Useless break from a useless morning (connecting the dots)

C’è una frase -secondo me bellissima- nel film con Sean Connery e Michelle Pfeiffer “The Russia House“, quando lui dice “All my failings were preparations for meeting you“.
Ovviamente, tutto questo è troppo facile, ma rende bene l’idea di unire i puntini: sbagliare un milione, un miliardo di volte, perché alla fine tutti quegli errori ci avranno condotto esattamente dove dovevamo essere.
Qualche tempo fa, in quella che tuttora considero la cosa migliore che abbia mai scritto, ho piazzato lì questa frase: “It’s about connecting the dots. It’s about interpretation. It’s about seeing or inventing a pattern, a connection. Like a game of Go“.
E’ curiosa questa mania del “collegare i puntini”, come se guardandoci alle spalle potessimo vedere esattamente dove ci stiamo dirigendo. Come se così facendo potessimo individuare un ordine nel caso. Peccato che, proprio nei “giochi” di collegare i puntini, spesso la traccia prende direzioni inattese, compie svolte radicali e il segno da tracciare procede nella direzione opposta a quella ci saremmo immaginati.

Collegare i puntini è un gioco, ma proprio come interpretare la storia, offre solo poche possibilità per indicarci la direzione.
Questa interpretazione è forse troppo negativa, piuttosto, il problema col collegare questi punti è che ci soffermiamo sempre solamente su quelli più prossimi a noi, pretendendo che vi debba essere una certa linearità, una regolarità, un pattern nelle cose.
Non è così.
In realtà, spesso basterebbe alzare lo sguardo, osservare il disegno che si sta delineando da una prospettiva diversa per avere un’immagine più accurata di cosa sta avvenendo sotto i nostri tratti di penna.

Ma qui, proprio come i puntini, andiamo in un’altra direzione- che non è quella che mi interessa.
Torniamo indietro e facciamo ordine.

Che “ordine” non sarà mai, è solo un altro caos. Visto da una prospettiva diversa.
Ad ogni modo, personalmente credo esistano due “tratti”, se possiamo così chiamarli, due “tendenze” che determinano gli sviluppi delle nostre vite: quel che cerchiamo e quel che ci accade, le coincidenze.
La distinzione è ovviamente ridicola e senza senso, perché le due cose si intrecciano, si sovrappongono e si confondono.
Ma aiuta a fare un pò d’ordine.
Così, per fermarci all’autore (che è l’unico del quale posso parlare con qualche, poche, certezze), per alcuni anni ho promesso a me stesso che la mia ragazza avrebbe dovuto avere i capelli rossi- senza nessun vero motivo, eccetto il libro di Maurice Walsh o Charlie Brown-. Poi ho incontrato Benjamin e Asja Lacis e certo non potevo nemmeno sperare che una qualsiasi ragazza di nome “Asja” esistesse, tanto mi pareva improbabile come nome.

Nel mezzo di tutto questo sono andato in Cambogia, poi in Tanzania, poi al SOAS. La Cambogia c’entra forse poco, se non fosse che senza quel primo “lampo” (per usare il concetto di Barabasi), non sarebbero seguiti gli altri. Senza aver sentito nominare Heder, non mi sarei mai interessato al SOAS, tanto per dire.

Così, dopo aver collegato tanti puntini, mi son ritrovato al SOAS. Qui ho incontrato una ragazzina dai capelli rossi, che mi ha fatto subito tornare in mente il buon Walsh e pensare che forse davvero quei puntini stavano prendendo una direzione chiara.
A quanto pare, non è così.

Non è mai come pensi, anche se pensi giusto” (cit).
Vorrei poter dire che, invece, un altro pattern si sta dispiegando dinnanzi a me, che quegli stessi puntini –like a game of Go– mi rivelano un’altra direzione da seguire. Vorrei, neppure dio sa quanto lo vorrei! Vorrei poter (finalmente) guardare indietro e dire che tutti i miei “fallimenti”, i miei errori, le strade sbagliate servivano solo a condurmi qui, in questo momento, in queste circostanze. Vorrei poter dire che in qualche modo doveva essere che non venissi al SOAS, chessò, cinque anni fa- perché cinque anni fa non avrei incontrato la ragazzina dai capelli rossi (giusto per dire, eh) o chiunque altro.
Ma sto ancora imparando che non è quasi mai così. E se anche fosse, è praticamente impossibile da pre-dire. Quindi taccio.

Quello che posso dire, tuttavia, è che i puntini non ci abbandonano mai. Anzi: si moltiplicano.
Così, Benjamin e Asja Lacis non mi lasciano- mi accompagnano e qualche volta dicono o aiutano ad intravedere qualcosa di più.
Così, guardando indietro anche la Tanzania mostra un significato diverso- suggerisce qualcosa di più.
Quel che cerchiamo ci accompagna, così come le coincidenze (non è forse un pò questo il senso degli “avvenimenti” évenement di Foucault?).
Sono tutti puntini che si accumulano nel goban.
E forse non voglioni dire nulla, o forse sì. In ogni caso, costruiscono una storia (o un dipinto, come direbbe Kawabata parlando proprio del Go).

Non ho la minima idea di come potrebbe finire questa partita (è sempre la stessa? è una nuova?). Non ne ho idea. Vedo solo puntini prendere posizione davanti a me, ordinarsi e suggerirmi un’interpretazione delle mosse passate. E magari di quelle future.
Insomma, quasi indicarmi un percorso.

Ma, come diceva il buon Machado “Caminante, no hay camino se hace camino al andar“.
E’ una partita a Go, in cui le pietre si accumulano, suggeriscono, invitano e mentono allo stesso tempo.
Ma ho ancora voglia di giocarla.

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Recensione 49 “Francofonia”

Sokurov, being Sokurov, playing like Sokurov.
Ovvero, Sokurov, essendo Sokurov, si comporta da Sokurov.

La peggiore e migliore recensione che si possa dare di “Francofonia”, se non altro perché è talmente breve da risparmiarvi un sacco di tempo.

In realtà, come le predenti ‘ultima opera del regista russo è meritevole. Potrei anche dire “bella”, ma con Sokurov la soggettività di questo giudizio raggiunge vette che confondono: l’ossigeno toglie lucidità. Occorre dunque veramente arrivare in vetta e poi scendere- immergersi nel suo stile, nel suo approccio, nella sua filosofia- per provare a riordinare i pezzi.
Sono un pessimo scalatore e, temo, un palombaro ancor peggiore, ma personalmente “Francofonia” mi è piaciuto (al contario, relativamente, di “Faust”, che mi aveva lasciato perplesso- ma questa è un’altra storia).

Per i conoscitori di Sokurov, potremmo dire che torna un pò al suo stile: le somiglianze con “Arca Russa” sono fortissime- la storia raccontata attraverso la lente (la luce) dei musei; il sovrapporsi di fatti storici e di tempi diversi nella narrazione.
Ma non mancano i collegamenti anche con  opere precedenti, collegate in qualche modo da un fil rouge di apparizioni “spettrali” (od oniriche che dir si voglia) di personaggi di altri tempi troppo fissi ad interpretare la loro parte in un flusso che pare continuamente interrompersi senza una vera continuità narrativa.

E forse è proprio questo il tratto al contempo più disturbante e più significativo di Sokurov, che stavolta va decisamente oltre aggiungendo ancora più livelli (incluso uno totalmente “contemporaneo” dove egli stesso parla via skype con una nave container intenta a trasportare opere d’arte). Livelli difficili da districare gli uni dagli altri.
E probabilmente questo è parte del messaggio: i musei conservano memoria, ma memoria di chi? di cosa? Tornare constatemente agli attori “storici” (siano essi il fantasma di Napoleone o i “documentari” su Jacques Jaujard o Franz von Wolff-Metternich) ci ricorda che in fondo, le opere dipendono sempre dagli attori.
Sia nel loro venire alla luce (prendiamo “L’incoronazione di Napoleone” e il fantasma che ripete in continuazione “c’est moi!“), sia nella loro permamenza (come ci dimostrano Jajuard e Metternich che sorprendentemente e da prospettive opposte collaborano per evitare che le opere del Louvre siano “deportate” in Germania ad uso e consumo dei gerarchi).
Brillante, a ripensarci, che durante una chat via skype col mare in tempesta ed il cargo in balia delle onde il regista inviti l’equipaggio a “sbarazzarvi del carico, o finirete a fondo anche voi“: pare, in qualche modo, porre l’alternativa fra storia e vita e, sebbene non sia chiaro cosa accadata al cargo, la mancata scelta fra le due alternative ci ricorda come le due siano, nei fatti, inseparabili.

Come si intrecciano i piani narrativi, così si intrecciano i rapporti fra uomini ed opere. E, giustamente, diventano quasi indistinguibili.
Così come “Arca Russa” non era un film sulla Russia e forse solo in piccola parte sull’Hermitage, “Francofonia” è decisamente di più di un film sul Louvre, sulla Guerra o sulla Francia.
Potremmo dire che, più che un film, è una lezione di filosofia della storia.

Un pò troppe recensioni (46 ed oltre)

Finito il rush degli essay, mi son goduto qualche giorno di riposo e, con l’occasione, ho avuto modo di guardare una quantità di film come non mi capitava veramente da tempo… e devo tuttora finire “Manchester by the sea“.
Ad ogni modo, ecco qualche commento.

Recensione 46 La la land
Tre parole: “una cagata pazzesca“.
Ok, io di cinema ci capisco poco e prendete questo per quel che vale: due cent (eurocent, ovviamente- così Theresa May si incazza).
Ciò detto, non riesco proprio a capire tutto l’entusiasmo attorno a questo film, né tantomeno perché avrebbe dovuto vincere tutti gli Oscar di cui era accreditato.
Ok, gli attori sono bravi. E lo sapevamo. Ok, sanno ballare. E l’abbiamo scoperto. Ok, ci hanno messo su un’allestimento carino. “Carino”, nulla di più. Magari anche vagamente innovativo, ma certo non rivoluzionario. In my humble opinion, ovviamente.
E al netto di tutto questo, la storia è davvero poca cosa. Giusto per non andare troppo oltre coi giudizi: si incontrano, ok; stanno assieme, ok; perseguono i loro sogni, ok; sembrano fallire, ok… si lasciano e hanno successo, ognuno a modo suo.
Ma cosa c’è dietro tutto questo? In sostanza, non ho sentito alcunché guardando il film. L’ho trovata una storia dannatamente ordinaria, condita solo di qualche balletto e due bravi attori, ma senza la capacità di mostarci (o lasciarci intuire) perché le storie ordinarie meritano considerazione.
A costo di ripetermi: de gustibus… e, a gusto mio, prima di considerarlo veramente un ble film (siamo lontanissimi dal “capolavoro”) a questo film mancava qualcosa, in svariati passaggi.

Recensione 47Anthropoid
Probabilmente il mio giudizio (positivo) su questo film è influenzato dal fatto che visitare anni fa la chiesa di Cirillo e Metodio e apprendere allora la storia su cui è basato ha lasciato un segno profondo in me. Magari discutibile, in quell’implicita celebrazione di un eroismo che vi sottende. Ma nondimeno…
In poche parole, il film ricostruisce l’Operazione Anthropoid che ha portato all’uccisione di quel figlio di puttana di Reinhard Heydrich a Praga (mi scuserà la madre di Heyndrich, che poveretta -lasciando da parte Freud- non avrà nessuna colpa, ma non trovo una definizione migliore per un soggetto simile). Insomma, preparativi della resistenza, attentato, fuga e uccisione dei partigiani -appunto nella chiesa di Cirillo e Metodio.
Al netto di tutto questo, azzardo anche a dire che poco conta se anche cinematograficamente parlando la presentazione non è eccezionale. Poco importa. Perché dietro v’è una storia, a mio avviso, veramente ricca. Una storia, se volete, da paragonare a quelle di “Scritto sotto la forca“: storie di sacrificio, di dedizione. Storie che vanno enormemente oltre l’individualità.
Imperdibile? Probabilmente no. Ma rispetto a “La la land“, “Anthropoid” ha alcuni pregi: 1) è storia (e, in quanto tale, potenzialmente educazione); 2) i caratteri hanno un certo spessore e le loro piccole tragedie (amore, paura, coraggio soprattutto) sono abbastanza ben presentate; 3) ha una dimensione collettiva.

Recensione 48Under sandet / Land of mine
Un passo oltre lo fa “Under sandet” (titolo originale), forse talmente oltre da spingersi un pò all’esagerazione del sentimentalismo.
Qui si tratta della storia di un gruppo di giovanissimi soldati tedeschi in Danimarca alla fine della Seconda Guerra Mondiale, costretti dal governo danese a lavorare per sminare la costa occidentale del paese, dove i nazisti hanno seppellito milioni di mine.
Se ricordiamo le foto di Lady D nei campi minati, potremmo già fermarci qui. Ma, giustamente, il film si sofferma abbastanza sui dettagli “pratici” delle operazioni di sminamento: la cautela richiesta nello svitare le spolette, nel separarle e -anche una volta disinnescate le mine- nello spostare le bombe. Cautela vitale, viste le implicazioni di una mossa sbagliata.
Infatti, inutile dirlo, non pochi dei ragazzi moriranno durante il film. Alcuni in modo assurdo, a causa di conati di vomito presso una mina o peggio….
Queste tragedie, assieme al complesso rapporto che si sviluppa fra i “soldati” tedeschi e i danesi (militari e civili) costruisce l’umanità del film, passando -forse in modo troppo romanzato- dall’ostilità e scetticismo al rispetto, cooperazione e -persino- una qualche forma di amicizia.
Edulcorato in alcuni passaggi? Senza dubbio. Ma, d’altronde, la drammaturgia è in qualche modo contemporaneamente caricatura e senza alcune semplificazioni non sarebbe possibile per gli spettatori cogliere l’estremo, l’umanità e -in fondo- l’assurdità della situazione.
Due parole: fortemente consigliato.

Tutti sanno tutto dell’inizio…

La “fine” è un concetto strano. Forse non è neppure “strano”, questa è solo una scusa. Semplicemente, è un concetto con il quale non riusciamo veramente a fare i conti. E’ un’idea che ci mette in difficoltà, ci costringe in un angolo e ci lascia poco spazio per mettere in ordine tutto quello che abbiamo lasciato in sospeso.
Peggio, la fine è soprattutto cambiamento. E’ lasciare quello cui ci siamo abituati e ricominciare da zero.
Raramente alle persone piace ricominciare.

Il mio è un ragionamento un pò stupido, come sempre d’altronde. Forse molto più di “un pò”.
Perché tutto quello che penso, che sento e che ora mi mette in difficoltà, tutto questo lo sapevo molto tempo fa.
Un pò, ora, penso di essere stato semplicemente stupido. Perché alla mia età, probabilmente non è più tempo per un certo tipo di vita, di approccio, di attaccamento. Probabilmente.
E, infatti, in questo cosmo di relazioni, già ne intravedo alcune alla cui rottura sopravviverò bene. O, perlomeno, meglio.
Quelle più “professionali”.
Per altre, la fine che si avvicina è come una spina piantanta sul piede, cui ci si può abituare, ma che ogni passo acuisce un pò di più il dolore.

E quel dolore ora comincia a diventare reale. Era già una prospettiva, da tanto tempo. Lo era sin dall’inizio. Ma ovviamente all’inizio lo si ignora. E’ troppo lontano per essere reale.
Poi, progressivamente, la prospettiva si è ristretta sempre più.
Domani K. parte. E sarà la prova più reale della fine.

La cosa è assurda, perché K. comunque tornerà fra qualche settimana.
Ma nel frattempo tutti saremmo corsi avanti, lanciati sempre più verso quella fine che ci attende e dei futuri diversi, lontani, frammentati.
Dei futuri da ri-cominciare, lasciando alle spalle una rete di persone che abbiamo costruito in questi mesi.
Provo una certa paura, perché sento di non aver preparato questo futuro come avrei dovuto. E sento che il tempo per farlo è sempre meno.
E provo un’altra paura, diversa, perché non so se questa rete reggerà alla distanza. Come sempre. D’altronde, le relazioni che sopravvivono alla prova della distanza sono pochissime, nell’arco di una vita.
E queste relazioni sono quello che mi ha dato sicurezza in questi mesi.

…ma nessuno può parlare della fine…

Get over it” credo sia l’unica risposta sensata. Ed è bene che cominci ad lavoraci.
La fregatura è che questi mesi sono stati, e sono tuttora, così intensi che si fa persino fatica a fermarsi un attimo e riorientare la direzione di marcia, cominciare ad alzare lo sguardo… Si ha sempre più la sensazione che non vi sia tempo.
Ma bisogna trovarlo.

Sconclusionaggini

Non mi scuso neppure più della (in)frequenza con cui aggiorno il blog. Tempo perso.
Se cercate aggiornamenti spazio/temporali, basti dire che siamo di nuovo in “quel periodo” dell’anno: quello delle scadenze per gli essay che arrivano inarrestabili.
In realtà non sono preso male, diciamo che 2/3 son fatti. Ma finché non saranno tutti a posto, fermarsi è difficile. Psicologicamente impossibile.
E questo mi porta dritto al primo semi-tema che vorrei affrontare…

E’ passato un pò di tempo ormai, quindi le impressioni sono state metabolizzate, processate, digerite e rielaborate.
Ma per un giorno, forse per un giorno solo, ho sperimento cosa vuol dire un nervous breakdown. Non credo, solo per ignoranza terminologica, che si possa parlare di “depressione”. Ma decisamente era un’oppressione. Immensa, infrangibile, pesante…
Sabato mattina, mi sveglio pensando a quanto devo leggere per scrivere gli essays. Progetto di andare in biblioteca per l’orario di apertura, 10:30, ma me la prendo (involontariamente?) con troppa calma ed esco di casa solo a quell’ora. E mi sento nervoso, infastidito da tutto, agitato. in una parola: stressato.
Solo che ancora a quel punto non l’avrei saputo dire con queste parole.
Per strada mi rendo conto che la tazza gocciola e sta bagnando lo zaino. Mi fermo, la tiro fuori e sono talmente “carico” che la prima (e unica) cosa che vorrei veramente fare è lanciarla via urlando. Sono come una macchina a vapore, senza sfogo, senza via d’uscita.
In qualche modo mi trattengo. Vado in biblioteca. E per le ore successive non riesco a sentire altro che un enorme peso, come una cupola di ghisa che circonda tutto quel che faccio e non mi lascia andare oltre: non mi lascia pensare ad altro, non mi lascia “staccare” e rilassarmi, non mi lascia neppure lavorare come dovrei.
Tutto quello cui riesco a pensare che devo leggere, tre, quattro, cinque libri. Sei, sette, forse otto articoli… E non c’è tempo per fare tutto…
Ero carico come una molla, letteralmente.
Sarebbe bastato che qualcuno mi rivolgesse la parola, e probabilmente gli avrei tirato un pugno. A chiunque.
Credo veramente sia stato un miracolo che non l’abbia fatto.
Non so esattamente come ne sono uscito: ad una certa ora ho deciso di andarmene. Ma non me ne sono andato a casa: prima sono andato sul Japanese garden del SOAS, sperando di riuscire a leggere lì. Poi mi son trasferito in un parco, sempre senza successo. Solo a quel punto ho deciso di rientrare.
Non so cosa mi abbia permesso di de-escalare tutta quella tensione, so solo che arrivato a casa mi son fatto un chai, mi son messo a letto e mi son detto “adesso continuo a leggere fino a che non finisco questo libro, solo questo ma qualunque ora sia”. E così ho fatto.
E così e finita. Allora, per lo meno, è finita.

Non so domani come sarà. Non ho idea di come potrei affrontare questa situazione se si ripresentasse.
Certo, ne sono uscito “vivo”.

Secondo semi-tema del giorno: perché certe cose, certe sensazioni, certi dubbi, certe domande, non vanno via? Mai.
Non è una novità, per me, che non si cambi. Nondimeno, l’immancabile “ritorno” dell’uguale in certe situazioni non finisce di stupirmi. Penso troppo, lo so. Ma, nonostante tutto, in certe circostanze non riesco proprio a farne a meno. Neanche con una corsa esageratamente forzata.
Insomma, il pensiero che mi ha crucciato negli ultimi giorni (per poi “inspiegabilmente”, ma fin troppo spiegabilmente, sparire) è il seguente, che poi son più di uno, ma sono sempre lo stesso:
– how do you make a friendship so meaningful that it lasts?
– why are we so meaningless for the people that are so meaningful to us?
(già, perché adesso anche le mie paranoie sono in inglese)
Non me lo so spiegare, davvero non me lo so spiegare -specie visto che l’esperienza (ormai abbastanza abbondante) mi dimostra che sono domande sbagliate, perché per ogni cosa (persona) che si (ci) lascia, ne emerge sempre una nuova. E non è mai -al netto- una “perdita”.
Ad ogni modo, non riesco a scrollarmi di dosso questa specie di “nostalgia” (sempre anticipata), questo pensiero di correre dietro a persone che ritengo importanti e che, come direbbe Kerouac, corrono sempre più veloce e più lontano di me.
E fa, in qualche modo, sempre “paura”.

No, non si vive così…

Apologia, con beneficio del dubbio

Il Corriere riporta che la Germania avrebbe deciso di non conferire alcuna onorificenza ai poliziotti che uccisero Amri, l’autore dell’attentato terroristico a Berlino dello scorso dicembre.

La notizia è stata originariamente pubblicata dalla Bild Zeitung -e finora ripresa solo dal Corriere e da Focus.de– e riporta come motivazione della decisione del governo federale alcune foto e commenti di Scatà e Movio pubblicati su Facebook, nei quali gli agenti appaiono in pose fasciste (saluto romano) o esprimono commenti di encomio verso Mussolini e contro i “traditori” “infami”.
Secondo Stephan Mayer, espero di affari interni della CSU «la decisione del governo federale di non dare un’onorificenza a questi due poliziotti è assolutamente corretta a causa della loro ovvia attitudine neofascista» (“wegen deren offenkundig neofaschistischen Einstellung absolut richtig”).
Non potrei essere più d’accordo.

Tutto questo, va detto, col beneficio del dubbio, perché se è pur vero che la Bild pubblica due foto dei nostri poliziotti ‘fortemente indizianti’ (per usare un pò di gergo), resta il fatto che nessuna altra fonte riporta la notizia. Soprattutto: nessuna altra fonte diretta (Corriere e Focus la riprendono dalla Bild, senza altre fonti).
La cosa pare almeno in parte corroborata da Nextquotidiano, che pubblica alcune foto incriminate dei profili.

Detto tutto questo, vorrei tornare un attimo sull’articolo del Corriere, che si conclude così:

Ma non è questo il problema: le loro opinioni politiche sono un fatto personale. La questione vera è che non le hanno tenute per se stessi ma le hanno rese pubbliche sui social network. Anche qui, in fondo, niente di straordinario se non fosse che Scatà e Movio sono membri delle forze dell’ordine. E che la pubblicazione di loro opinioni estreme possa dare l’idea che certi poliziotti non sono sereni quando affrontano alcune delle questioni di ordine pubblico più delicate del momento, per esempio quelle che riguardano gli immigrati. Più in generale, anche la reputazione della Polizia può subirne un danno. Per non prendere nessun rischio, i tedeschi hanno comprensibilmente rinunciato a rendere loro onore. Peccato ma inevitabile.
[grassetto nell’originale, sottolineature mie]

Ora, vorrei chiedere al sig. Taino, autore dell’articolo, se davvero crede che qualificare simpatie (abbastanza palesi, mi pare) neofasciste di appartenenti alle forze dell’ordine come “un fatto personale” sia corretto. E se davvero crede che l’origine del problema sia esclusivamente da rinvenire nel fatto che gli agenti hanno (tra le righe: incautamente) pubblicato su Facebook e Instagram le loro opinioni politiche….
A me pare, in tutta sincerità, che Taino ricada nel trito motivo degli “italiani brava gente” e non voglia neppure per un istante riconoscere che, sì: c’è un problema.

Come minimo il problema è che abbiamo tanti (troppi) agenti che hanno ancora di queste simpatie neofasciste.
Ma, ben più grave è il problema che questa situazione non viene mai affrontata a livello istituzionale: non c’è in Italia un sig. Mayer che dice chiaramente che la cosa è inaccettabile e che scelte simili hanno conseguenze. No, da noi c’è il sig. Taino che fa la ramanzina su cosa si pubblica on-line e commenta che questo, in fondo, è un “peccato“….
Come se la “colpa” alla fine fosse dei tedeschi!

qualcosa non quadra

Non so quale sia la storia dietro questo post (apparso su Facebook, l’instantanea schermo è di oggi- 03.02.2017) -in realtà non voglio neanche saperlo, ma qualcosa non mi quadra…

Sono l’unico a pensare che ci sia qualcosa di sbagliato in questa forma di comunicazione di una multinazionale?
No, non mi riferisco al fatto che le multinazionali non dovrebbero fare politica (mettiamocela via: la fanno. e tanta. quindi è meglio che la facciano contro questi signori).
Né al fatto che le multinazionali -inclusa Starbucks- alla fin fine sostengono esattamente l’attuale sistema di sfruttamento che poi causa migranti, rifugiati, etc. etc….

No. Il problema secondo me è molto più radicale. Più nascosto. E più violento.

No so voi, ma personalmente sento che c’è una violenza enorme, strutturale, intima (come quella del linguaggio) in questo post…. quel “qualcosa di nero“. Lo sento enormemente sbagliato.
Perché associa persone ad oggetti (un caffe, ca**o!).
Perché le associa nel modo peggiore, strumentalizzando un carattere fisico peraltro già abbondantemente stereotipato.
Perché, in definitiva, utilizza lo stesso linguaggio di Salvini, Trump, Le Pen e compagnia cantante.

Non ci siamo. Non ci siamo proprio.

senza-titolo

Più che memoria, pratica (aka: non so nuotare)

Vale lo stesso scrivere della Giornata della Memoria anche se è appena passata?
Confesso che la ricorrenza comincia a darmi un pò la noia. Terribile da dire, lo so. Sarà forse (excusatio non petita) che ormai di genocidi ne ho studiati tanti, insomma: la materia ha perso la novità.
Sarà che, a suo tempo, quando ero a scuola, dell’Olocausto mi son fatto una discreta conoscenza e non credo che ripetere ancora ed ancora tutto questo cambi molto la mia posizione sulla questione.

Volendo essere un pò più precisi, sulla Shoah possono esistere due posizioni di fondo: quelli che lo considerano un evento eccezionale, praticamente irripetibile, almeno nelle sua modalità; e quelli che lo considerano un evento simili a tanti altri, un genocidio terribile, ma non unico.
Certo, esistono alcuni elementi unici all’Olocausto – ma personalmente non mi sento di considerarlo così unico.
Il guaio è che appena si solleva questa interpretazione, subito si arriva all’accusa di “antisemitismo”- qualunque cosa voglia dire.

Parlo, in discreta misura, da studioso e conoscitore della materia, ma non ho intenzione di fare lezione di storia / sociologia / politica del genocidio in un post.
Di sicuro, non per quelli passati.

D’altronde, anche per gli anni più recenti o per il presente, la retorica del “genocidio” dà abbastanza la nausea: ormai si grida al “genocidio” per qualsiasi cosa. Qualsiasi massacro può ricevere questa etichetta.
Sia chiaro, i massacri, in qualunque modo siano commessi, sono terribili, atroci e ripugnanti. Ma un genocidio è un’altra cosa. E partecipare al giochino delle etichette, andare a cercare una scala delle atrocità, è solo un modo per distogliere lo sguardo da molte di esse.
Così, meno di dieci anni fa, tutti a parlare di “genocidio” in Darfur– solo perché un giornale americano ed una combriccola di attori avevano deciso che quello era il caso, senza minimamente approfondire la questione.
Poi è arrivato (ancora meglio!) il “genocidio” dei cristiani in Siria / Iraq. Pietà.

Ecco, oggi la Siria è sulla bocca di tutti. Così come lo era il Darfur pochi anni fa. “Aleppo, Aleppo, Aleppo….
E nessuno guarda altrove.
Qualcuno, grazie Trump!, ricorda le migliaia di persone che muoiono fra Messico ed USA. Grazie Trump! Così abbiamo di che alternare le notizie.
Nessuno, invece, si preoccupa di andare poco più a sud del Mediterraneo, dove da circa 4 anni ormai va avanti l’ennesimo conflitto interno all’Africa, quello del Sud Sudan.
2.500 persone ogni giorno scappano in Uganda, Etiopia, Kenya. Più di quelle che lasciano la Siria in un mese…. ma tanto, quelli son negri.
Nessuno va ancora più a sud (ok, ad onor del vero, parecchi mesi fa qualcuno lo faceva), a guardare cosa succede in Burundi – altro paese sull’orlo del tracollo.

Ma cosa volete che sia… mica sono “genocidi” quelli!
Sbaglio o questa era esattamente la retorica del Ruanda?
Odio questo continuo rimando al Ruanda, però evidentemente alcune cose non cambiano mai…

Possiamo fare tutta la memoria che vogliamo: della Shoah, del Rwanda, di Srebrenica. Anche della Cambogia, se volete (ma già qui non si vuole poi così tanto).
E tutto si ferma lì: un film ogni tanto, magari una marcia, qualche candela. Tutto molto bello. E inutile.

L’altro giorno un migrante è morto nel Canal Grande a Venezia. Nessuno che ha pensato di tuffarsi per cercare di salvarlo.
Allora a che serve una Giornata della Memoria? C***o, mi fa venire la rabbia.
Una memoria senza pratica cos’è? E’ solo un passato, ormai sepolto e tirato fuori quando non fa più male. Un anestetico per distrarci dal presente. E’ la scusa per sentirsi buoni senza doverlo essere davvero nella vita di tutti i giorni.
E’ solo il giochetto sporco degli amici di Netanyahu, di Kagame e di qualche altro piccolo esseruncolo che strumentalizza il passato per il suo porco presente. E’ una scusa. E’ complicità.

Non so nuotare. E scommetto che la Laguna è gelata in questo periodo dell’anno. Lo era, qualche settimana fa.
Potevo esserci io, a passare sul Ponte di Rialto e vedere quel negro affogare. C***o, non so nuotare – ma almeno so gridare. E non posso fare a meno di domandarmi se, almeno, almeno!, non avrei gridato che era una porcheria lasciar morire così un uomo… almeno…

La memoria fa schifo. Di sicuro questa memoria fa schifo.

L’unica cosa che vorrei, per la giornata della memoria, è che tutti pensassimo per un attimo -seriamente- se sappiamo nuotare…

recensione 45: “The world before her”

Forse mai come questa volta, parlare di “recensione” per questo documentario è estremamente riduttivo.
Perché c’è talmente tanto in “The world before her“, documentario prodotto in Canada dalla regista indiana Nisha Pahuja, che limitarsi al riposare i dati di base non gli renderebbe giustizia.

iuCominciamo comunque da questi: “The world before her” è -a prima vista- un documentario sulla condizione delle donne in India. Un reportage che potremmo quasi definire “femminista” nel suo approccio critico.
Costruito su una constante contrapposizione fra i campi per ragazze dei nazionalisti Hindu “Durga Vahini” ed il concorso di bellezza per Miss India (ed in particolare tramite le storie di due ragazze: una “animatrice” di Durga Vahini ed una contendente al titolo), il documentario offre uno spaccato di due estremi dell’India contemporanea – due estremi in radicale conflitto (non di rado anche violento, come gli attacchi degli estremisti Hindu alle donne dimostrano), ma al contempo sorprendentemente vicini.

Torneremo fra un attimo alle vicinanze (per non dire vere e proprie sovrapposizioni) fra i due estremi, ma prima guardiamo all’abisso che li separa.
Fermo restando che questi commenti non rendono giustizia alle storie individuali, che meriterebbero un’analisi molto più dettagliata.
Durga Vahini organizza questi campi di educazione ed allenamento per ragazze, basati su stretti principi di nazionalismo Hindu, nei quali alle stesse (spesso giovanissime, alcune di 4-5 anni) vengono inculcate idee sulle minacce occidentali e mussulmane all’Hinduismo e sulla necessità di proteggerlo- fosse necessario, anche con la violenza.
A dir poco sconvolgente vedere le ragazzine imbracciare un fucile e sentir dire che “non è un campo terroristico… per avere un campo terroristico dovremmo avere AK-47…“! Par poi di rivedere Milgram quando una ragazzina titubante nel premere il grilletto (del fucile scarico) commenta dopo averlo fatto: “mi sento pronta per andare al fronte a combattere“. Segue, ovviamente, la strumentalizzazione della situazione geopolitica (Kashmir) e la re-intrepretazione dei miti Hindu per simbolizzare le minacce.

Al lato opposto dello spettro, troviamo il concorso di bellezza, con la sua retorica (ma è solo retorica) spinta all’estremo sull’estetica e apparenza: ginnastica, iniezioni di botox, creme sbiancanti… Un mondo che pare aver perso tutti i “valori” – come anche da noi qualcuno sostiene.
Emblematica la scena della spiaggia, dove per soddisfare la passione (il feticcio, direi) di un fotografo per le gambe, le ragazze vengono fatte sfilare sotto un lenzuolo bianco che lascia scoperte solo le gambe. Una di essere dirà scherzando, ma in modo estremamente rivelatorio: “siamo scappate dai talebani“.
Il colmo è pensare che gli estremisti Hindu sono chiamati, appunto “talebani indiani”…

Tuttavia, non dovrebbe sorprendere che questi mondi apparentemente così lontani finiscano per toccarsi.
Entrambi, infatti, impiegano una retorica di “empowerment” (dare potere) alle donne, sebbene con percorsi radicalmente opposti: con l’attenzione dei riflettori uno, con l’autodifesa e la realizzazione di un ruolo sociale -quello di madre- l’altro (curiosamente una delle contendenti al concorso di bellezza alla fine ammetterà chiaramente che entro pochi anni le sue priorità potrebbero cambiare e potrebbe focalizzarsi sul costruire una famiglia). Entrambi a tal fine, procedono ad una manipolazione forzata del corpo (botox vs corsa sotto il sole ed arti marziali). Entrambi fanno ricorso ai “valori tradizionali”, sebbene in ottiche diametralmente opposte, per giustificare i propri intenti.
E in entrambi i casi, le storie delle ragazze sono fortemente marcate dalla tragica abitudine di abortire se la nascitura è di sesso femminile (o addirittura uccidere i neonati). Abitudine cui le eccezioni delle protagoniste (ovvero: dei loro genitori), spingono le stesse ad un senso di gratitudine estremo verso i propri genitori e ad una sorta di devozione nei loro confronti.
La similitudine diventa addirittura scioccante, quando si sente parlare da entrambi i lati dello spettro di figlie come “prodotti” e della loro necessità di dimostrare ai genitori che i “prodotti” sono buoni!

Insomma, in “The world before her” ci sono storie di donne, storie personali; c’è critica sociale; c’è politica e geopolitica; c’è analisi estetica e del linguaggio…. Ci sono parecchi livelli da scoprire e sicuramente ne ho dimenticati molti.

Questo gioco di richiami fra un estremo e l’altro crea un equilibrio nel quale tout se tient, sebbene in modo instabile e terribilmente conflittuale.
Un equilibrio che getta molte ombre sul futuro dell’India, ma in fondo sulle medesime contraddizioni irrisolte anche in Occidente.

duties

Immagino che se uno sceglie di tenere un blog abbia conseguentemente anche l’obbligo di tenerlo in modo adeguato, ovvero aggiornato. Come giustamente mi si ricorda….

Potrei trincerarmi dietro la -fondata- giustificazione dei troppi impegni, ma è una scusa della quale ho già abusato fin troppo negli ultimi mesi.
Forse, anzi, dovrei cominciare a pensare che è tempo di abbandonare anche questo “sfogatoio” telematico e focalizzarmi semplicemente su altro.
Forse, ma non ancora.
Allora, tanto per tenervi aggiornati e per tenere traccia (per me) di quel che accade, spendiamo due parole sul mondo intorno.

Ovviamente sono tornato a Londra, da più di una settimana ormai.
Ci sarebbero diverse sfumature di notizie sulle quali potrei riflettere, ma inevitabilmente devo fare una selezione. Oppure no: le butto alla rinfusa.
Di Asja non ho più avuto notizie. Nulla di strano, in fondo. Avrei potuto scriverle, per Natale o per Capodanno. Ma ho scelto deliberatamente di non farlo: in tre mesi non ci siamo mai scritti e non vedo perché debba continuare a rincorrere… avesse speso una parola di sua iniziativa, non mi farei problemi. Ma non è così.
Un pò mi fa male, questo silenzio. Nonostante tutto vorrei ancora sentirla. Senza implicazioni. Ma, forse, come una cicatrice, fa meno male se la si lascia stare.

Per capodanno G. e la sua ragazza sono venuti in Italia: ero bloccato dal dog-sitting e mi ha fatto piacere averli lì. Oltre a mostrargli in giro, è stata anche l’occasione per aprire qualche buona bottiglia… Soprattutto, un Riesling tedesco del 2008 che tenevo da parte da 9 anni per l’occasione giusta.
Non so cosa intendessi per “l’occasione giusta”: il piano originario era semplicemente aspettare i 10 consigliati dal maestro sommelier che per primo me ne ha parlato per gustare un vino eccezionale. Sono arrivato a 9.
E al momento di aprirlo ero eccitato, terrorizzato ed emozionato da morire… indescrivibile. E buonissimo.
Ma il punto più interessante è forse proprio quell’ “occasione giusta“… che vuol dire? Per parecchio tempo ho pensato che -oltre ai 10 anni- dovesse essere un momento eccezionale, unico, chessò: una cena di fidanzamento!
Forse di occasioni così ce ne sono state in questi 9 anni (non proprio quella, eh!); ma non m’era mai parso il momento. Invece, il 31.12.2016 ho deciso che lo era… così, senza motivazione apparente. A parte quella di avere cari amici per ospiti, ovviamente. Anche perché non ho mai considerato il capodanno un momento particolarmente significativo.
Dovrò ripensare a questo concetto del “momento giusto” per tante cose. Forse non è dato da un contesto eccezionale, ma dall’agire stesso (che rende il tutto eccezionale). In sostanza, qualsiasi momento avessi scelto per aprire quella bottiglia, sarebbe stato il “momento giusto”. L’eccezionalità non viene dal contesto, ma dall’azione?
Una cosa del genere, ma ci ritorneremo. Spero.

Bagni.
Torno ora da un fine settimana nella campagna inglese, la prima volta da quando ho cominciato il master che vado fuori Londra. A Bath, nel sud-ovest, per l’esattezza. Anzi, la prima volta in assoluto che vado fuori Londra!
La campagna inglese è davvero bella, proprio come la si immagina dai film: distese di collinette verdi, con le siepi a delimitare i campi, pecore e cavalli, terreno ghiacciato d’inverno e verde erba d’estate. E case di pietra chiara, costanti.
Un pò stereotipato, magari. O semplicemente molto ben conservato nella zona (Bath è patrimonio UNESCO), ma vale decisamente una visita. Anche qualche giorno in più. Spero di tornare, magari a Salisbury a vedere la Magna Charta o Stonehenge.

Ross*
Sì, la ragazzina da capelli rossi è sempre qui. Il che causa momenti piuttosto strani: situazione inedita per me quella di trovarmi contemporaneamente attratto da due persone allo stesso momento. Poi ci si mette pure K. (che della ragazzina dai capelli rossi non sa nulla, ma di Asia sì… e quando si esce tutti assieme con la prima tira sempre fuori l’argomento!). Vabbè…
Appena tornato, m’era parso di trovarla decisamente distante. Poi, forse, fra il suo compleanno e gli ultimi giorni, forse, siamo tornati ai livelli di …vicinanza? cui ci eravamo lasciati in dicembre. Che son comunque zero. O forse altro, non lo so. Non lo capisco…
Ovviamente so che esagero sempre le mie impressioni. Lo so. Però… Forse altro.
Ad ogni modo, credo nei prossimi giorni proverò a vederci più chiaro.

Finger
Ma prima di scottarmi malamente, voglio togliermi un’altra soddisfazione (e non parlo dei voti degli essays, in parte già usciti- in parte ancora attesi… è una sofferenza!). No.
Finalmente, dopo una lunga estate passata a curare con immenso amore la pianta, a scacciare insetti e parassiti, ad innaffiare e controllare che non vi fosse mai troppa / troppa poca acqua, luce, sole, vento, calore…. ecco, dopo questi mesi di passione, finalmente ho qui con me i primi finger limes (citrus australasica) raccolti. Emozione.
Anche perché sono un pò il frutto del lavoro.
Adesso devo decidere come utilizzarli, come sfruttarli al meglio… come renderli “il momento giusto” potremmo dire. Scelta maledettamente difficile, perché sono solo tre: le opzioni sarebbero innumerevoli (cocktails, creme, gamberi, avocado…), ma le possibilità limitatissime. Come gustarli al massimo?
Credo li proverò domani sera, ho un’amica ospite per cena e mi pare un’ottima occasione- che debba invitare anche la ragazzina dai capelli rossi?
Se qualcuno ha suggerimenti (sulle ricette, eh!), sono i benvenuti!