Rugby, ma che diavolo…

Forse per la prima volta da quando seguo il rugby, questo fine settimana ho guardato una sola partita del Sei Nazioni al debutto. Quella dell’Italia.

L’ho guardata un pò per dovere, senza particolari speranza con una squadra profondamente cambiata, con la solita attesa di una sconfitta più o meno umiliante, ma pur sempre di una sconfitta.
Con la solita attesa di una squadra a tratti entusiasmante, ma mai in grado di affrontare alla pari l’avversario.

Sulla seconda parte avevo ragione solo parzialmente: l’Italia ha affrontato la Francia a testa alta, con aggressività e decisione e per lungo tempo è stata premiata da questo atteggiamento. Ha commesso solo un -grande- errore nel gioco, dalla seconda metà del secondo tempo, quando ha insistito col gioco al piede alto regalando pallone, gioco e campo ai francesi. Un errore ripetuto che alla fine ha regalato parecchi punti alla Francia.
Ma questo non ha cambiato troppo la mia percezione della partita…
Alla fine, questa era la solita Italia, quella che ci sa regalare momenti entusiasmanti, magari mettendosi alla pari con l’avversario, per poi crollare.

Sull’attesa sconfitta, invece, fino all’82° -due minuti oltre in tempo regolamentare- ero convinto di essermi sbagliato.
Forse per questo mi son poi rifiutato di guardare ogni altra partita del weekend.
Perché l’Italia è stata in grado di tenere veramente testa alla Francia ben oltre i soliti 20-40 minuti. Fino alla fine: pure dopo essere andata in svantaggio, la squadra azzurra è riuscita più volte a recuperare, rimanere sempre agganciata e persino mettersi in vantaggio. Questo almeno fino all’ultima punizione “regalata” alla Francia per un fallo veramente dubbio di Parisse.
Una parte di me vorrebbe aprire un’enorme polemica su quel fallo che -a detta di molti- proprio non c’era e sembrava solo un regalo alla squadra di casa. Perché la Francia, in casa, oggi, non poteva perdere…

Ma non lo farò.
Allora perché non son riuscito a vedere null’altro di rugby in questo fine settimana? Perché all’82° è successo quello che non doveva succedere. Con l’Italia in attacco, con un possesso palla tranquillo e abbastanza solidamente installati nella metà campo francese, con una situazione di teso equilibrio: l’Italia che non può perdere palla e la Francia che non può commettere fallo… con una situazione così tutto sembrava possibile e l’illusione di un momento risolutivo appariva alla portata di mano.
Poi è arrivato: il drop, quel gesto risolutivo. Epico come quel -leggendario- drop di O’Gara.
Solo che a calciarlo ora siamo noi, è il capitano Parisse. Uno che i drop li ha messi, anche se non sarebbe il suo lavoro.
Solo che quel drop scivola via… lento, basso: un filo sotto la traversa dell’acca di meta. Un drop che non va a segno e ci condanna alla sconfitta. Un 23 a 21 bruciante.

Ecco, non ho guardato altre partite perché sono stato profondamente, visceralmente deluso da quell’ultimo minuto. Deluso da una squadra che m’è sembrava buttar via la partita in un solo gesto. Deluso da un gesto, da una scelta. Quel che è peggio: deluso da un uomo, dal capitano.
Questo è peggio di tutto, perché Parisse ha fatto -come al suo solito- una partita notevole. Una partita da grande rugbyman e perché giudicarlo su un solo gesto è un’ingiustizia. Soprattutto perché, come lui stesso ha detto quel gesto era un’assunzione di responsabilità in un momento in cui l’arbitro non avrebbe mai fischiato un fallo, un gesto che se fosse andato a segno l’avrebbe innalzato ad eroe di giornata. E non solo di giornata…

Eppure ne son stato deluso.
Perché probabilmente potevamo avere qualcosa di più da quella partita e perché probabilmente abbiamo buttato un’occasione. Forse non “buttata”, questo sarebbe un giudizio errato. Ma perso: perso un’occasione che dubito tornerà a breve.
E deluso perché anche se Brunel forse non è il migliore allenatore possibile per l’Italia, è un grande allenatore. Un allenatore che ha fatto un buon lavoro con la nostra nazionale. E lasciarselo andare per le solite beghe interne, parere mio, è un peccato.

Qui il commento di Parisse.

Ordine e progresso

i discutibili

Mi pare fosse in un articolo di Zoro sul Venerdì di Repubblica dove ho letto la dichiarazione di un vescovo italiano (credo il solito Bagnasco) riguardo il Family Day e il DDL Cirinnà, dichiarazione secondo la quale piuttosto delle unioni civili in Italia vi sarebbero “ben altre priorità“. O forse era Michele Serra.
Ad ogni modo, vorrei sapere quali siano queste priorità… magari, come era stato proposto la scorsa legislatura, una legge sui ricongiungimenti familiari dei parlamentari?

Ma, ancora una volta, vorrei ribaltare il comune ragionamento nel dibattito sulle unioni civili. Anzi, sui diritti civili in generale.
Chi scrive non nutre (purtroppo) particolare fiducia nelle capacità intellettuali e di scelta dei cittadini, specie da quando siamo stati tutti inebetiti dal discorso assertivo e populista che dilaga fra media e certa politica (perché, e passant, nessuno dice che i “risparmiatori truffati” dalle banche si sono “fatti truffare” volontariamente…

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Du’ statue!

Personalmente la polemica dirompente sulle due statue classiche dei musei Capitolini “censurate” in occasione della visita del presidente iraniano Rouhani lascia perplesso.
Oggi ancor più di ieri.

Già ieri, a leggere la notizia, non riuscivo ad indignarmi. Inizialmente, m’è sembrato un gesto di cultural awareness e di rispetto per la sensibilità altrui, forse un pò esagerato (troppa premura, potremmo dire), ma non tanto scandaloso quanto alcuni “paladini della libertà” vorrebbero far passare.
Gli stessi paladini che, più per gusto dello scandalo o dell’offesa gratuita che della libertà, indosserebbero magliette che irridono ad un profeta religioso. Gli stessi che sarebbero tanto pronti a dimenticarsi della libertà in molte altre occasioni.
Perché per certa gente la “libertà” è un concetto molto unilaterale.

Ma qualche ora dopo la breaking news della “censura” la mia percezione dell’evento s’è evoluta, di pari passo col montare delle polemiche.
Perché mentre sempre più voci si univano alla protesta in nome dei “nostri valori” sempre compromessi per accomodare un “loro” intollerante, aumentava in me la percezione che -in fondo- si stesse riducendo ancora una volta tutto il dibattito ai soliti schemi del razzismo. Insomma, sempre noi brava gente costretti a piegarci verso loro cattivoni. Loro che ci impediscono di apprezzare, coltivare, preservare e celebrare la nostra cultura.
Cultura millenaria e di enorme valore, ça va sans dire! Dunque una cultura che non può dover subire simili limitazioni.
Limitazioni che loro, mussulmani, intolleranti, sessisti, retrogradi e bigotti impongono. E che impongono non solo a casa loro, ma persino a casa nostra!

Razzismo ed invasione. Il binomio perfetto.
(per quanto c’è anche chi, come Tommaso Montanari su Repubblica esprime una voce dissonante, scrivendo: “Coprire quelle statue, per qualche ora, in occasione della visita di un ospite che ne sarebbe ferito è un atto che si iscrive benissimo in quella stessa tolleranza, che è la parte migliore della nostra identità.“)

Ecco, siccome nessuno di noi conosce gli accordi, i protocolli o le decisioni in qualche grigio ufficio ministeriale che hanno portato alla decisione di coprire quelle statue (tant’è che lo stesso Rouhani dichiara che “non ci sono stati contatti a riguardo), i mi permetto di avanzare un’interpretazione alternativa a questo “noi contro loro” che riecheggia.

Eccesso di zelo.
A mio modestissimo parere, piuttosto che un’imposizione della delegazione iraniana, questa auto-censura è stata il frutto di qualche persona nostrana, impaurita più dalla nudità in sé che dalla potenziale reazione degli iraniani.
Posso dirlo? In fondo, secondo me quella scelta è più frutto di un atteggiamento ancora un pò bigotto profondamente radicato nella nostra catto-cultura nazionale, che mal tollera la nudità, appena se in qualche opera classica.
Insomma, un cortocircuito tutto interno a noi stessi, ad un paese che ha ancora parecchie difficoltà a fare i conti con certi temi. Una polemica nella quale, forse, l’Iran e gli ayatollah c’entrano meno di quanto vorremmo credere.

Quel che resta di Schengen

i discutibili

I giornali di questi giorni riportano notizie di una possibile “sospensione” del trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone fra gli Stati dell’Unione Europea.
Sebbene non sia propriamente frutto dell’UE -né diritto comunitario-, Schengen rappresenta con ogni probabilità la “punta di diamante” nell’elaborazione comunitaria. Assieme al programma Erasmus e al diritto di libera circolazione.

Il motivo dell’eccezionale valore giuridico, politico e simbolico degli accordi di Schengen è facilmente intuibile: aldilà di tutte le (pure importanti) prese di posizione politiche, economiche e giuridiche dell’Unione Europea, essi rappresentano delle innovazioni che più immediatamente sono percebili dai cittadini come frutto dell’integrazione continentale. La libera circolazione delle persone è, dunque, il beneficio che più chiaramente di ogni altro i cittadini degli Stati membri dell’UE possono comprendere.
Di fatto, ogni altro argomento sui benefici dell’UE richiede lunghe (e, non di rado, boriose) spiegazioni cui non sembre il “quisque de populo” è disposto a…

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Problema di logica

Che l’Italia sia un paese strano non è certo una scoperta.
Che il procedimento legislativo e tutto il mondo giuridico vivano di una (strana) logica propria neppure.
Una logica tutta peculiare, non v’è dubbio.

Certo, è difficile non stupirsi e non domandarsi se non vi sia qualcosa di sbagliato (logicamente sbagliato) quando all’emendamento di un articolo di legge composto da un solo comma (comma 1, of course) si propone di numerare il successivo neo-introdotto comma non “comma“, come ci si potrebbe attendere -seguendo il nr. 1 di cui sopra-, bensì comma 1-bis….
Credo che -addirittura- già alcuni professori all’università ci facessero notare questa assurdità. Constato che da allora v’è stato un notevole progresso, di logica.

Ecco, sto sempre più maturando la convizione che questo paese non potrà mai essere un paese normale fino a che i legislatori (e gli addetti parlamentari) non cominceranno a ragionare (e organizzare le leggi) secondo la comune logica.
La logica secondo cui ad 1 segue 2, non 1-bis.
Almeno non quando non v’è ancora un 2 presente! (che, in quel caso sì, la formula bis avrebbe un senso…)

In the land Oz: cuore rosso (e boomerang che non ritornano)

Parlando del Capodanno a Sydney avevo scritto che, probabilmente, qualche disguido nell’organizzazione è derivato dal fatto che non fosse una cosa che ritenevo imprescindibile.
L’esatto opposto è invece accaduto con l’Ayers Rock / Uluru.

Vedere Uluru era una di quelle cose che ritenevo fondamentali, imperdibili di un viaggio in Australia.
La roccia rossa non solo ha mantenuto pienamente le aspettative, ma ha ampiamente ripagato di tutti i piccoli “disguidi” che questa tappa ha comportato.

Così, dopo qualche giorno a Melbourne, mi son prenotato il volo verso il “Red Centre” dell’Australia: il centro rosso, quell’enorme deserto che si estende fra il Northern Territory, South Australia e Western Australia e che tuttora è il cuore della cultura aborigena più intatta.
Tre ore di volo mi hanno catapultato in un mondo lontanissimo dalle metropoli del sud-est del continente, in un aeroporto minusco, che sembra uscito da vecchi film d’avventura, con poche o nessuna comodità, asfissiato da un caldo pazzesco e circondato dalla sabbia rossa del deserto centrale.
Dall’aeroporto Connellan gli autobus ci hanno immediatamente condotto alla “città” di Yulara: più che una città -come gli australiani insistono a chiamarla-, un resort per turisti i cui unici abitanti sono, appunto, i viaggiatori e lo staff degli alberghi.
Per carità, a Yulara esistono anche ristoranti, uffici postali e bancari, supermarket… ma tutto è palesemente funzionale al turismo verso Uluru.

Un mondo a parte.
E paradossale.

Il caldo è persino peggiore di quanto ricordassi da Adelaide e ben peggiori sono le mosche: migliaia, forse milioni, che non ti mollano mai. Probabilmente sono così tante per l’enorme popolazione di cammelli selvatici (importati a fine 1800) che infesta la regione e presso i quali trovano condizioni ideali per proliferare. Un disastro ecologico enorme, e non è il solo causato dai bianchi da quando sono qui…
Alla fine, proprio per sopravvivere senza impazzire, ho dovuto cedere all’acquisto di una rete per il volto.

Il primo giorno passa senza particolari attività, solo la sera decido di andare a vedere il tramonto sulla roccia da uno dei punti d’osservazione ricavati nel resort.
Poi subito a dormire: “domattina” sveglia alle 4:00 e si parte per il trekking attorno ad Uluru all’alba.

Uno spettacolo è ancora dir poco!
Vedere l’Ayers Rock approcciarsi sempre più mentre tutto intorno è ancora scuro e solo un filo di luce schiarisce il cielo in sfumature di blu, vedere il monolite di un blu scuro delinearsi sempre più rispetto al cielo che assorbe i primi raggi di luce è un’emozione che mi lascia senza fiato.
Mi ero sempre domandato cosa mai fosse quella “sindrome di Stendhal” di cui ogni tanto si parla riguardo a certe opere d’arte: osservando Uluru prima dell’alba l’ho capito.

E questo mi porterebbe a tante riflessioni sul rapporto fra arte e natura, o, meglio, sulle nostre reazioni ad arte e natura: forse noi europei siamo tanto “abituati” all’arte che ci circonda che la cerchiamo insistentemente anche negli altri continenti, ma al contempo non siamo più così in grado di comprenderne la grandezza.
Viceversa con la natura, da noi troppo “addomesticata”.
Credo fosse Kant che parlava del “sublime” come di quel sentimento di ammirazione e paura che l’uomo prova dinnanzi alla maestosità della natura. Ecco, questo ho provato avvicinandomi per la prima volta a Uluru.

La camminata (poco più di 10 km- dalle 5:30 alle 11:00 di mattina con un passo molto tranquillo e vari stop per osservare l’Ayers Rock) procede tranquilla, senza intoppi o preoccupazioni di sorta: è caldo, ma tollerabile.
La guida ci accompagna mostrandoci le bellezze e peculiarità di Uluru, la sua formazione, le storie e leggende aborigene del tjukurpa e illustrandoci tutto quello che non potremmo mai sapere (per rispetto della cultura anangu, l’amministrazione del parco…
Una scoperta dietro l’altra: l’amministrazione condivisa, il segreto (mistero) che ancora avvolge tantissime parti del tjukurpa e il rispetto che -ora!- i bianchi portano per la cultura aborigena, la gestione delle piante (i bushfire essenziali per la loro crescita), le pitture rupestri…

Finita la camminata torniamo al resort, cerco di dormire un paio d’ore e verso le 16:00 ritorno al parco nazionale per un’ultima camminata presso Uluru, la visita del Cultural Centre e l’osservazione da un punto più prossimo del tramonto.

Spettacolare.

La mattina dopo mi sveglio prima dell’alba per osservare il cielo stellato privo di inquinamento luminoso e l’alba su Uluru; partecipo a qualche attività illustrativa della cultura aborigena: camminata fra i giardini del resort con una guida che ci spiega le proprietà delle varie piante (tea-tree, spinifex e alcuni frutti del deserto, ricchissimi di proprietà nutritive ma totalmente privi di zucchero: nessuna sorpresa che coi cibi occidentali gli aborigeni abbiamo cominciato a soffrire terribilmente di diabete), i costumi e abitudini degli aborigeni anangu.
Fra essi, scopro che i boomerang non ritornano!
La guida ci spiega che ne esistono molte fatture diverse ma solo una (secondo lui) torna. Tutti gli altri devono servire per rompere le ossa degli animali, quindi sono troppo pensanti e con un’aerodinamica non adatta a tornare, anche perché sarebbe pericolo per il cacciatore vederselo venire incontro!
In sostanza, il boomerang che torna sarebbe solo un modello leggero usato presso la costa per spingere gli uccelli ad abbassarsi e poi colpirli con quelli più pesanti…
Da piccolo, avevo provato per anni a farne tornare uno dopo averlo lanciato, sempre senza successo… è stato un pò un sollievo scoprire che un motivo c’era e non dipendeva da me!

Al pomeriggio torno nuovamente al parco, per l’ultima volta, per un tour attorno a Kata Tjuta / The Olgas, l’altra formazione rocciosa della zona. Dovremmo fare una camminata attraverso la Valley of Winds, ma le temperature troppo alte ce lo impediscono, così ci limitiamo ad una visita alla Wapa Gorge.
Il tour termina di nuovo con l’osservazione del tramonto, stavolta verso Kata Tjuta e comodamente accompagnato da bottiglie di vino aperte dal tour-operator.
Un pò troppo per i miei standard di viaggiatore, ma è gradevole.
Durante il viaggio di ritorno, la piacevole scoperta di “True blue” di John Williamson e la consapevolezza che a Yulara siamo assurdamente più vicini ai satelliti che orbitano sopra la terra (300 km di altitudine minima) che alla città più vicina (Alice Springs è a più di 420 km)!

Per l’ultima mattina non resta che impachettare tutto… vorrei portare via con me un pò di sabbia rossa, ma qualche guida aborigena mi ricorda che per loro è terra sacra e sarei “coursed” se la prendessi. Un pò per paura / scaramanzia, un pò per rispetto, desisto.

I bus ci riportano all’aerporto, rapido check-in e siamo di nuovo pronti volare: dall’alto vediamo ancora una volta Kata Tjuta, Uluru e il deserto rosso che li avvolge…

In the land of Oz: out of town

Dopo la città, ci dedichiamo a scoprire i dintorni di Melbourne.

Ho cercato di visitare la regione nelle quattro diretricci possibili: nord, sud, est ed ovest. Cominciando dalla tappa più semplice, a sud ho voluto vedere la Mornington Peninsula, la penisola che chiude la baia su cui si affaccia Melbourne.
In realtà, per casini vari, sono partito assai tardi dalla città e sono arrivato a Frankston (l’ultima cittadina collegata dal treno locale) alle 4 del pomeriggio passate, quando tutto in Australia chiude alle 17:00.
Un viaggio praticamente inutile, ma per non buttare completamente via la giornata ho deciso di fare un lunga camminata sulla spiaggia: affascinante.
La striscia di sabbia si estende per kilometri, senza soluzione di continuità apparente, con le case affacciate sulla spiaggia e il cielo (fortunatamente per me, in quel momento coperto) a riflettersi sull’oceano che pare estendersi all’infinito.

Ma la prima tappa, in ordine temporale, è la stata la Great Ocean Road. Forse pure la più spettacolare: una di quelle cose che in un viaggio in Australia non possono mancare.
La Great Ocean Road potrebbe essere paragonata ad una strada costiera nelle Cinque Terre: una stradina ricca di tornanti che si inerpica sulle scogliere a picco sul mare. Uno spettacolo. Durante il viaggio, anche l’occasione di osservare koala e intravedere kangaroo selvatici…
E’ stato particolarmente interessante scoprire che la strada venne costruita solo nel 1919, come parte di un programma per l’impiego dei soldati (ANZAC) ritornati dalla Prima Guerra Mondiale (un progetto che comprese anche i relativamente fallimentari Soldier Settler). Interessante, perché mette in luce l’enorme sforzo fatto dall’Australia per re-integrare i giovani partiti per la guerra e rientrati in patria in condizioni estremamente difficili.

Sono particolarmente convinto che l’esperienza dell’ANZAC sia stata fondamentale nel plasmare l’Australia contemporanea: non a caso è ricordata in tutte le maggiori città (a Melbourne con la Shrine of Remembrance– forse l’edificio più simbolico di Melbourne, mai divenuto tuttavia una vera e propria icona architettonica).

Ad ogni modo, il massimo del tour lungo la Great Ocean Road è stato vedere i “Dodici Apostoli“, i pinnacoli di roccia nell’oceano, al tramonto. Già di per sé i Dodici Apostoli sono uno spettacolo fantastico, ma al tramonto raggiungo picchi di bellezza eccezionali, coi colori dell’oceano, della scogliera e del mare che si trasformano man mano che progredisce il tramonto.

Terzo tour (secondo in ordine di tempo) è stato quello nella Yarra Valley, una valle ad est di Melbourne rinomata per la sua produzione agricola e vinicola.
Il tour in sé è stato interessante, con varie tappe fra produttori locali di frutta e verdura biologica, latterie e svariate cantine. Come già detto, il vino australiano va alla grandissima ed, effettivamente, qualche prodotto di qualità c’è.
Giro interessante, anche se -col senno di poi- forse un pò sprecato dopo aver visto la Barossa Valley e la McLaren Valley attorno ad Adelaide. Però l’idea era quella di scoprire tutti i dintorni di Melbourne…

L’ultimo tour giornaliero, fatto il giorno prima di partire, è stato quello nella catena montuosa dei Grampians, a nord-ovest della città (circa 3 ore di macchina), racchiusa in un parco naturale.
Inizialmente non avevo previsto questo tour, ma dopo la tragica (e toccante) esperienza di aver rivisto i canguri allo stato selvatico di ritorno dai Dodici Apostoli (e di averne investito brutalmente uno…) ho deciso che il mix offerto dai Grampians di natura selvaggia, panorami mozzafiato, animali e culture aborigene era veramente irresistibile.
Purtroppo, il tour non si è rivelato all’altezza: costretti dai tempi del viaggio e compressi fra le troppe (?) cose da vedere, la visita al centro culturale Brambuk e il tempo passato ad osservare i kangaroo è stato meno di un’ora, con mio enorme disappunto: neanche il tempo per leggere tutti i pannelli del centro Brambuk. Per non parlare di andare ad osservare le pitture rupestri: un vero peccato!
Dopo di ché, si è saliti sul pulmino che ci ha condotto ai punti di osservazione della valle sottostante da Mt. Zero e alle McKenzie falls: tutti molto belli, con la possibilità di osservare le peculiari formazioni rocciose della catena, peccato che fosse letteralmente un “drop off” a pochi metri dal punto interessato senza camminate da fare. Con un paesaggio così, avrebbe sicuramente meritato…
Decisamente un posto da visitare con altri tempi, meglio se viaggiando in autonomia.

Pensarci sempre tre volte prima di prenotare un viaggio organizzato!
D’altronde, guidare da soli non sarebbe stato né conveniente, né semplice…

Il paese è dannatamente grande e ogni spostamento richiede un sacco di tempo. In più, è dannatamente variegato: per visitarlo bene occorre davvero selezionare le cose d’interesse e programmare in anticipo.
Tutto quello che io non ho fatto: mi son lasciato condurre dal momento.

In the land of Oz: Melbourne city, due giorni di troppo?

Cosa avevo detto parlando di Adelaide? Che la città, in sé ha poco da offrire.
Non si offendano gli amici di Melbourne, ma per i nostri standard europei e con le dovute proporzioni, lo stesso principio si può applicare alla capitale del Victoria.

Non che a Melbourne manchino osé da vedere, assolutamente!
Avendo la pazienza e l’interesse di girovagare fra i vari quartieri se ne possono apprezzare le variegate differenze, tanto per cominciare, che spaziano dall’iper-moderno CBD all’iper-hypster quartiere su Brunswick st. Non mancano neppure alcuni musei di pregio (quello che ho brevemente viso io: National Gallery of Victoria, con opere un pò da tutto il mondo, incluse statue romane! Nessuna idea di come vi siano arrivate…). Rari, ma vi sono pure alcuni edifici relativamente storici: se risalgono alla prima metà del 1800 è tanto, ma possono comunque rivelarsi interessanti, come il Parlamento, la Tesoreria (con ottime esposizioni temporanee, come quella sui Soldier Settlers ritornati dalla Prima Guerra Mondiale o quella sulla corsa all’oro del 1852 e Eudeka Democracy), il Cook’s Cottage e il Palazzo dell’Esposizione Internazionale del 1880. Volendo risalire a tempi più recenti, si possono vedere ancora alcuni stadi delle Olimpiadi del 1956. E sembrano veramente appartenere ad un’altra era!

Infine, disseminate in tutta la città si trovano forme artistiche curiose ed interessanti: dai murales dei graffitari contemporanei ad installazioni murarie curiose ed affascinanti.

Tutto questo senza dimenticare l’anima multiculturale che le varie ondate migratorie hanno donato alla città: attorno a Lygon st si trova il quartiere italiano (con tanto di cartelloni “Buon Natale Melbourne”); immancabile China Town verso il CBD e v’è pure un quartiere greco.

Da vedere anche il lungofiume sullo Yarra, St. Kilda Beach (magari la sera osservando pinguini) e la Shrine of Remembrance.

Ho passato due giorni a girare il centro di Melbourne, un pò seguendo gli itinerari consigliati, un pò lasciandomi portare dal caso o dall’istinto.
Forse due giorni sono un pò tanti… Forse troppi da dedicare ad una cittad così. O, forse, sono un tempo giusto per prendersi la visita con calma, gironzolare senza stress e provare a lasciarsi coinvolgere dallo spirito della città.

Certo che appena fuori i centro urbani l’Australia ha parecchio altro da offrire. Forse di meglio…

In the land of Oz: anni, icone, surf

Decidere di passare il capodanno a Sydney è stata una scelta che ci ha causato parecchi problemi.
In realtà, l’idea non era neanche mia e sono propenso a credere che tante complicazioni siano derivate proprio dal fatto di aver sposato con tanta decisione un’idea che di fatto non mi aveva mai particolarmente affascinato.
Primo, grandissimo, problema è stato quello dell’alloggio: Sydney nei giorni attorno al 31 dicembre è letteralmente invasa dai turisti e gli alloggi economici sono introvabili (prezzi attorno ai 1.000 dollari per camera a notte!). Oppure, se si trovano, richiedono di prenotare un numero consistente di notti.
Così, prima l’amico che ci doveva ospitare mi ha comunicato a metà dicembre che non avrebbe potuto, poi i vari alberghi o altri alloggi selezionati (airbnb) ci hanno brutalmente costretto a cambiare i piani, fino alla scoperta che anziché dal 31 al 3 avevo prenotato dal 31 al 2 gennaio!
La cosa si è poi risolta abbastanza bene, nel senso che i due giorni sono stati sufficienti per una breve, ma abbastanza completa, visita della città e dei suoi quartieri balneari con ripartenza verso Melbourne con un aereo la sera del 2.

Tuttavia, un pò volevo vivere uno degli spettacoli più celebri al mondo (forse anche nella speranza che ciò per una volta mi facesse apprezzare un capodanno) e un pò mi affascinava l’idea di essere il più a est possibile: fra i primi ad arrivare nel nuovo anno.

Dunque, Sydney: Sydney si è a lungo contesa con Melbourne il ruolo di capitale dell’Australia e la querelle è stata infine risolta costruendo una città-capitale esattamente nel mezzo fra le due, Camberra.
In realtà ho scoperto poi che il primo parlamento del Commonwealth australiano ha avuto sede a Melbourne, ma ai giorni nostri è decisamente Sydney a fare la parte da leone.

Primo fra tutti, per ragioni di commercio internazionale (porto), che con esso si portano dietro la notorietà e l’attenzione globale.
Ma esiste anche una seconda ragione che marca la “supremazia” mediatica della città del New South Wales sulla rivale del Victoria. Una ragione “iconica”: a Melbourne manca un edificio, un monumento simbolo. Manca qualcosa che identifichi totalmente la città come la Tour Eiffel a Parigi, la Porta di Brandenburgo a Berlino o il Colosseo a Roma.
Sydney, invece, ha la celebre Opera House (seppur costruita di recente: 1973 l’inaugurazione). E da allora, praticamente non c’è storia.

Oltre a ciò, la città alterna nei quartieri centrali (attorno al Circular Quay) piccoli quartieri (più che altro stradine) di una centinaia di anni, preservate dalla speculazione edilizia come Argyle st. a enormi palazzoni in stile moderno. Non si può definire una “bella città”: è una città commerciale con una storia piuttosto breve.
Poi esistono tutta una serie di quartieri periferici assai variegati: alloggiavamo in Bondi, vicino alle spiagge e abbiamo visto solo quello. Per i miei standard, le spiagge ricordavano un pò una Jesolo, arricchita dalle scogliere che intervallano le piccole spiagge nelle insenature scavate fra le colline e frequentate da moltissimi surfisti.

Ah, ecco: gli australiani sono un popolo che vive tantissimo all’aperto. Facile, suppongo, data la combinazione di clima favorevole e di benessere.
” Un popolo annoiato” ha abbastanza giustamente detto qualcuno. E, in fondo, è così: credo sia soprattutto la mancanza di altre incombenze a spingere praticamente tutti a fare costantemente attività all’aperto (bici, corsa, surf, caccia, pesca…).
Il capodanno, comunque, merita. Giusto per dire.

Magnifica organizzazione per il capodanno, con dei ” vantage points” per l’osservazione dei fuochi regolati e chiusi per tempo, prima che la folla (abbonante) diventasse una calca ingestibile e con tutti i servizi del caso: anche dopo lo spettacolo la folla di decine di migliaia di persone è defluita i totale rapidità, senza nessun problema (non ho visto un solo accenno di violenza). Merito anche della scelta di vietare l’alcool in tante zone della città durante l’avvenimento.

Alla fine, un bello spettacolo.

In the land of Oz: vino e oltre

Quasi una settimana nel Sud Australia, prima di spostarsi c’è tempo per qualche giro nei dintorni di Adelaide.

Prima tappa: Mt. Lofty, subito fuori Adelaide. Sul monte (credo Greenhill Park) si trova un parco naturale con una riserva e una varietà degli animali presenti nel continente. Kanguri, nelle loro differenti specie; koala; wombats; il diavolo della Tasmania; emu; bandicoot… Nel complesso, un’esperienza che merita: forse non unica nella possibilità di avvicinarsi tanto a questi animali unici con la possibilità persino di accarezzarli e sicuramente migliore di un classico zoo, con gli animali che dispongono di spazi confortevoli anche. Non di meno, l’impressione rimane quella di un’attrazione turistica, più che di una riserva naturale: troppi i visitatori che affollano il parco, tanto da aver praticamente “addomesticato” gli animali presenti.

La seconda è la Barossa Valley, zona collinare a nord della città, rinomata per la produzione di vini. Per lo più rossi, Shiraz in particolare. Zona abitata dai tedeschi (“Hanhsdorf” paese di Hanh, sembra un villaggio bavarese trapiantato in clima australiano), come poi a sud verso la McLaren Valley.

I paesaggi ricordano vagamente la Francia a luglio, o un’immensa Toscana dopo una trebbiatura: con la stagione calda, i prati assumono un colore giallo come del grano e l’erba del bush è perfetta per i devastanti incendi australiani. Non a caso, lungo la strada se ne possono ben vedere i segni: terra riarsa con colori bruni, tronchi di eucalipto bruciati. Qualche edificio distrutto. Al giallo del suolo, fa da contralto l’azzurro del cielo. Per giorni non abbiamo visto nuvole, e solo l’ultimo prima di partire si è coperto di un’immensa muraglia bianca: un nuvolone arrivato dal nord (Darwin), dove imperversano i monsoni.

Segue giornata surf. Non era nella mia lista delle cose da fare, ma perché no? Più una lezione, che vero e proprio surf. Mica facile! In teoria la cosa è semplice: alzati in piedi sulla tavola e metà del lavoro è fatto. Peccato che per potersi alzare la premessa fondamentale è che la tavola abbia acquisito un pò di velocità e stia planando sull’acqua, così da consentire la pressione di mani e piedi per alzarsi. Spiegazione da profani, ovviamente.

Tuttavia, per ottenere questa condizione serve un bel pò di lavoro. Tralasciando il trasporto (in mano o a nuoto) della tavola fino al punto prescelto, occorre orientarsi con sguardo alla spiaggia, attendere l’onda giusta, sdraiarsi velocemente sulla tavola quando questa è a pochi metri alle nostre spalle e cominciare a pagaiare a tutta forza per prendere un pò di velocità supplementare. Il tutto il pochi secondi, per non perdere l’onda che una volta scavalcatici è irrimediabilmente andata. Ah, e pagaiare è un lavoro serio: come nuotando a stile, ma di gran lena! Io che praticamente non so nuotare, non ho quasi mai preso velocità con i miei gesti a vuoto. Ma un paio di volte, forse per dieci secondi in tutto mi sono alzato. Capisco perché dicono sia così bello!

Rapido passaggio a Porth Elizabeth e via con altre degustazioni dei vini del Sud Australia.

Poi c’è la città in sé: Adelaide. Come  di frequente nelle città dei “nuovi mondi” (mi correggo: non solo del terzo mondo), la città in sè non ha grandi attrazioni. Più che altro è luogo di business e abitazione. Non di meno, qualcosa che merita una visita ad Adelaide c’è: personalmente m’è piaciuto molto il piccolo ma ben fatto Migration Museum, con una buona spiegazione della colonizzazione e delle successive migrazioni in Australia, inclusi “white Australia  policy”, rapporti con gli aborigeni e diverse popolazioni coinvolte. Interessanti anche il Adelaide Museum e la State Gallery: non enorme ma ben rifornita e con alcuni pezzi “estranei” di stile europeo o riferiti a eventi europei (impressionismo, WW1) interessanti e la bella mostra d’arte aborigena contemponaea.

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