Phnom Penh calling

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I Khmer Rossi hanno lanciato un’offensiva su Phnom Penh, l’Agenzia France-Presse riporta di infiltrazioni nel quartiere di Toul-Kork, nel nord-ovest della città, provocando il panico” – Le Monde, 16 aprile 1975.
Archivio storico Le Monde

Phnom Penh è libera. L’intera Cambogia, dopo cinque anni e 29 giorni di guerra, è libera. Le forze armate popolari di liberazione nazionale sono entrate questa mattina nella capitale da tutte le direzioni” – L’Unità, 18 aprile 1975.
Archivio storico L’Unità
Qui un reportage di Repubblica del 2005.

Cambogia L’Unità – 18 aprile 1975

Ricorrenze. Commemorazioni.
40 anni fa esatti, i Khmer Rossi di Pol Pot, Noun Chea, Ieng Sary e Khieu Samphan entravano nella capitale cambogiana Phnom Penh, “liberandola” dalla dittatura di Lon Nol.
Così, mi accingevo a scrivervi un post. E, mentre raccoglievo le idee, mi sono soffermato un secondo. Cattiva idea, perché in quel momento…

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Metafora della maratona e delle scarpe

Ieri sera mi son nuovamente trovato a discutere con amici della minoranza del PD sulle leggi in discussione in Parlamento. Non dirò quali, perché -purtroppo- il discorso vale per qualsiasi riforma.

Due i vizi radicali della legge in oggetto, a loro giudizio: 1) la qualità della legge ed i suoi potenziali vizi di incostituzionalità; 2) il fatto che la legge non sia stata adeguatamente discussa, con la minoranza.

Dopo avergli esposto gli argomenti sul perché la legge non sarebbe incostituzionale, mi è stato risposto che “comunque a me non piace“, argomento certamente legittimo, ma non propriamente politico.

Questo si collega direttamente col secono punto, perché giunti a ciò ho replicato agli interlocutori che le loro obiezioni andavano sollevate e fatte valere sin da subito, mentre -ahinoi- la minoranza (salvo le solite, ostracizzate, eccezioni) ha continuato imperterrita a votare tutto, ivi inclusa la legge elettorale.
Per illustrare il concetto, che a quanto pare era particolarmente ostico da comprendere, sono dovuto ricorrere ad una metafora: la metafora della maratona e delle scarpe.

Supponiamo che vi accingiate a correre una maratona. Per farlo, ovviamente, vi procurate un paio di scarpe. Magari queste scarpe vi sono consigliate dal venditore, magari non siete neppure troppo convinti che quel modello acquistato sia il migliore, ma lo comprate lo stesso e lo indossate.
Correte dunque la maratona con queste scarpe, magari lamentandovi costantemente che non vi vanno bene. Ma correte.
Correte, correte.
Arrivate dunque al 41, forse 42 kilometro. Mancano ormai poche centinaia di metri. E le scarpe continuano a farvi male….
Vi togliereste le scarpe al 42esimi km?

Ecco, quello che la minoranza (certa minoranza) ha fatto nel PD riguardo questa ed altre letti è stato continuare a lamentarsi che le scarpe gli erano scomode. Però le acquistate, le ha indossate, vi si è adattato per un bel pò.
Personalmente, trovo che vi siano poche cose più errate di pretendere (perché, francamente, a questo punto non è una richiesta: è una pretesa) di voler cambiare qualcosa quando si è praticamente in dirittura d’arrivo.
Con argomenti, peraltro, a dir poco pretestuosi.
Come ho detto e ribadito, quello che mi irrita di questo atteggiamento è la sua incapacità di cogliere le differenze fra una critica a monte ed una a valle di un progetto, un progetto qualsiasi.
Vogliamo fare un’altra metafora? Immaginate di fare una camminata con amici e di seguire, vostro malincuore, un sentiero scelto da altri: vi impuntereste sul cambiare strada al punto da tornare indietro da soli quando praticamente giunti alla meta?
O, ancora, se anziché discutere di una legge, le parti negoziassero un contratto, credete tutto questo sarebbe accettabile?
No, non lo sarebbe.

Se davvero questa strada era così sbagliata da non esser praticabile, se davvero questo progetto non era accettabile, andava detto sin dall’inizio. E, alle dichiarazioni, dovevano seguire i fatti. In tedesco si dice essere konsequent: far seguire alle parole, i fatti.
Se dopo una prima presa di posizione si continua ad agire in contraddizione con quanto si è detto, questo implica, infine, un’accettazione (o, perlomeno, accondiscendenza) alle idee altrui. E  ritornare sull’argomento iniziale dopo la strada fatta non è corretto.

Perché la strada si fa per arrivare ad una meta.
Non per il piacere di girare in tondo.

Si chiamano onestà e coerenza: senza l’una e l’altra, non si sta in un gruppo.
L’una e l’altra si fondano sulla premessa di un confronto onesto.

Giunti al termine della discussione, è emerso l’argomento ultimo: “se si arriverà alla spaccatura, non sarà colpa nostra“. E di chi altri, di grazia?

45. Eduardo Galeano

“Ricordare: Dal latino re-cordis, ripassare dalle parti del cuore.”

Eduardo Galeano – “Il libro degli abbracci”

Come un pugno

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Ci prese come un pugno, ci gelò di sconforto..

Sono veramente bloccato, mentre cerco di scrivere queste parole.
E lo so che, in buona parte, potrebbe essere solo retorica. Ma il senso psicologico e fisico di oppressione e di malessere è reale.
Non mi sentivo così dalla scomparsa del generale Giap.
Il senso di sapere che da oggi in questo mondo siamo tutti un pò più soli, più poveri, più ignoranti, più brutti. E più tristi.

Potevo soprassedere alla morte di Guenter Grass.
Potevo… ‘che ognuno c’ha i suoi fondamenti, i suoi riferimenti, i suoi pilastri.
Ma alla notizia della morte di Eduardo Galeano, veramente, faccio fatica a gestirla, ad interiorizzarla. A superarla, in un certo senso.

Lo so che è ingiusto, che nello stesso istante in cui lamento la scomparsa di Eduardo Galeano, tantissimi altri stanno piangendo altre vite che si spengono. E che le classifiche…

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Come siamo arrivati fin qui- appunti sparsi sul PD

Una brillante vignetta su Repubblica di oggi illustrava come il PD sia in procinto di spaccarsi.

Sebbene non condivida ancora questa previsione, credo di poter fare alcune riflessioni sullo stato del Partito Democratico.
Una premessa a questi ragionamenti è, a mio personale giudizio, che oggi ci siamo beccati Matteo Renzi come leader della “sinistra” in conseguenza di tutto quello che la sinistra non ha fatto negli ultimi vent’anni.
E’ un pò che medito di scrivere in proposito, spero di riuscire a farlo presto.

Ciò detto, ecco alcune riflessioni:11082523_10206630445343307_5531454149411089566_n
1) Italicum: trovo ridicolo, sì addirittura ridicolo, che la minoranza si attacchi con tanta veemenza contro la legge elettorale, quando per tanti anni abbiamo avuto un orrore come il Porcellum e non si son mai particolarmente dati da fare per cambiarlo.
Inoltre, ricordiamoci che la battaglia contro le preferenze è sempre stata una battaglia della sinistra. E chi vi scrive, vivendola direttamente per le prossime elezioni regionali, può testimoniarne tutti problemi.
Come ho già scritto, l’Italicum non è perfetto (quale legge elettorale lo è?), ma è una discreta legge: supera e risolve le principali censure mosse dalla Corte Costituzionale al Porcellum (sebbene non lo faccia nella direzione da molti auspicata, ma non era certo una direzione obbligatoria).
2) Ordine delle priorità
Oltre alle critiche di contenuto, trovo altresì ridicola un’altra questione sollevata dalla minoranza interna contro la legge elettorale, ovvero il fatto di accanirsi tanto contro la legge elettorale quando hanno votato la riforma costituzionale.
Anche riguardo la legge costituzionale, personalmente non sono tragico come altri, ma se crediamo di doverci opporre a queste riforme, forse dovremmo aver chiaro qual’è la più grave.
Pensare sia la legge elettorale, è una svista colossale. A volerla chiamare svista.
3) La goccia…
… che fa traboccare il vaso della sopportazione? Trovo curioso che repentinamente (e ripeto: su una questione che forse non è proprio la più centrale) la minoranza interna ora sollevi obbiezioni così forti e problemi “di principio” tanto irrisolvibili.
Fino a ieri dov’erano?
A me, tutto questo sa molto -troppo- di pretesto.
4) Ma votano tutto!
In una sua intervista di ieri a La Stampa, la brava eurodeputata Elly Schlein ha ricordato una cosa fondamentale riguardo quella parte della minoranza interna genericamente definita “bersaniana” che al congresso faceva riferimento a Cuperlo e oggi -ancora- a Bersani & co (Fassina…): fino a ieri hanno votato tutto!
Con che faccia vengono oggi a dire che quelle riforme, che in larga parte hanno votato, non vanno più bene? Solo perché prima erano “obbligate” dal patto del Nazareno? Mi sembra un argomento un pò debole, se parliamo di contenuti.
Le battaglie si fanno con coerenza, o non si fanno.
Sebbene su alcuni punti (su alcuni giudizi di merito) dissenta dalla posizione di Civati riguardo le riforme, credo che a Civati e al gruppo che a lui fa riferimento vada riconosciuto per lo meno il merito di essere stati sempre coerenti sulle riforme.

Questa ultima cosa mi irrita oltre misura, perché è sempre stato il classico atteggiamento del Partito Democratico e, prima, dei DS.
Tutti fedeli alla linea, ligi agli ordini di partito, senza mai aprire una discussione sul merito e sul metodo, salvo poi lamentarsi o fare battaglie che passano (a buon diritto) come “di corrente”. O, peggio, come imboscate parlamentari, tradimenti e doppiogiochismi. E ogni volta che qualcuno solleva un’obiezione, come ha fatto Civati in questi mesi, subito passa come un pericoloso estremista, un fondamentalista…
Dovremmo invece riconoscere il merito della franchezza, che è la prima premessa per il confronto e per la fiducia reciproca.

In questa sinistra manca una qualità basilare: la capacità di un confronto serio, franco e ragionato.
Finché non vi sarà questo, inevitabile restare alle battaglie che si risolvono in pugnalate alle spalle, a piccoli tradimenti.

Recensione n. 42: “Breve trattato sulla sottile arte del go”

Che io “go” sia un gioco che mi piace moltissimo non dovrebbe essere più una novità per chi frequenta questo blog.

Dunque, quale migliore occasione per presentarvi il libro di Georges Perec, Pierre Lusson e Jaques Roubaud “Breve trattato sulla sottile arte del gioco del go?
Nessuna, credo, avendolo appena terminato (giusto in tempo per dare un contributo sia a “venerdì libri”, sia a #ioleggoperché).

Che dire, dunque, di questo libro?
E’ un piccolo capolavoro. Semplicemente.
E ho detto poco…. Un libro che condensa in sé l’arte letteraria a quella del go: un’introduzione a questo gioco orientale, tristemente poco conosciuto da noi in Italia, di logica ed arte.
Non è un caso che gli autori possano scrivere che “Esiste una sola attività cui si possa paragonare il go. Lo avrete capito, è la scrittura“. E lo fanno a pieno diritto, fondendo con la loro scrittura le regole del go e raffinate (e simpaticissime) elaborazioni letterarie.

Ma perché il go? Perché questo gioco è unico: come scrive Tiziana Zita (giocatrice esperta) “Il go appartiene al regno dell’arte, oltre che a quello della logica. […] Da quando nel 1997 Garry Kasparov, allora campione del mondo, è stato stracciato dal software Deep Blue, il gioco degli scacchi è stato ridotto a una mera questione di forza bruta nel calcolo. Il go è diverso. E’ come se contenesse un elemento imponderabile e creativo. Ad oggi il computer non è riuscito a battere un professionista. Nel go si mescolano in modo indissolubile l’aspetto estetico e quello celebrale. […] Lo scrittore americano Trevanian, nel suo romanzo Shibumi, dichiara che il go sta agli scacchi come la metafisica alla partita doppia“.

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Fedeltà, lealtà, correttezza ed io

Ci sto male, semplicemente. Ci sto male.
Perché non riesco a capire cosa vi sia di sbagliato in quel che ho fatto.
O, meglio, capisco che gli altri vi vedano qualcosa di sbagliato, ma non riesco ad essere d’accordo col loro giudizio.
E’ il problema di sempre.

Io mi reputo una persona leale, ovvero una persona che opera senza sotterfugi, alla luce del sole per tutti da poter vedere e valutare.
Però, soprattutto in politica, non mi sono mai sentito una persona vincolata a doppio filo ad idee o persone: ho sempre ritenuto di poter cambiare idea e di non dovermi attenere per sempre ad una data linea per il solo fatto di averla abbracciata una volta.
Siccome in politica non di rado le idee si sovrappongono alle persone (e, non di rado, le persone prendono il sopravvento), questa mia libertà viene spesso interpretata per mancanza di fedeltà.
E’ sempre facile che la libertà sia scambiata per tradimento.
Legittimamente.

Da ciò, deriva quella incomprensione di cui sopra. Da quella confusione fra l’esser fedele e l’esser leale.
Credo, pur muovendomi in questo terreno minato, di essermi sempre mosso correttamente: di aver detto alle persone quel che pensavo, con franchezza ed a viso aperto e di non aver mai compromesso i loro piani con sotterfugi occulti.
Insomma, non mi sento un traditore.
Non ho nascosto nulla e non ho nulla da nascondere. Tanto più che di questa franchezza ho sempre “pagato il prezzo” in prima persona.
Al massimo, sono un pessimo diplomatico.

Proprio per tali ragioni, in questo momento, ci sto male. Perché si crea una discrasia fra le aspettative che gli altri ripongono e il comportamento che tengo. E perché, con l’impegno che ho messo in alcune recenti battaglie (impegno che mi ha portato anche a sacrifici non da poco), mi spiace che la mia lealtà sia messa in discussione.
Personalmente, ho sempre trovato queste aspettative in buona misura errate. E non lo dico per essere autoassolutorio.
Quando alcuni anni fa mi iscrissi per la prima volta ad un partito, i miei genitori (che scoprirono la cosa all’improvviso, a giochi fatti), mi dissero queste parole che credo non scorderò mai: “va bene, purché tu resti un battitore libero“.
Credo di esserlo restato: pur avendo condiviso questa o quella linea, sostenuto questo o quel candidato, ho sempre conservato la mia libertà di dissenso, critica ed azione.
A faccia aperta.

Questo, per me, è essere leale.

Cercando di invertire le cause

Potrei parlare di “perseversione”, in questo caso…

L’altra sera, discutendo con un amico che siede in consiglio comunale nel mio paese, questi mi raccontava come la giunta ed il sindaco, giunti agli ultimi due anni del loro secondo mandato, siano totalmente inattivi.
Praticamente, l’amministrazione comunale non esiste più.
O, se formalmente esiste, fra i vincoli di bilancio venuta meno l’esigenza di correre nuovamente alle elezioni per conservare il posto, non hanno più motivazioni ad agire.
Non si prendono più decisioni incisive, non si azzardano neppure più programmi… tutto è limitato alla gestione spicciola dell’esistente, demandata ai tecnici. Il sindaco ha persino smesso si farsi vedere in giro, di esercitare il suo ruolo pubblico.

Ho trovato la cosa non solo demenziale, ma decisamente perversa.
In altri paesi, come in USA, gli ultimi due anni sono il momento più “politico” di un mandato amministrativo, perché sono il momento in cui il governo può portare avanti azioni strettamente politiche (quasi partigiane) senza dover più temere il giudizio delle urne.

Da noi no…
Da noi, il limite di due mandati non opera come sprone per incentivare azioni politiche di rinnovamento profondo, no: opera come disincentivo.
Anziché approfittare del fatto di non doversi più sottoporre al giudizio delle urne per portare avanti proposte ed idee delle quali sarebbe difficile convincere i cittadini (perché innovative, complesse, rischiose…), rispetto alle quali tuttavia si è fortemente convinti, si rinuncia a fare alcunché.

Il che rende palesemente evidente come l’interesse degli eletti sia, sempre più, solo quello di conservare lo scranno, la poltrona. E che, venuto meno questo interesse, gli stessi non trovino più motivazioni ad operare.
Il che ci dimostra come le azioni degli amministratori siano sempre più dettate dall’esigenza di ricercare il consenso, piuttosto che lavorare per il bene della comunità.

Inutile dire che questo è un danno enorme per le comunità.

Tutto questo è paradossale, persino perverso.
Il limite di due mandati per le amministrazioni, oltre ad evitare pericolose incrostazioni di potere, poteva portare come effetto ulteriore quello di concedere maggiore libertà d’azione agli amministratori durante l’ultimo mandato, spingendoli a rischiare (politicamente) qualcosa in più. Ad innovare.
Invece no: il risultato è stato quello di togliere qualsiasi motivazione.
Tolta la spinta della ricerca del consenso, è come se le amministrazioni non trovassero più alcuna ragion d’essere.

Povera italia.

una volta ogni 61 anni

Oltre alla bruciante sconfitta dell’Italia, un altro fatto rugbyistico ha amareggiato il mio fine settimana: la sconfitta dell’Irlanda a Cardiff contro il Galles.
Certo, era una partita assai più combattuta (35 fasi ininterrotte in attacco dell’Irlanda! Una serie mai vista prima….) e dal livello agonistico assai più alto, una partita nella quale entrambe le squadre erano titolate per vincere ed in cui lo scontro è sempre stato aperto. Uno scontro da due grandissime squadre, nel quale entrambe avrebbero potuto vincere.

M’è dispiaciuto, parecchio.
Non solo perché ho sempre avuto una grande simpatia rugbyistica per l’Irlanda (quale altra nazione può vantare un 43-13 contro l’Inghilterra nella partita a Croke Park, lo stadio teatro della “Bloody Sunday“? Quale altra nazione può dire di aver vinto un Grande Slam rimanendo letteralmente in apena durante gli ultimi 150 secondi della partita? Ecco, questa è l’Irlanda del rugby).

Così, sabato la partita col Galles era una di quelle battaglie da non perdere. Una battaglia chiave, l’ultimo grande scoglio verso la vittoria del Grande Slam (per sabato resta solo la Scozia: sempre ostica, ma molto più abbordabile). Dopo aver battuto in casa Francia ed Inghilterra con due partite di enorme intelligenza tattica ed aver “asfaltato” l’Italia nella partita d’esordio, il Galles era l’ultima grande sfida.
Grande sfida, come ho già scritto…
Del Galles dicono che tutti i suoi uomini siano nati o morti in un campo da rugby.
Ecco, tanto per dire.

Per merito dei gallesi e per demerito proprio, la squadra irlandese ha perso.
Nulla è perduto, in realtà, per quanto riguarda la vittoria finale del 6 Nazioni 2015.
Ma con questa sconfitta, il sogno del Grande Slam (vincere tutte le partite del torneo) è sfumato.

L’ultimo Grande Slam (quello cui accenno sopra), l’Irlanda l’ha vinto nel 2009, proprio a Cardiff contro il Galles.
L’aveva vinto dopo 61 anni dal precedente, sessantuno anni. Più della vita di molti uomini. Irlandesi e non.
Inutile star qui a dire che genere di evento sportivo epocale fu, soprattutto per gli irlandesi che ancora oggi (a buon diritto) non cessano di ricordarlo e di commemorare i giocatori che fecero quell’impresa.

Ecco, insomma, questo Sei Nazioni 2015 pareva essere l’anno buono per ripetere l’impresa. Inevitabile la delusione per la sconfitta: posso solo immaginare per i giocatori, ma la mia di tifoso la sento bene.

Poi ho pensato.
Ho pensato che se vincere un Grande Slam fosse una cosa semplice, una cosa che si può ripetere ogni due-tre anni, nessuno vi darebbe tanta importanza.
Ho pensato che l’insita bellezza di certi eventi, risiede proprio nel fatto che sono maledettamente rari. Maledattamente rari: sono così rari che a volte hai tutte le condizioni perfette per realizzarlo, ma per un caso beffardo ed ingiusto, ti sfugge. Maledettamente.
Ma se il caso giocasse sempre a tuo favore, che senso avrebbe la sfida?
Ho pensato che perdere è sempre brutto, ma è il rischio del gioco.
Ho pensato che è più brutto perdere quando la meta è vicina, ma è più bello rialzarsi.
Ho pensato che, dannazione, se certe cose avvenissero tutti i giorni, tutti gli anni, o comunque tutte le occasioni possibili, l’idea stessa di “evento” non avrebbe più senso.
Ho pensato che, in fondo (merda), la bellezza dell’evento risiede proprio nella sua rarità.
Ho pensato che, sì, nel 2009 la vittoria è stata epica per quella partita in rimonta; per aver castigato nuovamente gli inglesi a Croke Park; per quel drop di O’Gara; per la classe di O’Driscoll; per l’errore di Jones mentre il tempo scorreva via e tutti sentivano che la fine era arrivata, che non ci sarebbe stato appello… ma più di tutto, quell’evento resterà tale perché è arrivato una volta dopo sessantuno anni.
Sixtyone years awaiting… how sweet that moment was!

Un pò come scalare il Mt. Meru. Se lo potessimo fare ogni giorno…

Sessantuno anni!

Ecco, io non so dire che l’Irlanda dovrà attendere altri sessantuno anni per vincere un prossimo Grande Slam.
Ma so che ogni anno ci proverà. So che ogni anno sarà una battaglia epica. So che dovranno ogni volta rifare uno per uno tutti gli scalini. So che dopo ogni partita penseranno “grazie a dio, una in meno” e prima di ogni partita “signore, non oggi”. So che affronteranno paure e speranze.
E so che prima o poi arriverà di nuovo. E so che sarà una vittoria epica.
So che se avrò la fortuna di esserci, mi sbronzerò come raramente accade.

Comunque, maledetti gallesi!

44. Thomas Sankara

I rivoluzionari non hanno paura di riconoscersi debolezze e difetti, anche di fronte ad avversari e nemici

Thomas Sankara – Discorso in occasione del Secondo Anniversario della Rivoluzione in Burkina Faso

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