Appunto (auto)riflessivo sull’identificazione linguistica dei gruppi

Prendendo spunto da questo post di Gaberricci, sono tornato su una mia vecchia riflessione sul linguaggio utilizzato per identificare i gruppi minoritari, nello specifico le persone “di colore” (sic) presenti in Italia.

Riflessione che faccio anche per me, ovviamente: possibile non trovare qualcosa di meglio per indentificare quel gruppo umano piuttosto che “di colore”?
Trovo la cosa sinceramente disarmante: in Italiano (ma anche in inglese), oggi, non esiste (a mia conoscenza) un concetto per idenficare questo gruppo senza un background offensivo. Unica -parziale- eccezione “afro-“, che tuttavia si applica solo a casi ben definiti nei quali vi è una sorta di shared identity (e anche su questo vi sarebbe da discutere).
Le possibilità, a me note, sarebbero cinque:
1) “nero”
2) “di colore”
3) “africano”
4) “afro-” (afroitaliano, afroamericano, afroeuropeo)
5) indicare la specifica nazionalità d’origine (ghanese, congolese…)

Le prime due, a mio modo di vedere, soffrono di un’inflessione vagamente razzista (ma neanche troppo occulta) – anche se magari non ce ne rendiamo conto, “coloured” in inglese rimanda terribilmente all’apartheid.
La terza, generalizza esageratamente un gruppo che in realtà è assai più variegato di quanto comunemente si intenda (e, dunque, per molte ragioni andrebbe distinto).
La quarta richiede l’abbinamento ad un’altra identità che assume in qualche modo un tratto dominante (e, dunque, potrebbe essere tacciata essa stessa di razzismo) e non è sempre presente, identificabile o rilevante nel contesto.
La quinta, infine, rischia di cadere nel vizio opposto di frammentare eccessivamente un’identità in sotto gruppi, oltre a richiedere competenza nell’identificare gli stessi che potrebbero non essere accessibili (quanti di voi saprebbero distinguere una persona originaria della Nigeria da una del Sudafrica?), inoltre la nazionalità potrebbe non essere il tratto identificativo primario per quel gruppo (ma, d’altronde, identificarli per gruppo etnico -es. xhosa- sarebbe ugualmente problematico).

Lancio qui la questione, senza possibilità per me di risolverla. Né, d’altronde, sarebbe possibile o corretto che a risolverla fossimo solamente noi “bianchi”. Spero quindi: a) che qualcuno -magari degli interessati- voglia dare il suo contributo; b) di aver instillato in tutti noi una minima provocazione per la prossima volta che andremmo a scrivere o dire a proposito di persone “di colore”…

– – –

Annotazione successiva: i commenti mi hanno fatto ricordare che anche in inglese la discussione è aperta.
L’ultima versione “politically correct” che ho potuto apprendere è quella di utilizzare la categoria POC – people of colour per tutti coloro che sono non-bianchi (quindi anche asiatici, latinoamericani, indios, aboriginei).

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Absit iniuria verbis – Ancora non siamo fuori dall’introduzione

Un appunto in merito al mio personalissimo parere sul fatto che quello in oggetto sia effettivamente un “contratto”: come in parte spiegato nelle mie risposte, se anche ritengo il documento in oggetto un “contratto” a tutti gli effetti, occorre considerare fra chi (e con quali implicazioni). Non credo certo sia un contratto fra M5S e Lega, bensì si potrebbe ritenere un contratto fra il sig. Salvini e il sig. Di Maio (infatti son loro, qualificati, a firmarlo). In questo senso, fra loro, è secondo me astrattamente ipotizzabile che uno chiami l’altro a rispondere di inadempimento (occorre vedere il contentuo del contratto per valutare come).

Ovvero, Absit iniuria verbis – Ancora non siamo fuori dall’introduzione, commento semi-giuridico al “contratto di governo” in stile italiano.

Banalità

Sono passati più di 50 anni dalla pubblicazione de “La banalità del male“, altrettanti dall’esperimento di Milgram, più di settanta dagli eventi che li hanno ispirati…

…e ancora ci ritroviamo ad osservare foto come questa?

Children who crossed the border at a processing center in McAllen, Texas.

Fonte: The Guardian

Per tacere dei fatti di casa nostra (chiudere i porti, schedare persone….).

Sarò banale io, ma non posso fare a meno di domandarmi cosa passi nella testa di quei poliziotti, assistenti sociali (se ne sono stati coinvolti), guardie di confine, ufficiali giudiziari, responsabili di quei “campi”, responsabili della varie agenzie governative… cosa passi nella testa delle migliaia di persone coinvolte nel mettere in pratica l’ordine presidenziale di Trump.

Tanto per parlare di banalità del male.

Essere pronti, cogliere l’attimo e altri pensieri post-elettorali

Ho scelto coscientemente di non addentrarmi nella disputa riguardo il ventilato (e ritirato) impeachment (sic!) al Presidente della Reppublica. Vi son troppi “costituzionalisti” in questo paese perché il mio pensiero aggiunga alcunché.

Mi permetto solo un paio di riflessioni spero non banali sugli ultimi eventi.

1) l’Italia è un paese grave, ma non serio.
Tenetevelo come aforisma kraussiano, io dovevo solo scriverlo prima che qualcuno me lo freghi.
Citazione obbligatoria.

2) il “piano B
Ormai i lettori qui lo sanno senza margine di dubbio: ritengo qualsiasi ipotesi di un’uscita dell’Italia dall’Euro o dall’Unione Europea “una boiata pazzesca” (per dirlo in parole povere). Non sto a riprendere le varie argomentazioni perché a) non c’ho tempo; b) non sono la persona più qualificata a farlo (sebbene…).
Tuttavia, mi permetto solo una piccolissima riflessione sulle parole attribuite a vorreimanonposso possibile ministro dell’economia Savona riguardo la necessità di avere un “piano per l’uscita dall’E*” [Europa o Euro] e l’opportunità di usare questo piano come argomento di negoziazione politica.
Sul secondo aspetto, il discorso è presto detto: non si fanno “minacce” (o non si pongono argomenti sul tavolo) se non si è seriamente intenzionati e porle in atto. Quindi ogni idea di utilizzare un tale piano come strumento di negoziazione è “una boiata pazzesca” come sopra.
In altre parole, la Germania, la Commissione UE, la Francia e tutti gli altri risponderebbero: “Prego, accomodatevi. Grazie e ciao”. Che tradotto significa: mò so’ c***i vostri. E auguri.
La necessità di avere un tale piano, invece, è un altro discorso.
Qualche giorno fa leggevo che sia la Germania, sia la BCE che la Commissione avrebbero un piano per un’ipotetica Italexit. Sul momento la notizia può sembrar shockante, poi ho pensato: e vorrei ben vedere!!
L’Unione Europea e l’Euro sono strumenti di sicurezza continentale, ovvero meccanismi che garantiscono una certa (discutibile finché vogliamo) stabilità e sicurezza. Economica, ma anche politica, energetica, alimentare, ambientale e -in ultima analisi- militare.
Pensiamo per un’istante -in via del tutto ipotetica- cosa accadrebbe se uno Stato-chiave (Italia, Francia, Spagna…) abbandonasse l’E*. Cosa accadrebbe? Nella migliore delle ipotesi, una serie di profondi “scossoni” economici. Nella peggiore, la disgregazione di un’unione politica continentale (nel mezzo: “scossoni” energetici, poltici etc. etc. etc.).
Solo uno sprovveduto potrebbe pensare che con tali “scossoni” o disgregazione non emergerebbero potenziali conflitti attualmente gestiti con altri meccanismi istituzionali (pensiamo ai problemi con la Russia -specie per gli Stati baltici; pensiamo al costo del gas o del petrolio; pensiamo a dazi doganali; pensiamo agli incentivi e alla produzione agricola…).
Posto che in un mondo così complesso una delle funzioni delle istituzioni (governi, etc.) e garantire la sicurezza in senso ampio (human security) delle persone, sarebbe naif pensare che queste istituzioni non stiano ipotizzando dei “worst case scenario” per arrivare quanto più preparate possibili semmai -non voglia- dovessero realizzarsi.
Per la stessa ragione, francamente, sarei sorpreso se anche l’Italia non avesse un simile “piano” (ipotetico, ovvero: per affrontare una tale situazione, dubito ve ne sia uno per causarla). Certo, io non lo so. Ma lo presumo.
Certo, decidere poi di usarlo senza che la crisi sia causata da altri, sarebbe completamente un altro discorso (rectius: “una boiata pazzesca”).

3) torna in campo, cazzo!
Se ve lo state chiedendo: penso al Partito Democratico.
Personalmente, ero abbastanza contrario ad un accordo di governo fra M5S e PD. Perlomeno, non alle condizione cui il Movimento avrebbe voluto.
Questo un pò per “ripicca” (certo, lo riconosco); un pò perché “grazie, abbiamo già dato” e fare i responsabili non paga; un pò perché i rischi (ed i costi politici) del governare devono essere supportati da altri; un pò per incompatibilità.
I problemi permangono, ma forse (dico forse) meglio il PD che la Lega di Salvini (typo: stavo scrivendo “Slavini”: una valanga…). Credo tuttora che vi dovrebbero essere un paio di condizioni da parte di M5S (lo so: sogno): 1) chiedere “scusa” (in forme diverse, certo) rispetto al mancato governo Bersani e alle ignominose accuse rivolte al PD in questi anni – ovvero riconoscere espressamente il PD come forza politica legittima; 2) prendere una posizione chiara sull’uscita da E*, ovvero inequivocabilmente per restare in E* (rinegoziando quel che si può).
Ma, aldilà di questi dati spicci, credo sia più interessante ragionare sul perché il PD dovrebbe “ritornare in campo”. Credo vi sia una ragione molto banale e potenzialmente autolesionista, a dire il vero: tirare fuori M5S dall’ “angolo populista” in cui s’è cacciato. Non vedo prospettive di trasformare M5S in una forza “ragionevole e responsabile”, ma se lo scopo è tutelare l’Italia e gli italiani, allora dissipare le voci pandemiche date dall’abbinata Lega + M5S è doveroso.
Credo, insomma, che tanti toni recenti da parte di Di Maio siano dati dal tentativo di “rincorrere” Salvini, accrescendo esponenzialmente il clima populista perché non ha vie d’uscita (certo non può tornare ad elezioni ora, infatti le sta cercando di evitare come la peste…). Offrirgli una via d’uscita potrebbe essere:
1) un modo per porre come condizione imprescindibile la garanzia dell’europeismo italiano;
2) un modo per smorzare il panico che si va formando nei mercati, sia presentando un partner di governo convintamente europeista, sia smorzando i toni di M5S.
Forse è solo follia, ma ci proverei.

Perché, come diceva il buon Schnitzler, “essere pronti è importante, poter aspettare lo è di più, ma cogliere l’attimo è tutto

Governabilità

Premessa: quanti giorni sono serviti ai “promessi sposi” per arrivare dal Capo dello Stato con una proposta di governo? Per semplificazione (sebbene sia conscio che il calcolo sia approsimativo e probabilmente erroneo), fra una cosa e l’altra diciamo due mesi.

Ecco dunque come, secondo me, Mattarella risponderà alla proposta di Lega e Movimento 5 Stelle…

22 – 24 Maggio: pausa di riflessione del Presidente della Repubblica
25 Maggio: non si comincia nulla di venerdì, suvvia!
28 – 30 Maggio: visita di stato in Kirghizistan
31 Maggio – 1 Giugno: impegnato nelle preparazioni per la celebrazione della Festa della Repubblica
4 Giugno: il Presidente deve recuperare le energie dopo la Festa della Repubblica
5 – 8 Giugno: visite delle scuole al Quirinale – discorso di fine anno del Presidente agli studenti
11 Giugno: riunione del Consiglio Superiore della Magistratura
12 Giugno: visita di cortesia a Napolitano ancora convalescente
13 Giugno: riunione del Consiglio Superiore di Difesa
12 – 14 Giugno: Mattarella cerca di capire perché Antonio Conte dovrebbe fare il Presidente del Consiglio
18 – 19 Giugno: incontro presso il Ministero dell’Istruzione in vista dell’Esame di Stato
20 Giugno: discorso a reti unificate agli studenti impegnati nell’Esame di Stato
25 Giugno: incontro con Antonio Conte per capire se resterà o meno al Chelsea FC
26 – 28 Giugno: Mattarella incontra, nell’ordine: Carlo Ancelotti, Claudio Ranieri
2 Luglio: Mattarella si rassegna a conferire l’incarico a Roberto Mancini
3 Luglio: Roberto Mancini rifiuta l’incarico in quanto già impegnato con la Nazionale
4 – 6 Luglio: il Presidente è in visita ufficiale negli Stati Uniti
9 Luglio: Mattarella cerca di capire chi sia Giuseppe Conte
10 – 11 Luglio: Mattarella studia il profilo di Giuseppe Conte (non è ancora convinto sia l’uomo giusto per la Nazionale)
12 Luglio: riunione in FIGC
13 – 15 Luglio: il Presidente della Repubblica è in visita di Stato in Francia
16 Luglio: Mattarella comunica di essere affaticato dopo gli ultimi viaggi internazionali
17 – 19 Luglio: Mattarella studia la squadra proposta da Movimento 5 Stelle e Lega
23 Luglio: impegno personale (giustificato)
24 Luglio: Mattarella comunica a Movimento 5 Stelle e Lega di non essere convinto del ritorno di Balotelli come punta centrale
25 – 27 Luglio: giro informale di consultazioni
30 –  31 Luglio: il Presidente della Repubblica va a colloquio dal Papa
Agosto: pausa estiva delle Camere – impossibilità di votare la fiducia al Governo
3 Settembre: il Segretario alla Presidenza ricorda a Mattarella che siamo senza Governo
4 – 7 Settembre: Mattarella ristudia gli appunti
10 – 11 Settembre: incontro congiunto con Angela Merkel, Macron e Junker
12 – 17 Settembre: Mattarella in ritiro spirituale con Papa Francesco
18 – 20 Settembre: torneo di Tressette
24 Settembre: Mattarella convoca Di Maio e Salvini
…to be continued…

Battute a parte: visto l’andamento dello spread, non mi sorprenderebbe affatto se il Presidente cercasse di guadagnare qualche giorno prima di conferire l’incarico al governo prospettato…

Il mondo è cambiato, e noi siamo rimasti indietro

Un tema che ho ripetutamente accennato in alcuni post recenti (senza mai adeguatamente sviscerarlo, per la verità) riguarda la trasformazione economico-socio-politica che ha marcato la transizione degli anni ’70-’80-’90 (e tuttora in atto) dallo strutturalismo al post-strutturalismo. Un tema rispetto al quale la “sinistra” (co-autrice di questo cambiamento) continua ad interrogarsi, senza trovare risposte. O, meglio: senza trovare pratiche attuali.

Con una sintesi veramente estrema, affettata e brutale (un piccolo recap di teorie che andrebbero affrontate più nel dettaglio, ma che nessuno leggerebbe in un blog), possiamo dire che a partire dagli anni ’70 circa una congiuntura di “nuove sfide” + “fallimento” del socialismo marxiano + politiche economiche improntate al liberismo (con riduzione del welfare state, deindustrializzazione) + frazionamento demografico (“fine” della classe operaia tradizionale, migrazioni) hanno condotto all’emergenza di movimenti socio-politici che non si riconoscono più nella tradizione socialista marxiana.
Se questa visione politica si fondava su una lettura materialista / industriale dei rapporti di classe e privilegiava dunque un’azione politica “di classe [economica]” che dava precedenza a questioni economiche (salario, welfare), a partire da questo periodo si diffondo movimenti sociali (solo secondariamente politici) che si propongono di affrontare problematiche settoriali (movimento femminista, ambientalista…) e non primariamente a partire da un’analisi economica (mezzi di produzione / rapporti di produzione). Si pensi, ad esempio, al movimento di Porto Alegre.
Da allora, la “sinistra” politica ha sempre cercato di dialogare con questi movimenti -riconoscendoli come suoi affini-, ma da allora non è mai riuscita ad instaurare un rapporto “organico”.
Cito un mio commento -forse chiarificatore:

…fino a quando il pensiero marxiano (o che ad esso si rifaceva) era dominante, esso forniva “risposte” ad ogni questione: alla problematica ambientale, a quella razziale etc. etc. Poi ci si è resi conto che queste risposte non erano sempre valide (penso, per un esempio fra tanti, all’ “alternative development” o alla questione razziale nei neonati stati africani) e il modello “monolitico” è venuto meno.
Così, oggi assistiamo ad una “sinistra” frastagliata fra ambientalisti e non, fra terzomondisti e non etc. etc. Giustamente potresti dirmi che il principio rimane lo stesso, ma le sue applicazioni concrete divergono assai – ed è sulle applicazioni che poi sorgono i conflitti. Basti pensare che ai World Social Forum alcuni grandi scontri furono a) sull’ammissione di partiti come Rifondazione Comunista (2001, credo) e b) sull’agenda- ovvero sul determinare le priorità. Per il pensiero marxiano questo (specie l’ultimo punto) non sarebbe mai stato un dubbio.
La confusione è tale sotto il cielo che oggi (secondo me, ma accetto di esser corretto) su alcune questioni ben individualizzate non si sa neppure cosa sia “di sinistra” (esempio banale e provocatorio: [è di sinistra fare la] TAV?)

Questa lunga (e poco chiara) premessa mi serve per giungere al tema che mi pronevo invece di affrontare.
Dire che la “sinistra” è “rimasta indietro” (sia idealmente, sia come organizzazione) è una banalità. La sinistra continua ad interrogarsi sui problemi, doverosamente, perché i propoblemi le vengono posti. Ma ancora non ha risposte, solo domande.
D’altro canto, la “destra” ha riciclato vecchie risposte, tinte “di nuovo”. La capacità di trasformismo della destra, la sua abilità ad inglobare teorie e posizioni diverse, rigurgitandole come proprie era già ben nota sin dalla lungimirante analisi di Furio Jesi. In proposito, consiglio fortemente questo.
In effetti [ipotesi di lavoro 1], meriterebbe attenzione come la pratica tipica del fascismo identificata da Jesi sulla creazione di un “culturame” che assorbe produzioni ideologicamente diversissime, anche opposte alle proprie, per appropriarsene mistificandole, sia in realtà riprodotta anche dal neoliberismo, il quale (come dimostrato in questi anni) ha saputo fare prorie istanze “critiche” (penso all’ambientalismo dell’alternative development e al femminismo col gender in development inglobati nei programmi della Banca Mondiale). Il che potrebbe confermare una sostanziale unità di fondo della politica di destra, sia essa liberista o fascista.

Ma il punto da cui partiva originariamente questo post [ipotesi di lavoro 2] è la constatazione come, sotto la medesima prospettiva, certa destra sia riuscita ad inglobare in sé le “alternative” (non solo dal punto di vista ideale, ma anche) in una prospettiva organizzativa. Mi riferisco in particolare ad alcuni “bau bau” estremisti che nella loro opera propagandistica si avvalgono di gruppi musicali, “eventi culturali” e persino (scopro con mio orrore) ONG e gruppi vagamente sportiviricreativi (qui un sunto della galassia).

Quante volte la sinistra ha provato un’operazione “di avvicinamento” a ONG e ONLUS simile? PD, piuttosto che SEL o LEU… quante volte la sinistra ha provato a farsi promotrice di iniziative solidaristiche / ricreative e quante volte ha provato a dialogare con tutti questi vari movimenti, inutilmente?
Penso, da una prospettiva meramente organizzativa al “partito bocciofila” di Bersani – idea anche pregevole, ma che ricorda (retrospettivamente) tanto, troppo, le “Case del Popolo” di Peppone. Solo che non esiste più la massa di iscritti / simpatizzanti che negli anni ’50 le frequentava. E anche quando la sinistra (PD) ha provato a darsi alle attività ricreative “non organiche” (tour, cene…), queste son rimaste frequentate da pochissimi iscritti. Insomma: non si è mai stati in grado di intercettare persone nuove.
In larga parte, a parer mio, ciò è dovuto al permanere di un’ “etichetta” di partito: il sentore che, comunque, queste iniziative restavano fondamentalmente appendici proto-elettorali di un partito.
E la destra?

Dalla Catalunya al Trentino. Indipendenza e autonomia. Federalismo europeo. Sovranità da condividere e un pugno che deve farsi carezza.

Parecchi spunti interessanti in questo post, ai quali provo ad aggiungere qualche annotazione.
Innanzitutto, credo sia opportuno considerare anche una visione medio/lunga sulla “questione catalana”: ricordare l’impatto del franchismo (anche in come parte di quella transizione ancora incompleta, basti pensare alla composizione e al supporto elettorale del PP), ma anche come il nazionalismo catalano sia stato cavalcato negli ultimi 20 anni, ovvero ben dopo la fine del regime.

Personalmente, credo anche dovremmo -come si accenna nel post- riflettere profondamente sull’idea di nazionalismo (vale anche in Scozia o altrove), sul significato profondo di questa idea e sui suoi presupposti (storici). Solo partendo da questi potremmo riadattare questa idea nel mondo contemporaneo (per “scoprire le carte” e provare a chiarire: oggi come oggi, credo che in Europa un’idea di nazionalismo che voglia anche assumere la forma-stato sia anacronistica e dannosa. Personalmente, trovo sia stato un errore sin dall’origine da parte del movimento catalano usare questo concetto).

Il tema dell’Europa è vastissimo e, purtroppo, quasi irrisolvibile in questo quadro: l’UE è nata come costruzione “internazionale” è evoluta in un sistema “supranazionale”, ma questa evoluzione è ancora incompiuta e traballante, con gli Stati che “rientrano dalla finestra” ad ogni revisione dei trattati e pongono nuovi paletti verso un cambiamento deciso. Fino a che rimangono questi paletti, e nessuno Stato vorrebbe sancire la propria “fine”, è difficile immaginare chi e come possa indirizzare effettivamente l’UE verso un altro modello.

Affascinante l’idea di “governo non proprietario che va ceduto e condiviso”, che mi riporta, con le dovute differenze, all’idea di “hybrid governance” tanto in voga nello studio dei paesi in via di sviluppo. Se, per ipotesi, l’idea è quella di “ibridità”, dobbiamo allora accettare che questa condivisione è fluida e constantemente mutevole. Il che implica, da un lato il superamento di modelli “moderni” e rigidi di governance, dall’altro la necessità di sviluppare forme di politica meno antagonistiche (ed è assai complicato, essendo in gioco rapporti di potere).

Condivido molto anche l’idea dell’ “ambizione di un futuro da vivere insieme” (cfr Ortega y Gassett). Mi domando, tuttavia, se -per come “abitutata” la mente umana- questa ambizione non abbia bisogno di nutrirsi di una contrapposizione verso un “altro” (in fondo, anche il nazionalismo di fine 1800 si fondava su queste premesse). Nel caso dell’Europa, quale potrebbe essere? Un’indicazione già l’abbiamo (l’immigrazione): idea spaventosa e fortunatamente questa visione è opposta da alcuni.
Ma dalla prospettiva di costuire una “comunità” europea, questo ci porta al dilemma radicale di come poter essere latu sensu “identitari” e solidari verso l’interno e solidari verso l’esterno al tempo stesso.
Può l’Europa, con la sua pesante storia, accettare di sviluppare un’identità (e una visione del futuro) basato sull’ “interazione”, sul forgiare identità nuove (che implicano anche, in qualche modo “alleggerirsi” di qualcosa)?

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Abbiamo deciso di intraprendere un viaggio dentro la crisi politica catalana dopo esserci chiesti – a metà dicembre scorso – quale potesse essere il ruolo dell’Autonomia nella delicata fase che sta vivendo l’Europa. Siamo arrivati a Barcellona mentre sei indipendentisti catalani entravano in carcere o erano costretti all’esilio. Sulla via del ritorno abbiamo appreso che Carles Puigdemont era in stato di arresto e si andavano formando le prime manifestazioni di solidarietà e protesta nelle piazze catalane.

Questo il contesto nel quale ci siamo mossi, tra incontri con partiti politici e conversazioni con soggetti sociali e culturali. Un contesto che, visto lo spropositato utilizzo della carcerazione preventiva da parte dello Stato spagnolo, rischia di veder chiudersi ogni possibilità di dialogo politico, favorendo una maggiore polarizzazione delle posizioni in campo e attivando una crescente radicalizzazione dei metodi di lotta da un lato e di tentativo di reprimerli dall’altro.

A tal proposito Marta…

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Banali considerazioni su Israele

Israele è tornata prepotentemente (come sempre) ad essere oggetto di cronaca nei giorni scorsi. Prima con gli “scontri” a Gaza, poi con la questione dell’immigrazione.
Senza pretesa di completezza, mi permetto di raccogliere qui alcune considerazioni -forse banali, nel qual caso mi rallegro per la competenza dei lettori.

Comincio dagli aspetti forse più banali e più recenti, la diatriba sull’immigrazione.
La problematica, per il governo israeliano, sovrappone diverse questioni. Prima fra tutte, la natura di Israele, nato come “Stato ebraico”, quindi fortemente connotato da un’identità etnico/religiosa (sulla sovrapposizione fra le due vi sarebbe molto da scrivere, non solo in questo caso).
Se il problema è comune a tutti i nazionalismi (rectius: a tutti gli Stati nazionali), in Israele, per il proprio contesto, la cosa è particolarmente sentita. Basti pensare al ruolo e all’importanza spropositata che gruppi piuttosto minoritari come gli ebrei ultraortodossi hanno nella politica nazionale.
Ma questo ci porta, indirettamente, ad un secondo aspetto. Ovvero le passate politiche migratorie / umanitarie di Israele. Aspetto forse meno noto. Negli anni ’80, durante la carestia in Etiopia, l’esercito di Israele organizzò trasporti “umanitari” di ebrei etiopi in Israele (riportato anche nel film “Vai e vivrai“). Le operazioni continuarono anche nei primi anni ’90, nonostante l’opposizione dei paesi arabi. I rifugiati dovevano essere ebrei (con tanto di precisi criteri rabbinici). Ciò conferma quanto dicevo sopra sul forte carattere nazionale (etnico/religioso) di Israele e spiega in parte perché ora il governo israeliano sia tanto interessato a “sbarazzarsi” di questi migranti. Possiamo anche dire che queste operazioni rientravano in una precisa politica demografica per affrontare la crescita demografica degli Stati arabi, e dei palestinesi in particolare.

Ora, l’area dove risiedeva principalmente questo gruppo di ebrei etiopi è indicativamente nell’area nord-occidentale dell’Etiopia (regioni di Amhara e del Tigrai – anche qui si potrebbe aprire un capito a parte riguardo la politica etiope), prossima al Sudan ed Eritrea, da dove -se ho ben compreso- provengono i migranti oggetto della disputa odierna.
Evidentemente, dunque, in questa migrazioni contemporanee si sovrappongono ed intersecano questioni risalenti almeno agli anni 1980.

Ma, con riferimento all’ipotetico trasferimento in Europa di parte di questi migranti, la loro provenienza è particolarmente importante anche sotto un alto aspetto. L’Eritrea, infatti,  è uno dei regimi più autoritari della regione (ed è una classifica difficile…). Come riportato da anni (qui 1 e qui 2), il regime di Afwerki è uno dei più repressivi (consiglio il saggio Alex De Waal per approfondire) e si sostiene col tacito supporto dell’Occidente, Italia compresa.
Siamo alle solite.

Su Gaza
Purtroppo, il dibattito Israele/Palestina soffre, inevitabilmente, dell’equivoco sul “diritto di Israele di difendersi” che trasforma qualsiasi discussione riguardo l’uso della forza da parte di Israele verso i palestinesi una polemica senza uscita, nella quale l’impossibilità di trovare un punto comune spesso riduce ad un manicheismo “pro-palestinesi” vs “pro-Israele”.

Anche qui, non ho pretese di completezza. Tuttavia, e ben conscio del rischio di cui sopra, vorrei provare a svolgere alcune considerazioni prettamente giuridiche sul “diritto di difendersi”.
In diritto internazionale, quella fra Israele e palestinesi è una situazione complessa che ricomprende in sé situazioni di “conflitto armato” (tralasciamo se internazionale o meno, il principio che affronterò si applica indifferentemente), “occupazione militare” (in Cisgiordania, ma non tratterò di questo) e per certi aspetti operazioni “di polizia” (strettamente nazionali, per definizione).
Principio fondamentale del diritto di difesa è il criterio di proporzionalità. Universale, scrivo, perché si ritrova nel diritto dei conflitti armati (infra), nella c.d. legittima difesa (art. 52 c.p. -nonostante tentino in tutti i modi di toglierla) e nell’uso della forza per operazioni di polizia (law enforcement).

Credo, a ragione, che il caso di Israele rientri più nell’ipotesi di conflitto armato che in quello di law enforcement nazionale. Diversi indizi ce lo confermano: la partecipazione dell’IDF (esercito di Israele), non la polizia; le diverse autorità politiche coinvolte (autorià palestinese / governo israeliano), ovvero le catene di comando e la cittadinanza dei soggetti interessati… (ma è più complicato).
Fermo che nel diritto internazionale dei conflitti armati [LOAC] è proibito attaccare persone hors de combat (civili, feriti, medici…) e che vi sono diatribe sullo stato dei “unlawful combatants” (combattenti illegittimi, ovvero coloro che partecipano agli scontri senza rispettare i criteri posti dal LOAC, ponendosi in uno status intermedio fra civili e combattenti), il principio di proporzionalità impone di causare come conseguenza di un attacco lecito esclusivamente danni incidentali alla popolazione civile non eccessivi. Ovvero, secondo l’art. 51 del Primo Protocollo Addizionale alle Convenzioni di Ginevra (1977), devono considerarsi indiscriminati e vietati quegli

attacchi dai quali ci si può attendere che provochino incidentalmente morti e feriti fra la popolazione civile, danni ai beni di carattere civile, o una combinazione di perdite umane e di danni, che risulterebbero eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto previsto.

Il che, per converso, implica anche che un obiettivo con un enorme vantaggio militare “giustifica” (rectius: rende non illegale) un attacco che causi enormi perdite civili (pensate a quanti civili sarebbe ammissile, in ipotesi, accettare come perdite collaterali per uccidere Hitler).
Lo stesso principio si applica ai sensi dell’art. 52 anche ai beni civili.
Tecnicamente, Israele non è parte signataria del Protocollo. Ma il principio di proporzionalità è considerato ius congens del diritto internazionale (cercare quel che dice Yoram Dinstein, israeliano e fra le massime autorità nel campo).

Ora, io non conosco quale “vantaggio militare diretto e concreto” Israele abbia previsto quanto ha risposto alle manifestazioni di Gaza dei giorni scorsi. Ma credo di poter affermare, con fondata convinzione e in base agli elementi riportati, che la proporzionalità della risposta militare (o di polizia) è venuta meno.
Dubito infatti che una manifestazione -per quanto magari non al 100% pacifica- sia in grado di provocare una minaccia tale da richiedere una risposta con bombardamenti, carri armati e droni che causi 16 vittime e centinaia di feriti.
Vedete che uso tutte le cautele linguistiche e argomentative nel formulare queste conclusioni. Altri, anche in Israele, sono meno cauti di me. cito Levy:

Comic relief was provided by the army spokesman, who announced in the evening: “A shooting attack was foiled. Two terrorists approached the fence and fired at our soldiers.” This came after the 12th Palestinian fatality and who knows how many wounded.
(Segnalo peraltro un altro punto degno di nota sollevato da Levy: che diritto ha Israele di sopprimere manifestazioni nel territorio di Gaza?)

Lo faccio semplicemente perché non mi interessa, né spetta a me, formulare qui sentenze. Come detto, vorrei limitarmi a offrirvi considerazioni -facilmente accessibili- per ogni vostra futura riflessione.

Considerazioni post-voto n.2

Sento da parte di molti (più o meno qualificati) commentatori politici che uno degli scogli maggiori per un eventuale governo M5S-Lega(-FI?) sarebbe, sia per la Lega di Salvini che per M5S e Di Maio “far accettare l’alleanza ai propri elettori“.
Ora, premesso che la Lega ha già abbastanza esperienza di alleanze impresentabili ed i suoi elettori mi sembrano abbastanza disposti ad accettare anche questo esperimento (e che la flat tax non è stata il motivo principale del successo elettorale di Salvini & co), vorrei sottoporre questa riflessione…

…che problema dovrebbero avere gli elettori di M5S ad accettare questa alleanza, visto che in molti casi sono gli stessi elettori di Berlusconi di pochi anni fa?
M5S potrà anche essere un movimento che intercetta il voto di sinistra, in parte, ma il risultato del 100% dei seggi in Sicilia -secondo me- suggerisce che intercetta, magari per motivi diversi, tanti, tantissimi elettori ex-berlusconiani.

Pura provocazione?

Rugbysticamente

Forse non servono 61 anni. Che, di per sé, potrebbe non sembrare una notizia. E forse, al di fuori di un certo mondo di aficionados, non lo è.

Ad ogni modo, i fatti che interessano sono semplifici: Irlanda batte Inghilterra, espugna il tempio di Twickenham e si prende il terzo grand slam della propria storia.
L’ultimo nel 2009 fu festa nazionale, dopo un’attesa di sessantuno anni, a coronamento di una golden generation di rugbyman irlandesi (O’Driscoll, O’Gara, O’Connell…) che pareva unica.
Invece, sembra che l’Irlanda possa godersi una nuova generazione di giocatori di livello assoluto: guidati da un Sexton sempre eccezionale (drop di 40 metri contro la Francia alla prima giornata per la vittoria a tempo scaduto e dopo quaranta fasi d’assalto alla trincea…), con giocatori giovani “promettenti certezze” (Ringrose & Stockdale) e soprattutto guidati da uno dei migliori allenatori in circolazione, l’Irlanda ha praticamente dominato ogni partita del torneo- soprattutto a livello mentale.
Ripeto: chi si sarebbe preso la responsabilità di un drop del genere? Spettacolo puro. Eppoi: prima sconfitta in casa per l’Inghilterra a Twickenham in due anni.
Ricordiamo che questa Irlanda è arrivata a battere anche la Nuova Zelanda campione del mondo, meno di due anni fa.

Anche l’Irlanda ha la sua piccola maledizione (oltre, almeno fino a ieri, a quella dell’irrangiungibile Grande Slam) ai mondiali: non riuscire a superare i quarti di finale. Che il 2019 possa essere la volta buona?
Infortuni permettendo, scommetterei di sì. Eppoi chissà.

Questo Sei Nazioni verrà probabilmente ricordato anche come il torneo in cui l’Inghilterra fino ad ora praticamente perfetta di Eddie Jones ha mostrato le sue (prime?) crepe. Con tre sconfitte (Scozia, Francia, Irlanda), l’Inghilterra finisce addirittura quinta nel torneo (davanti solo all’Italia!), ma soprattutto mostra i limiti del proprio gioco che fino all’anno scorso sembrava inarrestabile (tanto che già si preannunciava come principale candidata alla sfida agli All Blacks per il 2019).
Jones ha ottenuto too much too soon? Solo il tour estivo in Sud Africa darà risposte più precise.

Nota sulla Francia, o meglio: nota sulla Francia e Brunel. Personalmente resto del parere che Brunel sia un buon allenatore. Non al livello di Schmidt, ma valido. Il movimento francese mi pare resti in confusione, non a caso più il buon gioco si è cercato soprattutto il gioco semplice, puntando poi sulla fisicità dei giocatori. La confusione si vede anche da chi è stato chiamato al ruolo chiave di mediano di mischia: gli agés Trinh-Duc (comunque eccellente) e Beauxis.
Impressionante, invece, la crescita della Scozia. Che dire? Programmazione: il (ben strutturato) lavoro paga.
Ben strutturato: esattamente quel che manca all’Italia.

Due parole anche sull’Italia. Certo, la sconfitta con la Scozia brucia. Brucia anche la striscia negativa di 17 sconfitte consecutive. Un triste primato che la dice lunga sul nostro movimento.
Eppure, a mio sentore, la situazione non è così tragica come la si vorrebbe far passare. Almeno: mi pare meno tragica di un paio d’anni fa.
Intendiamoci: la situazione dell’Italia è grave, probabilmente gravissima. Ma non tragica. Certo, credo anche io che la nostra permanenza nel 6 Nazioni sia potenzialmente compromessa. Ma non sono ancora persuaso che la nostra esclusione (o qualcosa di simile) sia già decisa.

Tuttavia, credo anche che il lavoro fin qui svolto da O’Shea (e Brunel prima di lui) si stia dimostrando positivo. Resta un enorme problema di fitness, a causa del quale nell’ultimo quarto di gara i nostri avversari ci sovrastano. Ma si vedono miglioramenti, di mentalità e di gioco.
Il problema vero, semmai, è che a livello di movimento questi miglioramenti sono too little too late rispetto ai passi avanti delle altre nazioni. Oltre alla forma fisica, manca soprattutto una base di buoni giocatori da poter “gettare nella mischia”.
Su questo, O’Shea, il suo staff e i 23 convocati ad ogni gara possono fare poco… ma lo ripetiamo ormai da anni.