Recensioni 51 e 52: “Storia Naturale della Distruzione” e “Congo”

Recensione 51: “Storia Naturale della Distruzione
Sono stato inizialmente spinto a leggere questo libro perché citato da una di quelle persone che vorrei poter chiamare ‘Maestro (ma questo non diteglielo) e per rispetto mi astengo tuttora dall’azzardami. Una di quelle persone capaci di fondere assieme analisi socio-economica e Sciascia (senza dimenticare Foucault, Marquez e ovviamente Sebald). E’ già il secondo libro che questa persona mi ‘regala’ (come suggerimento) e di nuovo è stata una lettura profondamente affascinante e istruttiva.

Nota sulla traduzione del titolo, l’originale tedesco e’ “Guerra aerea e letteratura“, e per quanto la traduzione (sia inglese che italiana) sia accattivante, mi pare in qualche modo fuorviante.
Il libro dello scrittore tedesco (ma trasferitosi da anni in Inghilterra) Georg Sebald è in ogni caso un piccolo capolavoro di analisi storica, psicologica e letteraria. Forse una delle più profonde riflessioni sulla psicologia tedesca dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi.

Amburgo 1943

Tutti oggi ricordiamo Dresda, ma quasi nessuno pensa che quei bombardamenti hanno colpito praticamente tutte le città tedesche (inclusa Amburgo: nome in codice “Operazione Gomorrah, sic). Tutti vediamo le foto dei palazzi rasi al suolo, ma pochi di noi riescono nel pensiero successivo che in quei palazzi vivevano centinaia di persone, uccise dalle bombe. E ancora meno riescono a pensare a quale atroce morte devono aver avuto quelle persone. Sebald ci consegna alcune descrizioni: al contempo troppe per il nostro stomaco e troppe poche per la doverosa memoria.

Alla luce di questi fatti, la domanda fondamentale che Sebald si pone in “Storia Naturale della Distruzione” è tanto semplice quanto disarmante: perché nella letteratura postbellica tedesca non si trovano riferimenti riguardo l’immane distruzione che la Germania ha sofferto a causa della guerra aerea fatta di bombardamenti a tappeto e bombe incendiarie portata avanti dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti contro le città tedesche? Perché di questa enorme devastazione non si trova traccia nelle opere degli scrittori tedeschi? E perché, in quelle poche voci che ne parlano, il tono rimane sempre irrimediabilmente una brutta copia della retorica e della metafisica nazionalsocialiste?

La risposta di Sebald alla prima domanda si compone di due elementi, entrambi cruciali: innanzitutto, Sebald rileva come quell’atroce distruzione sia sostanzialmente incomunicabile (forse persino incomprensibile). Come si può descrivere l’orrore di una realtà che supera la fantasia? Come si può parlare dei cadaveri delle persone bruciate vive a centinaia nei rifugi antiaerei? Mi perdonerete se azzardo il riferimento ad Auschwitz: come si può parlare di questo orrore senza scadere nella retorica? Non a caso, scrive Sebald, forse le uniche cose decenti scritte sulla distruzione delle città tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale sono i reports medici delle autopsie.
Ma, in secondo luogo, come può la memoria di questo orrore accordarsi con “il boom economico”, con la ricostruzione? Come si può permettere al ricordo di ancorarci ad un passato tanto terribile e shoccante mentre tutto attorno a noi ci impone di andare avanti?
Appare evidente come un simile trauma come quello sofferto coi bombardamenti (testimonianze storiche riportano di donne sfollate che viaggiavano coi loro bambini carbonizzati in valigia) non potesse essere compatibile con l’imperativo della ricostruzione, del lasciarsi tutto alle spalle (crimini & sofferenze assieme).
Non sono del tutto sicuro invece che Sebald riesca a rispondere alla seconda domanda, ma (anche alla luce dei limiti rilevati rispondendo alla prima) credo il merito maggiore sia proprio il riuscire a porre in evidenza questa terribile continuità.

Per me, che non conoscevo Sebald prima di questo libro, è stata una scoperta preziosa. Non solo un’analisi fine e profonda, ma altresì (spero) il primo passo in un lungo viaggio in compagnia di un nuovo autore potenzialmente destinato ad accompagnarmi per parecchio tempo. Ma che peccato Sebald ci abbia lasciati dopo un solo libro non-fiction.

Recensione 52: Congo
Molto più difficile, per me, un parere su “Congo” di David Van Reybrouck. Il giudizio mi riesce soggettivamente difficile non perché quello di van Reybrouck sia un cattivo libro, anzi, ma per due ragioni concorrenti: tutto l’hype che ve n’è stato fatto attorno (basti citare la recensione di Saviano riportata in quarta di copertina: “Dimenticate tutto ciò che sapete dell’Africa, tutti gli stereotipi, i luoghi comuni e tuffatevi in questo libro. Che è un’opera gigante“) e il fatto che (a causa dei miei ultimi studi al SOAS), molte delle cose riportate in “Congo” già le conoscevo.
Ciò non toglie che questo sia un libro eccezionale, un piccolo colosso (600 pagine, ma ciò va detto a merito dell’autore: con tutto il materiale analizzato, avrebbero benissimo potuto essere più del doppio), rispetto al quale ogni giudizio men che positivo sarebbe un’ingiustizia.

Congo” è (o dovrebbe essere), senza dubbio, una tappa obbligata per chiunque voglia parlare di Africa. In queste 600 pagine, van Reybrouck riesce nell’opera immane di sintetizzare la storia di uno dei più grandi e complessi Stati africani. Riesce a riportare dati minuziosi e testimonianze disparate. Forse tutto questo era già disponibile altrove, ma riuscire a sistematizzarlo in un’opera accessibile anche a lettore più ignorante degli affari congolesi è un risultato non da poco. Tutto o quasi: a van Reybrouck va inoltre il -già di per sé enorme- merito di integrare la ricerca storica con testimonianze “antropologiche” disparate fra decine e decine di attori congolesi, di dare voce a decine di protagonisti e riportare le loro testimonianze.

Non solo l’analisi si dipana (nei dettagli) in oltre 200 anni di storia congolese, dall’inizio della colonizzazione belga sotto Leopoldo II alla Seconda Guerra del Congo, ma altresì van Reybrouck riesce costantemente a legare la storia del Congo con la storia globale, ricordandoci come le alterne sorti di questo enorme paese siano sempre state legate agli avvenimenti mondiali (la crescita del prezzo del rame durante la guerra in Vietnam, per esempio, che consentì l’affermazione di Mobuto; ma anche il contributo dei soldati congolesi durante le guerre mondiali… specie contro la colonia italiana in Etiopia). E, in definitiva, ricordandoci come tanta della responsabilita’ per le condizioni di milioni di persone nel continente africano dipendano (anche) da noi. E non solo per via della colonizzazione.

Lo stile non è quello iper-analitico di un testo scientifico, ma un mix che riesce a catturare il lettore quasi nella narrativa, sempre tuttavia saldamente ancorata alla realtà e ai dati. Tuttavia, a volte questo sforzo di van Reybrouck nel narrare mi è parso un pò forzato e forse troppo emozionale.
Inoltre, forse proprio grazie alle molte testimonianze, “Congo” non è un reportage sulle sciagure di un popolo o la voce della disperazione, bensì un mosaico equilibrato fra la tragedia e la speranza.

Come tutti i libri, anche quello di van Reybrouck contiene una serie di giudizi ed opinioni, rispetto ai quali si può non essere d’accordo (si pensi in particolare ai pareri sulla classe politica congolese, specie ai tempi dell’indipendenza). Ma si tratta sempre di giudizi ben articolati e contestualizzati.

Dobbiamo provare un giudizio? Se avete un master in cooperazione allo sviluppo, economia politica o war studies in Africa, potete risparmiarvi “Congo“. Altrimenti, conviene procurarselo.

Dopo, guardatevi Anthony Bourdain.

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Cartoline sfocate dall’Ucraina – ipoteticamente esteticamente ideologicamente (parte 7)

Girare nell’Ucraina “profonda”, quella in cui i tempi dei cambiamenti e delle trasformazioni sono piu’ lenti, radicali (e radicati) e tellurici, quella che consente una sorta di “archeologia vivente”, permette di osservare un aspetto interessante della persistente estetica sovietica.

Come ho gia’ detto, in Ucraina si continuano a trovare tracce di quello stile artistico-propagandistico tipico dell’Unione Sovietica: murales nei palazzi che inneggiano a eroi sovietici, al progresso nelle arti o nella scienza; monumenti o busti di personaggi illustri… Quello che ho potuto notare in piu’ durante questi giorni e’ la collocazione di queste espressioni artistiche. Il campione d’osservazione e’ ovviamente limitato, ma credo possa essere considerato abbastanza rappresentativo (date le premesse ideologiche).

Quel che mi ha colpito di queste rappresentazioni “artistiche” (virgolettato, perche’ credo la definizione di arte debba includere una riflessione qualitativa che non sono in grado di offrire), o perlomeno questa presenza estetica, e’ appunto la loro collocazione: a quanto ho potuto constatare, nell’Unione Sovietica si prevedevano installazioni estetiche (in particolare murales, mosaici, statue) in tutti i luoghi pubblici, ivi inclusi i “luoghi di produzione”.

Trovare un murales che celebra lo studio o la scienza in una scuola non e’ certo una sorpresa, cosi’ come non sorprende trovare statue o busti di celebri generali o scienziati nelle piazze.
Quello che al mio occhio abitutato alla politica estetica occidental-capitalista appare inusuale e’ invece osservare questo genere di installazioni nelle fabbriche, ufficine, fattorie. Insomma, in tutti luoghi in cui secondo la nostra concezione l’uomo non si reca per trovare svago, tutt’altro. Nella nostra concezione occidental-capitalista (almeno fino all’avvento di imprese come Google e Facebook), i luoghi di lavoro non sono e non devono essere luoghi in cui l’uomo trova di che allietare le proprie giornate.
Magari questa cosa sta cambiando (vedremo se per meglio), ma per lungo tempo direi che questo era il caso.

Giungo quindi alla mia ipotesi.
L’ipotesi che traggo da questa osservazione e’ che nell’Unione Sovietica vi fosse un’intenzionale distribuzione della “bellezza” in questi luoghi. Certo, si osserva facilmente come molte di queste installazioni avessero un chiaro scopo ideologico/propagandistico, non lo metto in dubbio. Ma altre evidentemente no (un muro coperto di mattonelle colorate a comporre una fantasia senza riferimenti al socialismo?).
E potremmo andare un passo oltre nel ragionare che questa distribuzione della bellezza ai luoghi di produzione aveva una chiara motivazione ideologica: elevare (l’esperienza de) il lavoro. Altrimenti detto, per il socialismo, a diferenza del capitalismo, la fabbrica non e’ (era) solo questione di produttivita’.
La fabbrica e’ (era) un luogo di esperienza umana in senso piu’ ampio, un luogo in cui la personalità umana non era ridotta a “mezzo di produzione”, bensì un luogo in cui tutti (o, almeno: più d’uno) degli aspetti che compongono la personalità aveva modo (se non di esprimersi, perlomeno) di trovare un proprio riflesso.
Altrimenti detto: in Unione Sovietica, il luogo-fabbrica non doveva essere solo prigione della produzione, ma un’apertura verso altro.

Ovviamente questa ipotesi è basata pressoché sul nulla. Ma sarei curioso di sapere se esiste qualche studio in merito.

Cartoline sfocate dall’Ucraina – la campagna come archeologia (parte 6)

Finalmente, dopo mesi che sono in Ucraina, durante la scorsa settimana ho avuto l’occasione di visitare i diversi ambulatori dove lavoriamo.
Queste visite, oltre ad essere enormemente importanti per il lavoro, per capire esattamente le attività che svolgiamo e le difficoltà che il team incontra, mi hanno anche permesso di vedere una realtà diversa dell’Ucraina che fino ad ora non avevo avuto modo di osservare.

Pur essendo stato in altri posti rispetto a Kyiv (Odessa, Kharkiv), questi viaggi erano sempre stati come viaggi in un arcipelago: da isola a isola, da città a città, senza osservare quello che v’era nel mezzo, tutto l’enorme spazio delle campagne ucraine e la loro realtà. Ovviamente, dal finestrino del treno o in macchina, avevo potuto vedere questa campagna e zone rurali, ma restavano puramente paesaggio.
Spostandomi col team medico, fermandomi nei villaggi e negli ambulatori, non ho solamente transitato attraverso questi luoghi, ma ho potuto soffermarmi (brevemente) in essi, in qualche modo cominciare a conoscerli con una profondità diversa. Con la profondità che solo un certo tempo consente. Certo, questi viaggi restano limitati e insufficienti. Ma sono un inizio.

La campagna, i villaggi, sono profondamente diversi dalle città, tanto diversi da dare l’impressione di appartenere ad un mondo e a un tempo diversi. Non e’ solo una differenza di urbanizzazione, ma profondamente di stili e condizioni di vita. E’ la differenza dei transporti fra strade asfaltate e strade che non vedono riasfaltature probabilmente da decenni, in cui il fuoristrada e’ quasi obbligatorio e i tempi si allungano esponenzialmente. E’ la differenza fra spazi sovra-affollati e spazi pressoche’ vuoti.
Soprattutto, sono i piccoli villaggi da 500 o meno abitanti, a volte una scuola, quasi sempre una chiesa e molto spesso un punto medico. E sono strutture rimaste praticamente identiche da decenni.

Un viaggio nella campagna ucraina e’, come accennavo in un altro post, un viaggio nel tempo. Sembra quasi l’immersione di un archeologo in una storia passata eppure ancora vivente. Un tuffo negli anacronismi. Sono i carri trainati da cavalli. Sono ambulanze che risalgono agli anni ’80, o forse prima. Sono gli uffici dei medici ancora (quasi) interamente cartacei, senza computer (nonstante un sistema di e-health che dovrebbe essere in funzione). La carta, le “scartoffie” veramente dominano la gestione del sistema sanitario: pile di documenti ancora scritti a penna, rarissime stampanti e pc. Persino i materiali informativi nelle sale d’attesa sono per lo piu’ lunghi e fitti documenti scritti a mano in un elegante cirillico corsivo. Sono uffici senza acqua corrente e macchine per le radiografie direttamente dagli anni ’80.

Si’, gli anni ’80 tornano spesso nell’osservazione: spesso, lo stile che si intravede pare proprio rimandare a quel periodo. Che sia solo una coincidenza che questo fosse anche l’unico momento in cui l’Unione Sovietica ebbe i soldi e la possibilità di investire massicciamente in infrastrutture? L’ospedale di un remoto villaggio indica imponente “1988”. Dopo di allora, nelle campagne, pare il tempo si sia fermato. Salvo magari qualche SUV o qualche Mercedes.

In fondo, un quartiere di Kyiv potrebbe essere relativamente confuso con un quartiere di qualsiasi altra -anonima- metropoli.
Mentre nelle citta’ si assiste alla modernizzazione senza freno, al continuo rinnovamento, fino (appunto) alla mescolanza anonima, le campagne sono una forma di archeologia vivente.
Pensare che questi luoghi siano “intatti” e “puri”, luoghi dove individuare una qualche originalità e’ senza dubbio un fraintendimento (le campagne ucraine sono state plasmate, in ordine inverso, dall’Unione Sovietica, dai nazisti, dall’impero austro-ungarico o dal regno polacco… financo, in parte, dall’impero ottomano!). Piuttosto, si potrebbe parlare di un diverso ritmo con cui le trasformazioni hanno luogo. Un diverso ritmo che (appunto) tra in inganno il nostro occhio, convicendoci che alcune cose siano immobili.
Non e’ questo il caso, ma la differenza coi ritmi metropolitani lascia il segno.

Mezzi fini

Post colpevolemente in ritardo, ma tuttora valido.

Dopo l’ennesima tragedia* di migranti morti nel Mediterraneo mentre cercavano di raggiungere l’Europa dalla Libia, si seguono i reportages che dimostrano come la Libia “non sia in grado” di svolgere i pattugliamenti e salvataggi nella propria zona SAR (search and rescue) di competenza.
Lo stato libico non sarebbe capace di condurre tali operazioni navali per mancanza di uomini e mezzi: poche barche, pochi ufficiali, un centro di comando che non funziona (“il telefono squilla ma nessuno risponde”). Tutto cio’ nonostante gli impegni europei e italiani di fornire i mezzi necessari.

Ebbene, io vi dico: non e’ vero.

Raccontarci che il problema e’ che la Libia non puo’ fare quel che dovrebbe fare (i salvataggi), equivale praticamente a una menzogna.
Certo, le risorse mancano. Ma dire che le risorse sono il problema equivale a dire: se avessero quel che serve, farebbero quel che devono. Cioe’: se avessero le barche e gli uomini, salverebbero le vite dei migranti.
Sicuramente e’ doveroso e nobile da parte dei giornali nazionali “fare le pulci” agli impegni del governo presi e  non mantenuti. Ma questa non e’ la soluzione

In Libia, da mesi e mesi, il governo e’ alle prese con una lotta intestina (quando scoppiera’ in una guerra civile?) con il presidente (supportato dall’Italia) al-Serraj che deve affrontare le minacce del generale Haftar e potenzialmente ora anche una crisi di governo. Dice MSF: “Libya remains fragmented by conflict and fighting continues in several parts of the country. The breakdown of law and order, the economic collapse and the existence of three governments…
In Libia, da anni ormai, lo Stato non e’ in grado di esercitare effettivamente la propria sovranita’. Non mi stupirei, francamente, se alcuni dei mezzi donati dall’Italia siano ora finiti in mano ad altre bande, magari opposte proprio al governo.

In tutto questo, davvero pensiamo che se fornissimo altre imbarcazioni al governo libico di al-Serraj, questo penserebbe come prima cosa di utilizzarle per soccorrere i migranti in mare? O magari penserebbe invece che quelle barche possono essere uno strumento per portare avanti le proprie battaglie per tenersi il potere?
Badate, non voglio accusare al-Serraj di essere un farabutto approfittatore (oh, magari lo e’… semplicemente non lo so). Semplicemente, voglio ragionare sul fatto che ogni politico ha delle proprie priorita’ e -come insegnava secoli orsono Macchiavelli (e come confermato dall’ottimo Giustozzi) mantenere il potere e’ (inevitabilmente) una priorita’ fondamentale di qualsiasi governo.
Tutto questo senza dimenticarsi che i migranti in Libia sono trattati “da inferno”. Le condizioni di detenzione sono orribili, come riportato da diverse organizzazioni umanitarie.

Insomma, avendo 100$ a disposizione, data la scelta fra salvare migranti e difendere il proprio potere, come pensiamo che il governo libico userebbe quelle risorse?
Personalmente, ho pochi dubbi.

 

*in una prima bozza di questo post, stavo scrivendo [“tragedia”] fra virgolette, perche’ credo che il concetto di tragedia debba applicarsi a situazioni relativamente eccezionali, magari imprevedibili. Quello cui stiamo assistendo da decenni e’ invece la ripetizione di una situazione (“ennesima”), cui l’idea di eccezionalita’ mal s’addice: e’ una situazione sistematica, e’ politica. Tuttavia, mi rendo conto che l’impiengo delle virgolette, di per se’, potrebbe essere fuorviante

Cartoline sfocate dall’Ucraina – ad un tiro di moneta (parte 5)

Lo scorso fine settimana si celebrava il natale ortodosso, weekend lungo. Cosi’ ne ho approfittato per andare a Kharkiv a trovare un’amica.

Ero particolarmente curioso di andare a Kharkiv. Sebbene la citta’ non sia affatto una meta turistica come Odesa o Lviv (Leopoli), rappresenta un caso particolare nella storia ucraina, in particolare in quella piu’ recente – post 2014.

Kharkiv e’ la seconda citta’ per popolazione dell’Ucraina, importante centro industriale (fabbriche aerospaziali, di trattori e carri armati),  sopratutto e’ ad appena 40km a sud del confine russo e poco meno di 500m da Kyiv (Luhansk e Donetsk sono ad oltre 750km). Sebbene non interamente nella “sfera d’influenza” russa, come Donetsk e Luhansk, Kharkiv e’ decisamente piu’ filo-russa che l’Ucraina occidentale, dove regna il nazionalismo ucraino (Lviv su tutte, ma anche Kyiv per la sua centralita’ politica).
Si trova quindi quasi a “meta’ strada” fra l’est russofono e, industrializzato e tuttora piu’ filo russo e l’ovest occidentalizzato (di lingua prevalentemente ucraina e piu’ rurale). Una divisione “di mentalita’” (come dice il mio collega Alex) profondamente radicata e dalle profonde conseguenze, ad esempio in termini elettorali: l’est separatista ha generalmente supportato politiche filo-russe e votato Yanukovich, l’ovest partiti piu’ nazionalisti e filo-occidentali (Yushenko, Timoshenko, Poroshenko).
Nota: lingua e industrializzazione nella storia ucraina del 1900 si sovrappongono in modo interessante, poiche’ l’URSS ha sempre cercato di esercitare un forte controllo sulle aree industriali, in queste affluivano piu’ lavoratori, politici, docenti e tecnici inviati da Mosca rispetto alle aree rurali (ad esempio Lviv).

Prima della Seconda Guerra Mondiale, Kharkiv e’ stata anche la prima capitale della Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina e fino al 2014 ospitava la piu’ grande statua di Lenin di tutta l’URSS (rimossa durante le proteste).
Cosi’, quando nel febbraio 2014 sono cominciate le proteste, l’amministrazione regionale (Oblast) fu stata occupata da manifestanti filo-ucraini in supporto della rivoluzione di Maidan. In seguito (aprile 2014) l’amministrazione venne nuovamente occupata, stavolta da manifestanti filo-russi. Come ha ben sintetizzato un’amica (e supportato da questo studio) “Kharkiv could have flipped both sides… there were definitely powerful forces in place in support of either side” [Kharkiv sarebbe potuta andare da una parte come dall’altra… c’erano pressioni importanti da entrambe le parti].

Questa situazione continua ad essere particolarmente visibile in citta’ anche oggi: nella via principale, tutte le decorazioni natalizie sono adornate dalla bandiera ucraina “to remind themselves where they belong to” [per ricordarsi dove appartengono], dice la mia amica. In effetti, allo stesso tempo si continuano a vedere in giro tracce del passato sovietico che in altre citta’ ucraine sono prontamente rimosse (o, perlomeno, oscurate): falci e martelli ancora incastonati nei palazzi e murales di eroi di guerra sovietici perfettamente tenuti.
Nella piazza centrale rimane una tenda pro-Maidan e poster che ricordano il malefico imperialismo russo e a supporto dei militari ucraini impegnati ad est contro le regioni separatiste, ma quasi nessuno vi va piu’ e ad ascoltare Alex (originario proprio di Kharkiv), la maggioranza della popolazione preferirebbe vederla sparire (mentre nel 2015 si pensava di ricostruire la statua di Lenin).
Persino Kernes, l’attuale sindaco di Kharkiv sosteneva Yanukovich e, dopo una breve fuga in Russia durante la “rivoluzione” di Maidan, nel 2015 e’ stato rieletto con oltre il 68% dei voti.

Sebbene oggi esistano voli diretti (low cost) per Roma, Londra e altre citta’, l’inglese e’ meno diffuso che a Kyiv e il capitalismo dei grandi gruppi globali meno appariscente. Permane, insomma, molto piu’ forte che nella capitale, la sensazione che questa parte di mondo non sia ancora integrata nel sistema globale occidente-centrico.
Se parlare di un “limbo” per Khariv sarebbe troppo, non si puo’ fare a meno di notare come la transizione verso l’occidente proceda qui con un passo assai diverso rispetto a Kyiv e l’ovest dell’Ucraina. In questo senso, Kharkiv da’ una vaga idea di come debbano sentirsi le persone a Donetsk o Luhansk.
La situazione politica e’ abbastanza definita (salvo il conflitto con la Russia non abbia un’escalation), quella culturale tuttora fluida e probabilmente pende ancora in direzione opposta al sistema istitutizionale. Se e quando si allineeranno non mi e’ possibile dirlo.
Kharkiv forse diventera’ progressivamente piu’ ucraina, piu’ globalizzata, piu’ filo-europea e occidentale. Ma sara’ ancora un lungo viaggio.

Non si puo’ evitare di domandarsi, infine, cosa sarebbe stato dell’Ucraina se nel 2014 Kharkiv fosse “flipped” verso la Russia: un importante centro industriale, anche militare, perso forse irrimediabilmente; oltre a un punto strategico che (ipoteticamente) avrebbe tagliato l’intero nord dell’Ucraina e potenzialmente minacciato direttamente Kyiv.

Cartoline sfocate dall’Ucraina – memorie di un paese in punto di morte (parte 4)

Come tutti quelli della mia generazione, mi trovo nella peculiare condizione di avere e non avere vissuto in un’epoca in cui c’era l’Unione Sovietica: nato troppo tardi per averne reale memoria, ma troppo presto perché fosse già completamente scomparsa.
Sopratutto, quindi, ho una vaghi ricordi del collasso e della transizione che ha accompagnato i paesi del blocco sovietico in quel periodo compreso fra i tardi anni ’80 e la prima metà degli anni ’90.

Erano le ultime pagine dei libri di storia, pagine lette in fretta gli ultimi giorni di scuola, che si fondevano nella cronaca confusa e già allora sfocata. Erano le voci dei tg e i discorsi dei genitori. Erano i resoconti di rari viaggi “oltrecortina” di amici e parenti. Erano immagini di carri armati per strada a Mosca e popoli messi di fronte al crollo di un sistema. Era lo spaesamento, aldiqua e aldilà della “cortina”. Erano le poesie di Evtushenko, o le canzoni di Bennato.

Per anni, il crollo dell’Unione Sovietica è stato per me solo materia di allusioni e flash, quasi allucinazioni. Più tardi ho cominciato a comprenderne l’impatto materiale per le persone: la fine di un sistema sanitario e di tutele e oppressioni che costituivano la vita di tutti i giorni, la fame. Ma tutto questo restava immaginazione, astrazione.

Qualche settimana fa, per la prima volta, ne ho avuto un’idea concreta: Oleksandr, un collega a Kyiv mi ha raccontato un pò della sua giovinezza a Kharkiv, una città ad est dell’Ucraina. Siamo abbastanza coetanei perché possa immedesimarmi nelle sue vicissitudini. Ha cominciato a raccontarmi di quel periodo in cui -a spanne- doveva essere ai primi anni di liceo.

Mi ha raccontato di suo padre, ingegnere impiegato in un’impresa che produceva componenti aerospaziali. L’impresa esiste ancora, ma in pochi anni hanno dovuto chiudere un reparto dopo l’altro e lasciare a casa centinaia di lavoratori: operai, tecnici, ingegneri, ricercatori, esperti di fisica avanzata. La stessa cosa, nel giro di poco tempo, è accaduta a sua madre: licenziata dal suo lavoro di traduttrice, e per fortuna ha poi trovato lavoro come insegnante di lingue.
Mi ha raccontato degli edifici scuri, che quando si apriva il portone del palazzo sembrava di entrare in un piccolo inferno, buio e col vapore che riempiva la stanza. Si rubavano le lampadine, perché non se ne trovavano più sul mercato, e le tubature dell’acqua rilasciavano vapore ovunque, perché nessuno le riparava più.
Mi ha raccontato di come entrassero nell’androne coi pugni serrati davanti al volto, pronti a colpire nel caso vi fosse qualche malintenzionato nascosto.
Mi ha raccontato dei piccoli furti che tutti commettevano per sopravvivere o per vivere appena un pò meglio, di come questi furtarelli (non so come altro descriverli) avvenissero anche fra amici: si andava in bagno, si svitava la lampadina funzionante e la si sostituiva con una rotta, oppure ci si arrotolava carta igienica attorno alle braccia, per portarne a casa un pò.
Mi ha raccontato dei pranzi striminziti, della carne che a volte non si vedeva per settimane, sostituita dalla soia. Mi ha raccontato dei licenziamenti, della disoccupazione che colpiva ovunque.

Oggi parliamo tanto di memoria, della necessità di ricordare le malefatte passate, specie dinnanzi alla progressiva scomparsa dei testimoni diretti. E un pò si comincia a ragionare su cosa sia stato quel crollo, quella transizione a tappe forzate verso il capitalismo. Cominciano ad esserci studi sull’impatto che questo ha avuto per le persone: la fine del sistema sanitario e la ricomparsa epidemica di tubercolosi e HIV. Oggi l’Ucraina ha uno dei tassi di tubercolosi farmaco-resistente più alto al mondo e se certo il sistema sovietico non era ideale (nella sanità come altrove), il crollo di questo ha aperto una voragine di cui tuttora si pagano le conseguenze. Enormi.

E tutto questo, in modi diversi, è accaduto in tutto il mondo, specie in Africa, dai tardi anni ’70 ai primi anni ’90.

Ma la storia la scrivono sempre i cacciatori, mai i leoni. Nessuno oggi si prende la briga di andare a chieder conto a dirigenti del Fondo Monetario Internazionale o della Banca Mondiale per le politiche che hanno imposto in quei paesi. Ma a quanti morti ammontano, quelle politiche?
E tutti abbiamo visto come la stessa ricetta sia stata ripetuta, in Europa, non più di dieci anni fa…

Lo strano natale ed io

Ho sempre avuto un rapporto conflittuale col natale, almeno da quando ricordi: l’ultimo natale veramente, interamente sereno, felice, senza conflitti o problemi di sorta a mia memoria risale al 1998. Ma potrei sbagliare.
Intendiamoci, nulla di trascendentale: nessun lutto, nessun litigio fuori misura… solo quel malumore che mi ha sempre catturato la mattina del 25 dicembre, rendendo la giornata di difficile sopportazione (per non dire uno strazio) per me e per gli altri.
Ho anche provato, occasionalmente, a soprassedere a questo malumore e approcciare la giornata in modo decente, ma (a memoria) il meglio che sono riuscito a fare è stato mischiare il sarcasmo con l’alcol. Sospendo i giudizi.

Non saprei neanche dire perché ho questa antipatia per la giornata di festa, forse per una specie di conflitto interno tuttora irrisolto (un’amica ne ha trovato una sintesi eccezionale, ma la tengo per me), forse perché mal sopporto questa bontà di facciata, questo incontro forzato con persone con le quali condividiamo solo pochi tratti biologici e nessun tema ideale. O forse è soprattutto malessere verso ogni forma di ritualità a nascondere il vuoto.

Così, per parecchi anni ho provato a disertare il natale in famiglia. La prima volta in cui ci andai abbastanza vicino era il 2010: ero a Lyon e cercai di non prenotare un volo fino all’ultimo momento. Rientrai il 23 dicembre.
Un paio di anni dopo ho approfittato del fatto di avere qualcuno da visitare in Australia: il 23 dicembre sono partito e mi son trovato a spendere il natale con lontani parenti ad Adelaide. E’ stato un dei migliori da un bel po’ di tempo.

Quest’anno, complice il nuovo lavoro e il fatto di non aver ferie, mi son trovato “bloccato” a Kyiv. E’ la prima volta in vita che spendo il natale senza parenti, prossimi o no.

E’ un natale strano. Non me ne lamento, anzi. Ma non posso fare a meno di notare la dissonanza rispetto all’idea di “natale” con cui sono cresciuto e con cui mi sono sempre dovuto confrontare.
Complice il fatto che il natale ortodosso, festeggiato dalla larga maggioranza della popolazione in Ucraina, cade il 7 gennaio (causa calendario), a Kyiv il 25 dicembre non è una ricorrenza sentita. Sebbene da un paio di anni sia festa nazionale, in pratica non vi sono celebrazioni particolari.
In ufficio abbiamo fatto un piccolo party il 21, ma il 24 eravamo comunque al lavoro, con un tempismo che rompeva il ritmo della festività.

Così ho quasi “costretto” i coinquilini ad una cena pre-natalizia il 24, senza che ciò -almeno per me- rievocasse alcuno “spirito” particolare. Non parlo di alcuna spiritualità religiosa (forse per loro, credenti, qualcosa del genere c’era), ma di un indefinito sentimento di comunione con persone care. Non fraintendetemi: è stata una bella cena, ma (salvo eccezioni) è difficile avere un attaccamento profondo verso persone che si conosce da appena tre mesi, no? Francamente, non so neppure se sento qualcosa del genere quando passo il natale in famiglia, forse è solo una ritualità cerimoniale data da troppe portate e una tavola imbandita che non siamo riusciti a riprodurre.
Lo stesso è accaduto nella giornata del 25: mi sono alzato relativamente presto e ho deciso di andare a camminare per Kyiv, nonostante i -4°. L’atmosfera imbiancata certo aiuta, ma solo vagamente. Infine la sera mi sono concesso un paio di birre a cena con una collega.
Questo è stato il mio primo natale “sul campo”.

Un natale strano: avrebbe potuto essere un qualsiasi altro giorno e non sarebbe cambiato nulla. Neanche il fatto di non essere al lavoro l’ha distinto dal resto dei giorni (in fondo tanti lavorano a natale, non vedo cosa dovrebbe cambiare per me). Anzi, paradossalmente per un po’ di tempo ho pensato che lavorare a natale avrebbe aiutato ad apprezzarne il senso, nel dedicarsi a qualcosa che trascende noi stessi. Non mi è ancora capitato.
Non so, in tutta franchezza, cosa trarre da questo natale. Cosa pensare.
Solo per un momento ho sentito qualcosa di simile allo spirito natalizio, ma è stata una sensazione indefinita che ancora faccio fatica a decifrare e già pare ormai passata:  il 21, il collega con cui condivido l’ufficio mi ha regalato un boccale da birra da Lviv e mi hanno consegnato una busta, proveniva dal quartier generale dell’organizzazione per cui lavoro e conteneva una copia di Internazionale e una t-shirt di “milioni di passi“: i regali per questo natale. In quel momento, ho avuto il pensiero che qualcuno aveva pensato a me senza ragione apparente. Poi tutto ha ripreso il suo corso.

Pensare agli altri, forse è questo -ridotto all’osso- lo “spirito” del natale. Il guaio è che la ritualità ha ridotto questa ricorrenza ad una formalità, ad un’aspettativa: sappiamo tutti che il 25 dicembre arriveranno dei regali da parte di Tizio, Caio o Sempronio e il pensiero che quegli oggetti dovrebbero incorporare viene totalmente assorbito dall’oggetto stesso e dalla sua incapacità di rispondere ai desideri, alle aspettative.
Forse natale dovrebbe essere una sorpresa.
Forse dovremmo riflettere maggiormente sull’idea del “dono” (Mauss docet) e di “gratuità” che dovrebbe sottendere allo spirito natalizio: una cosa non ci è data in dono (quindi “gratuitamente”) per il solo fatto di non avere un prezzo attaccato ad essa, ma dovrebbe essere anche (cito) “senza la corresponsione di una ricompensa”, “concesso in assoluta libertà, senza particolare diritto o merito in chi riceve”, ” immotivato, arbitrario”. Tutte cose che i regali natalizi non sono (o non sono più).

In effetti, in qualche modo questo stesso tema torna anche in quel natale australiano: essere in compagnia di persone sconosciute o quasi, condividere con loro un momento di festa e -appunto- condivisione, scambiarsi regali sentendo (almeno per me) l’eccezionalità e l’unicità dell’occasione e, di conseguenza, che nulla di quei regali era ritualizzato, preordinato o dovuto. Questo aveva reso quel natale qualcosa di diverso.
E forse proprio questo è mancato nel giorno destinato: aldilà delle sorprese di venerdì, nessuno fra noi (io per primo, sebbene mi sia fatto il mazzo a cucinare la cena) ha pensato di fare, il 25 dicembre, qualcosa di speciale e inaspettato per gli altri. E certo, fare regali a sé stessi non è la stessa cosa.

O forse sono semplicemente io ad essere uno stronzo.

Ancora piu’ settimane umanitarie ed io

Qualche settimana fa, dopo uno scontro navale nello stretto di Kerch (fra Crimea e Russia) in cui battelli ucraini hanno cercato di forzare il blocco imposto dai russi, le autorita’ a Kyiv hanno imposto la legge marziale in Ucraina, praticamente uno “stato d’emergenza” che consente di derogare ad alcuni diritti costituzionali e imporre misure eccezionali di sicurezza.

La cosa ha ovviamente ha suscitato l’attenzione internazionale e una cauta allerta fra gli operatori umanitari in Ucraina. Personalmente, mi ha tenuto occupato per un paio di settimane ad esaminare i nitty gritty del diritto internazionale umanitario, senza troppe risposte ad essere sincero.
Perche’, alla fine, dietro i grandi principi occorre sempre trovare le regolette da azzeccagarbugli.

A Kyiv si vocifera dice che lo scontro sia stato volutamente provocato dal governo di Kyiv, visto che il presidente in carica Poroshenko si appresta ad un campagna elettorale che -ad ora- lo vede uscire sconfitto e potrebbe voler forzare la mano.
La proposta iniziale di introdurre la legge marziale per 60 giorni avrebbe infatti posticipato l’inizio della campagna elettorale e -con ogni probabilita’- alzare la tensione con la Russia potrebbe servire a Poroshenko per dirigere l’attenzione su temi a lui piu’ favorevoli in campagna elettorale. Tuttavia la proposta e’ stata ridimensionata dalla Verkhovna Rada (il Parlamento), che ha limitato la legge marziale a solo 10 oblast (regioni) e 30 giorni. Dovrebbe dunque finire il 26 dicembre.

Fortunatamente, fino ad ora, non si e’ visto un vero impatto della legge marziale. Kyiv non e’ fra le regioni direttamente coinvolte, ma anche altrove si sentono soprattutto notizie di esercitazioni militari. Nulla di particolarmente strano, in fondo in Ucraina rimane un conflitto attivo.
In ogni caso, tutti preparano i contingency plans: riserve di materiali, piani di fuga…

Intanto i manifesti elettorali a Kyiv si vanno molitiplicando, sopratutto quelli di Poroshenko e Yuliia Timoshenko (che, se leggo bene, arriva in questi giorni a fare gli auguri di natale…). Difficile fare previsioni: i sondaggi che i giornali riportano danno Poroshenko in svantaggio. Ma, con gli interessi in ballo, dubito della loro neutralita’ ed attendibilita’. In ogni caso, la campagna elettorale rischia di bloccare le riforme in discussione, col rischio che tutto si risolva ancora una volta in un nulla di fatto (e sara’ una lunga campagna elettorale: le elezioni parlamentari saranno sei mesi dopo, ad ottobre 2019).

Grande e’ la confusione sotto il cielo, la situazione e’ ottima! (sic)

Annotazioni su sicurezza e lavoro umanitario

Mi accingo a scrivere un post che preferirei di gran lunga evitare, specie considerando il grande rischio che quanto vado ad esprimere venga frainteso e strumentalizzato. Tuttavia, alcune recenti prese di posizioni di amici (persone anche care e verso cui nutro grande stima), mi spingono ad un lavoro chiarificatore.

Mi riferisco al caso della “cooperante” (termine orribile) italiana Silvia Romano rapita alcuni giorni fa in Kenya.
Dopo la notizia, il campo si e’ rapidamente diviso negli opposti schieramenti de “se l’e’ andata a cercare” e di coloro che invece difendevano lo spirito umanitario incarnato dalla ragazza. In entrambi i casi, a parer mio, si e’ giunti al ridicolo con prese di posizione tipo quella di Gramellini secondo cui la ragazza avrebbe potuto trovare occasioni di volontariato anche a casa, in Italia, e quella opposta di Repubblica che pubblicava risposte di altri operatori umanitari che spiegavano le loro storie e perche’ non sono “sprovveduti”.

Per quanto trovi la posizione di Gramellini (e altri come lui) assolutamente infondata (peggio: pare una riedizione del motto “prima gli italiani”), e’ proprio dell’ultimo caso che voglio occuparmi. Perche’, a mio avviso, in questa narrativa risiede un enorme problema.

Il problema nel difendere il mondo umanitario difendendo l’attivita’ di Silvia Romano e’ che si finisce per accumunare due realta’ che sono invece profondamente differenti. E si finisce per cercare di difendere dei comportamenti della seconda che per gli operatori umanitari sono invece assolutamente indifendibili.

In parole povere, ammesso e non concesso che quanto riportato dal precedente capo di Silvia Romano sia corretto (ovvero che la ragazza e’ andata da sola in un villaggio isolato, senza supporto alcuno), ci troveremmo dinnanzi ad una palese violazione delle piu’ elementari regole di sicurezza in ambito umanitario.
Edit: per correttezza e completezza, aggiungo che secondo la ONLUS per cui lavora Silvia Romano, il villaggio di Chakama in cui e’ avvenuto il rapimento non presentava rischi: “è un posto tranquillo non è mai successa una cosa del genere”.
Ricordo tuttavia che alcuni elementi “strutturali” di insicurezza in Kenya sono presenti da anni, non da ultimo legati proprio alla Somalia.

La prima regola che mi hanno insegnato qualche anno fa quando ho cominciato a fare volontariato con la Croce Rossa e’: primo, non mettersi in pericolo. Perche’ se mi metto in pericolo, non solo non sono di nessun aiuto alle persone che vorrei/dovrei aiutare (“salvare” mi sembra francamente eccessivo), ma altresi’ qualcuno poi deve venire ad aiutare me, con enorme spreco di risorse. Questo vale per il soccorso di un ferito in un incidente stradale, supporto psichiatrico o aiuto a bambini in paesi in via di sviluppo.
Atrimenti detto, e’ come difendere un pompiere che sia caduto dall’albero cui era salito senza imbracatura per salvare un gattino, rompendosi poi il braccio.

Silvia Romano, quindi, ha sbagliato. Punto.
In una qualsiasi organizzazione umanitaria “seria” (ovvero, che faccia una precisa analisi dei rischi), il suo comportamento sarebbe stato inaccettabile e non le sarebbe mai stato consentito di andare in quel posto, in quel modo. E se l’avesse comunque fatto, probabilmente sarebbe stata licenziata.
Di certo, se io domani prendessi e andassi da solo a Donetsk rischierei il licenziamento in tronco. Oltre a rischiare di beccarmi qualche bomba da una parte o dall’altra.

Ecco perche’ trovo questa difesa “di principio” e questo accumunare Silvia Romano con tanti altri operatori umanitari un errore da parte di Repubblica, cosi’ come dei miei amici e dei tanti commentatori del web. Perche’, banalmente, quello tenuto da Silvia Romano non e’ comportamento da operatori umanitari. Anzi, mi spiace che i colleghi intervistati non abbiano puntualizzato maggiormente su questo punto: lavorare nella cooperazione internazionale significa avere strutture e regole. Non improvvisare, non fare i “cow-boys” spacconi, non andare a cercare pericoli che si possono evitare (ce ne sono gia’ parecchi che non si possono evitare).

Difendere a spada tratta Silvia Romano in nome di un principio (il rispetto per chi dedica la propria vita, o anche solo frazioni di essa, ad aiutare gli altri) non deve distoglierci dalla critica verso i suoi errori. Cio’ non toglie, ovviamente, che anche io mi auguro torni a casa sana e salva e continui (lei come tanti altri) in questo nobile impegno. Ma seguendo le regole poste prima di tutto per la sua sicurezza.

Allo stesso modo, pensare di attaccare questa incauta ragazza per attaccare l’intero mondo della cooperazione internazionale, manca radicalmente (per fortuna) il bersaglio.

Ancora in tema di fughe

Rielaboro qui una riflessione suscitatami da questo post di Gaberricci. Gaber conclude il suo post parlando di stanchezza e della fatica che costa essere in direzione ostinata e contraria, altrimenti detto: resistere.
Infatti scrive:

stanchezza che sento io: nel momento in cui il fascismo, il razzismo, l’arbitrio dell’uomo forte sull’uomo debole, perfino le magliette con la scritta Auschwitzland fanno parte della “zona di comfort” della maggior parte dei nostri compatrioti (se non dei nostri simili), ha ancora un senso “rincorrere” l’attualità? Ha ancora un senso spiegare il perché ed il per come, tirar giù santi per la stupidità di chi ci sta intorno, invocare un’umanità che appare sempre più agonizzante, se domani uno qualsiasi dei nostri avversari, anche uno di quelli di più basso profilo, con una boiata neppure troppo arguta, potrà spostare ancora più in basso l’asticella dell’orrore? Non è mica facile gettare il proprio cuore contro un muro di pazzi, cantavano i Pink Floyd; si finisce per sentirsi (parlo per esperienza) come gli uomini che parteciparono attivamente alle lotte degli anni Settanta e che poi, d’improvviso, si ritrovarono catapultati nel mondo della “Milano da bere” e dei paninari.
Non c’è da stupirsi, se molti finirono nell’eroina, e quasi tutti gli altri nel porcile del
new age.

Forse perché la stanchezza è stata un tema importante nei miei pensieri qualche tempo fa, il passaggio del post che precede mi spinge a parecchie riflessioni, che ho provato ad affrontare nei commenti e vorrei cercare di portare un passo oltre.

Risaliamo la corrente.
Innanzitutto, trovo facile vedere il “fil rouge” che collega eroina e dottrine new age: per quanto magari paradossale, in fondo sono sempre due modi per evarere questa realtà opprimente che abbiamo costruito (e, come il wall dei Pink Floyd, continuiamo a rafforzare da decenni). Ad esse potremmo aggiungere tante altre forme di estraneamento più o meno socialmente accettate (e il livello di accettazione sociale sarebbe un tema/indicatore da affrontare molto nel dettaglio) – pensiamo a “Il nuovo mondo. Il tutto con buon collegamento alle patologie psichiche dilaganti. E potremmo buttarci dentro anche Terzani, pace sua, che in fondo già aveva intravisto parte di tutto questo nel 1992.

Mi affascina di più il passaggio immediatamente precedente nel post di Gaber, il momento in cui ci si chiede se “ha ancora un senso”, il momento prima di “mollare tutto”, prima di chiamarsi fuori e trovare un’altra forma di fuga (droga, new age…), il momento in cui ancora si persiste nel resistere.
La domanda che mi pongo, dunque è: cosa spinge a persistere?
Questo, come ben si capisce, è faticoso, ci consuma. Spesso senza giungere a risultati.

Non dovremmo chiederci se anche quel “gettare il cuore contro il muro” (camussianamente: la lotta) non è che una forma di fuga dalla realtà? Una forma di rifiuto? Dell’assurdo che è il reale, credo direbbe Camus.
Sono portato a pensare sia cosi’.
In termini psichici (senza sapere alcunché di psicologia), credo questo desiderio di fuga/lotta potrebbe essere visto sia come una terapia (dall’assurdità del reale), sia come una patologia (l’incapacità di adattarvisi), dipende da dove si traccia la linea, dove si ferma l’ostinazione.
Suppongo l’equilibrio dovrebbe essere nel lottare fino ad un certo punto. Ma individuare fino a quale punto si debba ostinarsi e resistere è la parte più difficile (in ogni attività umana, oserei dire). E diventa enormente difficile se, come ricorda Gaber, viviamo in tempi tanto assurdi (vedasi l’infame maglietta)?
L’esempio della maglietta è particolarmente proficuo, perché illustra al contempo la necessità e l‘assurdità della lotta: come si puo’ non lottare contro una realtà simile? E come si puo’ lottarvi contro? Il compito è tanto più necessario quanto impossibile (sisyphean).

Allora: è più salutare abbandonare la lotta o tuffarvicisi ancora di più?
Certo, come scriveva il buon Camus “Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”. Ma quanto puo’ durare?
Forse l’ostinazione nella lotta (anche come strumento per rinnegare o evadere la realtà) è demenziale nel impedire l’adattamento al contesto, la socializzazione. Ma al tempo stesso, non è una valvola di sfogo “migliore” delle alternative in cui molti sono caduti?

E’ forse un caso che proprio Camus -che probabilmente aveva intravisto tutto- nel suo libro su Sisifo vuole parlare di suicidio? La forma suprema di fuga.

L’unica risposta sensata cui riesco a pensare è che non dovremmo arrivare a questo punto. Dovremmo poter costruire una realtà diversa, foss’anche come via di fuga, che ci risparmi di arrivare a questo estremo. Un po’ come le isole di Huxley in cui vengono confinati coloro che si ribellano al Nuovo Mondo (dovremmo forse riconoscere che questa fu l’intuizione migliore di Huxley?).
E’ pur vero che, come scrivevo all’inizio, questa realtà ci offre tante occasioni di fuga socialmente accettate: dalle nottate in discoteca ai rave, dai parchi divertimenti ai paradisi tropicali. Fino alle missioni umanitarie. Allora, non è un problema solo nostro se siamo noi “gli unici” (i pochi?) a non saperci adattare a questa realtà?
Se qualcuno ricorda il film “Le vite degli altri“, questo si apre con uno scrittore della DDR che prepara un reportage per il settimanale Der Spiegel su come il regime dell’est avesse intenzionalmente cessato di raccogliere dati sui suicidi… Forse anche questo nostro mondo post-fine della storia meriterebbe un’analisi simile.
Non a caso, fra le tante (magari demenziali) motivazioni che alcuni giovani foreign fighters hanno indicato nell’abbandonare le loro vite “occidentalizzate” e raggiungere l’ISIS vi fosse anche qualcosa di assimilabile a questo desiderio di fuga, a questa necessità di una vita diversa (per citare Gaber).

Gaberricci ha cortesemente risposto ai miei commenti, riporto in particolare il passaggio che segue:

La grande differenza tra la lotta e qualunque altra forma di fuga, però, è che la lotta, alla lunga, soffrendo, venendo travolti dallo scoramento di mille sconfitte, alla fine qualcosa riesce a cambiarlo; poi quel cambiamento viene fagocitato e trasformato in qualcosa di completamente diverso (vedi il ’68 o le molte conquiste nel campo del mercato del lavoro)… però qualcosa è cambiato, e delle persone vivono meglio. Com’è che diceva quel film con Liam Neeson, citando un libro di qualche millennio fa? Chi salva una vita, salva il mondo intero.

La differenza è certo grande. E proprio questa enorme differenza, secondo me, è una delle ragioni per cui tanti poi alla fine mollano, abbandonano la lotta.
In primo luogo, una delle caratteristiche peculiari del neoliberismo è proprio quella di “evolvere”, inglobando in se’ parte delle critiche, senza tuttavia cambiare il sistema nel suo complesso. Forse una persona (una vita) vivra’ meglio, ma quante continuano a vivere di merda, anzi sempre peggio? La citazione della Torah è bellissima, ma cos’altro? Davvero possiamo salvare il mondo una vita alla volta? Oggi come oggi, non credo. Sarà che personalmente ho qualche problema con queste metafisiche estremamente individualizzate, ma mi lascia perplesso. Tanto più che l’individualizzazione, l’atomizzazione dei problemi e delle (ipotetiche) soluzioni è proprio uno dei cardini del sistema contemporaneo.
In secondo luogo, a partire da quanto sopra, la scelta di “chiamarsi fuori” non è forse dettata proprio dalla constatazione, dall’accettazione, che cambiare un pezzettino sia -sostanzialmente- inutile?

Credevo, e in qualche modo confuso continuo a credere, che la differenza fra queste tipologie di fuga risieda nel fatto che droga, dottrine new age, rave, etc. etc. etc. sono estraneazioni dalla realtà che ci circonda, dal contesto, sono un distogliere lo sguardo (dai problemi), mentre la lotta al contrario consiste prima di tutto nel fermare, focalizzare lo sguardo, nel portare l’azione dentro la realtà stessa. In quanto tale, la lotta è paradosso: è al tempo stesso rinnegare il contesto e volervi fermamente restare ancorati.
E forse proprio per questo, per questa sua natura essenzialmente dissociativa, per il suo richiedere di essere al contempo dentro&fuori, la lotta è cosi’ stancante, cosi’ prona a consumare chi vi si dedica, anche in senso psichico.