Beati i giornalisti di spirito

Mi mancava veramente tornare in Italia per parlare di politica? Veramente? No. Ma pare che non vi sia altro tema interessante, qui.
Quindi mettetevela via. O anche no.

Qualche settimana fa, su Repubblica Eugenio Scalfari ha scritto un editoriale (che non ho letto) nel quale si svolgevano -a dir poco- dubbie ricostruzioni della storia politica italiana durante il “ventennio” berlusconiano.
Gli fa seguito Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano.

Come molti, anche io in passato ho ammirato Travaglio per le sue inchieste, la sua “sete di verità” e la sua capacità di esporre i malaffari italiani. Per la stessa ragione, per qualche tempo ho anche letto quotidianamente Il Fatto. Da qualche tempo, purtroppo, ho invece la seria impressione che anche lui sia accecato da un “sacro fuoco”, in questo caso diretto contro il Partito Democratico.
Intendiamoci, non penso affatto che il PD sia esente da critiche. Sarebbe stupido anche solo pensarlo. Ma vi sono critiche fondate e non.

Le ultime di Travaglio, non solo sono critiche infondate, ma sono anche una palese (oserei dire: in malafede) ricostruzione falsata degli eventi di 5 anni fa, ovvero dei colloqui guidati da Bersani fra PD e M5S.
Travaglio evidentemente ha ben chiaro che abbiamo la memoria corta, quindi può raccontare quel che gli pare. Cito

Se Di Maio vuole i voti del Pd derenzizzato e di LeU, glieli chieda. Poi vada a parlare con Martina e Grasso su un’offerta chiara, realistica, generosa e rispettosa della democrazia parlamentare (che non si regge su maggioranze relative, ma assolute). Proprio quello che non fece il Pd nel 2013, quando pareggiò col M5S: si pappò le presidenze delle due Camere, designò Bersani come premier, stese un programma e una lista di ministri, poi pretese che i 5Stelle sostenessero al Senato il suo governo di minoranza. Risultato: il famoso e disastroso incontro in streaming. Quella di Bersani e Letta era una proposta che Crimi e Lombardi non solo potevano, ma dovevano rifiutare. Quando poi Grillo, venti giorni dopo, ne avanzò una non solo accettabile, ma auspicabile per il M5S, per il Pd e soprattutto per l’Italia – “eleggiamo Rodotà al Quirinale e poi governiamo insieme” – fu il Pd napolitanizzato e lettizzato, cioè berlusconizzato a rifiutarla.

A memoria mia (e accetto confronto, ovviamente), questa ricostruzione è falsa e tendenziosa sotto parecchi aspetti, provo a esporli (senza pretesa di completezza, in vero):
1) Bersani “si pappò” le presidenze delle due Camere: errore di fondo, perché il PD seguì correttamente la normativa, eleggendo un presidente (Camera- Boldrini) con la maggioranza che in quella camera aveva, senza ricatti o pressioni. Addirittura, Travaglio omette che a) la presidente eletta non apparteneva al PD (tant’è che nel 2018 si è candidata contro il PD…), b) per i primi 3 scrutini la coalizione votò scheda bianca. Al Senato le cose andarono in modo differente, ma anche qui la norma fu pienamente rispettata- e non si dimentichi che gli stessi M5S votarono Grasso allo scrutinio decisivo.
2) il PD designò Bersani come premier – omette: come imposto dalla legge elettorale. Spero che Travaglio scherzi: in quale democrazia il partito di maggioranza relativa non propone  il proprio candidato primo ministro? E, ancora, Travaglio omette: come sta facendo attualmente Di Maio (o qualcuno l’ha forse sentito dire: “scegliete voi il presidente del consiglio che preferite?”). Siamo al ridicolo.
3) stese un programma e una lista di ministri: di nuovo, come fatto da M5S oggi! Addirittura prima delle elezioni… Ma, francamente, vorrei che qualcuno portasse fuori quella “lista di ministri” di Bersani nel 2013- perché francamente io non la ricordo propio.
4) una proposta che Crimi e Lombardi… dovevano rifiutare: a quale proposta si riferisce Travaglio? Io l’unica che ricordo sono i tristemente celebri “8 punti”, degni di una maggioranza riformista-progressista. Che M5S rifiutarono sdegnosamente. Parlare poi di “imposizione” è assurdo: come ogni proposta, era oggetto di negoziazione. Che finì malamente per l’intransigenza del Movimento. Cito da un giornale di quei giorni: “l’assemblea[M5S] vota il no a Bersani“- prima dei negoziati!
Se ben ricordo, addirittura M5S chiese al PD di votare un proprio candidato primo mistro… senza peraltro fare alcun nome!
5) Grillo avanzò una proposta accettabile, ovvero eleggere Rodotà al Quirinale. Sulle qualità di Rodotà non si discute (peccato Travaglio taccia del trattamento a questi poi riservato dallo stesso Grillo) e in questo senso la proposta sarebbe stata accettabile. Ma questa era ben lungi dall’essere una proposta (o anche solo un’apertura) per un ipotetico governo comune! Era poco meno di un’imposizione (stesso ragionamento fatto poco prima conBersani voti la Gabanelli“).
Certo, probabilmente da parte del PD fu un errore rifiutare- ma, come scrissi allora, quando l’alternativa era Prodi era difficile (se non impossibile) non sostenerlo.

Prosegue Travaglio:

Ma se [il PD] chiedesse alcuni punti programmatici condivisibili, perché no? La cosa sarebbe meno difficile se Di Maio aprisse la sua squadra di esterni ad altri indipendenti di centrosinistra, per un governo senza ministri parlamentari. E bilanciasse la sua premiership lasciando la presidenza di una Camera alla Lega.

Problema: chiedere alcuni punti programatici condivisibili è quanto fatto dal PD nel 2013. Le ipotesi sono due: o secondo Travaglio M5S può accettare di “trattare” col PD solo da posizione di forza (quando ha il famigerato coltello “dalla parte del manico”) e comandare; o secondo Travaglio il PD deve sempre fare il ruolo del “fesso” che si assume la “responsabilità” di far governare altri.
Secondo problema: bilanciasse [Di Maio] la premiership lasciando la presidenza di una Camera alla Lega. La cosa è politicamente assurda, perché le presidenze delle camere hanno importantissimi poteri nella gestione dei lavori parlamentari (si pensi solo alla calendarizzazione), motivo per cui non si “lasciano” alla minoranza come gesto di carità (attendo smetite con esempi contrari).
Stessa ragione per la quale credo che l’affermazione “discutere delle presidenze non ha nulla a che vedere col discutere del governo” (tra Lega e M5S) sia semplicemente fuffa.

Buonanotte ai suonatori.

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Semiseria analisi elettoral-letteraria

La cosa migliore che si possa dire su queste elezioni l’ha in realtà disegnata Makkox 6 anni fa: poteva andare peggio… poteva piovere merda incendiaria.

Ecco: poteva piovedere merda incendiaria. E forse sarebbe stato meglio.

La situazione attuale
Checché se ne dica, il “riformismo ragionevole” (definizione mia, già dal 2013) in questo paese conta meno del due di bastoni: meno di una persona su 5 condivide questa visione. E ora come ora, rischia di divenire addirittura il terzo partito- dopo M5S e Lega.Quando ragionavo sui dati dei primi exit poll notturni, mi tornava in mente un’altra vignetta per la sinistra -credo di Ellekappa all’indomani dell’elezione di Obama- Stati Uniti si vince, recitava.
Ovviamente non si sarebbe vinto neanche sommando il 19% del PD col 4-5% di Liberi e Uguali. Forse la ferita avrebbe fatto meno impressione, ecco. Ma con i numeri attuali neppure questa ricostruzione è più credibile.
Adesso sarà solo interessante vedere i flussi elettorali e capire da quale dei due partiti di sinistra è stata maggiore l’emoraggia verso Lega e Movimento 5 Stelle.

Il dato meriterebbe comunque una maggiore attenzione, perché da un rapido scorporo a livello regionale emerge come al nord il PD si mantenga almeno a “linea di galleggiamento” (21% circa in regioni ostiche come Veneto e Lombardia), per sprofondare al 16% circa al sud. Mentre, rispettivamente, al nord il centrodestra sfiora il 50% e M5S si ferma ad un 25% con i risultati che -grossomodo- si invertono al sud (grossomodo, perché vi sono differenze regionali rilevanti e il divario fra prima e seconda forza politica in genere si assottigliano).

Interessante notare che per la seconda volta (terza, se si conta il 2013) gli italiani hanno pensato in larghissima maggioranza di affidare il governo ad una forza politica praticamente neonata. Nel 1994 a Forza Italia di Berlusconi, oggi a M5S di Di Maio.
Vero che il Movimento ha già alcuni anni alle spalle, ma resta una forza relativamente giovanissima.

Riflessioni sul futuro
Riguardo il futuro del Partito Democratico: suonano già campane a morto. Difficile a dirsi, ma non ne sarei così sicuro. Il motivo principale di questa mio parere è che manca del tutto un’alternativa “a sinistra” che possa prenderne il posto- questa certo non può essere Liberi e Uguali (i risultati di Grasso, D’Alema e Bersani dovrebbero essere una chiara indicazione in tal senso).
Normalmente difenderei anche il diritto/dovere del rieletto segretario a proseguire col suo incarico. Non sono certo ciò sia opportuno: scendere sotto il 20% è una batosta troppo grande per non richiedere un cambio radicale e certo Renzi non può sperare né pretendere di presentarsi una terza volta al congresso per una nuova incoronazione (a che?). Per come la vedo, le alternativa sono due: a) gestione Renzi con radicale ripensamento dell’idea partito (collegialità) e più o meno costante linea politica; b) dimissioni di Renzi, gestione Martina-Orlando e tendenziale ricostruzione di un DS azzoppato, con Renzi che prova a fare l’En Marche italiano -ma quello spazio politico in Italia non esiste.
Per il riformismo italiano, credo la prima opzione sarebbe la meno peggio: guadagnare quel minimo di tempo per riorganizzarsi. Un nuovo congresso a meno di sei mesi dal precedente sarebbe un suicidio -non solo per il partito in sé, ma per la sinistra intera.

Non so voi, ma mi aspetto un governo “gialloverde” di M5S e Lega. In fondo le reciproche compatibilità sono meno oscure di quel che si creda (vedasi questione immigrati, Europa e vaccini) e la voglia di entrambi di governare potrebbe smussare a sufficienza le rimanenti divergenze.
E questa riflessione mi porta direttamente alla letteratura.

Letterariamente
Attualmente sto leggendo un saggio di Benedict Anderson (divenuto celebre per il suo “Communità immaginate“) sul movimento anti-coloniale nelle Filippine. In questo saggio, Anderson analizza la vita, l’opera letteraria e politica di José Rizal “padre della patria” filippino.
Senza dilungarmi nell’analisi, quel che qui interessa è il secondo romanzo di Rizal “Il filibusterismo“, nel quale il romanziere descrive il piano di un’indipendentista deluso e convertitosi al nichilismo politico di accellerare la distruzione di una società corrotta (economicamente e nei costumi), tramite attentati e corruzione. Ora, siccome la cosa suona terribilmente simile a certo neofascismo nostrano degli anni ’70, preciso che la mia riflessione non vuole sostenere nulla del genere (violenza o terrorismo) e limitarsi esclusivamente al piano democratico. Giusto per evitare fraintendimenti.

Ad ogni modo, vorrei trasporre questa idea letteraria in ambito politico italiano.
Fino ad ora, infatti, credo noi italiani abbiamo votato il meno peggio o – comunque- quel che credevano avrebbe fatto il meglio per il nostro paese. E abbiamo visto com’è andata, fino ad ora.
Dubito -chissà perché poi- le cose siano destinate a cambiare.
Ma, allora, la mia teoria è la seguente: dovremmo anche noi accellerare la distruzione e la decomposizione. Dovremmo convintamente votare il peggio (ok, magari non il peggio assoluto come FN, Casapau e simili).
In fondo, sorry, dal fascismo ne siamo usciti con una classe dirigente che aveva senso dello Stato -per un periodo troppo breve, ma probabilmente unico nella storia dell’Italia contemporanea. Quindi perché ostinarci?

Concludo con un’altra citazione, un classico familiare (che traduco dal dialetto per comodità): agli italiani è più facile metterlo in c**o che in testa.

Giovani giovani, giovani vecchi e altre creature leggendarie

Non chiedetemi come ci sono arrivato, ma mi son ritrovato a leggere questo vecchio post su calcio e politica, che ovviamente mi ha riportato indietro -parecchio indietro- a riflessioni che facevo anni fa. E credo siano tuttora attuali sulla “vecchiaia” dei nostri modelli politici di riferimeno (Berlinguer, Belinguer…), ma forse non coglievano interamente il problema.

Ora, a me il concetto di “giovani” impiegato come categoria antropologico-politica non piace molto, ma mi rendo anche bene conto che utilizzare la classica dicotomia fra “conservatori” e “progressisti” per il ragionamento che vorrei affrontare non funzionerebbe molto bene.
Perché i confini fra “conservatori” e “progressisti” da alcuni decenni a questa parte, col crollo del “comunismo reale”, con lo scoppio della questione ecologica, la rivoluzione digitale e la globalizzazione, sono assai più incerti di quanto non fossero in passato. Fluidi, in un certo senso: settoriali.
(n.b. la settorializzazione, in effetti, è di per sé stessa il prodotto del crollo di modelli “monolitici” di pensiero- ideologie se vogliamo: un tempo essere comunisti non poteva esser ridotto al mero ambito politico, ma si estendeva a tutti i settori della vita. Tant’è che essere stalinisti piuttosto che maoisti o trotzkisti significava appartenene a mondi pressoché inconciliabili).
Ecco allora che (come detto di un “grande partito di massa” dei tempi nostri) si può essere “liberisti e libertari” al contempo, progressisti in materia di diritti civili e conservatori in altri ambiti.

Seguendo il pensiero (anche) di Recalcati, scrivendo quel post concludevo che, in estrema e affettata sintesi, per i giovani di oggi occorre trovare nuovi modelli politici, diversi da quelli che ci hanno preceduto. E fin qui il discorso è fin troppo abusato. Ma, logicamente, coi nuovi modelli occorre trovare anche nuovi interpreti. Renzi, tanto per fare un nome che sia immediatamente comprensibile (e senza che questo sia in alcun modo un endorsement).

Poi mi son ricordato di una cosa che leggevo nel preparare la mia tesi al SOAS sul Mozambico contemporaneo: tanti giovani usano t-shirt con Samora Machel (primo presidente del Mozambico indipendente) per manifestare la loro protesta contro il malcostume e la corruzione dell’attuale classe dirigente. Qualcosa di simile la leggevo recentemente riguardo Nito Alves e l’Angola. Insomma, in entrambi i casi, dei teenagers si rifacevano a modelli degli anni ’70 per esprimere il proprio pensiero.
Un pò come fanno alcuni dei giovani nostrani con Berlinguer.

Ecco perché il mio titolo.
Esistono giovani (in senso biologico/anagrafico) politicamente “giovani” e giovani politicamente “vecchi”. Così come esistono (anche se son assai rari) persone anagraficamente anziane ma politicamente giovani (o imprenditorialmente… potremmo dire: persone aperte alle novità).
Ovviamente, così come per conservatori e progressisti, la categoria non è categorica e andrebbe valutata settorialmente. Ma, per semplicità d’analisi, passatemi la categorizzazione. Sarà interessante, se qualcuno vorrà, affrontarla nei dettagli altrove.

Da questa constatazione, seguono alcune domande (dubito di aver la risposta ad alcuna di esse), tipo:
– che comunicabilità c’è fra queste (ipotetiche e idealtipiche) categorie (gg/gv, gv/vv, gg/vg, vg/vv)? Altrimenti detto, è più semplice che un ragazzo ventenne con la t-shirt di Machel si intenda (anagraficamente) con uno del Piraten Partei o con un vecchio comunista “berlingueriano”?
– per soffermarci solo agli anagraficamente giovani: quale approccio risponde meglio alle sfide del 2020 (che gli anni ’10 sono ormai finiti)? E’ più facile che qualcuno che vede in Machel (o Berlinguer) un modello risolva le sfide che ci attendano (ad esempio i cambiamenti climatici) o che vi riesca un grillino o un esponente del Piraten Partei (sì, so bene che vi sono enormi differenze fra i due)?
– e, sempre soffermandoci ai giovani, quali condizioni spingono ad essere politicamente “giovani” o politcamente “vecchi”? La domanda, secondo me, è particolarmente interesante, perché -in fondo- sia un mozambicano con la t-shirt di Samora ed un grillino partono dallo stesso obiettivo: la lotta alla corruzione. Sono “solo” i relativi contesti socio-economici a dividerli?

Recensione 50 “In the name of the people”

Credo di diventare sempre più stupido.
Non vi dev’essere altra spiegazione se più leggo un libro, meno lo capisco. Non so cosa l’autore volesse dire alla fine di 300 pagine; non capisco quale fosse l’intenzione, il messaggio che voleva trasmettere; il risultato conseguito.

Oppure, ma è solo un’ipotesi remota, il libro non ha niente da capire. Sì, forse questo è il caso con “In the name of the people“.
Perché già l’Angola -da qualsiasi parte la si approcci- è un casino peggio del celebre nodo gordiano. E già questo basterebbe a chiudere ogni discorso. Perché gli eventi di questo libro sono oscuri, in Angola tanto quanto nel resto del mondo.
E perché Lara Pawson sceglie di mettere tutto sul tavolo “senza filtro”, potremmo dire.
Piccola parentesi su Lara Pawson, giusto per chiarire che non è una sprovveduta: laureata al SOAS, è stata per anni giornalista in Africa per la BBC World Services, incluso in Angola. Parla portoghese (dettaglio non secondario, se si vuole aver accesso a qualche fonte locale).

La scelta di non seguire una tesi ben delineata forse complica un pò la comprensione degli eventi che il libro indaga e cerca di chiarire. Ma forse è l’unico modo per affrontarli veramente.
In fondo, Pawson stessa scrive più e più volte della propria incapacità di afferrare appieno i fatti, le politiche, le psicologie che raccoglie. Forse, allo stato attuale, una tesi “oggettiva” su quei fatti non vi può essere.
Diverso è se si sceglie di seguirne una “soggettiva”, per partito preso.

L’evento che Pawson si propone di indagare è già di per se uno dei più ignoti: il 27 maggio 1977, una “fazione” guidata da Nito Alves del MPLA -il partito al governo in Angola- organizza una dimostrazione / colpo di stato contro / in supporto del presidente Neto.
Seguono massacri dei dimostranti, incarcerazioni arbitrarie e una cortina di silenzio e terrore che si protare sino ai giorni nostri.
Da attenti lettori avrete notato l’ambiguità che io stesso uso nel descrivere gli eventi (manifestazione / colpo di stato). Non è un refuso. A seconda di chi si chieda, la vicenda è narrata in modi completamente opposti e Pawson stessa, al termine di anni di indagini e svariate interviste, non riesce a sciogliere la riserva.
Inutile dire che consultare google non aiuta (ma se riuscite a trovare qualcosa, sarò lieto di leggerlo).

Così, il libro alterna reportages storici, documenti ufficiali, analisi giornalistiche, testimonianze dirette. Quanto attendibile ciascuna di esse sia, non è dato saperlo: si contraddicono tutte.
Nel mezzo, Lara Pawson, i suoi dubbi, le sue fatiche per cercare un capo da cui dipanare il filo, la difficoltà del lavoro da giornalista nel confrontarsi con eventi tanto traumatici (20.000 morti, secondo una delle tante stime) e le vitte.
E, non meno importante, il dilemma politico che vive, da persona politicamente “a sinistra” verso i tanti giornalisti e ricercatori occidentali che hanno apertamente simpatizzato per il regime angolano, al punto di occultare, mistificare o semplicemente dimenticare i fatti. La cosa potrà sembrare marginale a chi non è di sinistra (o a chi non ha mai ammirato qualcuno per poi vederselo collare davanti agli occhi), ma per noi è un problema viscerale.

Non si sa, né probabilmente si saprà mai, cosa si veramente accaduto il 27 maggio 1977 in Angola. Non si sa con esattezza quali fossero le intenzioni di Nito Alves. Non si sa quante persone furono uccise durante la repressione che seguì. Non si sa esattamente quanto sapessero e che intenzioni avessero i cubani.
Ci sono solo tanti frammenti, che ci rimandano tante prospettive contrastanti sul singolo fatto.

Anni fa, al mio primo passaggio al SOAS, chiesi ad un professore un libro sull’Angola “per capirci di più“. Mi consigliò questo “In the name of the people” appena uscito. Dopo anni sono finalmente riuscito a leggerlo: l’avevo preso in mano senza un chiaro scopo. L’ho iniziato con la curiosità di comprendere di più su quello che credevo essere un piccolo avvenimento nella storia dell’Angola (e Pawson stessa lo ripete più volte: è una goccia, nel mare della guerra civile). Di quell’evento ho capito pochissimo.
In compenso ho capito molto di più su tutta l’Angola: sul petrolio; sui portoghesi; sugli americani; sui cubani; sul razzismo.

Con una crescita economica attorno al 10% negli ultimi venti anni, l’Angola è diventata una storia di successo dell’Africa. Molti, troppi, hanno deciso di guardare solo le pagine più recenti di quella storia.

Politicamente

A volte ritornano. I “grandi” temi scomparsi da un pò di tempo da questo blog. Uno su tutti: politica.
Non credo tornerà ad essere un tema ricorrente, né questo post sarà una grande digressione in merito. Voglio giusto togliermi un altro sassolino dalle scarpe del pensiero.

Leggo che la “sinistra” “fuoriuscita dal Partito Democratico” (tutto virgolettato, perché non so più di cosa stiamo veramente parlando… sic!) e cui ora il PD chiede di organizzare una coalizione in vista delle elezioni del prossimo anno risponde “picche” (aka appendetevi al c****o) alla proposta.
In particolare, il leader di MDP Bersani avrebbe dichiarato “Noi stiamo facendo una cosa di sinistra e civica….” di cui (pare) il potenziale candidato presidente del consiglio alle elezioni sarebbe Pietro Grasso, ex magistrato ed attuale presidente del Senato.

Ora, dio mi salvi dal criticare tutto ciò! L’idea di una (ri-)apertura civica della sinistra è nobile, urgente, necessaria e fondamentale. E Grasso sarebbe un candidato di sicuro profilo e senso delle istituzioni (non so quanto senso politico, però- purtroppo serve anche quello).
Purtroppo, la cosa mi puzza…. mi puzza di muffa. Ripeto: l’idea è lodevole e totalmente condivisibile. Se non fossi troppo disilluso, mi ci imbarcherei anche io volentieri. Anzi: avrei tanta voglia di farlo
Il problema (la “puzza”) di questo progetto sono i compagni di viaggio. E i condizionamenti, gli abitus mentali che li accompagnano. In poche parole: sembra la fotocopia di “Rivoluzione Civile” (sic!). Anche qui abbiamo “particelle di sinistra”, frutto di una fissione atomica da partiti più grandi che cercano di ricostitursi aprendosi alla “società civile”.

Ma questa, scusate, è una strategia destinata a fallire. Per incompatibilità.
Incompatibilità fra le strutture di pensiero partitiche (quindi organizzative) e politiche (prendiamo, tanto per fare un esempio, l’ancoramento all’art.18) di certi esponenti politici e la fluidità strutturale (l’organizzazione a rete, non-gerarchica…) e politica (innovativa nei contenuti) della società civile.
E’ un pò come se Bersani volesse costruire un’alleanza col Piraten Partei. Ci ricordiamo tutti come finì la negoziazione con M5S…

Paradossalmente, credo, una cosa del genere riuscirebbe più facile a Renzi (se solo davvero volesse…).

Anche dove MDP ed i suoi esponenti principali riuscissero in questa opera, i loro interlocutori privilegiati, i loro riferimenti esterni alla politica, li condannerebbero ad una certa (mi si passi il termine) “arretrattezza” programmatica: i sindacati.
Il problema di fondo, secondo me, è che questi interlocutori -perlomeno in Italia- non hanno compreso appieno le trasformazioni in atto o, se le hanno comprese, pensano di risolvere con strumenti del passato.

Questa una delle cose che ho appreso in un anno al SOAS: il great divide fra una società civile plasmata nel post-materialismo e nel post-strutturalismo (anche un pò neoliberista) e organizzazioni politiche ancora integralmente materialiste e strutturaliste.
Come accennavo sopra, la “società civile” formatasi dopo (ed in risposta a) l’ondata neoliberista è basata su una struttura a rete di piccole organizzazioni (ONG) focalizzate su aspetti molto specifici (“piccole battaglie”), come l’acqua, internet, diritti umani, diritti delle donne. Molto di rado questi gruppi pensano in termini di cambiamento di sistema (basti vedere dov’è finito il movimento di Porto Alegre) e fanno fatica a darsi un’agenda strutturata. Soprattutto, non pensano in termini di cambiamento “strutturale / sovrastrutturale”, a partire dai rapporti di produzione, ma si focalizzano su tematiche (l’ambiente) diverse.
Il dibattito meriterebbe una delucidazione assai maggiore di questi aspetti da parte mia, ma il tempo (e la voglia) al momento manca. Se qualcuno vorrà, sarò lieto di cercare di chiarire i termini nei commenti o in futuro.

Resta la domanda: possono Bersani, o Fassina, convincere queste persone? Fondamentalmente: parlano lo stesso linguaggio? (e qui ci starebbe tutta l’analisi di Massimo Recalcati- non so se il video sia quello giusto, ma cercatelo in rete)
Io temo di no.

Imbruttitura

Sono sveglio ad un’ora francamente troppo tarda. Ma tanto domani è domenica. Cioè, oggi.
Una certa arrabbiatura mi tiene sveglio (sì, caro signore al 41: noi probabilmente abbiamo sbagliato, ma tu sei stato una vera faccia di merda. Specie quando hai detto “sono figlio di…”). E vorrei parlare di questo, ma in fondo non servirebbe a nulla. L’arrabbiatura la uso solo per restare sveglio e ne approfitto per scrivere un post che avrei dovuto scrivere dieci giorni fa. Spero la memoria non tradisca i ricordi e le emozioni.

Martedì notte, in quell’ora in cui non si sa più esattamente che giorno è. Sono poco lontano dalla stazione di Liverpool street, aspetto l’autobus che mi porterà a prendere un volo decisamente troppo mattiniero. Aspetto in una notte che comincia a farci sentire il suo freddo.

Non sono mai stato un sostenitore della carità, anzi: l’ho sempre trovata un modo fin troppo comodo per pulirsi la coscienza, senza veramente cambiare le cose. In qualche modo, la carità mi irrita. Mi fa arrabbiare (anche questa…).
Allo stesso tempo, visto che comunque sono fra quella parte della popolazione mondiale decisamente fin troppo fortunata (anche in senso francese), continuo a sentire dentro di me una certa “spinta” a fare della carità, occasionalmente. Forse fin troppo di rado.
Probabilmente anche io cerco di pulirmi facilmente la coscienza. Ma, al contempo, vedendo quanti fra i miei conoscenti con una coscienza ed una morale assai migliori delle mie non fanno neanche questo piccolo gesto, penso che forse in fondo non è così male.
Fosse anche per comprare droga, alcool o sigarette, chi sono io per giudicare? Per quanto piccolo, è comunque un aiuto.

Insomma, aspetto questo autobus e cammino su è giù, un pò per passare il tempo, un pò per resistere al freddo.
Un uomo malconcio di cui m’è impossibile dire l’età si aggira fra noi che aspettiamo il bus, chiedendo soldi. Fa la stessa cosa quando arriva a me, scopre le braccia coperte di croste di sangue coagulato, dice di essere appena uscito dall’ospedale. Mi fa sinceramente “pena”, nel senso che provo compassione per lui e le sue condizioni mi smuovono a pensare che -sebbene non ricchissimo- posso permettermi di dargli dei soldi che chiede, quindi apro il portamonete e gli dò qualche pound.

Qui la situazione comincia ad evolvere. Il signore argomenta (forse l’ha fatto anche prima, ma prima non prestavo poi molta attenzione alle sue motivazioni) che sta cercando di raccogliere la somma di 10 pounds per pagarsi la stanza in un ostello e quel che gli ho dato, per quanto utile, è sostanzialmente inutile se non raggiunge quella cifra. Ovviamente, mi fa notare che nessun altro gli ha dato alcunché e mi prega di aggiungere qualche pound per raggiungere la cifra necessaria.

Da enorme stronzo, lo riconosco, gli rispondo di no. Uno stronzo colossale, probabilmente. Un pò perché non ho altre monete, un pò perché credo che tutti (o almeno altri) fra i presenti potrebbero e dovrebbero metter mano al portafogli. Perché, in fondo, dovrebbe essere una responsabilità comune.
Il signore è particolarmente insistente.
Prima mi propone di darmi tutte le monete raccolte, cambiandole con una banconota da 10 pound. Un pò per testarda, stupida, ostinazione nel mio ragionamento, un pò perché così mi pare di defraudarlo di quanto ha raccimolato, ancora rifiuto.
Poi, di nuovo dinnanzi al mio persistere, mi dice  -visto che appunto la cifra non gli consente di pagarsi la stanza ed è quindi “inutile”- di riprendermi i miei soldi. Anche in questo caso rifiuto. Principalmente perché credo quei soldi possano nondimeno essergli utili. Forse anche per altre ragioni.

La cosa va avanti per un pò. La gente attorno non guarda. Certo pensa. Cosa, lo ignoro.
Trovo però interessante che nessuno abbia pensato minimamente di concluderla lì, prendere qualche pound e “pagarmi la cauzione”.
Alla fine rinuncia e comincia a chiedere l’elemosina agli altri presenti. Nessuno tira fuori un cent. E io un pò li disprezzo, tutti, un pò mi sento superiore a loro. Non superiore: leggermente più decente.

Visti i vani tentativi, il signore torna da me. Stesse argomentazioni. Adesso sono stanco, assonnato, infreddolito e stanco. Vorrei soprattutto farla finita con questa cosa.
Da colossale stronzo, con fermezza gli dico di smetterla. Non credo di essere offensivo, ma certo stavolta sono particolarmente fermo nel dirgli: “Basta[!]”.
Lui ha uno scatto. Letteralmente: il corpo piantato, la sua faccia balza a pochi centimetri dalla mia. Per un attimo ho veramente paura.
Paura che possa fare “qualcosa”. Credo fosse esattamente la paura che provano tutti i “ricchi” di questa porca terra dinnanzi a tutte le masse di poveri quando veramente minacciano di mettersi in moto. Paura anche fisica.
Avevo visto uno spillo fissato sulla giacca, forse un ago, non lo so. Ho avuto paura… paura del suo sangue. Letteralmente.
Con lo sguardo incattivito mi dice qualcosa, se ben ricordo qualcosa come “non è il modo di trattare un fellow essere umano“. Credo le parole fossero proprio queste. Me lo dice e se ne va. Senza fare alcunché.

Se ne va. Dopo qualche tempo un altro uomo ripassa. Scena pressoché identica: mostra il braccio insanguinato e chiede soldi per una stanza. Nessuno gli dà nulla. Neppure io. Un pò perché non ho altre monete, un pò perché non voglio trovarmi nella stessa situazione.
E penso pure che se il primo non si fosse comportato così, forse qualche spicciolo l’avrei trovato.

L’autobus arriva, saliamo, andiamo in aeroporto e torniamo a “casa”. Il tempo passa, e io non posso fare a meno di pensare a quanto la povertà “imbruttisca” le persone.
Ma la ricchezza ancor di più.

Da un certo punto di vista, mi son sentito una merda. Una merda, perché in fondo mi sarebbe stato possibile fare di più, dargli quel che mi chiedeva.
Da un altro lato, mi sento a posto: io ho fatto il mio. Ho fatto qualcosa. Sì: qualcosa. Troppo poco. Ma qualcosa l’ho fatto: mi sono pulito la coscienza.

Imbruttiti. A volte la coscienza è meglio tenersela sporca.

The fire is all burned down

Chiunque tu chieda ti darà una sua risposta, una sua versione dei fatti, un proprio consiglio su cosa si possa migliorare per raggiungere il risultato desiderato, alcuni dicendoti che è la verità.

La verità, l’unica che conosco in questo momento (come cantavano due grandissimi), è che il fuoco s’è spento. Bruciato fino all’ultimo, lasciando null’altro che cenere. Esausto.
Ho già scritto tutto questo? Temo di sì. E che noia dev’essere per chi dovesse capitare a leggere. Per non dire vera e propria depressione. Andate altrove finché siete in tempo.

L’unica verità che conosco, dicevo, è l’essere consumati, fino all’osso. Stanchi. Sconfitti. Disillusi. L’unica verità è l’aver visto bruciate tutte le illusioni, speranze, illusioni.
L’unica verità è che tutti ti danno una loro versione, tutte buone a pezzetti, ma nessuna che ti si adatti veramente.
C’è chi ti dirà di mostrare passione, di trovare qualcosa cui dedicarsi veramente- ma alla fine le opportunità vere saranno solo per ciò che meno ti interessa. C’è chi ti dirà di aggiungere “sostanza”: numeri, dati e cifre, dimostrazioni e prove- ma alla fine tutti i numeri del mondo cosa sono? C’è chi ti dirà che in fondo la risposta è già pronta e tanti tentativi non fanno altro che aumentare la confusione. C’è chi ti dirà di ritoccare qua o là…

Ma nessuno, nessuno veramente ti sa dare una risposta. Né, per quello, una speranza. Nessuno può riaccendere il fuoco. E alla fine non resta altro che la stanchezza. Il pensiero che tutto il talento (per quel che può essere), tutta la dedizione, possono semplicemente andare sprecati.  Il pensiero che tu non hai mai chiesto di nascere, di affrontare tutto questo.
E la certezza che comunque si è troppo codardi. Troppo. E troppo responsabili. Questo, forse troppo poco.

E’ un’affermazione brutale, me ne rendo conto. Esagerata probabilmente. Lo so. Ma è l’unico pensiero che sono  in grado di offrirvi ed offrire in questa notte piovigginosa di una città troppo a nord del mondo per dare alcuna risposta, una notte troppo sola e troppo simile a troppe altre vissute troppo tempo fa, quanto tutte queste preoccupazioni sembravano inutili perché ancora tutto era troppo possibile.

E si insinua un altro pensiero, quello che in fondo -come generazione- siamo stati troppo viziati, troppo cullati nell’idea di perseguire quello che si vuole veramente, come se questa opzione fosse effettivamente reale.
Blame it on generational factors! Troppo facile. Certo, troppo facile.

Chiunque tu chieda ti darà una propria risposta. Magari una che per loro funziona. Per loro. Ma nessuno troverà la tua.
Nessuno. Probabilmente neanche tu stesso.
E alla fine non resta che la stanchezza della sensazione di averla cercata inutilmente troppo a lungo.

Claustrofobia della stanza vuota

Dire che mi sento “di merda” è ancora un eufemismo. In realtà  non so neanche io esattamente come mi sento: stanco, triste, scazzato, al limite della depressione o del tracollo emotivo… Soprattutto scazzato, probabilmente. Non lo so esattamente: tutto questo e altro.
Sono preso così… in uno stato d’animo in cui praticamente tutto non fa che aumentare la mia rabbia:  ogni canzone, ogni libro, ogni job application, ogni riga della tesi.
Rabbia. Assenza di prospettive. Frustrazione.
Vorrei solo poter dormire tutto il giorno, per giorni. Aspettare che passi. E chi se ne frega della tesi: consegno quello che ho scritto e basterà. Sarebbe quasi buttare via tutto il lavoro di un anno, tutti il “puntare all’eccellenza” con un solo lavoro mediocre. Ma continuare a lavorarvi mi causa più dolore che altro.

E tutto questo non è causato dal pensiero che fra 15 giorni non saprò più che fare della mia vita (il master è ormai finito, abbiamo ancora due settimane per consegnare la tesi, l’appartamento da lasciare due giorni dopo e ancora navigo nel buio con prospettive di lavoro, nuovo domicilio o altre mete da raggiungere)- come se non riuscissi a guardare oltre quindici giorni. Buio totale. E pesa come un macigno.
Ma no, non è questo, anche se gioca una grande parte. Non solo, almeno.

So che non è solo questo, perché so esattamente da quanto mi sento così: da quanto è cominciato il conto alla rovescia per vedere una stanza vuota. E, ancor di più, da quando la ragazzina coi capelli rossi se n’è volata via.
Le due cose, in realtà, si sommano: perché vederla volare via mi farebbe assai meno male se sapessi di dover partire anche io, lasciare presto questo posto ormai svuotato di tutto quello che l’aveva reso speciale nei mesi scorsi e lanciarmi verso una nuova avventura.
Verso qualcosa per tenermi occupato, per riempirmi il cervello, per non pensare.

Lasciarsi alle spalle lei, che è ormai andata, e tutti gli altri che stanno andando o andranno a breve. Lasciarsi (finalmente) alle spalle un anno che è passato troppo in fretta, ma ormai è passato.
Andarsene, scappare da questo luogo divenuto claustrofobico- una prigione, dorata ma pur sempre prigione.
Farla finita con questa agonia che abbiamo trascinato troppo a lungo, da luglio ormai, quando sarebbe stato più saggio rendersi conto già mesi orsono che non poteva durare. Non era destinato a durare.

Invece sono qui, esco in giardino e guardo la finestra chiusa di una stanza ormai vuota. Una stanza che solo ieri ospitava qualcuno.
Qualcuno che, volente o nolente, mi ha appesantito il cuore (per citare il bel film di BollywoodCheeni Kum- Senza zucchero“)

E allora ecco ancora frustrazione. Solitudine.
E tutto nel domani inquieta. A pensare di non sapere cosa affrontare, a sapere di doverlo affrontare senza persone che son divenute care.
E si vorrebbe non doverlo affrontare affatto.

Forse è per questo che non ho lo “spirito imprenditoriale”, la capacità di mettermi costantemente in gioco con nuove imprese e avventure: perché non ho mai saputo gestire la fine (le fini).

piccola proposta calcistica

Ho letto del trasferimento di Neymar al PSG per 222 milioni di Euro (‘stica!, come si direbbe…). Ho letto che -anche lui, come tutti- “non lo ha fatto per soldi”: ahn però!
…sarà stato per la cucina francese.

Ho letto che un altro calciatore, Mata del ManUtd, propone la “rivoluzionaria” idea di devolvere l’1% (uno per cento) del proprio stipendio ad una ONG da lui creata, se ho ben capito per diffondere il calcio fra i bambini dei paesi poveri.
Bella idea, per carità, meglio di niente. Ma l’1% sono peanuts. E il fine, beh: poteva pensare di meglio.

Allora, vorrei lanciare anche io la mia piccola proposta per “rendere migliore” il calcio. Anzi, due mezze proposte (che forse assieme ne fanno una). Semplice, semplice:
1) ogni volta che un calciatore dichiara di essersi trasferito in una nuova squadra ma di non averlo fatto per soldi, il 10% del suo stipendio viene automaticamente destinato ad una ONG di sua scelta (da indicare al momento della sottoscrizione del contratto);
2) ogni volta che il presidente di una squadra dichiara che rinnovare il contratto “non è un problema di soldi“, una somma pari al 10% del monte stipendi viene destinata ad una ONG.

Semplice, se non è per soldi…

Into dark

Ecco, una cosa che posso (anzi, devo) scrivere è questa: Dans Le Noir. Titolo inglese, perché siam sempre a London. E (quasi) non più in Europe.
Battute a parte….

Dans Le Noir è una catena di ristoranti in cui si cena completamente al buio. Totalmente.
Per natale ho ricevuto come regalo una cena in questo ristorante, sede londinese appunto, e dopo aver atteso troppo a lungo, domenica sera vi sono andato. Con A., tanto per farsi male fino in fondo.
Sempre fino in fondo, le cose a metà non hanno carattere– per dirla con Benjamin (sì: sto tornando al primo Benjamin).

Cominciamo dalle cose semplici: cibo ottimo. Il che, per un ristorante, è già un ottimo punto di partenza, no? Anche il vino scelto era buono.
Forse, nel complesso, un pò caro. Ma, ovviamente, si paga tanto l’esperienza. E, credetemi, ne vale la pena. Ne sarebbe valsa la pena anche senza quella compagnia (ma non discutiamo di questo: una buona cena andrebbe sempre accompagnata da una “bella” donna -bella in più di un senso).

L’esperienza, appunto.
Una cena al buio. Il primo pensiero, almeno il mio, ma penso per molti, è stato: la camicia tornerà enormemente pezzata. Severamente, irrimediabilmente, macchiata. E, infatti, approfittando del buio e della sospensione di qualsiasi giudizio estetico, ho messo il tovagliolo a protezione “integrale”. Camicia intonsa, gran risultato.
Secondo pensiero: come faccio a mangiare? La logistica, in realtà, si è rivelata piuttosto semplice, anche versarsi da bere dopo qualche accorgimento iniziale è stato piuttosto ok. Unica nota: magari del pane, per evitare di usare le dita “a supporto” sarebbe stato saggio…

Questo per le trivialità del caso.
Ma l’esperienza di una cena al buio è molto di più. Intanto, non ho mai visto un posto altrettanto buio. Neanche la campagna cubana di notte, neanche le Alpi di notte, neanche la savana attorno ad Arusha o la pampa…. almeno lì vi erano le stelle! (Gran cosa le stelle, dovremmo ricordarcelo più spesso… non esiste notte tanto buia da non aver stelle). Ma neanche la notte di temporale ad Urulu.
La cosa più luminosa in tutta la stanza (in assoluto, anzi: a mia memoria, l’unica cosa luminosa in tutta la stanza) era la fluorescenza delle lancette del mio orologio- che ad un certo punto ho tolto.
La prima sensazione, appena accomodati a tavola e affrontata la logistica, è una certa fatica agli occhi. La tentazione è quasi di chiuderli. Passa dopo poco, ma è strano all’inizio adattarsi a questo ambiente.
Ma la cosa che si sente più costantemente è il vuoto. Vuoto, totale, assoluto. Nei momenti di silenzio sembra quasi di sentirsi fluttuare nello spazio (nessuna idea di quale spazio vi sia attorno: la stanza potrebbe essere minuscola o enorme… nessuna percezione).
Non a caso, si sente la necessità di riempire quel vuoto.
Per quanto la conversazione -almeno la nostra- sia stata interessante e mai banale (ok, a parte un paio di mie cazzate sul Mozambico…), v’era sempre la come la “necessità” di parlare, di riempire quello spazio. Forse perché anche noi come alcuni pesci ci orientiamo nello spazio come con un sonar, per quanto poco i suoni, le voci, ci danno una sensazione di presenza. Qualcosa cui aggrapparci.

Tutto questo va, ovviamente, rapportato poi al cibo.
Aldilà, come detto, della logistica, l’esperienza principale è quella di non sapere (verrà rivelato dopo) cosa si sta mangiando: si può scegliere un menù carne/pesce/vegetariano, ma gli ingredienti esatti non si conoscono. Il che, almeno per me e la mia commensale, ha rivelato quanto il nostro palato sia poco sviluppato: dei tanti ingredienti sono riuscito a riconoscerne solo pochi (kangaroo, più per azzardo che altro, piovra, passion fruit e qualche verdura… neppure l’oca che pure ha un gusto abbastanza marcato sono riuscito a riconoscere!).
La vista, sic, domina i nostri sensi. Almeno nel quotidiano. Per quanto altri sensi possano essere più evocativi nella nostra memoria (l’olfatto- ma come ci siamo detti dopo: la memoria visiva può essere richiamata alla mente, quella olfattiva, come fare?), la vista domina.
Domina totalmente. Specie a livello sociale: estetica, apparenza… ma anche nelle interazioni astratte dall’aspetto: la percezione visiva, come mi diceva A., ci aiuta tantissimo ad orientarci nelle relazioni- la direzione di uno sguardo, delle labbra che accennano una parola, la postura… tutto questo è essenziale nel nostro modo di essere ed interagire. E di colpo era sparito.
Dovevamo, in un certo senso, imparare un nuovo linguaggio.

La cosa che probabilmente mi ha scosso maggiormente è stato sentire il cameriere (bravo) parlarci della bellezza dei monumenti a Roma dopo la sua recente vacanza. Sul momento avevo creduto non fosse cieco (come inizialmente sospettavo)… vederlo poi andare a casa e constatare che è effettivamente non vedente mi ha scosso. Positivamente, devo dire: è stata un’infusione di umiltà. Enorme.
Quanto tempo passiamo a scattare foto, anziché a crearci memorie? Alla fine, ricorderemo sempre meglio qualcosa che abbiamo toccato piuttosto di mille immagini viste solo attraverso lo schermo di una macchina fotografica (schermo, perché spesso anche l’obiettivo ci hanno tolto).

Insomma, un’esperienza fortemente consigliata.

Considerazione a latere, non è “bizzarro” che un’esperienza così umanamente formativa al giorno d’oggi possa farsi solo pagando?
In definitiva, provare a vivere “al buio” almeno per un pò sarebbe un bel bagno d’umiltà per molti, un’occasione per riflettere ripensare al proprio modo di essere, a quel che veramente conta o dovrebbe contare nella vita… per fortuna è possible farla in posti come Dans Le Noir, ma, credo, v’è qualcosa di sbagliato non tanto nel commercializzare questa esperienza in sé, quanto nel fatto che commercialmente sia -a mia conoscenza- l’unico modo per farla.