London, four

Alcune ulteriori riflessioni su Londra:

  1. Things the Britons like
    Ovvero, alcune cose che non ti aspetti di Londra.
    Come flora, ad esempio: tantissima lavanda e tantissime piante di ginko biloba. Non esattamente la flora tipica britannica che ci si attenderebbe a Londra.
    Una gradevole sorpresa, in ogni caso.
    Altra cosa che non ci si aspetta e, a quanto pare, invece a londinesi piace molto sono i libri d’antiquariato.
    L’antiquariato in generale va alla grande (basti pensare al Portobello Market), ma di negozi di libri antichi se ne trovano ovunque, dai quartieri del centro (proprio prossimi alla City), sino ai sobborghi.
  2. The invasion
    Uno dice (o sente sempre dire): a Londra ci sono tantissimi italiani. Ed è vero, praticamente è un’invasione. Londra è una colonia italiana.
    Tuttavia, fra le moltissime nazionalità che si incontrano nella capitale britannica, sono numerosissimi pure i francesi.
    Anche questa è abbstanza una sorpresa.
    Sarebbe, credo, un fenomeno abbastanza curioso da studiare: dove e quando i francesi, arcinoti per il loro sciovinismo, hanno cominciato a frequentare assiduamente Londra, l’Inghilterrra, e ad apprezzarne la cultura? Dalla Prima Guerra Mondiale? Dalla Seconda? Dalla costruzione del Channel Tunnel?
    E chissà quanti di loro sono stati a visitare la bella esposizione del British Museum su Napoleone e le caricature inglesi.
  3. Food
    Capitolo cibo: premesso che non ho avuto il piacere (o il dispiacere) di apprezzare la cucina tradizionale inglese (niente fish and chips, né il famigerato pudding, insomma), credo si possano trarre un paio di riflessioni anche riguardo la qualità del cibo a disposizione a Londra.
    Decisamente preponderanti i ristoranti asiatici, con in cima a tutti le catene di sushi take away, seguiti dal cibo thailandese e coreano. Meno diffuso, almeno a mia percezione, il cinese, che pare piuttosto concentrato a China Town. Raro trovare ristoranti vietnamiti.
    Piuttosto rari i “kebabbari”: ne ho visto qualcuno, ma davvero pochi, soprattutto in confronto con la Germania (ma pure rispetto alle città italiane).
    Immancabile, ovviamente, il cibo indiano. Così come catene simil-italianeggianti (che mi son categoricamente rifiutato di provare) o in stile francese.
    Nota positiva, direi essere il fatto che a Londra si sta decisamente diffondendo una coscienza relativa al cibo biologico e fair trade (da commercio equo e solidale): quest’ultima pare essere una precisa scelta e preferenza locale ed istituzionale, tanto che in moltissimi bar e ristoranti dei musei o di altre istituzioni pubbliche (università) si privilegia decisamente l’offerta di alcuni prodotti dal commercio equo e solidale.
    Spettacolare il Borough Market con i prodotti locali ed internazionali, se andate a Londra non perdetevelo!

London, three

Terza settimana di permanenza e terzo, nonché probabilmente ultimo, post da Londra.

  1. It’s time to go
    Devo dire che mi dispiacerà lasciare questa città: ovviamente, il tempo trascorso è stato troppo poco per poterla giudicare appieno. Ma da quel che ho visto e vissuto, non mi dispiacerebbe affatto trasferirmi qui.
    Ricorda molto Hamburg, con uno stile nordico, una storia commerciale ed imperiale e molto aplomb.
  2. Empire, of course
    Credo vi sia qualcosa di peculiare nel modo british di concepire (e ricordare) l’impero… Faccio ancora fatica a definire esattamente questa impressione, ma sembra qualche che tutti i riferimenti alle colonie siano visti soprattutto attraverso la lente di un mercante, piuttosto che quella di un colonizzatore; più distaccato e meno violento, se vogliamo. Molto “civilizzatore”…  Ovviamente sappiamo che non era così (pensiamo al Kenya o a Suez nel ’56) e questa è solo la versone edulcorata e totalmente unitalterale della storia.
    Non so, probabilmente è un’impressione molto falsata.
  3. Glory
    Fra gli elementi che determinano l’impressione di cui sopra, credo che uno importante siano i passaggi storici che hanno plasmato Londra e le danno questa sua particolare atmosfera: di fatto, la “grandeur” britannica si gioca tutta nell’arco di circa 150 anni.
    Da Trafalgar alla Battaglia d’Inghilterra: da Nelson ai piloti della RAF, passando per Wellington, la regina Victoria, Churchill, il principe Alberto, Giorgio VI… Nel giro di relativamente pochi anni, (pochi?) la Gran Bretagna si è affermata sullo scacchiere mondiale e mentre faceva tutto questo, in patria il principe Alberto dava vita ad un mondo culturale eccezionale.
    Già pochi anni dopo la battaglia di Waterloo, si colonizzava l’India, si acquistavano capolavori dei pittori italiani e fiamminghi (Tintoretto, Tiziano, Giorgione…), si fondavano musei d’eccellenza mondiale, sale di musica e università (Imperial College).
  4. Albert
    Sono fortemente persuato che molto merito di tutto ciò, nell’aver trasformato Londra in una città veramente imperiale e non un borgo di commercianti e di docks spetti al principe Alberto. E credo che ciò dipenda in misura abbastanza significativa dalle sue origini tedesche (sassoni, per la precisione).
    Non ho particolari elementi per suffragare questa impressione (oltre ai dati sulle sue attività politico-culturali), ma credo fortemente che il segno distintivo più forte sia rintracciabile proprio nelle moltissime opere d’arte che Albert fece acquistare. La scelta di pittori come quelli menzionati, secondo me, risente molto dell’influenza tedesca.
    Insomma, non credo sia un caso se proprio nella pinacoteca di Dresda si trovano tanti altri capolavori degli stessi autori.
    Kultur  is Kultur.
  5. Never so much…
    Un capitolo speciale nell’epopea londinese credo vada riservato anche alla RAF.
    Non ho dati, ma credo che poche altre istituzioni e persone siano altrettanto celebrate nella città di Londra. E a buon diritto (come disse Churchill “mai nella storia dell’umanità così tanto fu dovuto da così tanti a tanto pochi“).
    La vera e propria devozione degli inglesi per i piloti della RAF è ben visibile in luoghi come il Battle of Britain Memorial. Estremamente evocativo, persino commuovente, e doverosamente dettagliato nel ricordare i nomi di tutti quei piloti e la loro origine (notevole la diversità ed il numero di soldati venuti da tutti gli angoli dell’impero e dei paesi occupati dai nazisti..).
    Credo che anche questa precisione, questa accuratezza storica nel ricordare il contributo di sudafricani, indiani, ghanesi, neo zelandesi, francesi, canadesi… alla difesa di un paese solo parzialmente loro sia un’espressione importantissima di gratitudine e un passaggio fondamentale nella formazione di una coscienza collettiva.

Mi rendo, ovviamente, benissimo conto di come diverse mie affermazioni in questo post (penso soprattutto a quelle sull’impero) siano storicamente errate o, perlomeno, piuttosto forzate.
Non è storia, tuttavia, quella che cerco di fare. Piuttosto, mi limito a trasmettere impresisoni personali che, in quanto tali, sono necessariamente imprecise e non riproducono fedelmente i fatti. 

London, two

  1.  Never fall in love with a portuguese ballerina in London
    L’altra sera sono andato ad un “gala” per il 40esimo anniversario dell’Indipendenza del Mozambico che si teneva presso l’università dove sto frequentando un corso estivo.
    E’ stata una serata magnifica, dalla quale ho imparato alcune cose:
    – se credi che serva una cravatta, sicuramente servirà. Ed è bene indossarla (mi ero portato via in borsa per tutto il giorno una cravatta in previsione del gala, per poi non indossarla: pessima idea).
    – mai innamorarsi di una ballerina portoghese a Londra. Non che mi sia esattamente innamorato… diciamo semplicemente che lo spettacolo di danza è stato talmente appassionato ed intenso che non si poteva fare a meno di avere una fortissima impressione della sua bellezza. Se ne restava affascinati. Solo che, come nei migliori cliches per simili storie, difficilmente rivedrò lei e/o questo spettacolo…
    – la scena culturale mozambicana! Wow, semplicemente: wow.
    Non avevo la benché minima idea dell’incredibile varietà di artisti contemporanei del Mozambico: spaziano dalla “classica” riproduzione di temi tradizionali (tamburi e balli sfrenati, con un senso del ritmo incredibile e movimenti persino difficili da immaginare) a cantanti contemporanei in stile rock o rivisitazioni jazz dei suoni tipici. Il tutto con artisti di assoluto spessore che, purtroppo, non dicono nulla alla maggior parte di noi occidentali: Maiuko, Otis, Elias Kacomanolis, Helder Pack, Moreira Chunga, Mingas…
    Trovo di una tristezza infinita che neppure con una ricerca in quell’enorme contenitore di cose inutili che è youtube si trovino molti brani di questi artisti. Intanto ho cercato di fare qualche video, ma spero che la produzione ne faccia circolare uno.
  2. Library, mon amour
    Di un’altra cosa sono follemente innamorato e so che spezzerà il cuore lasciarla: la biblioteca di questa università.
    Non ricordo il numero esatto di volumi che ci hanno detto contenere, ma supera comodamente il milione. E c’è di tutto: a volte perderei un intera giornata solo a camminare fra gli scaffali e aprire volumi a caso: diritti indonesiano, storia del Congo, indipendenza dell’Angola, estetica giapponese… Paradiso!
  3. That’s the english way
    di studiare. Ovviamente mi rendo conto che questo è un caso particolare e potenzialmente poco rappresentativo della situazione generale, ma lo ritengo comunque indicativo di una differenza d’approccio significativa.
    Differenza che, in effetti, avevo già visto all’ENS e comincio a pensare che non sia tanto una questione di nazionalità, quanto di higher education.
    Qui i corsi sono strutturati con classi piccolissime, grandissima interazione docente-studenti e molto lavoro da fare a casa prima della lezione: leggere ed analizzare papers, che poi saranno discussi con tutti; preparare richerche su un tema specifico…
    Una cosa in particolare distingue questo corso da altri che ho fatto in passato: il modo affrontare i testi. Qui, letti i papers, ci viene richiesto di sviscerarli nel dettaglio, criticarli non solo nel contenuto, ma anche e soprattutto nei metodi e stili di ricerca.
    Inevitabile che studenti che escono da anni di formazione di questo tipo abbiano, almeno a livello accademico, una marcia in più.

London, one

Londra.
Londra per me era una di quelle città di cui non poteva interessarmi di meno. Tipo, tipo…. tipo Landau an der Isar, per dire.
Londra era una città in cui non avevo particolare intenzione di andare e, se non fosse per un elemento unico di questa città, credo probabilmente non vi sarei andato. Almeno non per molto tempo.

Invece sono a Londra.
Descrivere Londra in un post sarebbe impossibile
Tuttavia, anche per Londra come per ogni altra cosa che ho vissuto, crdo di poter provare a trarre qualche spunto interessante.

Ecco i primi:

  1. I parchi di Londra.
    Premesso che St. Regent’s Park ha probabilmente una superficie più grande del centro del mio paese, i parchi sono una delle cose che mi piace di più di Londra.
    Che poi, non sono parchi… sono “squares”, piazze. “Parchi” a Londra sono solo quelli veramente grandi, di ettari ed ettari.
    Le squares sono le piazzette ricavate al centro di un quartiere. Sono recintate e non sono asfaltate. Anzi: vi si trova un bel prato e molti alberi.
    Ecco, questo secondo me è un modo bellissimo di intendere piazze/parchi. Perché sono dei luoghi estremanente vivibili (e vissuti): appena fa bello, ci si  può recare in questo angolo di natura e dimenticarsi quasi di essere in una metropoli.
    Poi è bello perché queste piazze sono vissute da chiunque: da famiglie e/o genitori con figli, da gente che fa sport (chi corre, chi fa yog, cricket…), persone che leggono, fanno un pic-nic o semplicemente si sdraiono sul prato.
    Insomma, i londinesi vivono i loro parchi.
  2. Il senso degli inglesi per la memoria
    Un’altra cosa che colpisce molto di Londra è la presenza, veramente grande, quasi esagerata, di targhe commemorative.
    I muri anno le loro targhe rotonde e blu che ricordano chi ha vissuto, studiato, lavorato, progettato o cosa è successo in quel luogo. Gli alberi hanno una targhetta che li dedica al ricordo di questa o quella persona, di questo o quell’evento.
    Le pachine hanno spesso, molto spesso, una dedica “in memoria di…“.
    Eppoi ci sono i monumenti: statue nei parchi/piazze a pesone note, meno note o praticamente sconosciute (tipo Noor Inayat Khan).
    Anche questa, trovo che sia una cosa molto bella. Perché trasmette un senso di vita, di continuità, di voler rendere omaggio e ricordare quello che è stato prima di noi. Dà, in qualche modo, un senso di appartenenza molto ampio, perché si passa dal ciliegio che ricorda le vittime di Hiroshima alla panchina dedicata al professor tal del tali (cosa che in Italia non ci sogneremo mai di fare, neanche nel giardino di un’università… salvo si tratti di un genio).
    Eppoi, trovo che trasmetta curiosità, specie oggi che si può verificare tutto in istanti, grazie ad un telefonino. E dalla curiosità si può imparare.
    Questa è una cosa che non ho mai visto altrove e sarei curioso di capire da dove deriva questo senso peculiare degli inglesi per il ricordo, per la memoria.

In Italia, invece, la memoria ed il ricordo paiono sempre essere un fatto complicato. Non è mai una cosa che un privato può decidere da solo (e forse è anche una fortuna…), non esiste che qualcuno dedichi un albero o una panchina. Per gli alberi, al più, si fanno appositi “giardini della memoria”. In cui il ricordo rimane regolamentato e confinato.
Forse la cosa più “strana” di questo modo di fare inglese con la targhe è la diffusione, la “normalità” del ricordo, onnipresente, ma non invasivo. Non relegato a qualcosa di eccezionale.

Ecco, queste le prime impressioni da Londra. Credo vi siano davvero pochi usi migliori per lo spazio pubblico.

Riflessioni venete (dall’esito del voto anche ligure)

Seconda puntata delle riflessioni post-elettorali. Passiamo al Veneto (con un occhio, come dice il titolo, alla Liguria).

Perché Luca Zaia ha vinto?
1) perché era più conosciuto della Moretti: potrà sembrare strano, ma fino al tour in tutti i 571 comuni, la Moretti era conosciuta solo in televisione e poco dalla popolazione veneta. Come ben detto da Patrizio Donnini che ne ha curato la campagna “se non ti conoscono, non ti votano“.
2) perché “non ha fatto disastri” (ed è pure uscito pulito dagli scandali): la linea politica del PD e della Moretti in questa campagna elettorale è stata “Zaia posa il calice” (riferito al Vinitaly), ovvero: non ha governato, non ha fatto programmazione. Vero, ma troppo poco e troppo astruso per convincere gli elettori ad andare a votare e a votare per il cambiamento. In fondo, basta che il presidente uscente sia stato “un bravo toso“.
3) perché ha dettato i temi della campagna elettorale: sempre Donnini, disse che il tema chiave era quello del lavoro e, infatti, la Moretti lanciò svariate proposte per l’occupazione. Ma tutte proposte troppo complesse (come tutto il programma del centrosinistra), troppo razionali… Zaia ha pubblicato per un paio di settimane un sacco di manifesti diffusi in tutto (tutto!) il Veneto con i “risultati” della sua giunta, ha approvato una finanziaria con 50 mln di “markette” per piccoli interventi nelle parrocchie a poche settimane dal voto e, dulcis in fundo, nelle ultime settimane ha potuto comodamente cavalcare la polemica sugli sbarchi e sui clandestini.
Moretti kaputt.

Perché Moretti ha perso?
Oltre a tutto quanto esposto sopra, ci sono un paio di punti sulla gestione della campagna elettorale che (col senno di poi…) credo di poter criticare.
1) Il primo riguarda il tour fra tutti i comuni del Veneto: ottima idea, in teoria. Pessimamente realizzata in pratica: il tour serviva a far conoscere la candidata e a prendere contatto col territorio, ma è stato gestito male. I passaggi a gennaio son stati rapidamente dimenticati e non hanno alimentato l’entusiasmo necessario alle ultime settimane di campagna elettorale: alla fine di maggio, alcuni territori erano “dimenticati” e si erano dimenticati della Moretti. Inoltre, con il tour si sono sacrificate altre tappe “ufficiose” come fiere e sagre, fondamentali per incontrare persone al di fuori dei circuiti tradizionali del partito. Zaia di sagre non ne ha persa una.
2) candidato sbagliato: quando Alessandra Moretti è passata nel mio comune, ricordo uno scambio di battute emblematico che già allora diceva tutto sulla sua difficoltà: un signore le ha rivolto la parola in dialetto veneto, per poi passare all’italiano nel timore che lei non capisse. Alessandra Moretti gli ha risposto in dialetto dicendogli di parlare pure così “che xo veneta anca e mi e ze capimo“… ecco, quella risposta suonava involontariamente artefatta, falsa. La risposta di una che abitualmente non parla in veneto. E che così non appare autentica.
Da questo punto di vista, sarebbe stata migliore la candidatura di una persona come Simonetta Rubinato, ex sindaco nella provincia di Treviso ed attuale senatrice del PD, più vicina al sentire e allo stile della “gente comune”.

E qui facciamo un passo indietro nel tempo (anche tenendo a mente quanto detto a proposito della Liguria), alle primarie con le quali Alessandra Moretti è stata scelta quale candidata del centro sinistra.
Quelle primarie di dicembre 2014 sono state un piccolo caso politico per il PD veneto, perché tutta la dirigenza locale (tranne i trevigiani) davano già per assodato che Moretti fosse la candidata in pectore del PD. Solo la cocciutaggine del PD trevigiano e di Simonetta Rubinato hanno “costretto” a fare le primarie (poco partecipate, probabilmente anche per la sensazione di ineluttabilità della vittoria di Alessandra Moretti: 40.000 persone circa).
Ma anche con le primarie, tutta la dirigenza locale si è schierata compatta in favore di Alessandra Moretti, con una serie di endorsement che, se da un lato hanno reso la sua vittoria quasi certa, dall’altro hanno inquadrato la sua candidatura dentro i vecchi, soliti, schemi delle scelte di partito calate dall’alto per “fedeltà” e cursus honorum d’apparato (o, peggio, di correnti).

Non credo che al 31 maggio gli elettori veneti non abbiano votato Alessandra Moretti per questa ragione (anche se sicuramente qualcuno avrebbe votato Rubinato e non ha votato PD). Credo tuttavia che questa “incoronazione” d’apparato abbia “bloccato” il meccanismo delle primarie, scegliendo un vincitore designato e in qualche modo falsando il confronto: non so se Simonetta Rubinato avrebbe vinto senza questi endorsement, probabilmente no.
Ma gli endorsement hanno rafforzato gli apparati locali: li hanno rassicurati nella loro tranquillità di non esser scossi dal basso, di poter scegliere un candidato che li rappresentasse e che non andasse a stravolgere i delicati equilibri inter-provinciali del PD veneto (asse Padova-Venezia).
Così, quegli stessi apparati hanno potuto nei mesi successivi preparare liste provinciali a loro immagine e somiglianza, prevenendo ogni forma di rinnovamento spontaneo o di dibattito interno.

L’analisi di SWG Analisi_flussi_elettorali_Veneto_Pd-e1433250909432.png.pagespeed.ce.ZxgnAzjbzXdei flussi elettorali del PD in Veneto (rispetto alle europee 2014) ci dice che in PD perde voti sostanzialmente in tre grandi direttrici:  “governativa” Lega-Zaia 4,4%; astensione 7%; e “rinnovamento” M5S-Tosi 5,5%.
Il flusso verso Zaia e la Lega è facilmente spiegabile, perché il governatore uscente raccoglie sempre voti anche dalla parte politica avversaria, in nome della continuità.
Più complessa è la valutazione dei flussi verso M5S, Tosi e astensione: a chiunque si chieda, nel PD veneto, si avranno risposte diverse e variegate: colpa di Renzi o non abbastanza Renzi la dicotomia dominante (come in tutta Italia). Io credo, piuttosto, che questo variegato 12% di elettori andati verso M5S- Tosi ed astensione abbia considerato l’offerta del PD locale non adeguata rispetto alle proprie esigenze, che sono evidentemente esigenze di cambiamento dell’amministrazione regionale (altrimenti avrebbero votato Zaia).
Perché? Sicuramente, le dinamiche sono differenti di provincia in provincia (i collegi elettorali sono provinciali). Per quella di Padova, azzardo a dire questo:1) rispetto alle elezioni regionali precedenti (Zaia/Bortolussi), il Partito Democratico perde 4 punti, sia a livello regionale che nel comune di Padova (dal 20 al 16% regionale, dal 28 al 24% a Padova-circa 8.000 voti); 2) i due consiglieri eletti perdono, in termini di preferenze, circa 5.000 ciascuno (qui i dati della regione).
Quest’ultimo dato, soprattutto, mi interessa: se per il secondo (“renziano”) la perdita di voti è ampiamente spiegata dal sovraffollamento di candidati “renziani” in lista (dei quali, in particolare, il primo dei non eletti con 4.000 preferenze) o di altri candidati che si occupano delle stesse tematiche (1.900 preferenze); più difficile è spiegare la perdita del primo, favorito da una lista costruita a sua immagine e somiglianza, senza altri candidati che potessero chiaramente pescare dal medesimo bacino elettorale “di sinistra” classica (area Zanonato): Piero Ruzzante.

Ecco, come già detto riguardo la Ligura, personalmente credo che parte della spiegazione di questa sconfitta vada ricercata tutta nel mancato rinnovamento dell’apparato locale, che non ha nulla a che vedere con le politiche (nel bene o nel male) di Renzi. Sicuramente anche queste politiche hanno contato (e, per lo più, hanno contato in negativo), ma non credo che abbiamo determinato lo spostamento di decine di migliaia di voti a livello provinciale.
Questo anche considerando che normalmente, l’elettorato di sinistra è di un livello particolarmente informato. Informato, dunque, sia sulle scelte nazionali, che su quelle locali.
Insomma, credo poco (e ho pochi motivi per credere) che la fuoriuscita di voti e preferenze rispetto ad un candidato che s’è sempre presentato come “di sinistra” quale Ruzzante dipenda dalle politiche di Renzi: se qualcuno avesse voluto “protestare” contro tali politiche, il voto a Ruzzante sarebbe stata un’opzione. Invece non è andata così.
Se anche un candidato “di sinistra” e “d’apparato” come Ruzzante perde tutti quei voti, aldilà di tutte le considerazioni del caso, credo una parte non marginale della spiegazione vada ricercata in una generale insoddisfazione nei confronti del sistema locale del Partito Democratico (che a Padova, proprio renziano non è).

Un’analisi simile è ribadita anche Christian Raimo su Internazionale, il quale scrive che “ la vera difficoltà di Renzi non è quella di tenere a bada la minoranza riottosa, ma l’incapacità di governare i potentati locali: il partito della nazione, una compagine che sembra forte al centro ma debole in periferia“.
Continua Raimo: “Le primarie, anche perché incapaci di aprire alla sinistra più radicale, hanno fatto emergere la forza delle clientele, che del resto, a loro volta, probabilmente hanno considerato il Pd scalabile in periferia. Non è tanto una questione di “presentabilità” dunque quanto di fiducia in un partito che sia l’espressione di un’idea di società che segni una trasformazione; e il Pd non lo è“.

Riflessioni liguri

Premessa: non sono ligure e non ho votato in Liguria.
Credo comunque di poter provare a trarre alcune riflessioni interessanti dall’esito di quel voto.

Il PD e Raffaella Paita hanno perso. La domanda vera è perché?
Alcuni all’interno del partito, accusano la “spaccatura” di Pastorino e Civati di aver sottratto quei voti determinanti per la vittoria (-7%) rispetto a Toti. Pastorino e Civati ribattono dal canto loro che quegli elettori comunque non avrebbero sostenuto Paita.
A mio modesto giudizio, la verità sta nel mezzo: non so in che percentuale, ma sicuramente qualcuno avrebbe votato Paita e qualcuno sarebbe rimasto a casa o avrebbe votato altri. In ogni caso, dubito fortemente che del 9,4% di Pastorino 2/3 (40.000 voti circa, ovvero il distacco fra Toti e Paita: SWG attribuisce un 4% passato dal PD a Pastorino) avrebbe votato la candidata del PD.

Piuttosto, sono propenso a credere che la sconfitta del Partito Democratico in Ligura dipenda da altro.
Da molte ragioni, più o meno radicate nell’elettorato: la pessima gestione delle primarie con Cofferati; i guai giudiziari della Paita; le qualità politiche e personali della Paita… Ma una più di tutte, a mio giudizio, incide: dopo dieci anni di amministrazione Burlando (che, seppure non ha fatto disastri, certo non ha brillato, specie a sinistra), c’era voglia di rinnovamento.

Sarà un paragone stupido, ma a me la sconfitta in Liguria ricorda molto quella di un anno fa a Padova: entrambe maturate dopo decenni di amministrazione PD-Ulivo-“sinistra”; entrambe maturate in una tornata elettorale dove comunque il PD ha ottenuto buoni risultati.
A Padova, il PD perse contro la Lega Nord e Bitonci candidando il vice-sindaco reggende uscente, Ivo Rossi, che per anni era stato il braccio destro di Zanonato ed aveva vinto delle primarie contestate (un pò nel conteggio dei voti, molto nella successiva gestione del programma comune) contro una lista civica più a sinistra (Padova 2020).
Come per Zanonato a Padova, la gestione politica di Burlando in Ligura rappresentava -a mio modesto giudizio- una sinistra legata a schemi un pò “vecchiotti” (da “industria pesante”, mi viene sempre da dire) e che non ha avuto difficoltà ad adottare anche politiche “di destra” (via Anelli, cementificazione): insomma, una sinistra molto governativa, alla quale è mancata l’elaborazione politica tipica delle minoranze, il ripensarsi radicalmente.
Una sinistra che sceglie di candidare in continuità (questo ragionamento forse potremmo estenderlo anche a Livorno).

Ma dopo 10 anni, gli elettori sentono forte l’esigenza di cambiare e la continuità paga poco.
L’esigenza di “cambiare” spesso si ferma all’immediato, non necessita di grandi elaborazioni sui programmi, anzi: può essere relativamente semplice dettare i temi del cambiamento (la sicurezza ed i furti a Padova nel 2014, ad esempio, sebbene non rappresentavano elementi statisticamente determinanti).
A mio modesto giudizio, in situazioni simili, soprattutto a sinistra, c’è una fortissima esigenza di tornare a ridare spirito e idealità alla politica: proporre un rinnovamento non solo di persone, ma soprattutto di programmi e di visioni (cosa che, logicamente, non può esser fatta dalle stesse persone che hanno governato).

Non so -nessuno di noi lo sa- se Luca Pastorino candidato ufficialmente da tutto il PD avrebbe vinto in Liguria o se avrebbe potuto vincere Cofferati: Analisi_elettorale_Liguria_SWG_PD-e1433245628802è difficile dire se quel 6% di astensione del PD sarebbe andato a votare.
Tuttavia, credo fortemente che un’impostazione diversa della campagna elettorale (focalizzata su un altro modello di regione) avrebbe favorito il PD.

Capitolo Civati- Pastorino- Possibile: 9,4% mi pare un pò pochino per cantare vittoria.
Per quanto il risultato sia stato ottenuto in tempi veramente ristretti e senza appoggi significativi, mi azzardo a dire che siamo lontani da un radicamento territoriale necessario per sopravvivere ed evitare che questa sia solo un’esperienza spot.  Anche perché si è ottenuto un solo seggio in regione, troppo poco per lavorare.
Vedremo.

Riflessioni para-giuridiche sul giudizio della Corte Costituzionale

Non accade di frequente (e certo non accadeva con tanta frequenza) che i giudizi della Corte Costizuonale diventino materia di discussione pubblica e titoli di giornale.
Non intendo addentrarmi in una valutazione della sentenza 70/2015 (reperibile sul sito della Corte) relativa al blocco della rivalutazione monetaria delle pensioni disposta dal governo Monti, tuttavia le circostanze mi spingono ad alcune riflessioni “para-giuriche” su questa sentenza. O, meglio, su come vi si è pervenuti.
Riflessioni “istituzionali”, azzarderei.

Scopro, con non poca sorpresa, il presidente Criscuolo avrebbe dichiarato al Corriere della Sera che i giudici che parteciparono alla deliberazione (12 su 13 attualmente in carica) erano perfettamente “spaccati”: 6 favorevoli alla dichiarazione di incostituzionalità e 6 contrari (sarei curioso di sapere come erano divisi ed in particolare che posizione aveva la prof.ssa De Pretis…).
E scopro anche che la dichiarazione d’incostituzionalità è passata per il voto favorevole del presidente Criscuolo stesso,  ai sensi dell’art. 17 delle Norme integrative sul giudizio dinnanzi alla Corte Costituzionale  (come riviste nel 2008) “In caso di parità di voti, il voto del Presidente prevale“.

Parlo di “sorpresa” perché sarei portato a dire che questa sentenza ci mostra come anche in una materia che richiederebbe un altissimo grando di ponderazione e riflessione esista in realtà un  qualcosa di imponderabile ed imprevedibile: uno spazio lasciato al caso.

Perché dico questo?
Perché i giudici in carica nella Corte Costituzionale sarebbero attualmente 13, ma uno di loro (Lattanzi) non ha partecipato al giudizio in oggetto: se lo avesse fatto, il voto del Presidente non avrebbe prevalso.
Perché uno dei giudici della Corte era il Presidente Sergio Mattarella: se il Parlamento non l’avesse eletto Presidente, la Corte probabilmente non si sarebbe spaccata in questo modo….
Perché dei 15 giudici previsti in Costituzione, ne sono attualmente in carica solo 13 ed il Parlamento non ha ancora eletto 2 dei 5 giudici di propria nomina (le discussioni vanno avanti da mesi).
Insomma, non voglio parlare di una “tempesta perfetta”, ma certo di una serie interessante di coincidenze (o, come nel caso del Parlamento, di carenze).

Una serie di coincidenze che ci dovrebbe far riflettere non poco, soprattutto noi giuristi, sull’impatto che il caso ha anche nella formazione del diritto e nell’orientare i destini dello Stato. Financo sullo stesso valore delle sentenze della Corte Costituzionale.
Ragionando al limite dell’assurdo: se il presidente fosse stato un altro? O se Lattanzi avesse partecipato al voto?

Al netto di queste considerazioni, mi preme aggiungere un altro elemento di riflessione: in un convengo di diritto costituzionale, il presidente emerito della Corte Gustavo Zagrebelsky (professore di diritto costituzionale) argomentava come, durante la propria esperienza, i giudici adottavano la prassi di cercare decisioni quanto più condivise possibili e -come egli stesso scrive anche ne “La virtù del dubbio“- evitare simili spaccature. Di più: evitare anche spaccature con voti 8 a 7 (nel plenum).
Piuttosto, argomentava Zagrebelsky, stante la sensibilità e delicatezza di ogni decisione in materia di costituzionalità, la Corte rinviava la decisione alla ricerca di una maggiore condivisione e consesus.
Insomma, la Corte rifiutava una stretta applicazione del principio di maggioranza.

Non voglio, ovviamente, contestare la legittimità o liceità di questa decisione della Corte Costituzionale (né, certamente, potrei). Tuttavia, non posso fare a meno di evidenziare come essa rappresenti un elemento di frattura importante rispetto ad una prassi consolidata e -trovo- assolutamente ragionevole.
Anzi, azzardo: doverosa.

Ancor più curioso che un giudice (Giuliano Amato) affermi espressamente di aver votato contro la sentenza. Già è abbastanza sorprendente che lo faccia il presidente….

Comunque, nota conclusiva, caro Cazzullo, scrivere in un articolo che il presidente della Corte Costizionale “è tra i più potenti d’Italia, ma non lo conosce nessuno” rasenta la porcata.
Chapeau, invece, al presidente Criscuolo per la dichiarazione sui “diritti acquisiti”: «La definizione di diritti acquisiti, che non possono essere toccati, non è esatta. In Italia è possibile che una legge intervenga anche su situazioni già disciplinate in passato; purché lo faccia con criteri di razionalità».

a votazioni finite: costituzionalisti; over/under confidence; nel merito

Negli ultimi mesi, ho volutamente ed accuratamente evitato di entrare nel merito della proposta di legge elettorale c.d. “Italicum“. Lo avevo fatto in passato, quando si trattava ancora di una proposta preliminare.
Soprattutto, l’improvvisa moltiplicazione di esperti costituzionalisti usciti dalle nostre facoltà di Giurisprudenza mi ha profondamente dato fastidio.
Robe che neanche stessimo parlando della formazione della nazionale: da 60 milioni di C.T. a 60 milioni di esperti costituzionalisti.

Perdo un secondo su questo paragone, chi vuole passi al paragrafo successivo dove affronterò il tema della fiducia.
Parlando di nazionale, credo sia anche divertente e legittimo che ognuno possa dire la sua riguardo la propria formazione ideale. Peccato che la legge elettorale sia questione appena più seria.
Il difetto maggiore è che, mentre parlando di formazione calcistica entrano in gioco dozzine di variabili (forma dei giocatori, qualità tecniche…), parlando di legge elettorale si pensa ad un sistema. Sarebbe come se discutessimo del modulo da adottare per una squadra di calcio: meglio 3-5-2 o 4-4-2?
(Questo paragone mi offre anche l’occasione per un’altra riflessione: il funzionamento della legge elettorale, in quanto sistema, dipende poi inevitabilmente dalle persone cui è affidato. Suppongo dunque che entusiasmi e/o preoccupazioni sull’Italicum dipendano in larga parte anche dal giudizio sulle persone).

Over/under confidence
Personalmente, considero un errore istituzionale e politico da parte di Renzi quello di apporre una mozione di fiducia sulla legge elettorale.
Un errore istituzionale, perché la legge elettorale costituisce uno dei cardini del sistema politico democratico e, in quanto tale, una legge para-costituzionale che andrebbe affrontata con cautela. Questo rientra nella lista di “stratti” istituzionali cui Berlusconi prima ed ora Renzi ci stanno abituando. Non è affatto positivo: in uno Stato di diritto, alcune tradizioni costituzionali ed il rispetto delle regole formali sono fondamentali.
Un errore politico perché dimostra la debolezza di Renzi, che si sente probabilmente accerchiato e ricorre a scelte frettolose e sbagliate: con ogni probabilità, la legge sarebbe passata comunque e, sicuramente, in caso contrario Renzi avrebbe potuto rassegnare le dimissioni. Forzare la mano in questo modo, esaspera i rapporti interni al PD e alla maggioranza, dimostrando che Renzi non ha (o teme di non avere) il controllo dei parlamentari che lo sostengono.
Nei giorni scorsi, sono apparse diverse analisi sulla legittimità dell’apposizione della mozione di fiducia rispetto ai Regolamenti della Camera. Poiché si tratta di materia molto complessa, mi astengo da giudizi tranchant, tuttavia credo andrebbe verificato meglio nel dettaglio il funzionamento della richiesta di voto segreto (è ammesso d’officio?). Escluderei radicalmente incostituzionalità ex art. 72 Cost. Altre valutazioni, le trovate qui.

Italicum
Dunque, ormai lo sapete tutti: il c.d. “Italicum” è un sistema elettorale proporzionale, ovvero basato su collegi plurinominali (anche detti circoscrizioni) nei quali saranno eletti circa 6 deputati. Il territorio italiano è dunque suddiviso in 100 circoscrizioni.
Delle liste elettorali, il capolista è “bloccato”, ovvero non soggetto ad un voto di preferenza: se la lista raggiunge il quorum legale (ed effettivo), il capolista sarà eletto. Per tutti gli altri candidati in lista si potranno esprimere preferenze (due, di genere diverso).
Il riparto dei seggi avviene su base nazionale, con una soglia di sbarramento del 3%.
Infine, la legge prevede che al partito che ottenga il 40% dei voti validi sia attribuito un premio di maggioranza pari al 55%: 340 seggi alla Camera dei Deputati. Nel caso in cui nessuna lista raggiunga la suddetta soglia, si procederà ad un ballottaggio fra le liste più votate.
La legge elettorale si applica solo alla Camera, non al Senato in vista della riforma costituzionale in discussione.
Questa la mera descrizione.

Nel merito
Qualcuno mi ha contestato di non essere entrato prima nel merito della legge elettorale. In realtà, questa è stata una precisa scelta da parte mia: non vedo perché dovrei mischiare la mia voce in mezzo alle urla di migliaia di persone che evidentemente ne sanno molto più di me in questa materia così complessa.
Ho preferito ascoltare.

E’ questa la migliore legge elettorale possibile? Certamente no. E’ una legge liberticida? Certamente no.
Non scordiamoci, vi prego, che (nonostante tutto!) abbiamo votato per ben tre volte negli ultimi 10 anni con quella “porcata” della legge Calderoli.

Cominciamo ora un’analisi della legge, con la necessaria premessa che in materia elettorale ogni analisi è, evidentemente, “astratta” e l’esito si conoscerà solo dopo il voto.
Credo sia opportuno iniziare dai profili di incostituzionalità sanciti con riferimento alla legge c.d. “Porcellum” dalla sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale. Vedasi la pronuncia_1/2014.
Premio di maggioranza: con riferimento al premio di maggioranza, la Corte Costituzionale ne ha sancito l’incostituzionalità non in senso assoluto, bensì in quanto “non subordinato al raggiungimento di una soglia minima di voti“. Tale (mancata) previsione si risolve, secondo la Corte in una lesione del diritto d’uguaglianza (art. 3 Cost.) perché consentirebbe di trasformare una maggioranza relativa anche di un solo voto in una vastissima maggioranza. Scriveva la Corte:

Il meccanismo di attribuzione del premio di maggioranza prefigurato dalle norme censurate, inserite nel sistema proporzionale introdotto con la legge n. 270 del 2005, in quanto combinato con l’assenza di una ragionevole soglia di voti minima per competere all’assegnazione del premio, è pertanto tale da determinare un’alterazione del circuito democratico definito dalla Costituzione, basato sul principio fondamentale di eguaglianza del voto (art. 48, secondo comma, Cost.). […]
Le norme censurate, pur perseguendo un obiettivo di rilievo costituzionale, qual è quello della stabilità del governo del Paese e dell’efficienza dei processi decisionali nell’ambito parlamentare, dettano una disciplina che non rispetta il vincolo del minor sacrificio possibile degli altri interessi e valori costituzionalmente protetti, ponendosi in contrasto con gli artt. 1, secondo comma, 3, 48, secondo comma, e 67 Cost. In definitiva, detta disciplina non è proporzionata rispetto all’obiettivo perseguito, posto che determina una compressione della funzione rappresentativa dell’assemblea, nonché dell’eguale diritto di voto, eccessiva e tale da produrre un’alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica, sulla quale si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente.

Orbene, la legge elettorale c.d. Italicum pone rimedio a tale situazione prevedendo due condizioni alternative: a) il raggiungimento da parte di un partito/coalizione di una soglia pari al 40% dei voti espressi; b) un ballottaggio fra le due liste più votate.
La domanda dovrebbe dunque divenire: la “soglia” del 40% prevista dalla legge c.d. Italicum è “ragionevole”?
Personalmente, mi pare che un premio di maggioranza che dal 40% dei voti assegni il 55% dei seggi comporti una distorsione relativamente contenuta. E, soprattutto, prevedibile.
Questo alla luce degli argomenti della Corte. Altri argomenti (come quelli di Volpi) che negano in toto la legittimità del premio di maggioranza hanno un loro fondamento logico, politico e giuridico. Ma la Corte Costituzionale non li ha affrontati e non possiamo sapere se e come lo farà in futuro, restano quindi (almeno per ora) argomenti politico-istituzionali, più che giuridici.
Giova altresì ricordare che anche nelle altre democrazie europee la soglia del 40% dei voti è raramente raggiunta da un partito, il che -credo- potrebbe essere considerato indice della sua particolare rappresentatività popolare.
Circoscrizioni e preferenze: la censura costituzionale della Corte relativa alla mancata previsione delle preferenze per i candidati in lista era strettamente legata alla possibilità di scelta dei candidati, ovvero della loro “effettiva conoscibilità” e selezione.
In particolare, la Corte Costituzionale criticava il meccanismo delle liste bloccate in quanto

è la circostanza che alla totalità dei parlamentari eletti, senza alcuna eccezione, manca il sostegno della indicazione personale dei cittadini, che ferisce la logica della rappresentanza consegnata nella Costituzione. Simili condizioni di voto, che impongono al cittadino, scegliendo una lista, di scegliere in blocco anche tutti i numerosi candidati in essa elencati, che non ha avuto modo di conoscere e valutare e che sono automaticamente destinati, in ragione della posizione in lista, a diventare deputati o senatori, rendono la disciplina in esame non comparabile né con altri sistemi caratterizzati da liste bloccate solo per una parte dei seggi, né con altri caratterizzati da circoscrizioni elettorali di dimensioni territorialmente ridotte, nelle quali il numero dei candidati da eleggere sia talmente esiguo da garantire l’effettiva conoscibilità degli stessi e con essa l’effettività della scelta e la libertà del voto“.

Anche in questo caso, la legge c.d. Italicum prevede alcuni correttivi: innanzitutto, le circoscrizioni elettorali sono assai più ridotte di quelle del c.d. Porcellum. Nella legge disegnata da Calderoli, infatti, le circoscrizioni prevedevano in media l’elezione di oltre 20 deputati, in territori particolarmente vasti (in Veneto 1, le provincie di Padova, Vicenza, Verona e Rovigo; la Toscana formava un’unica circoscrizione). Al contrario, l’Italicum prevede l’elezione da 3 a 9 deputati, in circoscrizioni che variano da 300.000 a 900.000 abitati, ovvero la dimensione di una media provincia italiana, poco più, poco meno.
Peraltro, è interessante notare come anche nel Mattarellum i collegi uninominali variassero attorno ad una popolazione di circa 100.000 abitanti (una proporzione che sarà poi mantenuta anche con la c.d. legge Calderoli). Altresì ricordiamo che pure per la legge Mattarella, il sistema proporzionale (25%) si applicava su circoscrizioni assai vaste -oltre 2 mln di abitanti-, con liste bloccate.
Come già detto, all’interno di queste circoscrizioni dell’Italicum, solo il capolista è esente dal sistema delle preferenze, che si applicano a tutti gli altri candidati.
Anche in questo caso, pare evidente come sia assai più semplice conoscere personalmente 6 persone che ci candidano in ambito territoriale ristretto (ovviamente, questo richiede un minimo impegno da parte degli elettori…).

Premio di lista: ennesimo punto fortemete criticato è l’attribuzione del premio di maggioranza alla lista anziché alla coalizione.
Il punto mi pare piuttosto capzioso, per le seguenti ragioni: innanzitutto, come d’abitudine sotto il c.d. Mattarellum, le liste per ottenere la maggioranza nel collegio tendevano ad includere al loro interno candidati con provenienza diversa. La medesima cosa potrà avvenire nelle circoscrizioni dell’Italicum.
In secondo luogo, gli ultimi anni (anche con il c.d. Porcellum ed il suo premio di maggioranza) ha dimostrato una vivissima capacità di critica ed opposizione interna (non sempre giustificata) all’interno degli stessi partiti di maggioranza.
Ben memori delle esperienze passate, è evidente che l’intenzione perseguita da chi ha disegnato la legge elettorale c.d. Italicum era esattamente quella di ridurre il proliferare di piccoli partiti in Parlamento, consolidando una lista ed una maggioranza forti. Pare superfluo ricordare qui le tristi fini dei governi Prodi e quanto quei governi avrebbero pututo fare per il bene del paese se li fosse lasciati lavorare.
Certo, questo si sarebbe potuto fare meglio con una soglia di sbarramento più elevata (tipo al 5%…) ma le opposizioni sul punto sono ben note.

Premio di maggioranza & soglie di sbarramento: alcuni ritengono che il combinato disposto di queste due previsioni sia illegittimo, in quanto ridurrebbe la rappresentanza politica dei partiti di minoranza a gruppi numericamente ridotti. L’argomento non mi convince, perché se non si prevedesse una soglia di sbarramento, l’opposizione sarebbe ulteriormente frazionata in svariati partitini inconsistenti e privi di capacità d’azione politica (ovvero di controllo sull’operato del governo).
Più fondato l’argomento che vuole evidenziare come la soglia di sbarramento comporti già di per sé una distorsione maggioritaria a favore dei partiti maggiori (e, dunque, di quello di maggioranza). Argomento corretto, non v’è dubbio. Tuttavia, ritengo che una soglia di sbarramento del 3% non sia tale da precludere il pluralismo politico, né da operare una distorsione intollerabile, anche se coordinata col premio di maggioranza.
Diverso sarebbe stato se il premio fosse più consistente o lo sbarramento più elevato.

Ora, si potrà contestare che tutta questa argomentazione si basa su variazioni numeriche (più o meno candidati, più o meno circoscrizioni…), ma in materia elettorale tutto è basato su simili variazioni!

Piuttosto, personalmente mi lascia perplesso la previsione di una soglia di sbarramento e la ripartizione nazionale dei seggi, anziché in base alle circoscrizioni. A mio avviso, questo riduce la rappresentatività locale delle circoscrizioni, ma probabilmente era inevitabile con la previsione di un premio di maggioranza.

Ora, c’è chi parla di collegi uninominali, come nel c.d. Mattarellum. Personalmente, sono da sempre contrario al sistema dei collegi, perché: a) non garantisce una maggioranza (vedasi India e Inghilterra recente); b) non è rappresentativo: viene eletto chi ottiene anche un solo voto in più, pure se non raggiunge una maggioranza nel collegio.
Ricordiamo altresì che nel previgente sistema del Mattarellum, su 475 collegi uninominali, almeno 100 di essi erano altamente competitivi, ovvero era imprevedibile dire chi avrebbe vinto. Logico che in un contesto simile, le maggioranze fossero molto variabili ed instabili. Non a caso, si ricorreva a liste che inglobavano chiunque.
Inoltre, i collegi uninominali hanno altri difetti: innanzitutto, con essi, molto spesso alcune zone esprimeranno sempre la medesima rappresentanza politica (in Emilia sempre PD-SEL; in Lombardia sempre FI-LN…); in secondo luogo, in un paese dalla lunga tradizione di partiti di massa come l’Italia, il voto è più frequentemente espressione di un’aderenza politico-ideale che non della preferenza per una persona candidata (altrimenti detto: anche se il mio partito candida un pirla, piuttosto che votare altri…).

Riguardo i capilista bloccati, personalmente trovo non sia affatto l’infamia che ci vogliono far credere. Chiunque viva da vicino un’elezione col sistema delle preferenze, avrà modo di rendersi conto degli sporchi giochi che esse comportano (senza rinvangare la tradizionale opposizione della sinistra per l’eventuale voto di scambio e corruttela).
Ma, soprattutto, le preferenze privilegiano in modo anche esagerato la rappresentanza territoriale, anche a scapito di eventuali competenze dei candidati. Ovviamente, la cosa non è affatto scontata, ma personalmente trovo positivo che i partiti abbiano modo di proporre e portare in Paralmento persone magari poco conosciute, ma fortemente competenti in alcune materie (un nome a caso: Ilaria Capua). Certo, questo comporta anche il rischio di eleggere emeriti incompetenti… Non lo nascondo.

Qui una critica, ben argomentata, di Mauro Volpi con argomenti molto interessanti riguardo il doppio turno ed il premio di maggioranza.
Qui un parere positivo sulla legge, di Augusto Barbera.

Come dicevo, le critiche di Volpi mi paiono ben argomentate. Esse, tuttavia, mi pare si pongano più dalla prospettiva della costruzione istituzionale (pregiatissima) e della contestazione radicale del premio di maggioranza, che non da quella della legittimità costituzionale in sé della legge in oggetto.

Detto questo, logicamente, né io né altri ben più qualificati commentatori della legge elettorale siamo nelle menti dei giudici costituzionali, dunque esprimere una previsione certa (o quasi) sull’esito di un suo eventuale vaglio da parte della Corte non è possibile.
Personalmente, ritengo che entro il perimetro delle censure sollevate con la sentenza 1/2014, la legge c.d. Italicum potrebbe superare il vaglio di costituzionalità. Non di meno, è impossibile prevedere se la Corte valuterà esclusivamente questi profili o condurrà oltre il ragionamento già sviluppato.

Tanti 25

Il tuo compleanno…
Ommioddio, avevo intenzione di chiamarti ieri!
Buon compleanno!!

Così mi scrive la mattina del 26 aprile un’amica dagli Stati Uniti.
Purtroppo, ho dovuto spiegarle che il 25 aprile non era il mio compleanno.
Non esattamente, per lo meno.

Ad ogni modo, non ho potuto fare a meno di sorridere e ringraziarla per questi auguri fuori stagione. Fuori stagione, forse, ma perfettamente azzeccati.
E, in fondo, è pure azzeccato l’augurio di un “buon compleanno”…
…ricordate quella canzoncina idiota che si cantava -stupidamente- da piccoli? “il 25 aprile è nata una….“. Beh, epiteto a parte, un pò c’aveva azzeccato: il 25 aprile è nata.

Potremmo allora anche chiamarlo “Natale della Repubblica” o “Natale della Costituzione” o “Natale della Libertà” questo benedetto 25 aprile.
Che c’è dannatamente bisogno in questa nostra Italia d’un pò di religione civile.

Ho passato due intense giornate di commemorazione e celebrazione di questo 25 aprile: sabato e domenica. E devo dire che, come pochi anni a mia memoria, quest’anno le celebrazioni sono state davvero significative.
Abbiamo cominciato a Santa Lucia di Piave, un piccolo comune del trevigiano, dove l’amministrazione comunale (leghista) ha deciso di non tenere alcuna commemorazione: allora l’abbiamo fatta noi, spontaneamente. Un amico ha organizzato tutto, una cosa semplice, ma molto efficace: tutti convocati in piazza, con una copia della costituzione ed un libro da leggere. Molto bello l’intervento del presidente dell’ANPI di Treviso, Umberto Lorenzoni
Personalmente, ho letto un brano di Eduardo Galeano, “Celebrazione del coraggio/3” a ricordo di un altro fascismo e di un’altra resistenza, nella persona di José Toha. Oltre, ovviamente, all’immancabile “ricordo“. Magari sul ricordo torno dopo.

La sera sono passato ad un altro comune della zona, cena con amici. Anche in quell’occasione, qualcuno ha letto dei brani sul 25 aprile (diciamocelo: forse “Agnese va a morire” è un pò abusato), ma più di tutti ho trovato bellissimo e molto interessante i passaggi di un libro di storia locale che rievocava la resistenza nei nostri comuni, nelle nostre frazioni, nelle nostre strade. E’ stato molto formativo e credo dovremmo proporlo agli studenti.
Non avevo idea, per esempio, di come la resistenza avesse coinvolto anche tante persone e tante famiglie del mio paese, di come si fosse svolta in modo tanto capillare. Credo sia fondamentale poter calare la storia nel quotidiano, portarla (metaforicamente e non solo) ai nostri piedi e permetterci di ricostruire vivamente quello che è stato.

Infine, la domenica si son tenute le celebrazioni vere e proprie. Non chiedetemi come mai, ma per una tradizione vecchissima, da me le celebrazioni del 25 aprile si son sempre tenute la domenica successiva.
In questo caso, oltre al solito discorso delle autorità (ho impressione che il sindaco usi sempre lo stesso da tre anni… e perché devono fare presenza i candidati alle regionali?), è stato molto bella la scelta di consegnare a tutti i neo-diciottenni una copia della Costituzione.
Spero la leggano.

Ecco, quando dico che avremmo bisogno di religione civile nel nostro paese, intendo esattamente questo: avremmo bisogno di calare la storia in paradigmi a noi noti e prossimi, di sentirla viva e accessibile. E, di qui, di maturare rispetto e venerazione per i prodotti dell’azione (l’arenditiano handel, politicamente inteso) umana nella storia.
Prodotti come la Repubblica, la Liberazione, la Costituzione.

Phnom Penh calling

Originally posted on i discutibili:

I Khmer Rossi hanno lanciato un’offensiva su Phnom Penh, l’Agenzia France-Presse riporta di infiltrazioni nel quartiere di Toul-Kork, nel nord-ovest della città, provocando il panico” – Le Monde, 16 aprile 1975.
Archivio storico Le Monde

Phnom Penh è libera. L’intera Cambogia, dopo cinque anni e 29 giorni di guerra, è libera. Le forze armate popolari di liberazione nazionale sono entrate questa mattina nella capitale da tutte le direzioni” – L’Unità, 18 aprile 1975.
Archivio storico L’Unità
Qui un reportage di Repubblica del 2005.

Cambogia L’Unità – 18 aprile 1975

Ricorrenze. Commemorazioni.
40 anni fa esatti, i Khmer Rossi di Pol Pot, Noun Chea, Ieng Sary e Khieu Samphan entravano nella capitale cambogiana Phnom Penh, “liberandola” dalla dittatura di Lon Nol.
Così, mi accingevo a scrivervi un post. E, mentre raccoglievo le idee, mi sono soffermato un secondo. Cattiva idea, perché in quel momento…

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