R come rugby, bilanci (quasi) finali

Delusione del torneo
Irlanda, maledettamente Irlanda. Senza dubbio. Vincere era forse chiedere troppo, ma l’ambizione di raggiungere per la prima volta le semifinali c’era e doveva esserci. Giocando alla pari contro praticamente qualsiasi avversario, Nuova Zelanda in primis.
Invece, una sconfitta col Giappone durante il pool (che ci poteva stare: Giappone francamente eccezionale, certo non una “sorpresa”, ma una squadra di grande qualita’ e grandissima intensita’) e un’asfaltata con la Nuova Zelanda che lascia la ferita aperta.
Un vero peccato, perche’ una squadra con un simile equilibrio di esperienza e qualita’ l’Irlanda difficilmente la vedra’ a breve. Non so chi sia il successore-designato di Joe Schmidt, ma uno stratega di questo livello sara’ difficile da trovare e Sexton ormai ha i suoi anni – c’e’ un sostituto all’altezza? Insomma, il cocktail esplosivo potrebbe richiedere anni per ricrearsi.

Sorpresa del torneo
Uruguay. Una vittoria storica contro Fiji. Solo quella, ma tanto basta.
Come l’Argentina anni fa, l’Uruguay mostra e dimostra che anche un movimento “minore” puo’ costruire grandi risultati se ha un piano. Quello che, per inciso, manca sempre all’Italia (davvero la soluzione e’ sempre un tecnico straniero che resta pochi anni e importare giocatori dall’estero?).
Bel segnale per la crescita del rugby mondiale: ci sono realta’ con belle prospettive e se continua cosi’, ai prossimi mondiali potremmo vederne delle belle! (Il che, francamente detto, significa pure che per l’Italia son c***).
Capitolo a parte per chiedersi cosa sta accadendo al rugby delle isole del pacifico… le stiamo perdendo (il rugby, e pure le isole).
Chapeau.

“Sapeva”. Owen Farrell (capitano dell’Inghilterra) mentre osserva la haka

Partita piu’ bella
Testa a testa fra Giappone – Irlanda e Inghilterra – Nuova Zelanda.
Partite per certi aspetti simili, con la squadra meno quotata (ma solo sulla carta… o nella testa di certi commentatori) ha dominare letteralmente l’avversario.
Entrambe partite che dovremmo ri-guardare negli anni a venire, delle vere lezioni di rugby: intensita’, piano tattico, determinazione… Inghilterra e Giappone hanno mostrato un livello di rugby che e’ semplicemente un piacere per gli occhi. Bonus per il Giappone, commovente nel suo ruolo di underdog, ma pure l’Inghilterra a sfidare a viso aperto i Tuttineri e batterli. Piu’ che batterli: farli apparire normali. Spettacolo.

Squadra immortale
Per chi non lo sapesse, confesso, faccio coming out: il mio “vecchio” cuore trifoglio ha sofferto tantissimo ha guardare il Galles avanzare nel torneo.
Ma nella sofferenza, devo rendere onore al merito: partita di gran classe contro l’Australia, sconfitta di misura contro il Sud Africa pur con una prestazione mediocre e flagellata dagli infortuni, ma tanto, tantissimo cuore. Non una squadra eccitante da guardare, ma quanto coraggio nel resistere ai Bokke e riportarsi in pari a pochi minuti dalla fine.
Lo stesso coraggio, lo stesso cuore mostrato nella finale per il 3erzo posto contro la Nuova Zelanda (due mischie nei propri 5 metri a 5 minuti dalla fine!).
Peccato a questi Dragoni siano mancate opzioni offensive, forse l’esisto sarebbe stato diverso.

Eppoi questo

Premio Lo Hobbit
Scusate la battuta vagamente offensiva, ma menzione speciale (e con grande rispetto) per Faf De Klerk, il mediano di mischia sudafricano e il suo box kicking (rispetto agli altri giocatori, Faf ha un’altezza non stratosferica).
Il Sud Africa ha fatto una cosa sola per tutto il torneo : rush defence & box kicking (ok, due in realta’). Inesorabilmente, in ogni partita, in ogni placcaggio, Faf ha recuperato per la sua squadra e l’ha calciato alle spalle della difesa avversaria.
Rispetto per l’attaccamento quasi fanatico a questa convinzione, a questa strategia. Attaccamento che finora ha pagato. A volte la convinzione, la fiducia in se’ stessi, si’: il fanatismo, puo’ superare la mancanza di mezzi. E va rispettato. E a volte, e’ persino bello da vedere.
In Sud Africa hanno cominciato a detestare questa tattica, quasi un anti-rugby per il rifiuto sottostante di portare palla alla mano, ma Faf e il coach sudafricano Rassie Erasmus si sono attenuti alla loro strategia e cosi’ facendo hanno portato i Bokke in finale. Cosa accadra’ una volta li’ lo scopriremo domani. L’anti-rugby potrebbe persino funzionare contro una squadra come l’Inghilterra. In Inghilterra hanno cominciato ha chiederselo… (ma la corazzata guidata da Eddie Jones, tuttavia, ha dimostrato contro i Wallabies di non aver bisogno di dominare il possesso per vincere).

Premio Wizard of Oz
(Volevo chiamarlo Premio Gandalf, ma non si adattava al personaggio…) …Eddie Jones! Il mago venuto dall’Australia (Oz, per gli amici) ha riportato il XV della rosa a vette che non vedeva da 12 anni (peraltro, per un remake della stessa finale 2007: Inghilterra vs Sud Africa, finale nella qualle Jones ha vinto da consultente dei sudafricani, che intrigo della storia!). Potrebbe riportarla indietro a vette che non vedeva da 16 anni (coppa del mondo 2003 – vinta dagli inglesi proprio contro i Wallabies guidati da… Eddie Jones!).
Da quattro anni Jones ha costruito una corazzata: una squadra completa tecnicamente, con grandi variazioni tattiche ed enorme convinzione e solidita’ mentale. Il lavoro sta pagando (vedi sopra contro la Nuova Zelanda). Al mondo ci sono pochi tecnici al suo livello.
Mago.

Il walzer degli addi
Tanti addii in questa coppa del mondo: tre grandi allenatori Steve Hansen, Warren Gatland e Joe Schmidt (tutti kiwi) salutano le rispettive nazionali e il mondo del rugby. Ci mancheranno.
Salutano anche giocatori unici, come Rory Best nell’Irlanda e Sonny Bill Williams fra gli All Blacks.

R come rugby, a un passo dalla meta

Dopo essermi perso i quarti di finale, causa weekend a Lviv, questo fine settimana mi sono goduto (letteralmente) le semifinali Inghilterra – Nuova Zelanda e Galles – Sud Africa.
Due partite che si preannunciavano assai diverse fra loro: da un lato le due squadre probabilmente piu’ offensive al mondo (in questo momento), dall’altro le due piu’ difensive.

Inghilterra e Nuova Zelanda arrivavano all’appuntamento dopo aver ciascuna “devastato” il proprio avversario a quarti (Australia e Irlanda), con due prove molto convincenti su entrambi i fronti. Inevitabilmente, gli All Blacks tornati primi nel ranking mondiale arrivavano da favoriti.
Ma il “mago” Jones ha –come pronosticato– messo in piedi un’Inghilterra implacabile. Non solo forte, ma anche sicura dei propri mezzi. Cio’ si e’ visto sin da prima del calcio d’inizio, dal modo in cui gli inglesi hanno affrontato la haka dei neozelandesi (da notare la smorfia di Owen Farrell). In campo, poi, c’e’ stata gara, ma non c’e’ stata.
Gli uomini in bianco hanno letteralmente dominato i tuttineri dall’inizio alla fine: dominati tatticamente, fisicamente, come aggressivita’… su ogni livello. Su ogni punto d’incontro, gli inglesi arrivavano primi, piu’ forti, piu’ veloci, piu’ aggressivi. In una parola: hanno dimostrato di voler vincere piu’ dei neozelandesi, dall’inizio alla fine. Impressionante il numero di turn-over (palle rubate dopo il placcaggio): 15. Itoje sugli scudi (“passato da world-class a world-best” ha commentato un conoscente), Ford implacabile al piede.
Dopo un primo tempo “fiacco” da parte dei neozelandesi, e tante occasioni mancate per gli inglesi, ci si aspettava un secondo tempo totalmente diverso. Ma cosi’ non e’ stato: alla nazionale inglese non e’ mai venuta meno ne’ la solidita’ fisica, ne’ quella mentale (una solidita’ mentale che ricorda… quella del 2003). Neppure quando gli All Blacks si sono riportati sotto ad inizio ripresa con una meta “di rapina” l’Inghilterra ha vacillato. Anzi.

Inghilterra che ora si presenta inevitabilmente da favorita alla finale.

Nell’altra seminifinale, Galles e Sud Africa hanno dato vita ad una sfida completamente diversa, altamente tattica, estremamente difensiva. I lunghi scambi al piede hanno tolto fascino alla partita e il fatto che il punteggio sia (16 – 19) sia stato quasi interamente segnato al piede la dice lunga sulle prestazioni offensive, prima ancora che difensive.
Entrambe le squadre hanno quasi “rifiutato” di giocare alla mano, forse proprio per evitare lo scontro con le difese. Ne e’ nata una partita non spettacolare, salvo i circa 15 minuti fra le due mete. Il Galles ha pagato due infortuni a uomini chiave gia’ nel primo tempo, ma ha mostrato di riuscire sempre a risorgere dalle proprie ceneri. Peccato non abbia mai veramente avuto uno scatto offensivo in grado di fare la differenza: solo quando costretti dalla meta sudafricana, i Dragoni hanno premuto sull’accelleratore, rifiutato le punizioni e conquistato la meta che li rimettesse in pari. Poi basta.
E alla fine, inevitabilmente, e’ bastata una punizione per suonare il de prufundis.
Il Sud Africa ha suonato lo stesso spartito per 80 minuti: palla, calcio, placcaggio, costantemente riportando la sfida nella meta’-campo avversaria a suon di pedate. La tattica ha funzionato fin qui, ma bastera’ contro gli inglesi?

Untitled

Commento tattico del Welsh Dai Lama (un’autorita’). Faf de Klerk e Gareth Davies sono rispettivamente i mediani di mischia di Sud Africa e Galles

L’impressione e’ che lo spartito tattico dell’Inghilterra sia troppo vasto per farsi mettere in difficolta’ da questo approccio dei Bokke e le soluzioni offensive degli inglesi dovrebbero offrire sufficienti opzioni per superare la rush defence sudafricana.
Pur vero, come ha osservato il ct del Galles Warren Gatland, che spesso per alcuni team la finale e’ una seminale (i.e. l’Inghilterra potrebbe arrivare spompata). E il Sud Africa non ha mai perso una finale.

Piu’ interessante, a mio avviso, la sfida per il terzo posto. Anche se potra’ sembrare un’eresia. Entrambe le squadre avranno molto da dimostrare: il Galles per consacrarsi a vette mai raggiunte, la Nuova Zelanda per confermare di non essere (ancora finita). Gli infortuni nel Galles indirizzano pensantemente la sfida, ma come visto anche col Sud Africa i Dragoni “non muoiono mai” e metteranno l’impossibile nell’ultima partita.

The split(ing)

Uno dei maggiori problemi (se non in definitiva: il problema) dei progressiti e’ l’incapacita’ di fare fronte comune, di creare coalzioni e rispettarle.
Il problema non e’, come si sarebbe portati a credere, solo relativo alle elezioni / coalizioni parlamentari, ne’ solo relativo all’Italia.

Il problema e’ radicale. Esistenziale. Riguarda il moltiplicarsi di “battaglie”, di “fronti” e, in definitiva, di priorita’ da affrontare (anche qui) da parte dei progressiti in ogni paese e in tutto il mondo. In estrema sintensi: per parte della sinistra, la priorita’ e’ l’ambiente, per altri il lavoro, la disuguaglianza, per altri la parita’ di genere, per altri ancora le questioni raziali. Come ho provato a sentitetizzare altrove, in passato la situazione non era tale. In passato, le (“grandi”) teorie politiche (il marxismo su tutte) erano in grado di costruire un esattamente un “sistema” nel quale ogni questione si ricollegava solidamente alle altre, partendo da alcuni principi di fondo.
Per quanto ancora oggi tali questioni siano in larga parte sovrapponibili e si influenzino vicendevolmente, restano delle differenze fondamentali, perlomeno nel modo di affrontarle (nella tattica, se vogliamo).

Per la destra, ancora una volta, la questione e’ semplice. La destra, compatta dietro il verbo neoliberista, non si pone affatto simili questioni. Per la destra, l’universo politicamente inteso e’ (ancora) un sistema compiuto in cui tutto si spiega dietro pochi semplici principi: meno Stato, piu’ mercato (in effetti, uno solo principio). Da esso discende tutto il resto: meno tasse, meno regole…

Per questo, di fondo, un ambientalista “di destra” (di questa destra) di fatto non esiste: perche’ subordinera’ sempre la difesa dell’ambiente a temi piu’ dominanti (il rapporto Stato/mercato, ad esempio).

Elettoralmente, questo condanna la sinistra alla sconfitta. La frammentazione (specie in sistemi first past the post o maggioritari) implica sempre che il blocco piu’ coeso abbia un vantaggio competitivo enorme sugli avversari divisi in tanti piccoli gruppi.

La sinistra ha affrontato questo problema lavorando su se’ stessa, lavorando sul ricucire e (ri)creare coalizioni sostanzialmente al proprio interno. Ovvero, sul riunire cio’ che e’ stato diviso. A mio vedere, questo approccio e’ stato fallimentare e rimane probabilmente destinato al fallimento, perche’ le priorita’ rimangono differenti e, superata la competizione elettorale, tornano a riemergere. (Occasionalmente, il tentativo e’ stato quello di aprire all’altro campo, ma questo e’ un altro tema.)
Per tornare agli esempi di cui sopra: sull’ILVA un’ambientalista si scontrera’ sempre fondamentalmente con un politico “classico” di sinistra (uno che mette al primo posto la tutela del lavoro). Ovviamente questo esempio potrebbe essere riprodotto all’infinito.
Alla sinistra, come ripeto da qualche tempo (ultimo fra gli ultimi: certo menti assai migliori hanno sollevato il tema prima e meglio di me), manca un sistema. Filosofico, prima che politico.

Leggendo alcuni giorni fa un articolo sui finanziamenti da parte di Google a gruppi climate-change deniers, mi e’ venuta in mente un’altra ipotesi. Un diverso approccio al problema, una soluzione alternativa (perlomeno elettoralmente parlando).
Semplicemente, si tratta di creare divisioni nel campo avversario, nel provare a scalfire questo sistema monolitico rappresentato dal neoliberismo (che, come sottolineava un prof al SOAS, purtroppo is a mobile target – un bersaglio mobile che si adatta e ingloba in se’ stesso anche teorie nate per opporvisi, vedasi proprio un certo ambientalismo o il femminismo).
L’esempio di Google e’ lampante. La societa’ ha finanziato (e continua a finanziare) think thanks di negazionisti del cambiamento climatico per una semplice ragione: perche’ quegli stessi think thanks sono anche i principali lobbysti in materia di deregulation e libero mercato, incluso per i colossi di internet. In sostanza, cio’ che a Google interessa davvero e’ garantirsi di poter continuare a lavorare indisturbato nel mercato digitale. Se poi a questo si sovrappone la battaglia sul (contro il) clima, e’ indifferente.

Cito direttamente da Guardian (ma non ridurrei la questione ad una singola legge, bensi’ all’intero sistema neoliberista, specie in ambito di economia digitale):

For Google, providing financial backing to groups such as CEI and the Cato Institute – staunch free marketeers – has nothing to do with climate science, and everything to do with its effort to curry favour with conservatives on its most pressing issue in Washington: protecting an obscure section of the US law that is worth billions of dollars to the company.

Oltre alla sfida di ri-costruire la sinistra, quindi ne abbiamo anche una seconda, una questione tattica: de-costruire la destra, aprire le contraddizioni nel sistema. Contraddizioni, lo ripeto, non relative all’accozzaglia elettorale (la destra, purtroppo, queste cose ha dimostrato di superarle): contraddizioni filosofiche, radicali.
Il tipo di contraddizione per cui non ci si puo’ dire ambientalisti & votare Trump (o finanziare think thanks che negano, anche incindentalmente, il cambiamento climatico).

Come fare, ancora non so. L’unica cosa che mi viene in mente, ora, e’ shaming & blaming – andare giu’ duri, duri sull’ipocrisia e la faccia di bronzo che consente di nascondere dietro la logica del profitto questa ipocrisia, queste contraddizioni, questa faccia di bronzo.

R come rugby, impressioni di ottobre

Cosa ho guardato: Sud Africa – Italia, Inghilterra – Argentina
Argentina stoica, in 14 per oltre un’ora (assurdo placcaggio alto di Lavanini), tiene l’Inghilterra ad un filo per lunghi tratti della partita, salvo poi cedere (meno di quanto il punteggio dia a vedere). I Pumas si confermano ormai squadra top tier (sorpassata definitivamente l’Italia, pace ragazzi). Se il movimento continua cosi’, hanno un grande futuro. Avrebbero meritato i quarti.
Pure l’Italia non ha demeritato, a dire il vero. Certo, la sconfitta era nelle carte. E quel rosso semplicemente pazzesco, demenziale. Ma la squadra ha dimostrato molto piu’ carattere di quello che ci si sarebbe aspettati.

Cominciamo dal fondo: quante ne ho azzeccate?
I miei pronostici
Pool A: Irlanda, Scozia, Giappone
Pool B: Nuova Zelanda, Sud Africa, Italia
Pool C: Inghilterra, Argentina, Francia
Pool D: Galles, Australia

Risultati
Pool A: Giappone, Irlanda, Scozia
Pool B: Nuova Zelanda, Sud Africa, Italia
Pool C: Inghilterra, Francia, Argentina
Pool D: Galles, Australia

In pratica, ho azzeccato il girone piu’ facile (il B con Nuova Zelanda e Sud Africa) e il D (vittoria sofferta del Galles sull’Australia). Debacle totale delle mie previsioni nel pool A: mi aspettavo un Giappone corsaro all’ultima, ma non tanto da arrivare in testa al girone (la vittoria con l’Irlanda ha stravolto i pronostici). Risultato decente nel girone C, dove l’Inghilterra era praticamente scontata, ma la Francia si salva (due volte) per un filo e manda cosi’ a casa l’Argentina. Quelle chance!

Chi sale e chi scende: prime riflessioni
Inghilterra, Nuova Zelanda, Irlanda non impressionano. Dopo la partita con la Scozia, l’Irlanda non ha mai veramente convinto. La presenza/assenza di Sexton si sente tutta e dal suo stato di forma (o di grazia) passera’ il destino dell’Irlanda ai quarti.
Discorso simile per Inghilterra e Nuova Zelanda: nell’unica partita veramente difficile hanno fatto vedere grandi cose (Ford eccezionale, anche nel gioco al piede), ma anche tanta difficolta’. Inghilterra fortemente dipendende da alcuni uomini chiave (Vunipola). E nessun’altra partita veramente provante. Entrambe le squadre “ci sono”, ma quanto? Per essere le favorite, non sono sembrate degli schiacciasassi. Che abbiano giocato al di sotto delle proprie possibilita’?
Francia conferma il momento di transizione. Non li vedo oltre i quarti, e gia’ dovrebbero ringraziare parecchie divinita’ dello sport.
Il Galles a meta’: forti, convincenti a tratti, ma a tratti piu’ fragili di quanto ci si sarebbe aspettato. In ogni caso, in ascesa. Avversario pericoloso per chiunque, specie se dovessero arrivare in semifinale.
Australia e Sud Africa meglio di quanto mi aspettassi (soprattutto l’Australia). Wallabies che stanno trovando inattesi equilibri e nuovi/vecchi “salvatori della patria” (Matt To’omua al mediano d’apertura, Genia al 9). Boks estramemente solidi. Forse non spettacolari, ma continuano a guadagnare punti nelle mie personalissime aspettative.
Giappone semplicemente commovente (eroico, direi, se non fosse abuso del termine). Anche loro probabilmente hanno dato tutto quello che avevano, ma la sfida col Sud Africa sara’ partita da non perdere. Dopo lo shock del 2015, i giapponesi potrebbero farne uno ancora piu’ grande? Questo Sud Africa sembra in realta’ piu’ solido di quattro anni fa, ma le sorprese potrebbero non essere finite.

Prospettive sui Quarti (a risultati attuali)

  • Q1 Inghilterra – Australia: confermo Inghilterra, c’e’ un divario di valori non da poco, ma sara’ partita tostissima per gli uomini di Jones: il test piu’ duro fino a qui, contro un’Australia in crescita. Partita doppiamente con squadre entrambe follemente assetate di rivincita (il 2003 per l’Australia, il 2015 per l’Inghilterra). Chi ne avra’ di piu’?
  • Q2 Nuova Zelanda – Irlanda: sonoro ???, partita pazzesca. Il bilancio fin qui, il ranking e l’abitudine a vincere suggeriscono tutti che gli All Blacks dovrebbero accedere alla semifinale. Ma l’Irlanda ha dimostrato di avere carattere, armi, confidenza e strategie per tenere testa alla Nuova Zelanda. Da inguaribile romantico dei trifogli, tengo un lumicino di speranza (pessima cosa, forse sara’ un bene non guardarla). Grande sfida fra grandi allenatori, peraltro.
  • Q3 Galles – Francia: confermo Galles, i Dragoni sono sembrati in debito di ossigeno e di idee nei secondi tempi. Che sia questione di preparazione o di confusione mentale? In ogni caso, questa Francia non dovrebbe essere un ostacolo (certo, nella partita secca non si puo’ mai sapere)
  • Q4 Giappone – Sud Africa: sul Sud Africa, per quanto l’idea del Giappone trascinato da tutti gli dei del Sol Levante sia troppo bella per non volerci credere, per quanto i Boks potrebbero farsi prendere da panico alla memoria del 2015 (davvero?), questo Sud Africa ha dimostrato solidita’, sopratutto mentale, davvero sorprendente.

Cosa dovrebbe succedere dopo?
Seguo le mie previsioni, logicamente

  • S1 Inghilterra – ??? (scusate, non ho il coraggio di fare quel pronostico)
  • S2 Galles – Sud Africa (partita da non perdere)

Per rovinarsi l’appetito
Dopo le previsioni di un ignorante come il sottoscritto, quelle serie del Guardian (ma leggete tutta l’analisi)…

  • Q1 Inghilterra – Australia: Australia (sorpresa sorpresa!)
  • Q2 Nuova Zelanda – Irlanda: Irlanda (!!! piango)
  • Q3 Galles – Francia: Galles (almeno qui siamo d’accordo)
  • Q4 Giappone – Sud Africa: Sud Africa (eh vabbe’…)

Radiocorsa

20 Maggio 2019 – salendo le scale a chiocciola dell’albergo nella parte asiatica di Instabul dove mi trovo per lavoro, una fitta all’esterno del ginocchio mi blocca per un’istante.
Nei giorni successivi continuero’ ad ignorare quella fitta e quel dolore che si ripresenta, seppure inusuale, pensando sia solo un incidente passeggero. Poche e brevi corse prima delle vacanze.

Giugno 2019 – Il viaggio in Iran ha sospeso le mie consuete corse ma appena tornato in Ucraina provo a riprendere. Il dolore al ginocchio e’ sempre li’, e io sono sempre preso ad ignorarlo.
Chi ci e’ passato continua a ripetermi: “attento col ginocchio, lascialo in pace per un paio di mesi… o rischi sul serio“. Fosse mai.
La nuova epidemiologa e’ arrivata al progetto e ha lanciato la pazza idea: maratona di Kyiv, 6 ottobre.
Idea troppo pazza per lasciarla andare… ci penso e ci ripenso: non ho il fiato, la gamba, l’allenamento per farla. Eppoi da quando sono tornato dall’Uzbekistan corro troppo veloce, che ammazza la mia resistenza. Ma la tentazione e’ tanta.

Luglio 2019 – Comincio qualche allenamento piu’ lungo, 10, 12 kilometri. 15. Ogni settimana aumento un po’. “I’m back“, penso. E cerco un piano di allenamento sulle 8 settimane.
Si puo’ fare, se continua cosi’ si puo’ fare.
Ma la fitta al ginocchio resta li’, costante ad ogni corsa.
Fai la mezza“, mi dicono. Non esiste sulla faccia della terra: preferirei morire tentanto i 42 km che sopravvivere con “l’infamia” di aver fatto “solo” i 21. Per chi non mi conosce, spiegarlo e’ impossibile.
Alla fine cedo: fisso una visita medica con un traumatologo / medico dello sport per capire quale possa essere il problema.
A fine luglio vado alla visita, gli spiego che il ginocchio destro ha il crociato rotto, ma quello sinistro (dove ora duole) non mi ha mai dato problemi, anche se negli anni scorsi ho corso molto di piu’. Rapida ecografia, un paio di test motori e arriva la sentenza: “ginocchio del corridore“, ovvero sindrome della bandelletta ileotibiale.
Secondo il medico, puo’ essere conseguenza della postura errata che tengo per compensare i problemi all’altro ginocchio.
Ora occorre trovare una soluzione. Per prima cosa, qualche settimana di stop. Tanto stretching specifico. Poi, scarpe nuove. E ancora: evitare di correre in discesa, quindi da ora solo tapis roulant in palestra (nulla di peggio che correre 10km sul tapis roulant).

Agosto 2019 – Prima settimana di stop. La voglia di correre e’ tanta… compensare con camminate non e’ la stessa cosa. A volte accenno qualche metro di corsa solo per il bisogno di farlo.
Seconda settimana di stop, si resiste.
Terza settimana di stop. Siamo quasi alla fine, a breve si riparte. Quindi compriamo scarpe nuove, piu’ adeguate.
Ricomincio quasi da zero. Ormai l’idea di fare la maratona e’ bella che passata e non resta che provare la mezza.
5km in palestra. E’ un po’ di cyclette, perche’ “tutto fa brodo” nel cercare disperatamente di aumentare la resistenza.
10km, sempre in palestra. Piano piano torniamo a lavorarci. Fin qui tutto bene.

Settembre 2019 – Inizio le uscite in strada. Devo abituarmi ai saliscendi e allungare la distanza. Tutto programmato per arrivare ai 20km una settimana prima della gara.
12,8km. Tutto ok, corsa quasi solo in piano.
16km. Primo test sulla salita finale del tracciato, quella che so gia’ sara’ la piu’ difficile. Ancora tutto ok. Verso la fine devo fermarmi un paio di volte a prender fiato, ma sono in linea.
Nel frattempo, palestra e ripetute.
Mi rendo conto di aver sbagliato in conti… ho una settimana in piu’ di quanto pensassassi per la preparazione! Allora l’idea: balzo ai 20km, poi un ultimo 15.
Domenica 22 settembre, il cielo e’ coperto. Esco per i 20km. Attraverso Kyiv, scendo verso il quartiere di Podil su una stradina ripida al 10% almeno. Corro lungo il Dnipro e attraverso il ponte pedonale. Agli 11 sono immerso nel sudore mentre lancio le falcate fra il bosco, ancora tutto bene. Inizio il ritorno: 13, 14, tutto bene. 15: sono tornato alla discesa che avevo fatto all’andata – la salita del 10% ora mi uccide le gambe e devo fermarmi un paio di volte. In cima riparto ancora una volta. 17, ok. 18, ok. 19, male. 20, malissimo. Ai 19,7 sono morto. Mi fermo ancora una volta, un respiro profondo e mi lancio per gli ultimi 300 metri. Il ginocchio da’ fastidio. Non dolore, ma fastidio.
Forse la discesa ripida non e’ stata una buona idea.
Vorrei fare ancora un 15km, ma preferisco non rischiare. Fermo ancora due settimane, solo delle brevi corsette in palestra ed esercizi per il ginocchio. Forse non una buona idea.
29 settembre, torno dal medico per fare un controllo all’ultimo. Questo mi spaventa pronosticando seri problemi se continuo e faccio la gara. Propone “magneto-terapia e terapia a ultrasuoni“, praticamente voodoo, quindi passo.

Ottobre 2019 – Palestra, solo palestra. Sessioni in cyclette che mi annoiano alla morte. Il fastidio e’ sempre presente. Tanto stretching e tanto ghiaccio ogni sera. E’ possibile esagerare con lo stretching? Se lo e’, ci sto andando vicino.

4 Ottobre – 2km di corsa in strada, ultimo test prima della gara per vedere con che maglie sia meglio correre, provare se la fascia per il ginocchio sia utile o meno e sentire le gambe.
Rinuncio alla fascia: mi stringe troppo e, se anche aiuta il ginocchio, trasferisce il dolore direttamente al polpaccio. Gambe pesantissime, a dire il vero. Forse ho esagerato con la cyclette questa settimana in palestra. Ma ormai non c’e’ piu’ nulla da fare.
Pasta, pasta e ancora pasta.

6 Ottobre – Sveglia, colazione a base di banane (scorta di potassio), stretching e mi avvio verso il luogo della partenza. Le strade son chiuse, quindi decido di camminare una mezz’ora con tanta calma. Arrivo alla partenza alle 8:30, largo anticipo ma vogliamo supportare i colleghi che fanno la maratona e partono prima.
La tensione ricorda i giorni degli esami, il desiderio di controllare ogni aspetto della preparazione e la consapevolezza di controllare assai meno di quanto si vorrebbe (come andare ad un esame pronti al 65%, penso). Che vestiti? Che stretching? La mia prima gara e non ho alcuna esperienza.
Il freddo si sente: sono appena 8 gradi, niente sole e un po’ di vento che ne fa sentire meno, forse 5. Decido di mettere le maglie pesanti, non voglio assolutamente rischiare di farmi sorprendere dal freddo. Piuttosto sudo.
9:45, ci posizioniamo ai blocchi di partenza. Ora so di essere vestito troppo, ma non ci si puo’ far piu’ nulla.
Due colleghi partiranno prima, cercheranno di farla in 1:30. Io e A, un collega indiano dal progetto, siamo piu’ indietro. Decidiamo di partire assieme per almeno i primi kilometri.

Via.

Con A. ci facciamo strada fra la calca iniziale, appena finiscono le transenne per il pubblico saltiamo sul marciapiede per evitare di correre sul pave’. Il tragitto comincia con una leggerissima salita, poi discesa, risalita e lunga discesa. Al primo km siamo sui 5:30. “Rallenta”, mi dice A. Ma la discesa continua: al secondo km sono 5:24, la massa di corridori attorno ci trascina e sappiamo di dover rallentare. Corriamo e commentiamo sugli strani look di altri corridori in mezzo a noi.
Fino ai 3km sono in piano, percorriamo il Kreshchatyk, la via centrale di Kyiv fino a Piazza Maidan, da li’ giriamo verso il parlamento. Mi volto verso A e propongo scherzando: “giriamoci qui, prendiamo la scorciatoia e vinciamo la gara?“. Ma non apprezza l’idea.

Prima salita, cerco di controllare il passo e aspettare A. Di nuovo discesa, un gruppo di ragazzi suona qualche pezzo rock sotto la statua di Lobanowski. Lo spirito e’ ottimo. Entriamo nel parco sottostante il parlamento, ancora una breve salita. I primi 5km sono ormai passati.

Siamo in mezzo al parco, qui non c’e’ piu’ pubblico, si apre un po’ di sole e la vista immersa nel verde e’ davvero gradevole. Alla salita A. si e’ leggermente staccato. Forzo il mio passo per aspettarlo, ma nonostante il tentativo non mi raggiunge mai. Ai 6km A. e’ ormai dietro. Attenderlo e’ praticamente inutile: dovrei forzare troppo la mia o la sua andatura per restare attaccati. Ormai sono solo. Metto la musica.

Sbuchiamo dal parco nel quartiere di Pechersk, passiamo dinnanzi alla Lavra (monastero) e giu’ verso il monumento alla Madrepatria, un enorme (e orribile) statua di donna in titanio che sorregge spada e scudo. Le passiamo alle spalle. Al 7km comincia la lunga discesa di circa due kilometri verso il fiume Dnipro. La tentazione di lasciarsi andare e rubare qualche secondo in discesa e’ tanta.
Ma comincio a sentire il ginocchio che tira, quindi cerco di frenare il passo. 5:41, 5:38. Al km 9 incrociamo i maratoneti che ri-attraversano il ponte sul Dnipro. Loro ne hanno gia’ 20 sulle gambe e altri 20 da fare.

Corriamo lungo il fiume, in uno stradone esposto al vento che arriva a folate e fa venire i brividi. Sono gia’ sudato e cerco di proteggermi il viso come posso. La strada non e’ piu’ scenica come i primi kilometri nel centro e fra il parco, anzi. Ora ci sono macchine che ci corrono poco lontano, sull’altro lato della carreggiata. Per lunghi tratti qui non c’e’ piu’ pubblico.

Fra il 10, 11 e 12km sento parecchio il ginocchio, dá fastidio e non so come reagiro’ da qui innanzi. Ma penso anche che ho ancora fiato e che le gambe tutto sommato stanno ancora reggendo. Penso che potrei lasciarmi andare e accellerare un po’, ma mi sforzo di prendere qualcuno a riferimento e tenere un passo regolare, senza spingere troppo. 57:45 ai 10km, molto bene. Molto bene. Non facciamoci prendere dall’entusiasmo pero’. Il peggio deve ancora arrivare, per le gambe e per il tracciato.
Il mio cronometro e’ soprendententemente regolare in questa frazione: 5:51, 5:51, 5:51, 5:50.

Prima del 14esimo i maratoneti ci salutano, loro salgono sul ponte pedonale e andranno attraverso il parco per poi ricongiungersi poco dopo.
Poco prima del 15km ci sono alcuni colleghi ad aspettarci e fare il tifo. Gli avevo detto di prepararmi una lattina di birra, ma nessuno ha mantenuto la promessa. “Dov’e’ la mia birra?” gli urlo. Peccato.

I maratoneti ci raggiungono poco oltre. Ora hanno passato i 30km, la fase piu’ critica per loro. Eppure quelli che ci incrociano ora sono i primi, quelli che corrono per vincere. Si infilano fra noi con un passo incredibile.
Do’ il cinque a alcuni bambini che allungano le mani a bordo strada, piu’ per loro che per me, ma che incredibile spinta arriva dal pubblico, quasi commovente. Senza queste persone a bordo strada, non sarebbe stato possibile finirla. 5:13, non so come ma ho spinto tantissimo. 1:26:24 ai 15km: c’e’ margine, c’e’ speranza.

Al 16esimo giriamo lungo Nyzhnii Val street, la strada principale del quartiere storico di Podil. Un dannato falsopiano di quasi 2km. La stanchezza ora mi prende sul serio. Mi colpisce prima le gambe, poi la testa. O forse solo la testa. Ad un punto di ristoro offrono gel energetici, non ne ho mai usati ma ne prendo uno. Mi impiastra la bocca e mi lascia la sgradevole sensazione di secchezza, nonostante beva anche dell’acqua. Qualcuno a bordo strada offre anche bicchieri di Coca Cola, evito. Ma continuo a spingere. 5:55, 5:49. Al km 17 finisce il Val, giriamo verso destra per un kilometro in piano. Ora mi sento meglio, sento di averne ancora un po’ da spendere, cerco ancora di controllare il passo per arrivare alla salita. 5:57.

So esattamente cosa mi aspetta fra 1500 metri, quell’ultima maledetta salita. Saranno 200 metri, ma sono maledettamente ripidi. Calcolo in un flash le mie opzioni: farla correndo e fermarmi a prendere fiato in cima, o camminarla. Se mi fermo, non so come potro’ ripartire. E non so quanto mi servira’. Il tempo e’ troppo buono per fermarsi. Potrei anche farla di corsa, ma non so come risponderanno le gambe.
Decido di camminare un centinaio di metri, sul tratto piu’ ripido. 6:50.

Arrivo in cima, non so come mi spingo a ricominciare a correre: le gambe sono due blocchi di legno, non le avevo sentite cosi’ dure mentre lanciavo ancora le falcate. Ma sto correndo di nuovo.
Ora siamo al 19esimo. La strada torna in piano. Altro momento di piccolo crollo psicologico, la stanchezza si sente tutta. Mi arriva il tempo negli auricolari: 1:54:qualcosa. Rapido calcolo mentale: 2 km in circa 10 minuti? Non e’ possibile. Importa qualcosa? Ancora una falcata. 5:47.
Dopo poche centinaia di metri riconosco la strada. Ora ad ogni passo so esattamente quanto mi sto avvicinando al traguardo. Potrei spingere di piu’? Non lo so. Non lo so piu’. La mia mente ora non c’e’ piu’, sono le gambe a guidare, a tirarmi avanti. Mi sembra quasi di trascianarmi stancamente. Inerzia.
Ma ogni metro ora mi chiama verso il traguardo. Cerco di spingere il mio passo. Nuovo tempo negli auricolari: 1:56:qualcosa. Non capisco piu’ nulla, spingo le gambe: ancora una falcata. 5:48.

V., un collega che l’ha appena finita in un’ora e mezza mi accoglie urlando alla penultima curva. Il suo urlo mi spinge un metro oltre. Gli altri colleghi sono un centinaio di metri piu’ avanti, li sento che urlano. Accellero. “Al diavolo” penso “sprintala“. Sprint.
Supero in maniera azzardata un paio di corridori davanti a me mentre butto tutto quello che ho ancora in corpo nelle ultime falcate. Passo sotto l’arco. Pochi passi e devo fermarmi a prendere fiato. Blocco il cronometro sul telefono. Segna 2:05 per 21,5 kilometri. Sto per piangere, ma forse sono troppo disidratato per riuscirci. Ricevo una medaglia finisher, avanzo fra la calca e prendo una fetta d’arancia. Deliziosa. “Buon tempo” mi dice un volontario mentre mi passa dell’acqua.

Prima di partire mi chiedevano il mio obiettivo personale per questa corsa. “Prima di tutto, finirla“, rispondevo. Ma e’ sempre stata una mezza menzogna: sono troppo competitivo per “accontentarmi” di finirla. Sotto le 2:05 era l’obiettivo realistico. Sotto 2:10 quello “accettabile”.
All’arrivo ho letto sul cronometro finale qualcosa come 2:17, visto che sono partito 7 minuti dopo i primi, non credo di avercela fatta. Non ci penso.
Gli organizzatori mandano il tempo in realtime con un SMS, ma non voglio guardare il telefono. La soddisfazione di averla finita ora e’ troppa, non voglio rovinarmela.
Butto i vestiti sudati nello zaino e indosso qualcosa di pulito. Esco dalla calca e infine prendo il telefono in mano.
2:04:54

R come rugby, impressioni di settembre (2)

Cosa ho guardato:  Irlanda – Giappone e Australia – Galles (tutte le altre analisi sono indirette)

Chi vince ma non convince
Galles, ancora Galles.
I Dragoni riescono per la prima volta in anni a battere l’Australia, ma dopo un primo tempo convincente, si perdono. Per larga parte del secondo tempo, sembrano pesci fuor d’acqua, in balia degli australiani. Nessun punto segnato per quasi trenta minuti e solo una punizione a 9 dalla fine crea quel minimo di divario da dare sicurezza a Gallesi.
Prestazione a meta’: solida e convincente per un tempo (peraltro, quello in cui l’Australia non entra in partita…), vacua per l’altro.
Difficile dire se sia solo una questione fisica (preparazione studiata per i quarti?), ma e’ la seconda partita su due giocate in cui nel secondo tempo il Galles pare ad un passo dal tracollo. Forse c’e’ anche qualcosa di mentale? Certo, queste vittorie sofferte potrebbero anche essere una grande base da cui continuare la scalata.

Chi vince e convince
Sud Africa, Inghilterra e Giappone, decisamente Giappone.
Affronta la partita piu’ difficile del girone con serenita’, con un piano gara cui riesce ad attenersi alla perfezione. I giapponesi non si perdono quando l’Irlanda impone inizialmente la sua legge e i suo vantaggio, si tengono vicini nel punteggio con alcune posizioni (cosa che, da sempre, si ripete dovrebbe fare anche l’Italia), mettono in campo un’intensita’ incredibile nei placcaggi e nel ripartire in velocita’ dalle ruck (fasi dopo i placcaggi) in attacco. E mettono in scacco un’Irlanda persa, spenta, senza idee. Gran partita davvero. Il Giappone non puo’ piu’ essere considerato una sorpresa del rugby mondiale.

Chi perde ma convince
Australia
I Wallabies regalano tutto un tempo ai gallesi: il mediano d’apertura Foley non c’azzecca e il Galles si porta su un sonoro vantaggio di 26 – 8 che pare condannare l’Australia. Ma il rientro gli australiani mostrano un altro spirito, un’altra intensita’ e paiono in grado di riprendere una partita che sembrava destinata a diventare un inferno, riportandosi ad un clamoroso 26 – 25 a 13 minuti dalla fine e ancora sul piede avanzate. Poi manca l’ultimo tassello, le occasioni (pur create) non si concretizzano e il Galles si salva.
Ma i Wallabies tornano prepotentemente fra i candidati a qualcosa di importante.

Chi perde e non convince
Irlanda.
In parole povere: son dolori. Qualificazione non (ancora) compromessa, ma prestazione da dimenticare. L’Irlanda subisce letteralmente il Giappone senza riuscire a riprendersi dallo shock dell’intensita’ messa in capo dai nipponici, senza mai trovare il modo di ristabilire il controllo sulla partita. Sopratutto l’aspetto mentale e’ preoccupante in vista dei quarti (dove, a questo punto, potrebbero arrivare secondi).
La mancanza di Sexton si vede, ma quanto ha inciso? Solo la prossima partita potra’ dirlo. In ogni caso: pessimo segnale.

Angolo falli

  1. Galles: 18
  2. Irlanda: 17
  3. Australia: 16
  4. Sud Africa, Francia*: 15
  5. Inghilterra: 14
  6. Argentina: 13
  7. Nuova Zelanda*: 4

* Nuova Zelanda e Francia una partita in meno

Cosa penso? Inghilterra convincente (ottimo Ford con gli USA), ma ancora nessuna partita veramente provante. Aspettiamo l’Argentina per farci un’idea migliore.
Galles idem, ma appare ancora fragile. Australia in rialzo. Irlanda molto ridimensionata (occorre capire Sexton e come la squadra rispondera’ alla batosta). Sud Africa sul velluto con la Namibia, aspettiamo con l’Italia per avere un’idea migliore.
Giappone spettacolare, commovente, ma la partita piu’ bella vista fin qui resta Australia – Galles.

R come rugby, impressioni di settembre (1)

La prima giornata della Coppa del Mondo doveva gia’ presentare indicazioni e sentenze importanti per molte squadre candidate alla vittoria.
In particolare, Nuova Zelanda – Sud Africa poteva gia’ essere un’anticipazione della finale.
Francia – Argentina, poi, era un vero e proprio “dentro o fuori” nel girone C.
Irlanda – Scozia era decisiva per la supremazia del girone A.
Infine, attesa per come Inghilterra e Australia si sarebbero presentate: l’Inghilterra sarebbe stata all’altezza delle aspettative? L’Australia avrebbe tenuto botta?

Cosa ho guardato: Nuova Zelanda – Sud Africa e Irlanda – Scozia (tutte le altre analisi sono indirette)

Chi vince ma non convince
Italia, Nuova Zelanda, Francia
Capitolo a se’ per l’Italia (che non affronteremo qui). La Francia si salva letteralmente “per il rotto della cuffia” con un’Argentina battagliera e un po’ sfortunata. 23 – 21 ci dice molto dei limiti dei Bleus, destinati probabilmente a pagare caro qualora arrivassero ai quarti (ma a Parigi questa sarebbe gia’ una soddisfazione).
La Nuova Zelanda soffre, e non poco, l’intensita’ della difesa dei Boks, ma con due cavalcate riesce a ribaltare il risultato. Difficile dire se gli All Blacks abbiano “controllato” il risultato, ma non sono parsi la corazzata di sempre. Certo, contro Giappone o Scozia non ci sarebbe partita.

Piu’ difficilmente classificabile il Galles (vince ma…?), che si impone sulla Georgia con un primo tempo dominante, un gioco offensivo travolgente (come non ancora visto nel 2019) e un’ottima difesa (0 punti concessi nel primo tempo), mai poi concede due mete nel secondo tempo. Sorge la domanda: la panchina e’ all’altezza? Partita tosta con l’Australia (non vista e non classificata qui), altro livello rispetto ai georgiani.

Chi vince e convince
Irlanda, Inghilterra, Giappone (per quel che vale)
Giappone che travolge la Russia dopo un inizio in difficolta’. La sfida con la Scozia si preannuncia interessante (cosi’ come la prossima partita con l’Irlanda… gli uomini in verde potrebbero doversi impegnare piu’ di quanto visto fin qui).
Irlanda semplicemente impressionante: appena 3 punti concessi. Controllo totale, dall’inizio alla fine della partita contro una Scozia che praticamente non si e’ vista. Difficile, a questo punto, giudicare se il risultato e’ merito degli irlandesi o colpa degli scozzesi, ma la facilita’ con cui i primi hanno gestito il match e’ un buon segnale.
Inghilterra a meta’. Partita relativamente facile, risultato impietoso, ma quarta meta (per punto bonus) che arriva solo a quattro minuti dalla fine. Non un segnale preoccupante, ma un dato che gli avversari studieranno da vicino.

Chi perde ma convince
Argentina, Sud Africa
Argentina che conferma di poter competere coi migliori, ma manca ancora un quid (anche di fortuna, con una punizione sbagliata all’ultimo minuto) per portare a casa partite decisive.
Il Sud Africa mette davvero in difficolta’ la Nuova Zelanda per una prima mezzora, andando meritatamente in vantaggio. Poi si fa infilare, continua a battersi, ma non riesce a riprendere in mano il risultato. I Boks sembrano assai piu’ forti di quanto immaginato e il quarto con l’Irlanda potrebbe essere spettacolo puro.

Sorprese fin qui
Prima sorpresa arriva dalla Russia, che propone un ottimo primo tempo contro il Giappone. Ben altro rispetto a quanto visto contro l’Italia nel test match. Peccato sia poi crollata.
Seconda sorpresa, negativa stavolta, dalla Scozia. Incredibilmente deludente con l’Irlanda: ad oggi, la vedo seriamene a rischio coi giapponesi.
Ultima sopresa dall’Uruguay, che vince contro ogni aspettativa contro Fiji. Kudos agli uruguaji!

Angolo falli
A questi livelli, con difese blindate, i punti su punizione possono essere decisivi. Ecco perche’ i falli concessi possono costare carissimo (chiedere alla Scozia).
Le prime partite danno qualche indicazione? Forse e’ troppo presto, ma cominciamo a guardare i numeri di falli concessi:

  1. Francia: 15
  2. Inghilterra, Galles: 10
  3. Australia, Sud Africa: 9
  4. Irlanda: 8
  5. Argentina: 5
  6. Nuova Zelanda: 4

Cosa penso? Nuova Zelanda semplicemente scandalosa (anche se qualcuno gia’ si lamenta dell’arbitraggio), cosi’ come la Francia (in senso opposto). Sud Africa molto convincente. Irlanda a rischio (piu’ di quanto credessi) nei quarti, Inghilterra peggio di quanto lecito aspettarsi, ma sempre eccellente.

Angolo Italia: con un amico discutiamo sui prossimi match, lui mi scrive che All Blacks e Boks ci rifileranno 100 punti. Poi si corregge “100 punti di scarto”. Secondo me la stima e’ ancora al ribasso.
Fra il pubblico e alcuni “giornalisti” “sportivi” italiani continua a girare questa versione secondo cui il Sud Africa e’ “alla nostra portata”, battibile, solo perche’ due anni fa siamo riusciti nell’impresa. Francamente, a me pare senza fondamento.

Lost Justice: Across the Libyan desert, Shores and Depths of Central Mediterranean

Un’ottima analisi giuridica degli accordi internazionali fra Italia-UE-Libia relativi alle operazioni di salvataggio in mare. Francamente sconcertante. Altamente consigliata.

Justice in Conflict

Salah Marghani joins us for this contribution to the ongoing symposium on Libya and International Justice. Salah is a lawyer and human rights activist. From November 2012 – August 2014, he was Libya’s Minister of Justice. His efforts for justice and accountability were recognized by Human Rights Watch in 2012, which awarded him with the prestigious “Alison des Forges” Human Rights Defender Award. Make sure to check out HRW’s Hanan Salah’s piece over at Opinio Juris today as well.

Migrants struggle as a boat capsizes in the Mediterranean (Photo: CNN)

It was seemingly innocuous. On 2 February 2017, the Italian Government, supported by EU, prompted a Libyan UN-proclaimed Presidential Council or (GNA)[1], to sign a vaguely albeit smartly worded memorandum of understanding (MOU).[2] The clear objective of the MOU was to stem the flow of refugees and migrants across the Libyan sea frontier towards Italian shores. Under the cover…

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R come rugby, claim the throne

[spoiler alert! non leggete i pronostici!]

Ci siamo: si comincia! La 2019 Rugby World Cup e’ officialmente al via e, con essa, la caccia al trono degli All Blacks.
Vincitori (primi e unici) per due edizioni consecutive (2011 e 2015), i neozelandesi si presentano in Giappone con l’obiettivo di portare a casa la Web Ellis Cup per la terza volta consecutiva, confermandosi i migliori al mondo “the most dominant team in the history of the world” come si dicono loro stessi (e a ragione). Missione non impossibile, anzi.

Gli All Blacks arrivano in Giappone da ovvi favoriti. Sebbene il loro 2019 non sia stato all’altezza degli (spaventosi) anni precedenti, con un pareggio (Sud Africa) e una sconfitta (Australia) nel Rugby Championship, i Tuttineri si sono presto rifatti rifilando all’Australia una sonora lezione (36-0). Pure nell’anno precedente le cose non sono andate male: ancora due sconfitte (una, storica, con l’Irlanda a Dublino e una con il Sud Africa), ma pure una vittoria sporca, cattiva e dannatamente importante 15-16 contro l’Inghilterra a Londra. Alcuni ricambi-chiave dalle precedenti spedizioni (Carter, McCaw fra tutti), ma anche continuita’ in campo e alla guida (Whitelock in seconda linea, Cane, Read, Barrett e Sonny Bill Williams oltre ovviamente a coach Hansen alla sua ultima Coppa del Mondo).
Secondi nel ranking mondiale, 88% di percentuale assoluta di vittorie alla coppa del mondo, restano probabilmente la squadra da battere. Perfetta la sintesi del Guardian: This time around there are question marks over the All Blacks but no team is so equipped to answer them all. Vunerabili, ma battibili? Nessuno come gli All Blacks dispone di una squadra cosi’ abituata a vincere, cosi’ mentalmente solida, cosi’ rodata, cosi’ profonda nei ricambi, cosi’ tecnica.
Prima partita contro il Sud Africa, per decidere la testa del girone, sara’ gia’ un test abbastanza rivelatore (anche se i Tuttineri possono pure permettersi di arrivare secondi, tanta e’ la loro sicurezza nel poter affrontare chiunque)*.
Volete andare sul sicuro? Puntate sulla tripletta dei neozelandesi. Non scontata, certo, ma altamente possibile.

Segue, in termine di favori dei pronostici, l’Inghilterra. Eddie Jones ha fatto un lavoro magistrale da quando e’ arrivato alla guida della Rosa, ha costruito una squadra cattiva, tatticamente e fisicamente imponente, veloce e letale. Jones e’ un po’ il Mourinho del rugby, o almeno ne ricorda lo stile: cattivo, polemico, efficace. Concentra su di se’ i dibattiti e le attenzioni, mentre la sua squadra acquisisce fiducia, sicurezza nei propri mezzi e integra nei meccanismi di gioco giocatori craque come Itoje. Vanta inoltre una coppia di mediani d’apertura da fare invidia a chiunque con Ford & Farrell (spesso schierati assieme in passato in double playmaker da far paura).
L’Inghilterra in questi anni e’ stata in grado di vincere (quasi) con chiunque: manca ancora lo scalpo degli All Blacks. Ma e’ stata anche una squadra battuta dal Galles e dall’Irlanda. La domanda allora e’: che Jones abbia voluto “coprirsi”? Che l’Inghilterra non abbia spinto al 100% in alcune partite?
In una potenziale sfida secca contro qualsiasi altra squadra top-tier (Nuova Zelanda, Irlanda, Australia, Sud Africa, Galles, Francia) avrebbe discrete possibilita’ di vittoria. Resta da vedere se la tensione mentale richiesta da Jones reggera’ sul filo del rasoio o se qualcosa rischiera’ di rompersi e se i giocatori chiave (i fratelli Vunipola, Farrell) resteranno disponibile e in forma per tutto il torneo (discorso che vale, in realta’, per qualsiasi nazionale).

Sia Sud Africa che Australia sono riusciti a battere gli All Blacks in tempi recenti e hanno mostrato miglioramenti rispetto alle deludenti prestazioni degli ultimi anni. Ma entrambe le squadre sembrano relativamente fragili contro avversari top e potrebbero pagare dai quarti di finale in poi.
Visti i progressi di alcune squadre dell’emisfero nord (Inghilterra, Irlanda, Galles), la prospettiva di semifinali all-South come avvenuto nel 2015 appare piu’ remota. Mentre il Sud Africa arriva con un track record decisamente piu’ positivo degli ultimi mondiali, un clima piu’ sereno e appacificato, quasi una stranezza per i Boks, l’Australia appare piu’ fragile che negli ultimi 4 anni: le tattiche di Cheika paiono o conosciute o poco convincenti, giocatori piu’ o meno uguali e nessuna stella in grado di risollevare la squadra (Genia sempre il regia, sempre meno convincente). Certo, la tattica d’attacco imperniata su centri-ball carrier (con Kerevi, un centro di 108kg – un po’ il percorso inverso della Francia con Bastareaud, se vogliamo) e studiata per negare la rush defence impiegata dagli teams potrebbe pagare. Cambiata radicalmente la mediana, con Lealiifano a prendere il posto di Foley: appena 22 caps per il 31enne. Nonostante il momentaneo momento positivo del 2015, la crisi del rugby wallaby pare destinata a continuare.

La Francia arriva alla Coppa del Mondo piu’ solita di quanto visto negli ultimi anni al 6 Nazioni, ma sottotraccia (forse questo potrebbe essere un vantaggio). Resta la buona qualita’ del XV potenziale, anche se alcuni giocatori chiave forse non sono piu’ nella forma migliore (Guirado, Slimani, Picamoles in prima linea potrebbero soffrire un po’ – difficile giudicare il livello dei ricambi). Resta il lavoro positivo di Brunel, dopo svariati allenatori che non sono riusciti a trovare “la quadra”. Resta tutto questo, ma i bleus non portano a casa vittorie convincenti da un po’. Soprattutto, resta un senso di confusione, di “improvvisazione permanente”, come scrive Le Monde (un giocatore che fino a poco tempo fa sembra chiave come Bastareaud lasciato a casa, per dire). Mediana tutta da scoprire: chi fara’ coppia con Lopez? Il primo candidato e’ Serin, ma i due hanno giocato appena 13 parite negli ultimi 4 anni, non sempre assieme.
Difficile vederli come favoriti, anzi: visto il “girone della morte” (con Inghilterra e Argentina) potrebbero rischiare di non passare neppure a quarti (sarebbe la prima volta). Certo, a Parigi non sarebbero contenti, ma forse non potrebbero neppure stracciarsi le vesti (forse non scatenerebbe la rivoluzione, ma potrebbe essere il momento per una rifondazione piu’ radicale… non a caso, ben 11 giocatori hanno solo 5 caps).

Difficilmente ponderabile l’Argentina. I Pumas vengono da ormai anni di esperienza nel Rugby Championship (il torneo intercontinentale dell’emisfero sud) e, piu’ recentemente, nel Super Rugby (torneo a squadre). Da anni, gli argentini continuano a migliorare e le sconfitte (tutte maturate con squadre di primissimo livello come Australia, Sud Africa e Nuova Zelanda) non raccontano tutta la storia. Prima sfida proprio con la Francia per decidere il probabile secondo posto nel pool c (prima, ci si aspetta, l’Inghilterra). Dopo due semifinali (2011 e 2015), con un po’ di fortuna i Pumas potrebbero tentare l’assalto al bersaglio grosso.

Situazione per certi versi simile per Galles e Irlanda. E (in qualche modo), completamente opposta a quella delle altre potenze dell’emisfero sud (altre rispetto alla Nuova Zelanda: Australia e Sud Africa).
Entrambe le squadre arrivano dopo aver vinto il grande slam negli ultimi due tornei del 6 Nazioni (2018 Irlanda, 2019 Galles). Entrambe guidate da due grandissimi allenatori (Joe Schmidt per l’Irlanda e Warren Gatland per i Dragoni: due neozelandesi, entrambi piu’ volte nominati fra i possibili candidati a sostituire Hansen dopo questa Coppa del Mondo alla guida degli All Blacks, giusto per sintentizzare le rispettive credenziali).
Poco da dire: due squadre con due eccellenti strateghi alla guida, rose di qualita’ assoluta, rodate e potenzialmente letali. Come l’ultimo 6 Nazioni insegna (e tutti quelli prima), una sfida fra le due sarebbe avvolta nell’incertezza piu’ totale.
Nell’ultimo decennio, Gatland ha scolpito il Galles potendo contare su una rosa di qualita’ (Alun Wyn Jones, Biggar, Halfpenny, North, Tipuric) in grado di sostenere tanti game plans differenti, dalla partita in controllo a quella in rimonta, creando difficolta’ a tutte le principali contendenti. Certo i Dragoni non sono favoriti, forse non passeranno neppure oltre i quarti, ma scommetterci contro sarebbe un grave errore.

La nazionale del trifoglio arriva alla Coppa del Mondo in Giappone da n. 1 assoluta del ranking mondiale. Come fa notare il Guardian, solo una volta (nel 2007, dal Sud Africa) la Web Ellis Cup non e’ stata vinta dal n.1 del ranking. Due vittorie in quattro sfide con i Tuttineri dal 2013 ad oggi hanno infuso fiducia e cementato la reputazione di una squadra matura, letale, cinica, difensivamente solida, tatticamente astuta.
L’ottimismo e’ forte dalle parti di Dublino e Schmidt resta una garanzia.

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Ma c’e’ un’altra statistica da tenere in considerazione: mai l’Irlanda ha superato i quarti di finale da quando esiste la Coppa del Mondo di rugby (1987). Persino Galles (2 semifinali) e Scozia (1) hanno fatto meglio. La pressione di arrivare da favoriti (assoluti o quasi) potrebbe essere troppa? Potrebbe. La prima partita sara’ gia’ decisiva: Scozia e Irlanda si affrontano per il primato nel Gruppo A, che con ogni probabilita’ significherebbe evitare gli All Black ai quarti in favore del Sud Africa – sfida senza esclusione di colpi (e in un precedente simile con la Francia nel 2015 questo significo’ perdere Sexton e O’Connell per i quarti, nei quali l’Irlanda fu malamente sconfitta contro l’Argentina)*.
Molte delle fortune degli irlandesi dipenderanno, come sempre in questi ultimi anni, dallo stato di salute del mediano d’apertura Sexton. Allo stato attuale, Sexton e’ probabilmente il migliore nel ruolo al mondo, con visione di gioco finissima e precisione al tiro letale. Ma ha 34 anni, viene da un 2019 non al top, e con il numero di partite concentrate in poche settimane potrebbe pagare pegno.

Le ipotesi per l’Irlanda sono tre: 1) crack totale, il che probabilmente significa uscire nuovamente ai quarti (ipoteticamente, sconfitta alla prima giornata con la Scozia e successivamente bastonata dalla Nuova Zelanda)*; 2)  improvement, un piccolo, minuscolo miglioramento superando i quarti per uscire alle semifinali, che sarebbe probabilmente vissuto con molto amaro in bocca, come un fallimento (Schmidt lascera’, la nazionale ha i suoi anni e sara’ difficile ripetere un gruppo con tanto talento a breve); 3) sulle ali del destino: niente da dire, tutto e’ possibile.

Volutamente, nessuna analisi sull’Italia. Gli Azzurri arrivano ancora con qualche speranza, alimentata dal buon lavoro di O’Shea (che lascera’ dopo il mondiale… ottima programmazione, FIR!), ma dipendono sempre dalla vena di Sergio Parisse, che non ha piu’ la resistenza di un tempo. Il girone con Nuova Zelanda e Sud Africa condanna quasi ipso facto al terzo posto, ovvero all’ennesimo mancato accesso quarti. Difficile confidare nella sorpresa con il Sud Africa: speriamo dunque nel bel gioco, soprattutto con le squadre piu’ abbordabili, e continuiamo a costruire.

*Caveat: tutto questo ragionamento si basa sull’ipotesi che gli All Black battano il Sudafrica sabato 21. Irlanda-Scozia giocano il giorno dopo, domenica 22. Dovessero i sudafricani battere la Nuova Zelanda nel pool B, le squadre dell’emisfero nord nel girone A potrebbero giocare al ribasso… sempre per evitare i Tuttineri (a quel punto probabilmente secondi nel loro girone).

E infine… il gioco dei pronostici!
* * * [spoiler alert!!] * * *

Pool A
Scozia-Irlanda subito decisiva. Puo’ accadere di tutto, ma Irlanda piu’ favorita e pronta a fare all-in. Giappone difficilmente sopresa come nel 2015 contro il Sud Africa, ma resta da tenere d’occhio: se tutto andasse per il verso giusto, all’ultima giornata potrebbero battersi col sangue agli occhi contro la Scozia.
Mio pronostico: Irlanda, Scozia, Giappone

Pool B
Purtroppo, terribilmente facile: Nuova Zelanda, Sud Africa, Italia

Pool C
Girone “della morte” con Inghilterra, Francia, Argentina. Non ho seguito abbastanza i Pumas (infatti non ho commentato sopra), ma vedo l’Inghilterra tranquillamente ai quarti. Francia-Argentina mai facile per i Bleus e potrebbe esserci la sorpresa (non piu’ sopresa, dai!)
Mio pronostico: Inghilterra, Argentina, Francia

Pool D
Anche qui, abbastanza facile: Galles, Australia, terza… una tra Fiji e Georgia (fijiani favoriti)

Quarti di Finale (basati sui pronostici di cui sopra)
Q1 Inghilterra – Australia: Inghilterra
Q2
Nuova Zelanda – Scozia: Nuova Zelanda
Q3
Galles – Argentina: Galles
Q4
Irlanda – Sud Africa: Irlanda

Semifinali (ut supra)
S1 Inghilterra – Nuova Zelanda: Nuova Zelanda
S2
Galles – Irlanda: Irlanda

Alla luce di questi pronostici… qualche astuzia da parte degli allenatori? Forse all’Inghilterra conviene arrivare seconda nel girone (perdendo contro l’Argentina?), questo significherebbe sfidare il Galles nei quarti e, ipoteticamente, l’Irlanda in semifinale, ovvero scambiare un quarto potenzialmente piu’ arduo con una semifinale (forse) piu’ facile… evitandosi la Nuova Zelanda. Di sicuro Jones ci stara’ pensando.

…oh Gesu’, la vincono di nuovo gli All Blacks!

Irresistibilmente Iran – tutto quel che e’ rimasto fuori (season finale)

Mentre scrivevo il resoconto del mio viaggio in Iran, continuavo altresi’ a guardare le note che mi ero segnato in quei giorni. Mi son presto reso conto che il reportage a puntate riportato qui differiva non poco dalle impressioni e dagli appunti estemporanei raccolti in quei momenti.
Mi pare quindi giusto, opportuno e utile riprendere qui quegli appunti per una piu’ completa (per quanto irrimediabilmente parziale e carente) illustrazione di quel viaggio.
L’ordine delle riflessioni seguira’ quello temporale del viaggio stesso e dei post.

Parte 1 il timbro che non c’e’
Un aspetto mi ha colpito sopra ogni altro all’arrivo all’aeroporto Imam Khomeini di Teheran: nessun timbro sul passaporto. La procedura per il visto si risolve nei controlli burocratici, pagamento della tassa e qualche registrazione elettronica nel sistema dell’ufficio immigrazione.
Le ragioni per evitare il timbro sono piuttosto ovvie: essendo l’Iran pariah del sistema internazionale, evitare qualsiasi hard evidence dell’esservi stato pare utile e opportuno, almeno per i viaggiatori.
In realta’, con un passaporto elettronico questa cautela sembra abbastanza inutile, poiche’ le informazioni dovrebbero essere tutte registrate nel chip (dovrebbero, ma non ho idea di come funzioni il sistema Iraniano – magari non resta proprio nulla di registrato), con buona pace di chi vorrebbe evitare periperzie con USA o Israele.
In compenso, riflettiamo su quanto sia intelligente richiedere ai turisti di avere un’assicurazione sanitaria come requisito per il visto (per lo meno in un paese in via di sviluppo). Ignoro come sia la sanita’ pubblica in Iran, ma come recitava la Lonely Planet qualche tempo fa: “se non puoi permetterti un’assicurazione di viaggio, non puoi permetterti di viaggiare” (o giu’ di li’). Per 30 euro, francamente non e’ una cattiva idea “obbligare” i turisti ad averla con se’.

Parte 2Shiraz, city of lights
Una delle impressioni maggiori che la visita di Shiraz (citta’) mi ha lasciato e’ proprio quella delle luci. Le luci paiono essere un elemento imprescindibile dell’architettura locale, non l’illuminazione artificiale, ma l’abilita’ nel “giocare” con la luce naturale. Anche se la cosa si ripetera’ simile a Isfahan, il primo impatto con questo stile iraniano restera’ per me quello a Shiraz.
Fra le vetrate colorate e i mosaici di specchi, pare che gli iraniani abbiano sviluppato uno stile unico, una passione. Anzi: una vera e propria arte nel decorare gli ambienti con le luci, nel manipolare i raggi del sole per rimodellare gli ambienti interni. E’ un gioco bellissimo, caleidoscopico, quasi da bambini, e complicatissimo al tempo stesso.
Le vetrate delle cattedrali europee possono forse rendere in qualche modo l’idea di questi giochi di luce (pensiamo a Reims), ma (che io sappia) due differenze principali distinguono le vetrate europee da queste decorazioni iraniane: 1) quelle vetrare sono quasi sempre figurative, rappresentano qualcosa di specifico (un oggetto), fra queste e le vetrate o specchi iraniani passa -in un certo senso- la stessa differenza che passa fra l’arte “classica” rappresentativa e l’arte astratta; 2) le vetrate europee sono collocate comunque come unico o massimo punto di splendore in ambienti piuttosto bui, in Iran non e’ cosi’: la luce non manca mai, e non solo per il sole abbagliante all’esterno (un maledetto problema per ogni foto), ma anche all’interno degli ambienti la luce costituisce un elemento decorativo, quasi che gli iraniani non vogliano (non volessero, perche’ quelli che ho visitato sono comunque edifici storici) farsi mancare questo gioco di colori e sfavillii.

Parte 3 – butterfly storm
Di quanto Pasargarde sia stata una delusione ho gia’ detto nel post. Quello che nel frattempo mi ero scordato e’ stata la vista di un nugolo di farfalle che inseguiva il piccolo autobus-caddy che portava i turisti da un cumolo di resti archeologici all’altro. Non ricordo di averne viste tante in un posto solo in vita.
Poi, arrivati al lago rosa a sud di Shiraz, la triste scoperta del suo livello d’inquinamento: il sale non assolutamente utilizzabile per usi culinari, perche’ a quanto pare industrie e persino ospedali scaricano i loro rifiuti nel fiume… lo spettacolo resta intatto, ma che tristezza.

Parte 5ruins
Durante il tragitto in macchinada Isfahan a Varzaneh prima e al lago salato poi, ci appaiono davanti svariate strutture in pietra chiara, per lo piu’ torri isolate o piccoli complessi – come dei forti. La luce abbagliante, l’uniformita’ dei colori, l’orizzonte praticamente sconfinato, rendono la vista e l’identificazione di queste costruzioni abbastanza ardua.
Ma, anche in questo caso, resta una vista da cartolina: splendida.
Eppoi la domanda: che ci facevano queste torri isolate nel mezzo di una regione desertica? Posti d’avvistamento? Piccole aree di rifornimento (acqua)? O, come mi pare di ricordare Umbrella cercasse di spiegarmi, prigioni isolate? Forse un po’ di tutto. Di certo, non avrei mai voluto finire in prigione in un luogo simile.

Parte 6 it’s the economy, stupid
Una riflessione suscitatami dalla vista delle citta’ di Shiraz e Isfahan (che non mi pare di aver riportato in precedenza) riguarda strettamente l’economia: certo, le cose in Iran, per gli iraniani, non vanno alla grande. Questo e’ un dato di fatto.
Ma, nonostante questo, la disponibilita’ di beni di consumo di ogni genere non manca (alimentari, vestiti, ma anche prodotti d’industria come automobili). Alcuni sono importanti dalla Cina (decine e decine di diverse marce automobilistiche mai viste prima che scopro essere cinesi: l’Iran, mi spiegavano, e’ una sorta di testing ground per l’industria automobilistica cinese, che lancia qui i nuovi modelli, racconglie commenti e critiche e propone poi altrove le versioni migliorate). Ma esiste anche una (ridotta? Immagino di si’) industria locale, incluse marche occidentali prodotte in territorio iraniano (Peugeut in particolare). Devo dunque constatare che, nonostante decenni di embargo ed isolamento commerciale, l’industria iraniana e’ viva.
E la riflessione e’ la seguente: e se le sanzioni economiche in qualche modo stessero aiutando l’Iran? Ne stanno proteggendo l’industria nazionale (e, con essa, posti di lavoro)? Una semi-battuta di un prof al SOAS recitava piu’ o meno: “l’unico modo che un paese ha per svilupparsi [develop], e’ sviluppare la propria industria. E l’unico modo che ha per sviluppare la propria industria, e’ il protezionismo. E chi dice il contrario, dice una lurida menzogna“.
La conclusione allora e’ semplice: se si vuole distruggere un paese, il neoliberismo e’ la soluzione migliore. Occorre aprirlo ai mercati internazionali, non chiuderlo (non e’ forse questo quello che, in parte, e’ accaduto ai paesi della ‘Primavera Araba’?)
La seconda cosa che mi sorprende a Isfahan sono le voci (differenti e mai interamente confermate) sulla possibilita’ per cristiani ed ebrei di comprare alcohol. Secondo M., e’ liberamente disponibile in alcuni shop, ma chiedono documenti a comprovare la religione. Secondo H., e’ si’ disponibile, ma in una specie di mercato nero, sotterraneo, relativamente non controllato dalle forze dell’ordine.
La tentazione di provare era tanta – soprattutto per sfidare divieti e preconcetti, ma ho preferito evitare.

Parte 7 you can do whatever you want
Arrivato all’albergo a Kashan in tarda serata, decido di uscire per cena. Mentre mi accompagna al taxi (l’albergo e’ in una stradina pedonale), chiedo al concierge se il mio abbigliamento a maniche corte (solo camicia) sia consono al posto o se possa essere causa di problemi, o in qualche modo offensivo per la popolazione. Per tutta risposta, mi fa notare che anche lui e’ in maniche corte.
Vero, concordo, ma io sono pur sempre uno straniero, un ospite (se cosi’ si puo’ dire), e gli standard per me sono un po’ piu’ stretti, perche’ non conosco esattamente le usanze. O, semplicemente, perche’ devo essere piu’ rispettoso.
Come gia’ accaduto altrove, mi dice “non credere a tutta la propaganda sull’Iran…” (e, fin qui, niente di nuovo) “…puoi fare tutto quello che vuoi [whatever you want]”. Lo osservo un attimo con sguardo perplesso e indagatore, poi chiedo “everything? really?“. “Ok, maybe 90%” mi risponde.
90% mi pare piu’ realistico.

Sicuramente sto ancora dimenticando qualcosa di queste impressioni, esperienze e sensazioni dal viaggio in Iran (che ora, a qualche mese di distanza, la memoria selettiva comincia a “purificare” e fossilizzare solo alcuni momenti, cancellandone lentamente altri). Spero di riuscire ad integrare ancora questo ultimo pezzo del puzzle aggiungendo in futuro altre sfumature.
Altrimenti, that’s all, folks!
Io, intanto, sto gia’ cominciando a segnarmi le destinazioni per un prossimo viaggio in Iran.