Claustrofobia della stanza vuota

Dire che mi sento “di merda” è ancora un eufemismo. In realtà  non so neanche io esattamente come mi sento: stanco, triste, scazzato, al limite della depressione o del tracollo emotivo… Soprattutto scazzato, probabilmente. Non lo so esattamente: tutto questo e altro.
Sono preso così… in uno stato d’animo in cui praticamente tutto non fa che aumentare la mia rabbia:  ogni canzone, ogni libro, ogni job application, ogni riga della tesi.
Rabbia. Assenza di prospettive. Frustrazione.
Vorrei solo poter dormire tutto il giorno, per giorni. Aspettare che passi. E chi se ne frega della tesi: consegno quello che ho scritto e basterà. Sarebbe quasi buttare via tutto il lavoro di un anno, tutti il “puntare all’eccellenza” con un solo lavoro mediocre. Ma continuare a lavorarvi mi causa più dolore che altro.

E tutto questo non è causato dal pensiero che fra 15 giorni non saprò più che fare della mia vita (il master è ormai finito, abbiamo ancora due settimane per consegnare la tesi, l’appartamento da lasciare due giorni dopo e ancora navigo nel buio con prospettive di lavoro, nuovo domicilio o altre mete da raggiungere)- come se non riuscissi a guardare oltre quindici giorni. Buio totale. E pesa come un macigno.
Ma no, non è questo, anche se gioca una grande parte. Non solo, almeno.

So che non è solo questo, perché so esattamente da quanto mi sento così: da quanto è cominciato il conto alla rovescia per vedere una stanza vuota. E, ancor di più, da quando la ragazzina coi capelli rossi se n’è volata via.
Le due cose, in realtà, si sommano: perché vederla volare via mi farebbe assai meno male se sapessi di dover partire anche io, lasciare presto questo posto ormai svuotato di tutto quello che l’aveva reso speciale nei mesi scorsi e lanciarmi verso una nuova avventura.
Verso qualcosa per tenermi occupato, per riempirmi il cervello, per non pensare.

Lasciarsi alle spalle lei, che è ormai andata, e tutti gli altri che stanno andando o andranno a breve. Lasciarsi (finalmente) alle spalle un anno che è passato troppo in fretta, ma ormai è passato.
Andarsene, scappare da questo luogo divenuto claustrofobico- una prigione, dorata ma pur sempre prigione.
Farla finita con questa agonia che abbiamo trascinato troppo a lungo, da luglio ormai, quando sarebbe stato più saggio rendersi conto già mesi orsono che non poteva durare. Non era destinato a durare.

Invece sono qui, esco in giardino e guardo la finestra chiusa di una stanza ormai vuota. Una stanza che solo ieri ospitava qualcuno.
Qualcuno che, volente o nolente, mi ha appesantito il cuore (per citare il bel film di BollywoodCheeni Kum- Senza zucchero“)

E allora ecco ancora frustrazione. Solitudine.
E tutto nel domani inquieta. A pensare di non sapere cosa affrontare, a sapere di doverlo affrontare senza persone che son divenute care.
E si vorrebbe non doverlo affrontare affatto.

Forse è per questo che non ho lo “spirito imprenditoriale”, la capacità di mettermi costantemente in gioco con nuove imprese e avventure: perché non ho mai saputo gestire la fine (le fini).

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piccola proposta calcistica

Ho letto del trasferimento di Neymar al PSG per 222 milioni di Euro (‘stica!, come si direbbe…). Ho letto che -anche lui, come tutti- “non lo ha fatto per soldi”: ahn però!
…sarà stato per la cucina francese.

Ho letto che un altro calciatore, Mata del ManUtd, propone la “rivoluzionaria” idea di devolvere l’1% (uno per cento) del proprio stipendio ad una ONG da lui creata, se ho ben capito per diffondere il calcio fra i bambini dei paesi poveri.
Bella idea, per carità, meglio di niente. Ma l’1% sono peanuts. E il fine, beh: poteva pensare di meglio.

Allora, vorrei lanciare anche io la mia piccola proposta per “rendere migliore” il calcio. Anzi, due mezze proposte (che forse assieme ne fanno una). Semplice, semplice:
1) ogni volta che un calciatore dichiara di essersi trasferito in una nuova squadra ma di non averlo fatto per soldi, il 10% del suo stipendio viene automaticamente destinato ad una ONG di sua scelta (da indicare al momento della sottoscrizione del contratto);
2) ogni volta che il presidente di una squadra dichiara che rinnovare il contratto “non è un problema di soldi“, una somma pari al 10% del monte stipendi viene destinata ad una ONG.

Semplice, se non è per soldi…

Into dark

Ecco, una cosa che posso (anzi, devo) scrivere è questa: Dans Le Noir. Titolo inglese, perché siam sempre a London. E (quasi) non più in Europe.
Battute a parte….

Dans Le Noir è una catena di ristoranti in cui si cena completamente al buio. Totalmente.
Per natale ho ricevuto come regalo una cena in questo ristorante, sede londinese appunto, e dopo aver atteso troppo a lungo, domenica sera vi sono andato. Con A., tanto per farsi male fino in fondo.
Sempre fino in fondo, le cose a metà non hanno carattere– per dirla con Benjamin (sì: sto tornando al primo Benjamin).

Cominciamo dalle cose semplici: cibo ottimo. Il che, per un ristorante, è già un ottimo punto di partenza, no? Anche il vino scelto era buono.
Forse, nel complesso, un pò caro. Ma, ovviamente, si paga tanto l’esperienza. E, credetemi, ne vale la pena. Ne sarebbe valsa la pena anche senza quella compagnia (ma non discutiamo di questo: una buona cena andrebbe sempre accompagnata da una “bella” donna -bella in più di un senso).

L’esperienza, appunto.
Una cena al buio. Il primo pensiero, almeno il mio, ma penso per molti, è stato: la camicia tornerà enormemente pezzata. Severamente, irrimediabilmente, macchiata. E, infatti, approfittando del buio e della sospensione di qualsiasi giudizio estetico, ho messo il tovagliolo a protezione “integrale”. Camicia intonsa, gran risultato.
Secondo pensiero: come faccio a mangiare? La logistica, in realtà, si è rivelata piuttosto semplice, anche versarsi da bere dopo qualche accorgimento iniziale è stato piuttosto ok. Unica nota: magari del pane, per evitare di usare le dita “a supporto” sarebbe stato saggio…

Questo per le trivialità del caso.
Ma l’esperienza di una cena al buio è molto di più. Intanto, non ho mai visto un posto altrettanto buio. Neanche la campagna cubana di notte, neanche le Alpi di notte, neanche la savana attorno ad Arusha o la pampa…. almeno lì vi erano le stelle! (Gran cosa le stelle, dovremmo ricordarcelo più spesso… non esiste notte tanto buia da non aver stelle). Ma neanche la notte di temporale ad Urulu.
La cosa più luminosa in tutta la stanza (in assoluto, anzi: a mia memoria, l’unica cosa luminosa in tutta la stanza) era la fluorescenza delle lancette del mio orologio- che ad un certo punto ho tolto.
La prima sensazione, appena accomodati a tavola e affrontata la logistica, è una certa fatica agli occhi. La tentazione è quasi di chiuderli. Passa dopo poco, ma è strano all’inizio adattarsi a questo ambiente.
Ma la cosa che si sente più costantemente è il vuoto. Vuoto, totale, assoluto. Nei momenti di silenzio sembra quasi di sentirsi fluttuare nello spazio (nessuna idea di quale spazio vi sia attorno: la stanza potrebbe essere minuscola o enorme… nessuna percezione).
Non a caso, si sente la necessità di riempire quel vuoto.
Per quanto la conversazione -almeno la nostra- sia stata interessante e mai banale (ok, a parte un paio di mie cazzate sul Mozambico…), v’era sempre la come la “necessità” di parlare, di riempire quello spazio. Forse perché anche noi come alcuni pesci ci orientiamo nello spazio come con un sonar, per quanto poco i suoni, le voci, ci danno una sensazione di presenza. Qualcosa cui aggrapparci.

Tutto questo va, ovviamente, rapportato poi al cibo.
Aldilà, come detto, della logistica, l’esperienza principale è quella di non sapere (verrà rivelato dopo) cosa si sta mangiando: si può scegliere un menù carne/pesce/vegetariano, ma gli ingredienti esatti non si conoscono. Il che, almeno per me e la mia commensale, ha rivelato quanto il nostro palato sia poco sviluppato: dei tanti ingredienti sono riuscito a riconoscerne solo pochi (kangaroo, più per azzardo che altro, piovra, passion fruit e qualche verdura… neppure l’oca che pure ha un gusto abbastanza marcato sono riuscito a riconoscere!).
La vista, sic, domina i nostri sensi. Almeno nel quotidiano. Per quanto altri sensi possano essere più evocativi nella nostra memoria (l’olfatto- ma come ci siamo detti dopo: la memoria visiva può essere richiamata alla mente, quella olfattiva, come fare?), la vista domina.
Domina totalmente. Specie a livello sociale: estetica, apparenza… ma anche nelle interazioni astratte dall’aspetto: la percezione visiva, come mi diceva A., ci aiuta tantissimo ad orientarci nelle relazioni- la direzione di uno sguardo, delle labbra che accennano una parola, la postura… tutto questo è essenziale nel nostro modo di essere ed interagire. E di colpo era sparito.
Dovevamo, in un certo senso, imparare un nuovo linguaggio.

La cosa che probabilmente mi ha scosso maggiormente è stato sentire il cameriere (bravo) parlarci della bellezza dei monumenti a Roma dopo la sua recente vacanza. Sul momento avevo creduto non fosse cieco (come inizialmente sospettavo)… vederlo poi andare a casa e constatare che è effettivamente non vedente mi ha scosso. Positivamente, devo dire: è stata un’infusione di umiltà. Enorme.
Quanto tempo passiamo a scattare foto, anziché a crearci memorie? Alla fine, ricorderemo sempre meglio qualcosa che abbiamo toccato piuttosto di mille immagini viste solo attraverso lo schermo di una macchina fotografica (schermo, perché spesso anche l’obiettivo ci hanno tolto).

Insomma, un’esperienza fortemente consigliata.

Considerazione a latere, non è “bizzarro” che un’esperienza così umanamente formativa al giorno d’oggi possa farsi solo pagando?
In definitiva, provare a vivere “al buio” almeno per un pò sarebbe un bel bagno d’umiltà per molti, un’occasione per riflettere ripensare al proprio modo di essere, a quel che veramente conta o dovrebbe contare nella vita… per fortuna è possible farla in posti come Dans Le Noir, ma, credo, v’è qualcosa di sbagliato non tanto nel commercializzare questa esperienza in sé, quanto nel fatto che commercialmente sia -a mia conoscenza- l’unico modo per farla.

Ne avrei di cose da dire

Muß das Herz dir brechen,
Bleibe fest dein Muth
(A. von Chamisso)

Oh se ne avrei di cose da dire! Forse è proprio per questo che taccio… perché non so da che parte cominciare. Eppoi se uno si sblocca, poi va a finire che ne racconta a fiumi e non si riesce più a fermarlo….
Non che siano cose negative, per carità. Oddio, magari qualcuna anche sì. Magari anche tutte, da una certa angolazione. Non lo so, probabilmente cercare di capirlo richiederebbe più tempo ed energie di quante voglia dedicarvi. Oppure, sotto sotto, so già tutto. Ma, come sempre, non ho voglia di sentirlo forte e chiaro.

Veramente, non so da che parte cominciare. Che già da quello si decide il tono di tutta la conversazione. E’ un gran mix, un quadro grigio come il cielo di Londra. Ma non il grigio plumbeo, uniforme e monotono che sembra non lasciare scampo… un grigio variegato, una infinita sequenza di squarci diversi -brillanti o oscuri.

Insomma, sono felice. E sono triste. Sono contento. E sono deluso. Sono eccitato e sono “depresso” (in senso strettamente non clinico!).
And everything in between.
La cosa strana (“strana”? Se così si può dire…) è che tutte queste sensazioni si sovrappongono una all’altra, ed in modo poroso. “Come una lasagna“, direbbe il mio vecchio prof di diritto cinese.
In sostanza, non mi sento “felice” ora e “triste” domani mattina (o ieri, per quel che conta). Né tra mezz’ora o mezz’ora fa.
Mi sento “ribollire”, si potrebbe dire. Peccato sia una c*** di immagine abusata. Eppoi, oltre a sentirmi ribollire, mi sento anche profondamente tranquillo. Zen.

Forse la cosa che più si avvicina a questo stato d’animo -stati d’animi- è il celebre “nodo gordiano”: tanti fili che si intrecciano in un miscuglio senza capo né coda. Potrei, forse, venirne a capo, dipanarlo se li prendessi ad uno ad uno, se mi impegnassi a districarli forse ci capirei qualcosa. Forse, forse, capirei almeno di che sfumatura di grigio si tratta…

Tante cose.
Forse stavolta ho immaginato troppo (persino! Ma si può?). O forse in fondo era del tutto giustificato.
Forse le pietre sul goban erano quelle giuste (ma what’s in a name? That which we call a rose / by any other name would smell as sweet), ma -ovviamente- la mia lettura delle stesse non lo era. Eppure, parevano così palesi: impossibile sbagliarsi.
Eppure, al tempo stesso, era chiaramente diversa (ma se un nome non è granché, può esserlo forse una lettera? O forse una singola lettera è anche più importante… la perfezione sta nei dettagli, dicono).

Eppure questo è tutto, ma non è niente.
Visto che siamo in tema (io, ancora, voi che leggete probabilmente no), posso anche permettermi un’altra citazione buttata lì… per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte, dicono. Allora, forse, dopo troppa luce (accecante, decisamente), essere into darkness era la cosa migliore che potesse accadere. La fine, forse, ma anche a new beginning.
Solo che, per quanto relativamente di buon umore, ho perso tanta voglia di continuare a giocare. Il goban è lì, a prendere polvere. Tant’è che son tornato pure a quel vecchio Thomas Mann (dio!, da quanto tempo era che non cercavo Thomas Mann?). Chiamatela, se volete, rassegnazione. Pacificatrice, inaspettatamente.
In fondo, se il sentiero si fa camminando, non dovrebbe importare in che direzione cerco di andare. Infatti, ho perso la voglia. Forse anche star fermi è un modo di “andare”.
Seduto sotto un ginkgo, magari a Brunswick Square.
Magari col goban ad aspettare.

Denn etliche gehen mit Notwendigkeit in die Irre,
weil es einen rechten Weg für sie überhaupt nicht gibt

(Th. Mann)

Sarei d’accordo con Mentana

Leggo che Mentana si dichiara contro la legge sull’apologia del fascismo attualmente in discussione (ma non c’era la già la legge Scelta?), perché -secondo Mentana- “non si mette il bavaglio alle idee” (magari, dico io, il bavaglino sì…).

Sarei anche d’accordo con Mentana. O, per esser grammaticalmente precisi: potrei anche essere d’accordo con Mentana, se…
Se negli ultimi quarant’anni (ma anche cinquanta, dai) di storia repubblicana si fosse data piena, attuale attuazione alla succitata legge Scelba oltreché alla XII disposizione finale della Costituzione (quella che proibisce la ricostituzione del PNF).
Se l’istruzione scolastica (ad ogni livello, dalle medie ai licei, fino alle università) avesse spiegato adeguatamente ai cinquantenni, quarantenni, trentenni e ventenni di oggi cos’è stato il fascismo e perché -in parole povere- “è una montagna di merda”.
Se la magistratura avesse fatto luce su troppi “misteri” di terrorismo politico, su troppe connivenze politico-criminali con le forze di sicurezza, su troppe manipolazioni che hanno fomentato un’ideologia violenta, assassina, antidemocratica e sprezzante della vita e della dignità umane.
Se la politica nazionale (e non) si fosse fatta un serio esame di coscienza, se avesse avuto la forza di denunciare e condannare senza tentennamenti o doppiogiochismi una serie di azioni aberranti.
Se tuttora non avessimo nelle forze dell’ordine figurine (per dirla con Fucik) che hanno inammissibili (per un ordinamento democratico) simpatie per figurine altrettanto misere come Mussolini o Pinochet (che, infatti, sono della stessa merda).
Se non avessimo avuto -e se non avessimo tuttora- un numero spropositato di movimenti politici dichiaratamente neofascisti, se non avessimo ancora persone che inneggiano quotidianamente al fascismo e al duce, incluso in oggetti quotidiani (ma ci rendiamo conto?).

Potrei anche essere d’accordo con Mentana se queste condizioni si fossero realizzate. O almeno alcune di esse (tutte sarebbe pretender troppo, me ne rendo conto).

Purtroppo, queste condizioni non si sono realizzate. Purtroppo, non posso essere d’accordo con Mentana.

*questo post era stato preparato alcune settimane fa, in occasione dei commenti di Mentana. Purtroppo, come al solito, ho atteso troppo a lungo per pubblicarlo. Tuttavia, farlo il 2 agosto mi sembra comunque appropriato.

These trees are made of blood- English review

Our pain is our strength: it reminds us
this should never happen again

Some plays, you like them because of the story. Some, because of the acting.
Some, you like them simply because you can’t do otherwise, for no apparent reason.

Can cabaret be a form of act apt to convey deep historical and political messages? To my surprise, yes, it can.

I decided to go see “These trees are made of blood” simply because of the topic it deals with: Argentina’s military dictatorship and the desaparecidos. Once I saw the title of the play, I immediately decided I would go and see it: the topic has been (and still is) crucial in my education as a lawyer, in my interest for international criminal law and in my political ideals for too long. I felt it was inevitable.

Despite this decision, given my limited appreciation for ‘musical cabarets’, I was sincerely skeptical about the potential outcome.

Yet, not only the play was worth watching, it was actually both a very enjoyable experience and a moving play.

While the first act was perhaps a bit too much funny for my personal taste and given the topic, I shall recognize that the choice of using a cabaret style, involving the public in several parts of the play (applauding upon request, as a support for the military; illustrating how a selection of people to be purged with a simple game of looking at different air balloons: pink, greens, or reds should be eliminated; hypnotising us like torturers or politicians persuade their supporters) revealed itself to be a smart idea indeed. Smart and funny. Or at least, so it seemed.
The same participation we complacently engaged it during the first half, turned into (at least) a passive resistance during the second one, after the crimes of the military junta were not simply revealed to us (I assume most of the public was already aware of them before), but perfectly re-enacted before us.
This re-enactment allowed us to realize our personal rejection of any complicity with the acts of the military. It was without doubt a masterstroke, and it could not have been achieved without our previously amused participation during the first half.

If there is any description of what the role of a theatrical play in shaping consciousness should be, that was it.

Yet, the second half had much more to offer.
It was a collection of emotional strokes, a sequence of hammering representations of the suffering, of the courage, of the memory of the Argentinean people who resisted or simply suffered because of the dictatorship. Such an intense sequence that it would be hard to name which part was the most moving: by mentioning just one, I’d feel I was mistreating and under-evaluating others.
This half opens with a burlesque-style dancing of a military officer over the sound of people narrating their own experiences of being tortured, but perhaps the most evocative moment comes immediately afterwards, with a girl miming being tortured with electric shocks at the rhythm of a music the same officer pretends to play, not to mention the waterboarding, so terribly similar to a fellatio. Personally, I almost jumped on my chair the first time one of the Mothers de Plaza de Mayo shouted “Presente!” as response to the name of the desaparecida girl. Also the reference to the role of the United States (School of the Americas) recalled with a strip-tease was very evocative.

If there is any description of a theatrical play demonstrating the power of a physical portrait in shaping emotional responses of the public, this sequence of torture was it.

A quick representation of the trials to the military dictators follows (slightly historically imprecise and not doing complete justice to Alfonsin’s presidency, in my opinion), leading to the conclusion: an intertwining of the stories of the “disappeared” girl, her mother and her daughter, which closes the play.
Perhaps this conclusion was the most touching moment of the entire piece: through the image of cooking empanadas, previously used as metaphor for retiring into private life and avoiding political activism, the women reconnect their stories.
“I never taught my daughter to cook empanadas” says the mother, wearing the white scarf symbol of the Madres de Plaza de Mayo.
“I never got to cook empanadas with my mother”, says the girls who had been kidnapped, tortured and murdered by the military, “even thought I wanted to”.
“I will never cook empanadas with my mother”, says her daughter (born as consequence of the rape suffered while in jail), “but I will with my grandmother”.

While I expected to like this play because of its underlying story, I was rather skeptical whether cabaret would be the appropriate narrative choice. Yet, I had to change my mind: the entire acting was not only technically very well performed, but also perfectly in line with the complex topic illustrated. It entirely captured not just my attention, but my feelings as well.
A play you simply like because you can’t do otherwise.

These trees are made of blood

Our pain is our strength: it reminds us
this 
should never happen again

Siccome sono un ca****e, le cose le faccio per lo più da ca*****e.
Così, se decido di andare a teatro, lo decido d’istinto, senza troppo curarmi dei dettagli di quello che andrò a vedere.
Anche questo è stato il caso di “These trees are made of blood“: ho letto che trattava della dittatura militare argentina, dei desaparecidos ed ho deciso che l’avrei visto.
Peccato non avessi letto la nota sottostante: a political musical cabaret. Un cabaret politico musicale.

Ora, se ci sono due cose che -artisticamente parlando- faccio fatica a sopportare e ad apprezzare sono i musical ed i cabaret. Entrambe rispettabilissime forme artistiche, ma decisamente non le mie preferite.
Così quando A., che sorprendentemente ha accettato di accompagnarmi a vedere la piece, mi dà questa -secondaria- informazione, non mi resta che play it cool e pretendere che lo sapessi. Ovviamente. Ma poco importa: avevo deciso che l’avrei visto quando ho letto che parlava dell’Argentina sotto la junta militar e questo non avrebbe cambiato i miei piani.

Certo non ora che ho il biglietto in mano e sono con A. a bere un Moscow Mule prima di entrare (minuto 2:00).

Arcola Theatre

Il primo atto introduce la storia della dittatura in stile decisamente cabaret con simpatiche interazioni fra gli artisti sul palco ed il pubblico, balletti con piume di struzzo e stile burlesque (geniale l’ufficiale -uomo- in corsetto di pelle che chiamato sul palco dal collega risponde “praticamente nulla” alla domanda su cosa stia indossando e lo strip-tease al contrario con cui si mette l’uniforme- anche qualche interessante suggestione psicanalitica, qualcosa che fa tornare in mente il pasoliniano “Salò): a piccoli passi quasi goliardici e scherzosi, ma molto ben congegnati (come il giochetto dei palloncini colorati ad indicare diverse idee politiche o soggetti invisi alla junta o quello dell’ “ipnosi” per simulare la persuasione non violenta messa in atto dai torturatori) gli attori illustrano cos’è la dittatura argentina. Ma tutto passa sotto traccia, in modo quasi divertente e -soprattutto- con la compiacente collaborazione del pubblico: inizialmente, in puro stile cabaret siamo invitati ad applaudire con diversa intensità a seconda dell’indicazione che El General ci fa con la mano, dove il livello più alto -a braccio teso in un velato richiamo al saluto romano- è pari al “giubilo per Maradona che segna un gol nella finale mondiale” (sic).
Col senno di poi, non potrebbe essere più evocativo (tant’è che poi ci riproverà nel secondo atto a farci applaudire “a comando”, ma stavolta non funzionerà più).

Fin qui quello che mi sentivo di dire -con le parole di A.- è un plauso per il modo leggero eppure preciso e mai volgare con cui si affronta il tema.
Ma, per me che son troppo serio di natura, la cosa suona tanto come quella barzelletta raccontata da Steve McQueen nei “I magnifici sette: fin qui tutto bene.

Il secondo atto cambia tutto.
Tutto.
Il nostro bravo ufficiale torna sulla scena col suo corsetto e, prima, balla su tavolo mentre in sottofondo si odono le registrazioni delle testimonianze di tortura.
Poi, mentre la madre di una ragazza desaparecida insiste a chiedere informazioni su sua figlia, le viene mostrato quel che è stato: la ragazza, anche lei in corsetto in pelle decisamente provocante, viene portata sulla scena, e mentre il nostro ufficiale fa finta di suonare uno strumento musicale, appoggiata ad un tavolo simula le convulsioni di un corpo attraversato dalle scariche elettriche della picana al ritmo della musica. Ma non è finita. I bravi militari argentini avevano appreso anche altro, alla School of the Americas avevano appreso quello che poi sarà noto come waterbording, questo simulato con il deepthroat (come un mangiatore di spade) di un palloncino blu.
Quando un attimo dopo la madre incontra un’altra donna, un madre de Plaza de Mayo e questa al nome della ragazza risponde “Presente!” per poco non sono saltato sulla sedia.

Eppoi la ricerca del cadavere, la guerra delle Falkland-Malvinas, il processo alla junta, la rivelazione della CIA (forse l’unico passaggio non totalmente incastonato alla perfezione nella trama, ma ottimo l’abbinamento con lo spogliarello e le ferite simulate sul corpo dell’attrice che appaiono mentre la stessa si spoglia come una lap-dancer), la rivelazione dell’ESMA, del ruolo della chiesa e dei voli della morte.
Fino alla vergogna più terribile di tutte (se una scala è possibile): le storie dei figli dei desaparecidos adottati dalle famiglie dei militari. Sucísima.

Finito il processo, sintesi breve (ed un pò ingiusta a mio avviso nei confronti di Alfonsin: avercele le palle che ha avuto lui) dei processi e delle amnistie e dietro il palco appaiono le foto dei desaparecidos. Di nuovo, il momento più toccante è l’intrecciarsi fra il cucinarempanadas delle storie della madre, della figlia sequestrata, torturata ed uccisa e la propria figlia/nipote: “Non ho mai cucinato empanadas con mia madre” dice la ragazza andata alla manifestazione invece di cucinare “anche se avrei voluto“; “Non potrò mai cucinare empanadas con mia madre,” dice sua figlia “ma potrò farlo con mia nonna“.

Vorrei dirvi ancora tanto altro su questa piece, vorrei dirvi dei processi per la verità, del ruolo che la giustizia -anche la peggior giustizia da tribunali- può giocare nel cicatrizzare le ferite e ricomporre i pezzi di una società e vorrei dirvi degli amici che hanno contribuito a quei processi; vorrei dirvi e dirvi ancora di quanto noi stessi (in questo sporco Occidente) abbiamo fatto guerre sporchissime mentre puntavamo il dito sui vari dittatorelli in Africa, Asia o altrove; vorrei dirvi della P2 e della junta; vorrei dirvi del Parque della Memoria, dei nomi incastonati sulla pietra, di chi mi ci ha accompagnato e raccontato di tanti di quei nomi, del monumento in mezzo al Rio de la Plata; vorrei dirvi di guardare “Garage Olimpo“; vorrei dirvi di leggere Verbitsky e -già che ci siamo- pure William Blum; e vorrei dirvi che non è finita, che Nunca mas resta troppo spesso solo sporca retorica.
Vi sarebbe tanto da dire ancora su questa -e altre come questa- sucísima storia. Ma questo post è già troppo, troppo lungo.

Concludo dunque dicendovi solo che, se ne avete l’occasione, andate a vedere “These trees are made of blood“.

canzone per le persone che se ne vanno

Che una canzone non è.

Quando ero piccolo, nei viaggi in auto per le vacanze estive o nelle domeniche a casa, ricordo che ogni tanto risuonava anche questa canzone di Guccini:

Ora, Guccini -per habitus familiare- è entrato nel mio DNA musicale e sostanzialmente non saprei nominare una sua canzone che non mi piace. Tuttavia, possiamo dire che questa canzone non è esattamente “facile” da apprezzare, almeno per qualcuno della mia generazione già troppo marcatamente pop, mentre tutto l’album “Stanze di vita quotidiana” (e questa canzone in particolare), non solo è densissimo di contenuti che richiedono un ascolto attento, ma è anche lento, orecchiabile ma certo non una melodia che invita alla spensieratezza.

E forse proprio per questo la canzone (e il titolo) ben si presta a questo momento.

Se una costante delle vicende umane è il cambiamento, questo nei rapporti fra persone si declina in due fasi: scoperta e separazione.
Per ogni individuo, per ogni gruppo, esiste una fase iniziale in cui il due “microcosmi” personali cozzano (più o meno duramente) l’uno con l’altro e -col progressivo scontrarsi ed incontrarsi- arrivano sempre più ad amalgamarsi ed una fase nella quale la massa comune che si era formata -sotto la stessa spinta- arriva a sciogliersi e scomporsi in altre parti autonome.
Come due molecole (o due atomi) che spinti da una forza cosmica su due rotte opposte ma destinate a collidere, impattano, si fondono e proseguono poi per la propria strada.

“One by one, we all stand up and leave“. Questo era un appunto che mi ero scritto anni fa osservando gli amici e colleghi dell’ICTR andarsene l’uno dopo l’altro.
Quando qualcuno parte, in una certa misura è bello salutarlo con un momento collettivo ed emotivo, con parole di ricordo e di augurio, ma nel caso della Tanzania la mia esperienza è stata quella di andarsene per ultimo, chiudere il mitico ufficio K-108 dietro di me, nessun party d’addio, nessuna chocolate cake (il nostro rito d’addio) ad attendermi. C’est la vie. Ma è un’esperienza completamente diversa.

Questo momento comincia a ripetersi ora, ora che gli esami al SOAS sono finiti e resta solo la dissertation da scrivere e lentamente ognuna delle persone con cui ho condiviso questo anno comincia a rimettersi sulla propria strada, a riprendere il proprio percorso.

Ad uno ad uno, tutti ci alziamo e ce ne andiamo.
Separarsi da un gruppo di persone che si è arrivati a considerare amici è sempre un’esperienza destinata a cambiarci, specie quando il tempo passato assieme è relativamente lungo e intenso, come un master nel Regno Unito.
E, in fondo, a forza di rivivere questa esperienza, capisco quel che mi dicevano in Cambogia: ad un certo punto, uno smette di fare nuove amicizie con persone destinate a ripartire di lì a poco.

Non è tristezza quella che provo, almeno non in misura preponderante. Piuttosto, è la consapevolezza che i rapporti si testano davvero nella distanza. E, con essa, la consapevolezza che alcuni di questi rapporti costruiti in questi mesi, probabilmente non reggeranno.
Potrei, probabilmente, già indicare quali.
Perché mi conosco -sto imparando a conoscermi- e, in fondo, nella stessa vita passata assieme in questi mesi intravedo la stessa trama dei legami, la differente trama di quelli più o meno fitti, la differente trama di quelli destinati a sfilacciarsi.
Rivedo, nei momenti condivisi e non, nelle foto scattate e non, nelle storie comuni e non, quanto profondamente e quanto a lungo questo atomo si è fuso con altri e comprendo quanto forte è il legame che ne risulta.

Comprendo -fin troppo bene- che alcune di queste persone le rivedrò raramente, magari fra cinque anni (come A, che è venuta a Londra il mese scorso dopo la Tanzania… ed è stato quasi un miracolo essere rimasti così in contatto tutto questo tempo). O magari mai più.
Comprendo che molti di loro li sentirò raramente, magari una volta a mese o meno. Magari solo per gli -inutili- auguri di Natale o Buon Anno. Inutili, perché non è su queste formalità che si tiene viva un’amicizia.
Ma allora, su cosa?

Non so ancora con chi resterò in contatto, non so ancora quali esperienze condivise sono state abbastanza forti da motivarci a non perderci, anche se ho qualche sospetto.
Questo, ecco, forse solo questo mi spaventa: non il perdere qualcuno, che è inevitabile, ma perdere tutti quelli che mi hanno accompagnato (o che ho accompagnato) durante questo anno.
E, d’altro lato, per quanto sappia benissimo di essere poco socievole (“anafettivo”? forse), non posso fare a meno di domandarmi come mai, delle tante persone che ho conosciuto -incluse le tante persone conosciute al SOAS- sono quasi sempre io a rilanciare la palla e cercare di tenere vivo questo filo… come fossi, o fossi stato, trasparente.

Quando non c’è niente da salvare

“In definitiva non è vero che non ci sono tragedie più o meno vicine o tragedie di serie A e tragedie di serie B. Ci sono”

Un paio di considerazioni, giusto per mettere assieme i pezzi e dare un qualche valore a quello che dovrei aver appreso in questo ultimo anno al SOAS:
1) raccogliere informazioni in crisi/conflitti è durissimo, di conseguenza le informazioni sono spesso erronee (White Helmets docet)- già questo definisce un conflitto “di serie A” o uno “di serie B”. Dunque, le azioni che intraprendiamo sulla base di queste informazioni sono di frequente altrettanto erronee;
2) che informazioni raccogliamo? Un esempio (banalissimo) su mille: accedere a fonti in lingua originale, anziché in inglese, spesso cambia enormemente i numeri (e la loro distribuzione): vedasi il caso delle vittime in Colombia;
3) come contestualizziamo le informazioni? Alcune statistiche sul conflitto in Congo asserivano che vi erano “5 milioni di morti” causati dalla guerra… peccato non tenessero conto della baseline mortality (mortalità generale);
4) per chi / cosa raccogliamo informazioni? Non credo esista una qualche forma di “neutralità”, specie in conflitto. Pensiamo a tutte le informazioni cui ONG come ICRC o MSF hanno accesso: per chi le mettono a disposizione (anni fa vi fu una vivissima polemica fra Croce Rossa e Corte Penale Internazionale perché la prima non consentì l’accesso ai propri dati). E l’informazione, oltre che potere, può essere un’arma.

Macondo

Anni fa mi sono iscritta alla newsletter di VDC – Violations Documentation Center in Syria, perché avevo deciso che era giusto ricordarmi – con dati di prima mano e sul campo – di quello che avveniva e che sta ancora avvenendo da quelle parti. Periodicamente mi arrivavano i report sui morti, sugli attacchi, statistiche sui diritti fondamentali violati, sia in arabo che in inglese, senza grafica, senza fronzoli, solo testo. Non li leggevo tutte le volte, lo ammetto, tuttavia erano un aggiornamento sì faticoso e doloroso ma molto utile.
Da un po’ queste newsletter cominciavano a diminuire progressivamente. Non mi occupo più di giornalismo e così ci ho messo qualche settimana ad accorgermene, e quando me ne sono accorta sono andata a cercare spiegazioni prima nella mia cartella spam, poi sull’effettiva mia iscrizione alla newsletter. Ma il problema non era niente di tutto ciò, quei dati non arrivano più…

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The things we keep (aka: what your heart loved)

In “Educazione Siberiana”, o almeno nel suo trailer, uno dei protagonisti dice: “Un uomo non dovrebbe possedere più cose di quante il suo cuore possa amare“.
Vero. Ma non è tutto.
Secondo me, la frase in realtà dice molto meno di quel che sembra.

Intanto, perché ciò che il nostro cuore “può amare” è un’unità di misura veramente vaga. Con quale amore, con quanto amore (cit) dovremmo misurare le cose da tenere?
Poi, il cuore cambia. E nessuno fa ordine nella propria vita con la rapidità con cui il cuore cambia. Magari lo facessimo!
Infine, il concetto di “possesso” (e qui, sic, viene il giurista) è ben diverso da quello di “proprietà”. In breve, il possesso implica una relazione fisica con l’oggetto- il fatto di poterlo (per dire, banalmente e in modo impreciso) “stringere a sé”. La proprietà no, con la proprietà si può essere a chilometri di distanza.
Così, mentre sono a Londra, non “posseggo” esattamente i miei libri a casa (di cui ho la proprietà).
Ma, intanto, quelli e mille altre cose si accumulano.

In modo relativamente involontario, negli ultimi due giorni ho svuotato la mia vecchia stanza. Quella nella casa dei miei genitori, dove sono cresciuto e dove sono tornato più o meno a lungo.
La stanza degli anni del liceo (e prima…), dei fine settimana all’università, degli intervalli a casa fra la Cambogia, la Tanzania etc. etc… La stanza dove tutti i miei “possedimenti” si sono accumulati negli anni.
Maremma str***a, se era tanta roba. Troppa, decisamente troppa. D’altronde, non avevo mai fatto prima questa salutare opera di “repulisti” e let go, lasciare andare troppe cose divenute inutili e senza senso o significato.

Ma questa informazione mi serve per tornare alla frase di “Educazione Siberiana”. Come dicevo, quella frase -per quanto bella e d’impatto- a mio avviso spiega poco.
Intato, quelle cose accumulate lì le ho -in qualche modo e senza troppo spingerci nell’interpretare il concetto- “amate”. Ovvero, nel momento in cui avevo deciso di conservarle, di possederle nel tempo, avevo valutato che avessero un significato, un attaccamento affettivo sufficiente a giustificare questa scelta.
Ma, come detto, il cuore cambia.
Sono i nostri armadi a non cambiare allo stesso ritmo.

Vorrei, con un pò di quella arroganza che non mi manca, proporre invece un’altra massima per regolare la conservazione di oggetti, di cimeli, di memorie: “un uomo non dovrebbe mai conservare cose di cui si debba vergognare“. O, meglio: “così a lungo da doversene vergognare“.
Volete tenere la pelle della tigre ammazzata in un safari? Benissimo, ma appuratevi di gettarla prima che i safari vi diano il ribrezzo.

Nello svuotare gli armadi, infatti, sono incappato in centinaia di cose che mi hanno fatto pensare quanto stupido (sì, dannatamente stupido) dovevo essere al tempo per decidere in primo luogo di acquisirle ed in seguito, pure, di conservarle: cd orribili, libri insulsi (ebbene sì: esistono libri insulsi, ma questo lo lasciamo per un altro momento), prove di disegno della scuola…. Oddio, una montagna di cose che mi ha fatto veramente pensare quanto idiota dovevo essere all’epoca.
Non è una bella sensazione confrontarsi con le défaillances del proprio passato (chiamiamole così): con gli errori, i giudizi sbagliati, i fallimenti, le proprie carenze…
Sarà un esempio stupido, ma rivedere quei disegni -francamente orribili- e le -ancor peggiori- correzioni dell’insegnate, mi ha suscitato una sensazione vicina al ribrezzo.

Quindici anni fa, immagino avessero un minimo di senso da giustificare la loro conservazione. Ma l’hanno perso tutto mentre la polvere vi si accumulava sopra. E io, che non li ho visti da allora, certo non me ne rendevo conto.
Il cuore avrà anche potuto amare quelle cose, dieci, venti anni fa. Ma -si sa-, il cuore non c’ha mai capito un c***o.

Probabilmente il mio è solo un tentativo di costruirmi un passato “senza macchia”, senza punti che mi irritino, che mi diano fastidio. Un passato “splendente” e perfettamente coerente.
Una forma di debolezza, insomma. Ma non psicanalizziamo troppo, non ne vale la pena.

Resta il fatto: occorre buttar via le cose che abbiamo tenuto prima che diventino motivo di vergogna.
L’amore non c’entra.