Nowhere, Namibia – pt. 4

Lasciamo il lodge e ci dirigiamo verso Swakopmund, una delle principali città sulla costa oltre (assieme alla vicina Walvis Bay) principale porto commerciale del paese.
Anche oggi la trasferta si annuncia abbastanza lunga, o forse è solo la stanchezza che comincia a farsi sentire: rinunciamo ad un paio di stop lungo la strada, visto che le attrattive anche nel percorso “base” non mancano, ma dobbiamo comunque di fermarci ad una stazione di servizio dove decidiamo ci acquistare un paio di enormi uova di struzzo.
Man mano che usciamo dal Namib Desert e ci avviamo verso la costa osserviamo il paesaggio e il clima cambiare – tutto resta arido, ma progressivamente le montagne scompaiono e il clima arido lascia spazio ad una nebbia che arriva dal mare.

Prima di arrivare a Swakopmund, facciamo tappa per vedere le Welwitschia, una specie di pianta unica alla Namibia (e a parte dell’Angola), in realtà della stessa specie dei pini! La “mirabile” Welwitschia (questo il suo nome officiale) consiste in un tronco basso e spesso, come quello di un pino, e due sole foglie che appaiono alla nascita e continuano a crescere ai due lati della piante (se una sola di esse dovesse morire, la pianta tutta morirebbe), vive in una zona arida del Deserto del Namib e tra tutta l’acqua solo dall’umidità mattutina dell’aria che sale dal mare grazie alla Corrente del Benguela. Prima di questo viaggio, c’erano quattro cose che veramente volevo vedere in Namibia: la Welwitschia era una di queste – una vera e propria meraviglia botanica.
Riprendiamo la strada e facciamo un ultimo stop prima della città per osservare la Valle della Luna, una vallata dalle collinette aride e nere che ricorda il paesaggio lunare. Attorno a noi, vaste distese secche e miniere d’uranio: le recinzioni qui sono sparite, ma ovunque vi sono cartelli che ricordano il divieto d’ingresso nell’area mineraria e la proprietà privata della zona.

Arriviamo infine a Swakopmund, la città situata alla foce del fiume Swakop: la guida di racconta che quest’anno per la prima volta dopo decenni si è vista l’acqua del fiume arrivare al mare – le chiese della città hanno tutte suonato le campane nell’occasione.
La città, come la maggior parte degli insediamenti in Namibia, venne fondata dai tedeschi e nel centro ammiriamo l’incongruenza degli edifici in stile tedesco nel mezzo di un paesaggio semi-desertico e adornati da palme. Molti edifici pubblici continuano a mantenere riferimenti alla Germania: “Hotel Bismarck”, “Farmacia al Kaiser”. A rafforzare l’incongruenza, come a Luederitz, si sente una forte frattura linguistica: i bianchi parlano tedesco o afrikans, le persone di colore tendenzialmente inglese.
Nel pomeriggio facciamo una breve camminata per la città, osservando appunto le costruzioni coloniali e la gelida spiaggia bagnata dall’atlantico, poi cena nel ristorante italiano (un emigrato vicentino che ha aperto qui una pizzeria).

La mattina dopo, per la prima e unica volta in questo viaggio, non dobbiamo affrontare un trasferimento, ma di esplorare la costa: la mattina andremo in una crociera nella baia di Walvis, centro commerciale e peschereccio, e il pomeriggio là dove il deserto del Namib incontra l’oceano.
Un pulmino viene a prenderci per raggiungere Walvis Bay, dove ci imbarchiamo – l’aria è veramente fredda e umida, la nebbia dal mare copre il sole e crea uno strano effetto di luce rosata all’orizzonte, il tour della baia assai interessante, ci permette di osservare da vicino otarie, pellicani, gli allevamenti di ostriche (la Namibia a quanto pare è fra i maggiori produttori al mondo), un paio di delfini e uno sperduto pinguino che si è fatto trascinare qui dalla corrente. Continuiamo ad essere sorpresi dall’impatto geografico e climatico della Corrente del Benguela, una corrente oceanica fredda che risale dal Sud Africa fino all’Angola e traporta l’aria fredda che crea questo microclima freddo e umido in questa parte della costa; in più, la corrente prolunga di circa 4cm al giorno la penisola che divide la baia dall’oceano, un impatto impressionante, a pensarci!

Terminiamo la crociera e risaliamo subito in macchina, dobbiamo affrettarci ad attraversare le saline e il breve tratto di spiaggia che a quest’ora divide il deserto dall’oceano, prima che la marea monti e lo faccia scomparire: andremo nell’ancora più incredibile (se è concesso dirlo) Lange Wand, ovvero il grande muro, la dove le dune arrivano fino ad incontrare l’oceano creando, letteralmente, un muro di sabbia lungo quasi i 700km di deserto fino a Luederitz: non sorprende, a vederlo da qui, che Diaz abbia ritenuto di celebrare il suo arrivo laggiù! Gli aggettivi per descrivere la vista ci mancano…
Ben, il nostro autista per la giornata, sfreccia un pò rapido lungo la striscia di spiaggia, per evitare di restare bloccati appena monti la marea che cancellerà la striscia di spiaggia, ma ci lascia comunque abbondante tempo per scendere e fare qualche foto. Sorprendente pensare che proprio in questi punti i tedeschi avessero costruito un piccolo insediamento per sfruttare il guano degli uccelli…
Arrivati alla fine della spiaggia, saliamo verso le dune, facendo un rally dove Ben ci porta fin in cima alle dune, fino al punto in cui la nostra vista passa dal non vedere che sabbia al non vedere che cielo, si arresta un istante per controllare in bilico sul crinale che la discesa sia praticabile, e ripiomba giù. Sembra un ottovolante in un sali-scendi fra l’immersione nell’ocra e una nuova immersione nell’azzurro, e l’emozione non è poi troppo diversa. Le dune, ci spiega, sono modellate dal vento in modo dolce dal lato dove saliamo, ma possono essere incredibilmente ripide dal lato opposto: occorre quindi arrivare fino a stare in equilibrio esattamente sul crinale per poter veder giù e poi proseguire in sicurezza, ma fermarsi anche un attimo prima o un attimo dopo vorrebbe dire rischiare di scivolare giù in un verso o nell’altro.
Il “rally” prosegue ancora un pò, concedendoci sempre occasione di osservare ancora la grande muraglia, stavolta dall’alto. I turisti, anche qui, non mancano e sebbene sia un parco naturale, le tracce del passaggio dei 4 x 4 lasciano uno spettacolo un pò triste sulle dune. Ben ci rassicura che il vento della notte cancella tutto…
Una rapida pausa per pranzo, dove osserviamo ancora le fortunate tracce delle ultime abbondanti piogge (addirittura impronte di cheetah vicino alle pozze d’acqua, ci dicono) e rientriamo infine a Swakopmund. In due giorni, ho cancellato due elementi dalla mia improbabile lista di cosa da vedere in Namibia, posso dirmi soddisfatto.

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

2 thoughts on “Nowhere, Namibia – pt. 4

  1. 4 cm al giorno? Al giorno? Ma fa un metro e venti in un mese! Sono tanti!

    Sai cosa mi sorprende di più? Che di questo sostanziale apartheid non interessi molto al mondo (io sapevo che la Germania aveva occupato la Namibia, ma non che la situazione fosse ancora questa).

    • Fra i 10 e 15 metri all’anno! Impressionante.

      Concordo con te sulla situazione attuale, credo il disinteresse si giustifichi a) con il tempo relativamente recente dalla fine dell’apartheid formale (anni ‘90); b) con l’elezione di presiedenti di colore, la pace interna e il buon sviluppo economico; c) con un complessivo disinteresse per un paese che ha qualche risorsa importante, ma geopoliticamente ha poco interesse e non offre motivi di preoccupazione evidente. Nel paese, da quel che ho capito, c’è una certa sensibilità e discussione sul tema, ma difficilmente scalfisce il divario economico e culturale (ex. discussioni sulla proprietà della terra, pure col rischio si arrivi a una situazione simile allo Zimbabwe)

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