sovviene un dubbio, che probabilmente però fugherai nelle prossime puntate: quindi, mi taccio.

    Riguardo l’ultima considerazione, è purtroppo il destino di molti paesi e luoghi, e segnatamente di quelli più poveri, che decidono di “rilanciarsi” col turismo: diventano dei parchi giochi per turisti, in cui i turisti “asseriscono e comandano”, per citare Guccini. Non serve andare troppo lontano, basta pensare a Venezia.

    • Tu il dubbio notatelo, che non è affatto scontato abbia previsto di parlare di quell’argomento, questa serie è abbastanza affidata all’improvvisazione.

      Devo concordare, purtroppo, con l’ultima osservazione. L’impressione che ho tratto in Namibia, tuttavia, è che qui questo approccio fosse molto più accentuato che altrove: i lodge di super-lusso ci sono, ovviamente, anche in Kenya o Tanzania, ma qui -complice forse la segregazione razziale- la frattura è ancora più evidente, netta e dolorosa. Certo, andrebbe anche notato che lo staff dei lodge gode di condizioni di lavoro, stipendi e servizi (scuole per i figli nella prossimità) assai migliori di tanta parte della popolazione… basta?

  2. Pingback: Nowhere, Namibia – pt. 4 | redpoz

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