Tornare nei posti dove son stato – 2 (Leopoli)

Quello che segue è un (lungo) resoconto di quasi una
settimana trascorsa in Ucraina, a Leopoli, nello scorso luglio.

Da Kyiv e dall’Ucraina tutta me ne sono andato “come un cane” a fine aprile 2020. Erano i giorni della “prima ondata” del covid-19, quasi gli ultimi giorni di quella prima ondata che nel tempo di poco più di un mese ci avrebbe lasciato l’illusione del “liberi tutti” (a giugno 2020 già si pensava di poter uscire senza mascherine).
Me ne sono andato come un cane in mezzo a quella baraonda, con l’unico volo disponibile dopo più di un mese di isolamento a casa, ancora nei giorni dell’incertezza, del panico anche, nei momenti in cui tornare in un posto noto fra persone care dava quel minimo di sollievo, di vicinanza, di relief. Infatti, io ero contento di andarmene: ero contento di lasciare quella quarantena piuttosto asfissiante, di poter finalmente mettere la parola fine su un’esperienza durata diciotto mesi e che si stava strascicando ormai troppo oltre il suo limite, mettendo alla prova tutta la mia resistenza. Col senno di poi, quell’andarsene fu quasi uno “scappare”. Come un cane, appunto. Ed ero anche triste di andarmene, ma in quel momento il sollievo che provavo batteva in qualche modo la tristezza.
Soprattutto, pensavo, in ogni caso in un Ucraina sarei tornato presto. Poche settimane dopo l’arrivo in Italia avevo già cominciato a costruire i piani per un ritorno. Certo non pensavo, nessuno di noi poteva pensare all’epoca, che le barriere a questo ritorno sarebbero state tante e si sarebbero protratte tanto a lungo.

Più di due anni!
Certo, nel mio lavoro è un pò scontato che debbano passare tempi relativamente lunghi, quelli delle missioni (sei mesi o più ogni volta) per immaginare o programmare questi viaggi di piacere. Ma non avrei mai creduto sarebbe servito tanto a lungo. Infatti ci ho provato, ripetutamente, a ritornare in Ucraina. Ma ogni volta le barriere sanitarie / burocratiche si sono frapposte a questo mio progetto. O forse non ci ho provato abbastanza.

Alla fine, dopo il Congo e la Namibia, ho cominciato a ripensarci. Il covid ci sta lasciando un pò di libertà e mi son detto che potesse essere l’occasione buona.
Il fatto che vi sia un conflitto, per me, non pareva troppo una barriera… piuttosto, quasi un motivo in più per andare. Sia chiaro: non andavo a cercare problemi o a mettermi nei pericoli, infatti ho dovuto escludere rapidamente di andare a Kyiv – d’altronde, fortunatamente, tutte le persone che volevo rivedere erano a Leopoli. Ma volevo tornare in Ucraina soprattutto per essere di nuovo vicino ad alcune persone che vi avevo lasciato – quindi il momento del loro, supposto, “bisogno” pareva essere il più appropriato.
Non sono certo di cosa andassi cercando nell’andare in Ucraina, in realtà. Potrei accampare molte scuse per questo viaggio, ma sarebbero – appunto – scuse. Ma forse la risposta è molto più semplice di quel che pensi: persone. Persone che avevo lasciato, come un cane, e alle/con/per le quali non mi pareva giusto concludere così. Tutto qui.

Parto mercoledì 6 con un volo per Cracovia, che arriva in leggero ritardo ma senza particolari intoppi. L’indomani avrò un treno che mi porterà fino al confine e di lì un altro che mi condurrà fino a Leopoli. Il volo mi lascia il tempo per girare la sera a Cracovia, scoprendovi un città piuttosto bella e curata, almeno nel centro storico ben conservato, con la sua piazza e gli edifici mitteleuropei – una città che, banalmente, fin da subito ricorda proprio Leopoli. Nella piazza centrale, un gruppo di ucraini con cartelli di protesta contro la guerra e abiti tipici canta canti tradizionali: uno squarcio di quel che esiste oltreconfine.
La mattina successiva mi sveglio all’alba per prendere il treno: la stazione di Cracovia abbonda di punti d’assistenza per i rifugiati – pasti caldi, SIM polacche gratuite, punti informazione… Il treno farà un’ora di ritardo fino alla frontiera, con un’enorme paura di aver perso l’unica connessione che scompare appena scopro che il treno ucraino ci ha atteso: d’altronde tutti i passeggeri del primo treno dovevano dirigersi a Leopoli, quindi è logico si siano coordinati. Per cambiare treno dobbiamo passare ad un altro edificio della stazione (i binari hanno scartamento diverso fra Polonia e Ucraina) e accodarci in una lunga fila sotto il sole per i controlli di frontiera all’uscita dalla Polonia.
Anche qui, di nuovo ma in modo diverso, mi sento un cane: il “turista” infiltrato fra le decine di Ucraini che cercano di rientrare a casa. Provo una certa pena per loro, per le loro peripezie e per le scelte che devono affrontare e mi sento a disagio pensando che il mio è un viaggio “di piacere” fra i tanti che devono fare lo stesso percorso fra le sofferenze. Attorno a noi, svariati volontari venuti un pò da tutto il mondo (un ragazzo americano di 19 anni alla prima esperienza all’estero) ed una piccola struttura che offre pasti caldi gratuiti a chi ne abbia bisogno.
Benché lente, le operazioni di controllo si svolgono senza intoppi e dopo un paio d’ore ci imbarchiamo sul treno diretto a Leopoli. Le formalità di frontiera vengono svolte direttamente in treno e non devo affrontare particolari questioni sulle ragioni del mio viaggio. Lungo la ferrovia, pochi appostamenti militari e -con mia sorpresa- svariati uomini al lavoro: chissà perché, credevo di non vederne in giro, che fossero tutti al fronte.
Arrivo quindi a Leopoli. Una strana sensazione di ritorno quando metto i piedi su quelle banchine ferroviarie, un déjà vecu in quell’atmosfera post-sovietica, il senso noto di arrivo in un posto (perlopiù) ignoto… Davanti alla stazione, strutture di fortuna per assistere gli sfollati che arrivano da altre città dell’Ucraina o tutti quelli in partenza per l’estero; tutti con grosse valigie; parecchi militari che girano, alcuni paiono in licenza; grandi e commossi abbracci a chi parte e a chi arriva.
Prendo un taxi sino all’hotel in centro e dopo il lavoro incontro alcuni degli ex colleghi.

In città l’atmosfera della guerra praticamente non si sente: l’albergo espone indicazioni su come raggiungere i rifugi antiaerei, ma nelle cinque notti in cui vi sono stato non ne ho mai avuto bisogno; i militari girano per strada, ma questi non sono al fronte, sono in licenza o in addestramento, e non si vivono particolari restrizioni; vi sono pure tanti uomini potenzialmente in età di leva in giro, piuttosto rilassati – il che contribuisce a dare l’impressione che non vi sia una mobilitazione generale. A Leopoli vi sono pure svariati turisti, ucraini e non solo (qualche occasionale voce in inglese).
Certo, la propaganda non manca, compreso l’invito a contribuire per l’acquisto di droni turchi Bayraktar (i droni militari che, si dice, hanno ribaltato le sorti del conflitto fra Armenia e Azerbaijan), ma nel complesso da qui non è immediato rappresentarsi la realtà che affligge, invece, le città dell’est dove si combatte.
Le indicazioni della presenza del conflitto sono più subdole, nascoste: sono nelle code di soldati che si susseguono in chiesa il sabato mattina (per il funerale di un commilitone); sono nelle tombe fresche appena scavate nel grande cimitero di Lychakiv, adornate di fiori, bandiere ucraine e -alcune- di emblemi dei gruppi nazionalisti ucraini (tipo Pravyi Sektor), quelli che Putin vorrebbe “denazificare”; sono nei check-point per chi entra in città (che vedrò solo l’ultimo giorno, lasciando Leopoli in auto), coi cavalli di frisia a bloccare il traffico e una garitta di fortuna dietro la quale sono pronte scatole e scatole di bombe molotov.
Indicatori subdoli, ma non meno potenti: la vista delle tombe recenti, alcune che riportano date proprio dei giorni mentre ero in città, è un colpo allo stomaco che riporta alla realtà del resto del paese e fa pensare.

I giorni a Leopoli trascorrono tranquilli, quasi monotoni, fra dei giri “turistici” a zonzo per il centro storico della città -bello, ma in definitiva assai piccolo, sopratutto attorno alla Piazza del Mercato-, fra i mercatini e su qualche altro luogo d’interesse (il cimitero Lychakiv e il Palazzo Potocki – che avevo mancato durante la mia prima visita tre anni prima) e rimpatriate coi vecchi colleghi.
Loro, in effetti, lavorano, quindi il tempo che hanno per chiacchiere e bevute è limitato agli scampoli di sere ritagliati fra l’uscita dall’ufficio e il coprifuoco. Il che mi lascia parecchio tempo per vagare come un flâneur e osservare lentamente la città che mi gira intorno: osservare i monili, anche d’epoca sovietica (ma di quelli non oso neppure domandare), dei mercatini; rivedere la chiesa armena con i suoi austeri dipinti; risalire verso la collina del “castello” ed i quartieri circostanti, compreso il memoriale ai “100 eroi celesti” (morti durante le proteste di Maidan nel 2014) dal quale osservare il centro storico dall’alto e (ri)scoprire la targa a Hersch Lauterpacht.
La prima notte rischierò di mancare il coprifuoco, rientrando alle 22:55, sebbene nessuno pare prendere l’ordine troppo severamente (dalla finestra della mia stanza potrò notare sempre persone camminare davanti all’Opera ben dopo o ben prima la fine del coprifuoco), e solo l’ultima notte una sirena mi sveglia un paio di volte, l’allarme antiaereo che mi riporta alla realtà del conflitto. Ma non sento neppure passi che escono dalle stanze attorno alla mia: nessuno attorno a me pare affrettarsi per correre al rifugio, anzi, quindi mi faccio prendere anche io dalla rassegnata(?) flemma e torno a dormire, incolume.
La sera, le rimpatriate coi colleghi mi riportano indietro nel tempo, ma inevitabilmente questo tuffo nel passato è straniante: le realtà sono ormai enormemente mutate, e riportarle indietro è impossibile. Ciò nonostante, è un grande piacere vederli, vederli bene e trascorrere quei loro fuggenti momenti di distacco da tutto assieme a loro: aiuta a scoprire, a credere, che può esistere una “normalità” in tutto questo (“war / life balance” ha magnificamente scritto una di loro) e che, forse, tuttosommato, il loro futuro nei prossimi mesi non deve essere tragicamente segnato.

Arriva il momento di ripartire: stavolta torno a Cracovia in autobus – il treno partirebbe in pieno coprifuoco e non voglio sperimentare se sia possibile andare a prenderlo o meno. Alla stazione degli autobus una situazione simile, a direzione invertite, di quella vista in Polonia: ucraini che lasciano il paese, soprattutto donne e alcuni uomini anziani, esentati da ogni servizio militare, che cercano di raggiungere parenti e amici altrove in Europa. Lungo la strada noto i posti di blocco, il traffico fermamente controllato all’ingresso in città, ma tutto scorre senza intoppi, salvo la lunga attesa al confine con la Polonia.
Rientro a Cracovia, gironzolo ancora un paio d’ore per la città in attesa di prendere il mezzo che mi riporterà ad ovest – a casa, lontano da questa realtà – e ancora fatico a realizzare l’enorme stacco che esiste fra due mondi distanti un centinaio di kilometri appena.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

4 thoughts on “Tornare nei posti dove son stato – 2 (Leopoli)

  1. Vero. Ma dove si traccia? E’ fra Mariupol e Kherson? O fra Kherson e Kyiv? Fra Kyiv e Lviv? O nelle vite degli sfollati a Lviv, a Cracovia, magari fino nel “cuore” dell’Europa-UE?
    E’ una geografia individuale, le cui linee sono soggettive

  2. Pingback: Tornare nei posti in cui son stato – 3 (Abuja) | redpoz

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