duties

Immagino che se uno sceglie di tenere un blog abbia conseguentemente anche l’obbligo di tenerlo in modo adeguato, ovvero aggiornato. Come giustamente mi si ricorda….

Potrei trincerarmi dietro la -fondata- giustificazione dei troppi impegni, ma è una scusa della quale ho già abusato fin troppo negli ultimi mesi.
Forse, anzi, dovrei cominciare a pensare che è tempo di abbandonare anche questo “sfogatoio” telematico e focalizzarmi semplicemente su altro.
Forse, ma non ancora.
Allora, tanto per tenervi aggiornati e per tenere traccia (per me) di quel che accade, spendiamo due parole sul mondo intorno.

Ovviamente sono tornato a Londra, da più di una settimana ormai.
Ci sarebbero diverse sfumature di notizie sulle quali potrei riflettere, ma inevitabilmente devo fare una selezione. Oppure no: le butto alla rinfusa.
Di Asja non ho più avuto notizie. Nulla di strano, in fondo. Avrei potuto scriverle, per Natale o per Capodanno. Ma ho scelto deliberatamente di non farlo: in tre mesi non ci siamo mai scritti e non vedo perché debba continuare a rincorrere… avesse speso una parola di sua iniziativa, non mi farei problemi. Ma non è così.
Un pò mi fa male, questo silenzio. Nonostante tutto vorrei ancora sentirla. Senza implicazioni. Ma, forse, come una cicatrice, fa meno male se la si lascia stare.

Per capodanno G. e la sua ragazza sono venuti in Italia: ero bloccato dal dog-sitting e mi ha fatto piacere averli lì. Oltre a mostrargli in giro, è stata anche l’occasione per aprire qualche buona bottiglia… Soprattutto, un Riesling tedesco del 2008 che tenevo da parte da 9 anni per l’occasione giusta.
Non so cosa intendessi per “l’occasione giusta”: il piano originario era semplicemente aspettare i 10 consigliati dal maestro sommelier che per primo me ne ha parlato per gustare un vino eccezionale. Sono arrivato a 9.
E al momento di aprirlo ero eccitato, terrorizzato ed emozionato da morire… indescrivibile. E buonissimo.
Ma il punto più interessante è forse proprio quell’ “occasione giusta“… che vuol dire? Per parecchio tempo ho pensato che -oltre ai 10 anni- dovesse essere un momento eccezionale, unico, chessò: una cena di fidanzamento!
Forse di occasioni così ce ne sono state in questi 9 anni (non proprio quella, eh!); ma non m’era mai parso il momento. Invece, il 31.12.2016 ho deciso che lo era… così, senza motivazione apparente. A parte quella di avere cari amici per ospiti, ovviamente. Anche perché non ho mai considerato il capodanno un momento particolarmente significativo.
Dovrò ripensare a questo concetto del “momento giusto” per tante cose. Forse non è dato da un contesto eccezionale, ma dall’agire stesso (che rende il tutto eccezionale). In sostanza, qualsiasi momento avessi scelto per aprire quella bottiglia, sarebbe stato il “momento giusto”. L’eccezionalità non viene dal contesto, ma dall’azione?
Una cosa del genere, ma ci ritorneremo. Spero.

Bagni.
Torno ora da un fine settimana nella campagna inglese, la prima volta da quando ho cominciato il master che vado fuori Londra. A Bath, nel sud-ovest, per l’esattezza. Anzi, la prima volta in assoluto che vado fuori Londra!
La campagna inglese è davvero bella, proprio come la si immagina dai film: distese di collinette verdi, con le siepi a delimitare i campi, pecore e cavalli, terreno ghiacciato d’inverno e verde erba d’estate. E case di pietra chiara, costanti.
Un pò stereotipato, magari. O semplicemente molto ben conservato nella zona (Bath è patrimonio UNESCO), ma vale decisamente una visita. Anche qualche giorno in più. Spero di tornare, magari a Salisbury a vedere la Magna Charta o Stonehenge.

Ross*
Sì, la ragazzina da capelli rossi è sempre qui. Il che causa momenti piuttosto strani: situazione inedita per me quella di trovarmi contemporaneamente attratto da due persone allo stesso momento. Poi ci si mette pure K. (che della ragazzina dai capelli rossi non sa nulla, ma di Asia sì… e quando si esce tutti assieme con la prima tira sempre fuori l’argomento!). Vabbè…
Appena tornato, m’era parso di trovarla decisamente distante. Poi, forse, fra il suo compleanno e gli ultimi giorni, forse, siamo tornati ai livelli di …vicinanza? cui ci eravamo lasciati in dicembre. Che son comunque zero. O forse altro, non lo so. Non lo capisco…
Ovviamente so che esagero sempre le mie impressioni. Lo so. Però… Forse altro.
Ad ogni modo, credo nei prossimi giorni proverò a vederci più chiaro.

Finger
Ma prima di scottarmi malamente, voglio togliermi un’altra soddisfazione (e non parlo dei voti degli essays, in parte già usciti- in parte ancora attesi… è una sofferenza!). No.
Finalmente, dopo una lunga estate passata a curare con immenso amore la pianta, a scacciare insetti e parassiti, ad innaffiare e controllare che non vi fosse mai troppa / troppa poca acqua, luce, sole, vento, calore…. ecco, dopo questi mesi di passione, finalmente ho qui con me i primi finger limes (citrus australasica) raccolti. Emozione.
Anche perché sono un pò il frutto del lavoro.
Adesso devo decidere come utilizzarli, come sfruttarli al meglio… come renderli “il momento giusto” potremmo dire. Scelta maledettamente difficile, perché sono solo tre: le opzioni sarebbero innumerevoli (cocktails, creme, gamberi, avocado…), ma le possibilità limitatissime. Come gustarli al massimo?
Credo li proverò domani sera, ho un’amica ospite per cena e mi pare un’ottima occasione- che debba invitare anche la ragazzina dai capelli rossi?
Se qualcuno ha suggerimenti (sulle ricette, eh!), sono i benvenuti!

momento serietà

Ho sempre ricevuto noiose chiamate commerciali, ma da quando sono a Londra mi pare siano persino aumentate, sul numero italiano ovviamente.
Per motivi facilmente intuibili (non uso quasi mai quel numero), non ho mai risposto. Fino a stamattina.

Stamattina, annoiato dalla costante scocciatura, ho deciso di rispondere per vedere almeno per quale motivo rompessero tanto.

La cosa è stata a dir poco inquietante….
Una certa rappresentante della Giordano Vini (sengatevelo) mi chiamava per farmi un’offerta commercial, visto che fra poco è il mio compleanno (!!). Superfluo dire che non ho mai avuto il piacere di conoscere la Giordano Vini…
Dunque alla mia domanda su come costoro avessero ottenuto i miei dati personali la risposta è stata: “perché lei ha partecipato ad un concorso sul sito prestitomio.com” o qualcosa di simile. Altrettando superfluo dire che non solo non ho mai partecipato ad un tale concorso, ma anche che non sono mai andato su il sito “prestitomio.com” (o simili).
Quello che non è scontato, ed invece è piuttosto preoccupante, è che cercando on-line un sito “prestito mio.qualcosa non compare!

In effetti avri dovuto essere più insistente nel chiedere dettagli, ma ovviamente la mia prima preoccupazione al momento era quella di chiudere la telefonata e dirgli che non mi interessava alcuna offerta. E che smettessero di chiamarmi.

Ad ogni modo, finita la telefontata e fatta una rapida ricerca su questo fantomatico sito, ho deciso di contattare la Giordano Vini direttamente, e chieder loro ai sensi del c.d. “codice della privacy” quali miei dati personali avessero, come li avessero ottenuti e di cancellare tutto.
Attendo risposta, vi farò sapere.

Ma la cosa non finisce qui, perché scritto un messaggio tramite il loro form di contatto sul sito, mi è ovviamente arrivata una mail di conferma. Tutto normale.
Quello che non è normale -e non dovrebbe esserlo- è questa parte della mail:

Registrazione effettuata con successo.
Per motivi di sicurezza ti chiediamo cortesemente di cliccare su questo link per confermare la tua iscrizione. http://***.giordanovini.it/site-G___
ecco la tu apassword generata automaticamente: SQ***BY

Insomma, secondo la Giordano Vini, contattandoli mi sarei automaticamente iscritto al loro sito!
Inutile dire che mi son ben guardato dal “confermare” qualsivoglia iscrizione…

Staremo a vedere, ma tutto questo mi pare sintomatico di un mondo digitale che non contolliamo assolutamente. Ed è inquietante.

par che dorma…

…ma sta sospesa in aria, l’immensa millenaria sua cultura….

Beh, non so neanche io se crederci o meno. Cioè, non so se è successo davvero. O, per essere più precisi: cosa è successo.
Che dire? Forse prima o poi doveva capitare (che poi è un controsenso di frase in sé stessa…). Più probabilmente questo è solo un altro modo di inventare storie. O scuse. Ma la differenza non è poi importante.

L’unica cosa certa è che non me lo aspettavo. Non me lo aspettavo proprio. Anzi, avevo sempre pensato che fosse una di quelle cose destinata a rimanere in una sua dimensione simbolica, retorica. Irreale.
Ho sempre pensato che, in fondo, non era che un modo elegante per dire stupidaggini. Che poi è quello che facciamo sempre.
Non me l’aspettavo davvero. Tanto che dopo la prima risposta le ho chiesto di ripetermelo di nuovo.  La seconda volta ancora ho esclamato “davvero? incredibile!“. E alla terza volevo chiederle di farmi lo spelling, giusto per avere un pizzicotto che mi riportasse sulla terra.

Non ce n’è stato tempo. Ma il sogno ormai era rotto. La storia era entrata nella realtà.

Ora, immagino, qualcuno si stia chiedendo di che diavolo parlo. Giustamente. E se non sono riuscito a farvi desistere dal leggere fin qui, non credo vi riuscirò in seguito. Quindi tanto vale: potreste ben esservi “meritati” di sopportare anche le cazzate che seguiranno…

Ebbene, ho incontrato Asia.
No, non quella Asja (mi sarebbe piaciuto, però). Né certo quella Asja… (sì: quella con cui mi son tormentato negli ultimi, -c***- troppi, anni. E con cui ho tormentato anche qualcun altro).
No, Asia. Una, qualsiasi (che è una cosa orribile da dire di una persona, ma passatemela, avete capito quel che intendo…). Ma non credevo proprio questo nome esistesse, cioè: qualcuno lo adoperasse davvero, ancora. Pensavo, tutto sommato, che Asia come nome fosse morto con “Asja” [Lacis, per i profani].
Che, in realtà, non è esattamente la stessa cosa. Ma tanto basta.

L’irreale è diventato reale. Il simbolo persona. E basta, tutto qui.
Niente simbolismi stavolta, niente pseudonimi, niente storie. Nulla di tutto questo. Anzi: niente di niente.
Ma, intato, qualcosa si è rotto… nel bene, credo. Ma pur sempre rotto.

Forse dovrei smetterla coi simboli…tendono a rompersi. Eppoi non si sa mai cosa ne viene fuori. Ma chissenefrega: è stato bello.

a fine frenzy

Mi prudono le dita stanotte. Sarà perché vengo da qualcosa come cinque ore filate a battere, inspirato, sulla tastiera per un essay che dev’essere pronto entro domenica.
Ancora circa 1.500 parole to go, ma raggiungere il numero non è mai stato un problema. Basta non dover tagliare, troppo.

A writing frenzy, insomma.
Anche per questo sono qui a riempire di contenuti inutili il web. Prometto che scriverò sui risultati del referendum. Lo prometto. Non che cambi qualcosa, ma voglio buttar giù un paio di pensieri che mi hanno inseguito dal quattro dicembre, mentre voi andavate alle urne. Cecherò, anche ex post di tenermi lontano dai giudizi. Ad ogni modo, non sarà stasera.
Magari proverò anche a dire due parole su Aleppo, visto che tutti sentono di doverne parlare ora. Ricordatemelo…

Stasera è solo frenzy, quasi flusso di coscienza mentre mi prendo una pausa dai doveri universitari (oddio, che strano scriverlo). Potrei, forse, parlare di una little red-haired girl, ma che senso avrebbe? Nessuno. Eppoi son troppo vecchio per queste cose.
Potrei, forse, parlare dei 21. I 21 kilometri che qualche settimana fa ho scoperto le mie gambe possono reggere. Non avevo mai preso la corsa come un’attività cui dedicarmi seriamente… ma, partito un pò per … boh, non so sinceramente perché sono partito. Perché pensavo di fare un pò di attività fisica, così (maledetta governmentality biopolitica!). E’ proseguita perché un’app mi costringeva ad uscire ogni mattina. Perché prima arrivare ai 10, poi ai 15, infine ai 21 era una sfida sempre maggiore… e, in fondo, porcaputtanaeva, l’idea di aver messo sotto le scarpe una mezza maratona è davvero tanta roba!

Boh, vabbè.

In realtà l’unica che cosa che volevo scrivere qui stasera. No, le uniche due cose che volevo scrivere sono:
Agamben is the answer (!)– porca miseria, l’uomo è un genio! Non mi stancherò di riperterlo, le sua analisi sono così profonde, così valide, così praticamente politiche e così attuali che è come il sale… immancabile in ogni ragionamento serio. Vorrei non scordarmelo mai…

L’altra cosa, che è poi la ragione prima per cui batto tasti ora, è semplicemente you look so beautiful tonight….
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Non so cosa ve ne possa fregare, poco immagino. E lo foto, diciamocelo, fanno abbastanza schifo. Ma è tutto parte di questo frenzy, la sensazione che sia stata una grande serata e – alla fine (?) di questa serata la biblioteca del SOAS appaia davvero bella anche di notte (per quanto un casermone da paura).

E comunque, coi casermoni dell’artiglieria antiaerea ad Hamburg ci hanno fatto delle cose davvero fighe…

‘Notte, credo tornerò a battere tasti per l’essay. Anche perché è meglio batter tasti ora, prima di farsi prendere da panico della scadenza.

in un paese civile

Vabbè, stasera volevo studiare, ma forse le 23:30 non sono l’orario più appropriato per farlo.
Allora ne approfitto per rimpolpare di contenuti questo blog, che langue.

Mi sono impegnato parecchio per non parlare di riforma della Costituzione, di sì o di no, per evitare di entrare in una polemica terribilmente scadente (specie in rapporto alla sua importanza). Devo dire fino ad ora vi sto anche relativamente riuscendo.
E ormai mancano pochi giorni, quindi potrei anche uscirne indenne.
Certo, la distanza aiuta. E comunque io il mio voto l’ho già spedito.

Non che la discussione non meriterebbe una voce in più, specie se estranea alla polemica; né non abbia qualche opinione modestamente informata…. Semplicemente, la polemica mi ha stancato.
Vi potesse essere un dibattito serio, magari vi ripenserei.

Ad ogni modo, cercherò di tenere fede al mio proposito anche stasera e parlerò solo di questioni collaterali.
Collaterali tipo:
– improvvisa moltiplicazioni di culturi del diritto costituzionale in Italia! Oggi, praticamente chiunque (ri)scopre di aver letto, studiato e approfondito i tomi di Zagrebelsky, Onida e compagnia.
Son contento per loro, davvero: la materia è splendida e merita tutta la nostra attenzione. Mi pare tuttavia che più di qualcuno ci abbia capito poco… Ma è solo una mia impressione.
– domanda del secolo: tutti quelli che ora sentono l’imperativo categorico di difendere la Costituzione, prima l’hanno letta?
Lo so, sono uno spocchioso arrogante. Cosa ci volete fare, malattia da “intellettuali”….
Però, davvero, quanti fra tutti quelli che oggi si alzano sulle bariccate della difesa costituzionale appena ieri si preoccupavano di questo tema? Mi piacerebbe davvero saperlo.
– campagna elettorale. Poteva essere peggiore di quelle appena viste? Poteva. E non è ancora finita.
Non voglio assolutamente perdermi in una cernita degli orrori cui abbiamo assistito e cui stiamo assistendo. Ma suno su tutti, a mio giudizio, svetta in questa classifica dell’indecenza: l’accusa a tutti coloro che votano “sì” al prossimo referendum di essere dei “serial killer” (addirittura “dei nostri figli”). Che è praticamente parlare di genocidio…
Ma, dico, ci rendiamo conto dell’aberrazione che sentiamo? Ce ne rendiamo conto?
Io credo che questo passi il limite dell’accettabile in un paese democratico: un amico dice che dovremmo introdurre qualche norma sugli “hate speech” anche in Italia, personalmente dico che una causa per diffamazione a questo figuro ci starebbe tutta.

Sicuramente c’è ancora qualcosa da dire su questa sporca storia. Ma mi fermo qui, ne ho già avuto abbastanza: mi metto a studiare.
Resta la domanda: quando diventeremo un paese civile?
Magari quanto tutti gli altri avranno cessato di esserlo, in quel caso siamo sulla buona strada….

Buona fortuna, Italia.

That weird feeling

Mi scuso se scrivo pochissimo, purtroppo (per fortuna!), il master è veramente impegnativo e il tempo per ogni altra cosa, blog in primis, è davvero ridotto….

Spendo tuttavia qualche secondo sottratto alla scrittura degli essays per scrivere qui una piccola, curiosa, cosa appena avvenuta in biblioteca al SOAS.

Prendo in mano “Why did they kill?” di Alexander Laban Hinton, un magnifico saggio antropologico sul genocidio in Cambogia che è uno dei miei riferimenti in materia da anni (dal 2009, cioè da quando andai in Cambogia…) e cosa vi trovo in copertina? Un post-it giallo.
La cosa in sé non ha alcun valore, se non per il fatto che quel tipo di post-it non l’ho ancora visto in giro qui a Londra…. e, guarda caso, è esattamente il tipo di post-it che ho usato per anni mentre studiavo.
In effetti, quel libro l’ho ripreso in mano l’ultima volta nel luglio 2015, proprio durante la summer school qui al SOAS… e, in effetti, ho sempre avuto l’abitudine di attaccare in copertina i post-it che staccavo temporaneamente dalle pagine…

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Che sia proprio uno di quelli che ho lasciato oltre un anno fa? Non lo saprò mai con certezza e di sicuro è altamente improbabile…. ma, nondimeno, possibile e relativamente credibile come ipotesi.
Che un post-it sia “rimasto ad aspettarmi” su un libro del SOAS, ricollegando idealmente il mio passato e il  mio presente (e, chissà, il mio futuro)?

Bizzarrie della vita….

Ora, domanda, dovrei staccarlo e portarlo con me per vedere dove sarà la prossima tappa o lasciarlo qui?

Fra l’altro, nessuno ha preso in mano quel libro da luglio dello scorso anno???

It’s just a game

In un certo senso mi pare un pò ingiusto cominciare a parlare di cosa faccio al SOAS partendo proprio dall’unico corso per il quale non darò l’esame, l’unico corso fra queli che sto seguendo che non comparirà nel mio futuro CV.
Forse è un pò ingiusto e forse è un pò fuorviante.
Ma, d’altronde, questo è anche il corso che più di ogni altro ho scelto, perché ho scelto di seguirlo (audit) sebbene non fosse esattamente compreso nel piano di studi e perché è una delle materie che da parecchi anni mi affascina e, in qualche modo, mi definisce come persona.

Trattasi di Justice, reconciliation and reconstruction in post-conflict societies, un corso sulla c.d. “giustizia di transizione” formalmente nel dipartimento di legge.
Ma questi sono dettagli (così come, a quanto pare, possono essere dettagli tutti i problemi burocratici che gli uffici creano per seguire corsi in altri dipartimenti: alla fine, quel che conta è essere presenti in classe).

Perché parto proprio da questo e non, per dire, da Political Economy of violence, conflict and development che sarebbe il mio corso-base?
Semplicemente per descrivere l’attività che ci ha coinvolti ieri….

Già di per sé, il fatto che in un’università si facciano vere e proprie “attività” e non mere lezioni frontali (parlerò più avanti dei tutorials) mi pare molto positivo, ma questa era davvero un passo oltre.
Come qualcuno di voi forse saprà, pochi giorni fa in Colombia si è votato sull’accordo di pace fra governo e FARC, accordo che avrebbe dovuto porre fine a 52 anni di guerra civile e che ha consegnato al presidente colombiano il Premio Nobel per la pace.
Purtroppo hanno vinto i voti contrari.
Bene, sulla base di questo risultato, l’idea della docente è stata quella di farci ri-simulare un negoziato di pace.

Divisi in gruppi che rappresentavano rispettivamente governo, FARC, opposizione, vari rappresenanti della società civili e gruppi per la tutela dei diritti umani, USA, e Corte Penale Internazionale, ci è stato chiesto di analizzare l’accordo bocciato col referendum e provare a raggiungerne uno nuovo.
Così, ciascun gruppo ha portato una propria analisi degli avvenimenti, con un preciso background ideale, istituzionale e politico e progressivamente ha dovuto interagire con gli altri nel cercare di raggiungere un punto comune.
Spoiler alert: la parte migliore è stata decisamente quanto un rappresentate delle (finte) FARC ha esclamato “ebbene sì, abbiamo un sacco di soldi nascosti! e siamo disponibili a metterli a disposizione [per progetti in favore delle vittime] appena li troviamo“. Il tema del “tesoro nascosto” delle FARC è stato uno dei punti dolenti e dibattuti del precedente accordo.

Ma quello che più m’è piaciuto in questa attività è stato essere assegnato al gruppo dell’ICC (la Corte Penale Internazionale) – un non così casuale scherzo del destino, visto che la prof ha avuto modo di conoscere le mie esperienze sul campo.
Sebbene mi sia mancato il non svolgere un ruolo marcatamente politico (tipo l’opposizione dell’ex presidente Uribe), oltre all’implicito riconoscimento di competenze, il bello è stato analizzare nel profondo il ruolo dell’ICC, come sorta di attore esterno e “convitato di pietra” al processo di pace: quando il governo è venuto a chiederci come vedevamo la storia, abbiamo potuto (e dovuto) “metterlo in riga” spiegandogli che dal nostro punto di vista non si trattava tanto di punire le FARC, ma di punire chiunque abbia commesso crimini – anche questo un punto particolarmente sensibile: mentre alcuni vogliono una sorta di impunità per le forze governative, il meccanismo messo in atto di Special Jurisdiction for Peace rischia di garantire una vastissima impunità a tutti coloro che furono coinvolti nei crimini (un commento di Human Rights Watch).
Così, abbiamo dovuto ribadire (riprendendo le parole del prosecutor dell’ICC) che continueremo a monitorare il processo di pace, affinché le sanzioni siano effettive e -sebbene non vogliamo ostacolare il processo di pace- valuteremo caso per caso (sotto la lente della responsabilità penale personale) le sanzioni comminate ai principali responsabili di eventuali crimini.

Devo dire che è stata davvero una bella esperienza (e credo molto formativa) quella di immergersi così nel dettaglio nella posizione di alcuni attori chiave (anche se esterni) di un processo di pace: non solo abbiamo potuto approfondirlo da molteplici angolazioni (giuridica e politica, innanzitutto), ma ha anche aggiunto quel tocco di “interpretazione personale” per rendere tutto il più realistico possibile: interpretazione (battuta d’apertura alle “negoziazioni”: “Hi, I am the ICC”– ciao, sono la Corte Penale Internazionale) data da un mix di attenzione alle parole e a come si formulavano molto diplomaticamente i concetti; comunicazioni “confidenziali”; confronti e tatticismi con altri attori; piccole battute verso NGO impreparate (non sono riuscito a trattenermi dal rispondergli “non so perché perdo ancora il mio tempo con voi!“) e un solido background giuridico che vincolava in ogni passo l’istituzione da noi rappresentata.

This is SOAS, I guess.

Adesso vi spiego una cosa

Suprasaturalanx

E ve la spiego anche se in linea di principio sono uno che odia gli spiegoni e quelli che iniziano una frase con le parole: “io di queste cose ne capisco”.

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So, SOAS

Cara SOAS,
posso ormai dire che è un pò che ci frequentiamo.
La nostra conoscenza è cominciata on-line (come si conviene nei tempi che corrono), come se esistesse una specie di Tinder per università e studenti. C’è voluto un bel pò prima che decidessimo di incontrarci di personath, lo scorso anno ormai (oddio, è già passato un anno?? No, di più!), immagino più per colpa mia che tua: qualcosa mi ha sempre trattenuto dal portare “in real life” questa conoscenza: il timore di non risultare all’altezza, credo. Di non piacerti, almeno non abbastanza.
Che, in fondo, è sempre quella.
Ma tu sei stata incredibilmente accogliente sin dal primo momento. Così, non potevo non avere l’impressione che quella breve visita estiva non bastava.
In modo roccambolesco, come si conviene a tutte le storie importanti, sono tornato a trovarti. Come un treno preso all’ultimo momento, quando il controllore ha già fischiato e le porte si stanno già chiudendo, mi sono ripresentato alla tua porta. Ancora una volta, hai aperto.
Non posso nascondere che, anche più di prima, l’emozione di rivederti è stata grande. Ma ancor più grande lo è stata quando mi hai lasciato entrare…
Girovagare, senza meta precisa o correndo da un’aula all’altra, fra le tue stanze si rivela sempre un piacere: sia tra gli scaffali pieni di libri da far impazzire qualsiasi appassionato (di cosa? di qualsiasi cosa!) in cui posso perdermi fra una collezione di foto di Mubuto, un racconto della guerra del Vietnam, collezioni di archivi coloniali o dozzine di testi giuridici di qualsiasi sistema conosciuto; sia fra gli uffici dei professori -incredibilmente aperti ed avvicinabili per i nostri standard- o nei corridoi dai quali appaiono in continuazione annunci di seminari e convegni tanto affascinanti quanto improbabili; sia negli spazi della Student Union con i suoi caffè schifosi e a poco prezzo, i suoi murales e i fine serata tardi dopo la biblioteca….
Tutto questo senza parlare delle persone che mi hai fatto incontrare fin qui. Un pò troppi italiani, a dire il vero, ma ciò nonostante parliamo sempre di teste fine e -soprattutto- curiose. Dovremmo aprire questo tema? Probabilmente, ma credo vi sarà tempo di farlo. Sempre che i tuoi essays me ne lascino abbastanza: sento che sarai una compagna esigente.
E’ solo un’infatuazione (piuttosto infantile) la mia? Probabile.
In fondo, già comincio a vedere i tuoi difetti: le aule minuscole per il numero di studenti che decidi di accogliere; la common room che spesso diventa solo un luogo per far confusione; i calendari troppo fitti e affatto organizzati; le societies che si disperdono in mille programmi e proposte non sempre fondate….
Vabbè, cara SOAS, non sei perfetta. Lo sapevamo (o avremmo dovuto saperlo). D’altronde, neanche io lo sono. E lo sai. L’hai detto chiaramente, ed è stata forse la cosa più confortante di queste prime settimane: anche se voi 1024px-soas_library_interior_viewnon credete in voi stessi, noi crediamo in voi.
Come andrà a finire ovviamente non lo so. C’è un pò di tempo davanti a noi per cercare di capirlo. L’unica speranza, come sempre, è di usarlo al meglio. Spero di darti tanto quanto tu darai a me. Forse è troppo… spero di darti qualcosa che valga la pena.
Forse è meglio che torni a studiare. Sia perché tu non chiedi poco (readings, readings, readings, ma è giusto così); sia perchè parte del bello di essere qui è scoprire cose nuove in modi inattesi, quindi credo mi convenga sfruttare al massimo quello che hai da offrire.
Come si saluta qualcuno che si vede in ogni momento? Non si saluta, suppungo.
Quindi, cara SOAS, viviamoci.

Tante cose ed io

Perdonate l’assenza di queste ultime settimane. Avrei tante cose da dire, per esempio su come sta andando questa fresheners’ week a Londra…

Ma, proprio a causa della suddetta, il tempo per farlo e’ stato veramente poco. Cioe’: zero.
D’altronde, come diceva il grande Piero D’Orfles, chi vive non scrive e chi scrive non vive…. Ecco, vuoi vedere che per la prima volta sono impegnato solo a vivere? Possibly, maybe.

Ora scusate, torno a vivere…