Annotazioni su sicurezza e lavoro umanitario

Mi accingo a scrivere un post che preferirei di gran lunga evitare, specie considerando il grande rischio che quanto vado ad esprimere venga frainteso e strumentalizzato. Tuttavia, alcune recenti prese di posizioni di amici (persone anche care e verso cui nutro grande stima), mi spingono ad un lavoro chiarificatore.

Mi riferisco al caso della “cooperante” (termine orribile) italiana Silvia Romano rapita alcuni giorni fa in Kenya.
Dopo la notizia, il campo si e’ rapidamente diviso negli opposti schieramenti de “se l’e’ andata a cercare” e di coloro che invece difendevano lo spirito umanitario incarnato dalla ragazza. In entrambi i casi, a parer mio, si e’ giunti al ridicolo con prese di posizione tipo quella di Gramellini secondo cui la ragazza avrebbe potuto trovare occasioni di volontariato anche a casa, in Italia, e quella opposta di Repubblica che pubblicava risposte di altri operatori umanitari che spiegavano le loro storie e perche’ non sono “sprovveduti”.

Per quanto trovi la posizione di Gramellini (e altri come lui) assolutamente infondata (peggio: pare una riedizione del motto “prima gli italiani”), e’ proprio dell’ultimo caso che voglio occuparmi. Perche’, a mio avviso, in questa narrativa risiede un enorme problema.

Il problema nel difendere il mondo umanitario difendendo l’attivita’ di Silvia Romano e’ che si finisce per accumunare due realta’ che sono invece profondamente differenti. E si finisce per cercare di difendere dei comportamenti della seconda che per gli operatori umanitari sono invece assolutamente indifendibili.

In parole povere, ammesso e non concesso che quanto riportato dal precedente capo di Silvia Romano sia corretto (ovvero che la ragazza e’ andata da sola in un villaggio isolato, senza supporto alcuno), ci troveremmo dinnanzi ad una palese violazione delle piu’ elementari regole di sicurezza in ambito umanitario.
Edit: per correttezza e completezza, aggiungo che secondo la ONLUS per cui lavora Silvia Romano, il villaggio di Chakama in cui e’ avvenuto il rapimento non presentava rischi: “è un posto tranquillo non è mai successa una cosa del genere”.
Ricordo tuttavia che alcuni elementi “strutturali” di insicurezza in Kenya sono presenti da anni, non da ultimo legati proprio alla Somalia.

La prima regola che mi hanno insegnato qualche anno fa quando ho cominciato a fare volontariato con la Croce Rossa e’: primo, non mettersi in pericolo. Perche’ se mi metto in pericolo, non solo non sono di nessun aiuto alle persone che vorrei/dovrei aiutare (“salvare” mi sembra francamente eccessivo), ma altresi’ qualcuno poi deve venire ad aiutare me, con enorme spreco di risorse. Questo vale per il soccorso di un ferito in un incidente stradale, supporto psichiatrico o aiuto a bambini in paesi in via di sviluppo.
Atrimenti detto, e’ come difendere un pompiere che sia caduto dall’albero cui era salito senza imbracatura per salvare un gattino, rompendosi poi il braccio.

Silvia Romano, quindi, ha sbagliato. Punto.
In una qualsiasi organizzazione umanitaria “seria” (ovvero, che faccia una precisa analisi dei rischi), il suo comportamento sarebbe stato inaccettabile e non le sarebbe mai stato consentito di andare in quel posto, in quel modo. E se l’avesse comunque fatto, probabilmente sarebbe stata licenziata.
Di certo, se io domani prendessi e andassi da solo a Donetsk rischierei il licenziamento in tronco. Oltre a rischiare di beccarmi qualche bomba da una parte o dall’altra.

Ecco perche’ trovo questa difesa “di principio” e questo accumunare Silvia Romano con tanti altri operatori umanitari un errore da parte di Repubblica, cosi’ come dei miei amici e dei tanti commentatori del web. Perche’, banalmente, quello tenuto da Silvia Romano non e’ comportamento da operatori umanitari. Anzi, mi spiace che i colleghi intervistati non abbiano puntualizzato maggiormente su questo punto: lavorare nella cooperazione internazionale significa avere strutture e regole. Non improvvisare, non fare i “cow-boys” spacconi, non andare a cercare pericoli che si possono evitare (ce ne sono gia’ parecchi che non si possono evitare).

Difendere a spada tratta Silvia Romano in nome di un principio (il rispetto per chi dedica la propria vita, o anche solo frazioni di essa, ad aiutare gli altri) non deve distoglierci dalla critica verso i suoi errori. Cio’ non toglie, ovviamente, che anche io mi auguro torni a casa sana e salva e continui (lei come tanti altri) in questo nobile impegno. Ma seguendo le regole poste prima di tutto per la sua sicurezza.

Allo stesso modo, pensare di attaccare questa incauta ragazza per attaccare l’intero mondo della cooperazione internazionale, manca radicalmente (per fortuna) il bersaglio.

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Ancora in tema di fughe

Rielaboro qui una riflessione suscitatami da questo post di Gaberricci. Gaber conclude il suo post parlando di stanchezza e della fatica che costa essere in direzione ostinata e contraria, altrimenti detto: resistere.
Infatti scrive:

stanchezza che sento io: nel momento in cui il fascismo, il razzismo, l’arbitrio dell’uomo forte sull’uomo debole, perfino le magliette con la scritta Auschwitzland fanno parte della “zona di comfort” della maggior parte dei nostri compatrioti (se non dei nostri simili), ha ancora un senso “rincorrere” l’attualità? Ha ancora un senso spiegare il perché ed il per come, tirar giù santi per la stupidità di chi ci sta intorno, invocare un’umanità che appare sempre più agonizzante, se domani uno qualsiasi dei nostri avversari, anche uno di quelli di più basso profilo, con una boiata neppure troppo arguta, potrà spostare ancora più in basso l’asticella dell’orrore? Non è mica facile gettare il proprio cuore contro un muro di pazzi, cantavano i Pink Floyd; si finisce per sentirsi (parlo per esperienza) come gli uomini che parteciparono attivamente alle lotte degli anni Settanta e che poi, d’improvviso, si ritrovarono catapultati nel mondo della “Milano da bere” e dei paninari.
Non c’è da stupirsi, se molti finirono nell’eroina, e quasi tutti gli altri nel porcile del
new age.

Forse perché la stanchezza è stata un tema importante nei miei pensieri qualche tempo fa, il passaggio del post che precede mi spinge a parecchie riflessioni, che ho provato ad affrontare nei commenti e vorrei cercare di portare un passo oltre.

Risaliamo la corrente.
Innanzitutto, trovo facile vedere il “fil rouge” che collega eroina e dottrine new age: per quanto magari paradossale, in fondo sono sempre due modi per evarere questa realtà opprimente che abbiamo costruito (e, come il wall dei Pink Floyd, continuiamo a rafforzare da decenni). Ad esse potremmo aggiungere tante altre forme di estraneamento più o meno socialmente accettate (e il livello di accettazione sociale sarebbe un tema/indicatore da affrontare molto nel dettaglio) – pensiamo a “Il nuovo mondo. Il tutto con buon collegamento alle patologie psichiche dilaganti. E potremmo buttarci dentro anche Terzani, pace sua, che in fondo già aveva intravisto parte di tutto questo nel 1992.

Mi affascina di più il passaggio immediatamente precedente nel post di Gaber, il momento in cui ci si chiede se “ha ancora un senso”, il momento prima di “mollare tutto”, prima di chiamarsi fuori e trovare un’altra forma di fuga (droga, new age…), il momento in cui ancora si persiste nel resistere.
La domanda che mi pongo, dunque è: cosa spinge a persistere?
Questo, come ben si capisce, è faticoso, ci consuma. Spesso senza giungere a risultati.

Non dovremmo chiederci se anche quel “gettare il cuore contro il muro” (camussianamente: la lotta) non è che una forma di fuga dalla realtà? Una forma di rifiuto? Dell’assurdo che è il reale, credo direbbe Camus.
Sono portato a pensare sia cosi’.
In termini psichici (senza sapere alcunché di psicologia), credo questo desiderio di fuga/lotta potrebbe essere visto sia come una terapia (dall’assurdità del reale), sia come una patologia (l’incapacità di adattarvisi), dipende da dove si traccia la linea, dove si ferma l’ostinazione.
Suppongo l’equilibrio dovrebbe essere nel lottare fino ad un certo punto. Ma individuare fino a quale punto si debba ostinarsi e resistere è la parte più difficile (in ogni attività umana, oserei dire). E diventa enormente difficile se, come ricorda Gaber, viviamo in tempi tanto assurdi (vedasi l’infame maglietta)?
L’esempio della maglietta è particolarmente proficuo, perché illustra al contempo la necessità e l‘assurdità della lotta: come si puo’ non lottare contro una realtà simile? E come si puo’ lottarvi contro? Il compito è tanto più necessario quanto impossibile (sisyphean).

Allora: è più salutare abbandonare la lotta o tuffarvicisi ancora di più?
Certo, come scriveva il buon Camus “Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”. Ma quanto puo’ durare?
Forse l’ostinazione nella lotta (anche come strumento per rinnegare o evadere la realtà) è demenziale nel impedire l’adattamento al contesto, la socializzazione. Ma al tempo stesso, non è una valvola di sfogo “migliore” delle alternative in cui molti sono caduti?

E’ forse un caso che proprio Camus -che probabilmente aveva intravisto tutto- nel suo libro su Sisifo vuole parlare di suicidio? La forma suprema di fuga.

L’unica risposta sensata cui riesco a pensare è che non dovremmo arrivare a questo punto. Dovremmo poter costruire una realtà diversa, foss’anche come via di fuga, che ci risparmi di arrivare a questo estremo. Un po’ come le isole di Huxley in cui vengono confinati coloro che si ribellano al Nuovo Mondo (dovremmo forse riconoscere che questa fu l’intuizione migliore di Huxley?).
E’ pur vero che, come scrivevo all’inizio, questa realtà ci offre tante occasioni di fuga socialmente accettate: dalle nottate in discoteca ai rave, dai parchi divertimenti ai paradisi tropicali. Fino alle missioni umanitarie. Allora, non è un problema solo nostro se siamo noi “gli unici” (i pochi?) a non saperci adattare a questa realtà?
Se qualcuno ricorda il film “Le vite degli altri“, questo si apre con uno scrittore della DDR che prepara un reportage per il settimanale Der Spiegel su come il regime dell’est avesse intenzionalmente cessato di raccogliere dati sui suicidi… Forse anche questo nostro mondo post-fine della storia meriterebbe un’analisi simile.
Non a caso, fra le tante (magari demenziali) motivazioni che alcuni giovani foreign fighters hanno indicato nell’abbandonare le loro vite “occidentalizzate” e raggiungere l’ISIS vi fosse anche qualcosa di assimilabile a questo desiderio di fuga, a questa necessità di una vita diversa (per citare Gaber).

Gaberricci ha cortesemente risposto ai miei commenti, riporto in particolare il passaggio che segue:

La grande differenza tra la lotta e qualunque altra forma di fuga, però, è che la lotta, alla lunga, soffrendo, venendo travolti dallo scoramento di mille sconfitte, alla fine qualcosa riesce a cambiarlo; poi quel cambiamento viene fagocitato e trasformato in qualcosa di completamente diverso (vedi il ’68 o le molte conquiste nel campo del mercato del lavoro)… però qualcosa è cambiato, e delle persone vivono meglio. Com’è che diceva quel film con Liam Neeson, citando un libro di qualche millennio fa? Chi salva una vita, salva il mondo intero.

La differenza è certo grande. E proprio questa enorme differenza, secondo me, è una delle ragioni per cui tanti poi alla fine mollano, abbandonano la lotta.
In primo luogo, una delle caratteristiche peculiari del neoliberismo è proprio quella di “evolvere”, inglobando in se’ parte delle critiche, senza tuttavia cambiare il sistema nel suo complesso. Forse una persona (una vita) vivra’ meglio, ma quante continuano a vivere di merda, anzi sempre peggio? La citazione della Torah è bellissima, ma cos’altro? Davvero possiamo salvare il mondo una vita alla volta? Oggi come oggi, non credo. Sarà che personalmente ho qualche problema con queste metafisiche estremamente individualizzate, ma mi lascia perplesso. Tanto più che l’individualizzazione, l’atomizzazione dei problemi e delle (ipotetiche) soluzioni è proprio uno dei cardini del sistema contemporaneo.
In secondo luogo, a partire da quanto sopra, la scelta di “chiamarsi fuori” non è forse dettata proprio dalla constatazione, dall’accettazione, che cambiare un pezzettino sia -sostanzialmente- inutile?

Credevo, e in qualche modo confuso continuo a credere, che la differenza fra queste tipologie di fuga risieda nel fatto che droga, dottrine new age, rave, etc. etc. etc. sono estraneazioni dalla realtà che ci circonda, dal contesto, sono un distogliere lo sguardo (dai problemi), mentre la lotta al contrario consiste prima di tutto nel fermare, focalizzare lo sguardo, nel portare l’azione dentro la realtà stessa. In quanto tale, la lotta è paradosso: è al tempo stesso rinnegare il contesto e volervi fermamente restare ancorati.
E forse proprio per questo, per questa sua natura essenzialmente dissociativa, per il suo richiedere di essere al contempo dentro&fuori, la lotta è cosi’ stancante, cosi’ prona a consumare chi vi si dedica, anche in senso psichico.

47. Henry Miller

The best way to get over a woman is to turn her into literature”.

Henry Miller

Qualche settimana umanitaria (ed io)

Sono a Kyiv ormai da alcune settimane e finalmente sono riuscito a vedere il progetto su cui stiamo lavorando. Due ore di strada fuori dalla capitale iniziano a portarti in un mondo completamente diverso. Un mondo di anacronismi (tema per un altro post).

Gia’ solo uscire dalla metropoli consente di capire perche’ questa e’ considerata una missione “di lusso” (specie per l’ufficio coordination nella capitale): la citta’ di Kyiv, nonostante l’isolamento che le barriere linguistiche possono creare, resta una grande, moderna citta’ con tutti i suoi privilegi e le sue comodita’.

proxy.duckduckgo.com

Da qualche parte nella zona cerchiata

Basta uscire e si comincia ad entrare in un mondo diverso, un mondo nel quale la “globalizzazione” assume una prospettiva differente e nel quale si possono ancora osservare (quasi) intatte le diversita’ nazionali che il periodo a cavallo fra fine 1800 e la prima meta’ del 1900 ha tanto forzosamente rimarcato.  Certo, questo rimane vero fino ad un certo punto (infra).

Arrivo cosi’ all’ufficio presso il sanatorium cittadino. Due cose colpiscono: l’ambiente vagamente trasandato e il costante movimento.
Se a Kyiv gli uffici delle ONG e delle varie organizzazioni internazionali sono quasi sempre posti curati, con arredamento nuovo, spazi accoglienti e confortevoli, dalle finiture nuove e moderne, qui l’ufficio mostra le classiche pecche che ci si aspetta dai paesi in via di sviluppo: qualche crepa sui muri, pareti dalle pitture improbabili, serramenti datati e spifferi, spazi quasi angusti per l’affollamento dello staff.
Poi, il movimento: nell’ufficio della coordination, ciascuno ha il suo comodo spazio ben definito nel quale insediarsi ogni mattina appena arrivato in ufficio per allontanarsene raramente durante la giornata. Presso il progetto, invece, quasi tutti sono costantemente in transito: medici, infermieri, assistenti sociali e psicologi effettuano visite giornaliere, spesso distanti svariate ore di strada e tutto lo staff attorno a loro si muove per assicurare che ogni cosa possa svolgersi a dovere. Insomma: seppure nella tranquillita’ del progetto, qui c’e’ l’azione.

Il terzo aspetto che si nota e’ la ricomparsa degli spazi (e, con essi, del tempo): nella metropoli, tutto e’ relativamente concentrato e anche se spostarsi da una parte all’altra puo’ richiedere abbastanza tempo, questo e’ soprattutto dettato dal traffico. Qui nella provincia, invece, le distanze si fanno veramente significative: alcuni dei pazienti che assistiamo sono a circa 3 ore di strada, circostanza che rende di per se’ proibitivo l’obiettivo di svolgere visite casalinghe/ambulatoriali quotidiane o quasi. Anche con pochi pazienti, servirebbe un team enorme per seguirli costantemente come il protocollo medico vorrebbe. E figurasi se domani lo Stato ucraino avra’ i soldi (e la volonta’ di spenderli qui) per fare una cosa simile.

Poi scatta il “liberi tutti”: finisce l’orario di lavoro e si rientra a casa, che per lo staff internazionale consiste di alloggi designati. Di nuovo, si osserva il problema delle distanze: nulla di proibitivo, ma la combinazione coi requisiti di sicurezza impone di muoversi in macchina anche per rientrare a casa. Alloggi nuovi e confortevoli, come a Kyiv, che diventano una sorta di “oasi” post-lavoro, dai quali difficilmente ci si muove (anche qui: serve la macchina).
Non e’ propriamente una “bolla”, nel senso che questi spazi (nel nostro caso) non sono pensati e creati esclusivamente per expats con standard estranei a quelli locali, ma diventa una bolla nel senso che questo spazio domestico rappresenta l’unico spazio al di fuori dell’ufficio e le interazioni sono prevalentemente limitate ad altri expats nelle strette vicinanze (che, al contrario di Kyiv dove le organizzazioni internazionali sono tantissime, qui sono esclusivamente alcuni colleghi).

Cartoline sfocate dall’Ucraina – non sapevo di essere ai Caraibi (parte 3)

Mi rendo perfettamente conto che il titolo appare esageratamente sfocato, per non dire decisamente fuori luogo. Forse la sola cosa piu’ lontana nell’immaginario collettivo dai Caraibi rispetto all’Ucraina e’ la Siberia.
Eppure, mentre passeggio per Odesa (sempre trascrizione ucraina), la sensazione che ne ricavo e’ proprio questa.

Capiamoci: il cielo e’ una cappa grigia, come ci si aspetterebbe in qualche citta’ del nord Europa in questo infausto periodo (in effetti, come latitudine Odesa e’ poco sopra Bolzano – che per definizione e’ nord Europa) e il mare non si avvicina neanche lontanamente alle acque turchine dell’arcipelago centroamericano.
In effetti, la stagione e’ probabilmente la meno propizia per scoprire questa citta’ balneare nel sud-ovest dell’Ucraina, ma era anche l’ultima occasione per andarvi prima che l’arrivo dell’inverno rendesse questa visita assolutamente insensata e la scoperta della citta’ dovesse essere forzosamente rinviata al periodo estivo, quando Odesa sarebbe stata invasa da turisti. Quindi siamo andati ad Odesa, i Caraibi dell’est Europa.

La sensazione che ne ho camminando per le vie del centro e’ effettivamente confusa: l’atmosfera di mare, gli edifici storici in stile neoclassico dai colori abbastanza variegati e tutti rigorosamente alti due-tre piani ricordano da vicino i centri storici delle citta’ fondate dagli spagnoli nel centroamerica. Per me, Cuba su tutte. Forse per quell’aria un po’ decandente e decrepita che si accompagna alle citta’ post-socialiste.
In effetti il ricordo e’ corroborato proprio dal degrado urbano che affligge la citta’: i marciapiedi dissodati, i palazzoni in stile sovietico che ogni tanto appaiono fra gli edifici storici, le facciate classiche che cadono a pezzi… ricordano quella situazione di incuria cui sono abbandonate molte citta’ costiere di paesi in via di sviluppo, con un ricco patrimonio architettonico ma poca possibilita’ di recuperarlo e valorizzarlo.
Affianco a questi segni del degrado portato dal liberismo, appaiono ancora vestigia della citta’ imperiale, del suo stile e decoro: il Teatro dell’Opera perfettamente curato e altri eleganti palazzi di fine ottocento.
Nel complesso, dunque, a volte sembra di poter camminare in una strada de L’Avana o in qualche quartiere di Montevideo. Il tutto in attesa che qualche milionario non arrivi ad investire “ristrutturare” e distruggere questo patrimonio storico: proprio come nelle citta’ latinoamericane, spuntano palazzoni ipermoderni di dubbio gusto.

In fondo non e’ difficile capire perche’ questo parallelo: Odesa nasce come citta’-riscoperta della cultura greca (al momento della sua rifondazione nel 1800, era un’antica colonia greca nel Mar Nero), fondata per garantire uno sbocco sui mari dell’Europa meridionale all’impero russo e divenuta al contempo stazione balneare e fondamentale porto commerciale. Non poi cosi’ lontano dai modelli delle citta’ coloniali del centroamerica, quindi.
Cosi’ la citta’ naque sul triplice pressuposto commerciale-balneare-culturale in cui i richiami neoclassici sono ovunque: nelle facciate degli edicifi, nella statua del fondatore della citta’ duca di Richelieu vestito con una specie di toga.

Se durante l’epoca sovietica Odesa e’ stata soprattutto il piu’ importante porto commerciale dell’URSS (forse l’unico sempre libero dai ghiacci), non e’ difficile immaginare il costante traffico turistico-balneare che doveva arrivare in citta’ e continuava ad alimentarne un’atmosfera di una certa svagatezza.
Non so dire se trent’anni fa la vita ad Odesa fosse effettivamente diversa dalle rigidita’ economico-ideologiche imposte nel resto dell’Unione Sovietica (doveroso notare che gia’ nei tardi anni ’40 Isaiah Berlin evidenziava significative differenze in questo senso fra Mosca e l’allora Leningrado), ma la cosa non stupirebbe.
Di certo, alcune differenze contemporanee si sentono.

Rispetto a Kyiv si nota immediatamente come la vita paia fluire differentemente, l’atmosfera e le priorita’ siano altre: soprattutto nei tanti locali all’aperto (nonostante la stagione non eccezionale), nei viali con vista mare (meglio: sull’imponente porto) e nell’assenza degli onnipresenti riferimenti politici cui sovrabbonda Kyiv (le elezioni presidenziali nella prossima primavera, col moltiplicarsi dei poster elettorali; i manifesti celebrativi delle forze armate; i riferimenti onnipresenti alla rivoluzione di Maidan).
Qui mancano completamente sia i vecchi murales sovietici, sia gli odierni poster elettorali o che inneggiano alle forze armate ucraine impegnate nel Donbas, sia le dubbie ricostruzioni storiche che ricoleggano la guerra odierna col nazionalismo degli anni ’30.
A Odesa, la politica imperante a Kyiv sembra essere scomparsa.

Forse e’ la sensazione data da un ultimo weekend con la temperatura ancora mite, ma non credo.

Cartoline sfocate dall’Ucraina (parte 2)

Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all’Armata Rossa
di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita.”
– attribuita a Ernest Hemingway
Queste parole mi tornano in mente mentre scendo dalla collina dedicata alla Statua della Madrepatria che sovrasta Kyiv affacciandosi sul Dnepr.
Lo stile sovietico, specie nei monumenti, e’ inconfondibile: massiccio, imponente, quasi minaccioso nel suo realismo crudo. Appunto: perfetto per questo genere di monumenti.
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La statua alla Madrepatria si discosta un po’ da questo modello, sembra quasi richiamare uno stile piu’ astratto nella plasticita’ di quella sua posa irreale d’una donna con le braccia alzate a sostenere uno scudo e una spada. In realta’ non ha nulla a che vedere con l’arte astratta… e’ semplicemente un simbolismo innaturale.
Ma rende comunque bene l’idea dell’orgoglio, della dedizione e del sacrificio sostenuto nella Grande Guerra Patriottica.
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Oltre ad un museo, si trovano dispersi per tutto il parco svariati cimeli della guerra: carri armati, cannoni, pezzi d’artiglieria e persino aerei in una quantita’ della quale e’ difficile rendersi esattamente conto. Forse solo vedere tutto questo ammasso di armamentario permette di farsi un’idea (in minima parte) di cosa sia stato lo sforzo bellico dell’Armata Rossa. E non e’ che una goccia nel mare.
Fermatevi per un attimo a pensare: dietro ogni carro armato, dietro ogni aereo o cannone, una fabbrica con le sue centinaia di operai, un pozzo di petrolio o una miniera di carbone per fondere tutto quell’acciaio e alimentarne i motori. E, dentro ciascuno di essi, un equipaggio di uomini.
Non voglio essere sprezzante se parlo di un “formicaio”, semplicemente non riesco a pensare ad un’altra immagine altrettanto calzate per rappresentare l’immane sforzo collettivo cui l’Unione Sovietica sottopose se’ stessa in quegli anni.
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E, inevitabilmente, a vederlo materialmente davanti a me, tornano in mente quelle parole di Hemingway: senza questo formicaio, con ogni probabilita’ la storia d’Europa oggi sarebbe diversa. Per rendersi conto della sproporzione dello sforzo bellico sostenuto dall’URSS contro il nazifascismo, basti pensare che secondo W. Sebald (di cui parlero’ a breve, spero) per lungo tempo i bombardamenti arei furono l’unico modo a disposizione della Gran Bretagna per continuare a condurre una guerra contro la Germania nazista.
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Certo si capisce bene che oltre a volerne tramandare la memoria, le autorita’ sovietiche volessero tramandarne anche il mito.
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Curiosamente (ma forse neanche troppo), pur nel loro attuale impeto nazionalistico gli ucraini non hanno pensato di smantellare tutto cio’: i carri armati sono rimasti li’, a fare bella mostra di se’. Solo, uno e’ stato opportunamente ridipinto coi colori nazionali. Le statue sovietiche sono ancora presenti, cosi’ come sono presenti i riferimenti alle “citta’ eroi” della guerra (Kyiv, Odesa…). Solo un nuovo monumento (apparentemente) e’ stato aggiunto: una riproduzione del territorio ucranio con incastonati i papaveri rossi, in un curioso richiamo allo stile britannico dei remembrance poppies.
Un’altra apertura all’Europa? O forse un tentativo di creare uno spazio dedicato soprattutto a ricordo delle sofferenze imposte sull’Ucraina da parte dell’Unione Sovietica? Purtroppo, non ho notato alcuna placca che illustrasse le intenzioni del monumento o ne contestualizzasse la creazione.

Un fascio di coerenza

Ha fatto, ingiustamente, discutere l’infame maglietta indossata da una militante di Forza Nuova a Predappio.

Ingiustamente, dico, perche’ non dovrebbe esserci proprio nulla da discutere: e’ uno schifo, e va condannato totalmente.

Ma non voglio soffermarmi sulle reazioni del mondo “civile” a quella maglietta, bensi’ su quelle dei fascisti, che trovo piu’ interessanti.

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Forza Nuova, il partito nel quale evidentemente la signora in questione si identifica, ha “sospeso” la militante. Con grande coerenza, devo dire. Anzi: un vero e proprio fascio di coerenza!
In pratica, un partito dichiaratamente fascista sospende una militante per aver esposto simboli che richiamano direttamente la politica fascista!
Ora, non si venga a raccontare la baggianata che le leggi razziali furono “copiate” dal nazismo (anche ammesso che cosi’ fosse – cosa non vera – i fascisti contemporanei dovrebbero fare un radicale – e impossibile – sforzo per distinguere il fascismo degli anni ’20 con il coevo nazismo, cosa che ben si guardano dal fare).

Ecco perche’ fra tutte le ideologie politiche il fascismo si conferma la peggiore, perche’ (come nel caso di Breivik) i suoi esponenti sono radicalmente, visceralmente, essenzialmente opportunisti e falsi.

Considerazioni simili valgono per la Lega Nord di Salvini, che ormai da anni si accompagna ai fascisti, tanto da averne intercettato gran parte dell’elettorato (manifestazioni con Casa Pound, candidati dichiaratamente fascisti come Traini, uso di simboli e richiami chiaramente fascisti…). L’invito (riportato da Repubblica) a “studiare di piu’ la storia” suona ridicolo: queste persone, purtroppo, la storia la conoscono bene. E la vorrebbero proprio ripetere.

Una considerazione, infine, sulla signora che si e’ giustificata dicendo che sta attraversando un periodo difficile e ha indossato la “prima cosa che e’ capitata”. Tralasciamo per un attimo per andare dove si stava vestendo (una commemorazione di mussolini, che gia’ la dice lunga). Qui stiamo proprio sbagliando lettura: la domanda non dovrebbe essere perche’ la signora ha indossato quell’infame maglietta, bensi’ molto piu’ radicalmente perche’ possiede una maglietta simile?

Cartoline sfocate dall’Ucraina (parte 1)

Sto meditando che nessun luogo ci e’ completamente estraneo. Ovvero, che ovunque andiamo portiamo con noi una nostra intima topografia che ci orienta nel modo di visitare i nuovi luoghi in cui ci troviamo.

Una sorta di mappa socio-cultural-personale che ci guida nello scoprire i nuovi mondi.
Ad esempio, anni fa mi resi conto che quando visitavo una nuova citta’ tendevo sempre ad entrare (per quanto possibile) nelle chiese. Perche’ a scuola sentivamo sempre tanto parlare delle chiese, dell’architettura ecclesiastica, perche’ nelle guide italiane spesso le chiese sono segnalate come le cose fra le piu’ interessanti da vedere… etc. etc.
Si forma cosi’ una specie di imprinting nell’orientarci a scoprire posti ignoti, una mappa delle priorita’.

Cosi’ approfittando del tempo libero nei fine settimana, in queste prime settimane mi sto organizzando per scoprire un po’ alla volta Kyiv. Un po’ mi lascio vagambondare dai percorsi per la corsa e da passeggiate flaneur e un po’ mi dirigo intenzionalmente verso mete precise.
In entrambi i casi, noto una certa sovrapposizione degli elementi che vado ad osservare o che mi colpiscono maggiormente: la mia personalissima topografia di Kyiv, le mie cartoline sfocate.

Il personalissimo tuor comincia il giorno stesso del mio arrivo, quando un’amica mi invita per una birra e girovaghiamo per il boulevard Taras Shevchenko (poeta nazionale). Il boulevard rappresenta gia’ di per se’ il microcosmo delle contraddizioni dell’Ucraina contemporanea: ad un estremo, all’incrocio col Kreshatik, una statua di Lenin e’ stata rimossa e il piedistallo imbrattato con slogan nazionalisti (ma lo scopriro’ solo in seguito), all’estremo opposto una statua dell’ignoto Nikolay Shchors e’ avvolta da un’impalcatura con la bandiera ucraina proprio per prevenirne l’imbrattamento. Shchors fu un comandante dell’Armata Rossa, di origine ucraina, responsabile della presa e difesa di Kyiv durante la guerra civile e celebrato su ordine di Stalin.

Il 14 ottobre, giornata nazionale “dei difensori dell’Ucraina” mi dedico al flaneur: attraverso il modesto giardino botanico nel centro cittadino, passo dietro l’universita’ e Piazza Taras Shevchenko prima di decidere di allontanarmi a passo fermo e spedito dai troppi manifestanti i divisa mimetica e simboli vagamente fascistoidi. Da qui mi ritrovo nel Kreshatik, la strada principale che porta a Maidan, la aggiro arrivo al vecchio stadio della Dinamo Kyiv e alla statua di Lobanovski. Torno a Maidan, osservo la parata nazionalista e mi perdo di nuovo fra chiese e carri armati.

Il 21 ottobre il flaneur e’ sostituito dalla corsa: cercando di evitare i saliscendi del centro, mi dirigo verso una periferia, senza sapere esattamente dove sto andando. Arrivo fino all’Istituto Politecnico prima di girarmi e tornare indietro. In se’ non ci sarebbe niente da notare, salvo una colonna a Kyiv “citta’ eroe dell’Unione Sovietica” per la sua resistenza nel 1941 all’avanzata nazista.
Ma spesso sono proprio le cose “minori” a dirci di piu’ del mondo che ci circonda. Scopro cosi’ le falci e martello incastonate negli architravi dei cavalcavia e (ri?)dipinte di giallo e azzurro o martellate via e dei grandi murales fatti a mosaico che adornano vecchi palazzi residenziali. Questa cosa dei murales sui palazzi continuo a notarla, anche su quelli nuovi (con stili ovviamente diversi). Mi domando se i cartelloni pubblicitari che ogni tanto si vedono sui palazzi non ne siano il naturale (capitalista) sostituto.
Arrivato al Politecnico non resta che notare l’ennesimo monumento sovietico. Vorrei capire che dice, ma i troppi studenti che vi passano davanti non me ne lasciano il tempo e chiedere informazioni sulla storia sovietica potrebbe non essere la scelta migliore nell’Ucraina d’oggi.

Vecchi murales

e nuovi

Concludo la giornata facendomi guidare da un’altra personale topografia e vado a Babi Yar, oggi un parco alla periferia di Kyiv, ma nel 1941 luogo di sterminio di decine di migliaia di ebrei, rom e comunisti da parte dei nazisti. Andare a Babi Yar dopo esser stato a Chou Ek mi pare una tappa obbligatoria ma non so esattamente cosa concludere da questa visita.
Il parco (che dovrebbe diventare centro di commemorazione) e’ diviso in due da una grande arteria stradale: da un lato, la parte “nuova” contiene alcuni viali dedicati “ai giusti” e alle vittime dell’eccidio, oltre a nuovi monumenti dedicati agli ebrei e rom sterminati e alcuni pannelli informativi (sui quali magari tornero’ in futuro), la parte “vecchia” contiene invece il monumento alle vittime eretto dall’Unione Sovietica negli anni ’60-’70 e che nella tradizione dell’URSS piu’che alle vittime ebree dovrebbe essere dedicato a tutti i “cittadini dell’Unione Sovietica” qui uccisi dai nazisti. La cosa, anche all’epoca, suscitava qualche perplessita’, ma la storiografia sovietica ha sempre letto la Seconda Guerra Mondiale come “Grande Guerra Patriotica”-nazionale, piu’ che lotta contro la Shoah.
L’imponente monumento sovietico e’ contornato da altri piu’ piccoli e piu’ recenti dedicati a esponenti del nazionalismo ucraino uccisi dai nazisti.
Quello che questi monumenti puramente nazional-ucraini omettono di precisare e’ che (come oggi), i nazionalisti ucraini degli anni ’30-’40 avevano chiare simpatie per i nazisti.

Tutta l’Ucraina (e Kyiv forse in modo particolare) e’ in questo momento un enorme laboratorio di ristrutturazione (in senso ideologico e materiale) della storia, forse persino piu’ di quanto non lo sia stata negli anni ’90.

(Fine parte 1 – segue parte 2)

Volevano la rivoluzione

Da circa tre settimane lavoro per un’organizzazione umanitaria in Ucraina (sí, fa ancora strano scriverlo), paese nel quale l’estrema destra ha assunto a partire dalle proteste di Piazza Maidan e del successivo conflitto con la Russia una visibilitá e un’importanza forse impareggiate in Europa.
Per essere precisi, qui non stiamo parlando di “estrema destra” come Salvini o Le Pen, neppure come movimenti tipo Pegida. Qui parliamo di gente che ha creato battaglioni volontari per combattere contro i russi/separatisti in Donbass (oblast di Donetsk e Luhansk, nel sud-est dell’Ucraina), successivamente integrati nelle forze armate nazionali. Gente che organizza “pattuglie” per le strade di Kyiv, campi estivi per bambini con esercitazioni militari, gente che non ha paura di mostrare apertamente i propri riferimenti ideologici tipo Stepan Bandera, collaborazionista nazista durante la Seconda Guerra Mondiale.

Insomma, siamo su un altro livello. (Per quanto i legami con l’Italia non manchino).

Dopo tre settimane mi ritrovo a discutere -vagamente, per non cominciare subito la missione affrontando argomenti “difficili”- col collega della manipolazione delle notizie che arriva in giro.
Lui sta preparando un report per l’ufficio centrale e analizza dati sulle pensioni in Ucraina per gli IDP (internally displaced persons – rifugiati interni), che il governo ha appena portato a 1.000 grivina al mese = 32 euro circa. E cosa volete che ci faccia uno (costretto a lasciare la propria casa, magari disoccupato, magari anziano, magari malato…) con 32 euro al mese? mi chiede.
Certo, il costo della vita é piú basso che in Italia, ma non di meno parliamo alla meglio di un mancetta. Nessuna sorpresa che poi tanti preferiscano tornare a casa, nella zona di conflitto. Almeno lí una casa c’é.

Queste cose non finiscono nei giornali, almeno non come dovrebbero, mi dice.
E non posso dargli torto.
Cosí, anche col supporto di Nick Davies, ragioniamo sul perché certe notizie vengono riportate e come. Ovviamente si parla di manipolazione e alla fine arriviamo all’esempio che non avrei osato chiedere.

Hai presente gli eventi del 2013? Come li chiami? Rivoluzione di….?” In occidente, quegli eventi sono per lo piú noti con il nome della Piazza: Maidan (Indipendenza). Ma qui la storiografia ha imposto un’altra nomenclatura: Rivoluzione della Dignitá.
Cosí, pur non convinto, gli rispondo completando la sua frase “…della Dignitá“. “Bullshit” risponde lui, curandosi di smorzare il tono della voce perché i colleghi non sentano troppo chiaramente il giudizio tranchant.
In fondo la dannata neutralitá é principio fondante dell’azione umanitaria.

Quante persone c’erano secondo te in quelle manifestazioni?” chiede ancora. Una stima ottimistica mi dice decine di migliaia, rispondo. “Bene, su 46 milioni di persone, quante ne rappresentano allora? E parliamo di ‘rivoluzione’?

E parliamo di rivoluzione.
Il fatto é che sempre l’essere umano crede a ció cui vuole credere. Se vogliamo credere che il popolo ucraino si sia sollevato spontaneamente e democraticamente contro un desposta corrotto e al soldo di interessi russi, possiamo farlo.
Non é detto che questa sia la veritá, o che sia tutta la veritá.

Il discorso si chiude qui, che entrambi abbiamo da lavorare e ci siamo giá addentrati fin troppo in un terreno (metaforicamente) minato.

Un pensiero resta: volevano la rivoluzione, si trovarono i fascisti…

ps: nel 2019 in Ucraina si andrá alle elezioni, in primavera per la presidenza (possibile, ma non scontata la rielezione di Poroschenko), in autunno per il rinnovo del parlamento.

Prima settimana umanitaria ed io

Post personale (seguirà un post “politico” di commento alla teorica manovra economica del governo, se non dovessi scriverlo a breve ricordatemelo).

Da quasi una settimana mi trovo a Kyiv, Ucraina (translitterazione ucraina di Kiev, più socialmente accettata in questo momento politicamente turbolento), all’inizio di una nuova carriera e -forse- di una nuova vita.
Ho rincorso a lungo questa “fuga” dalla realtà borghese, standardizzata, italo-centrica che la maggior parte di noi giunge a vivere nella propria maturità. Altrettanto a lungo mi sono domandato perché inseguissi questa vita, specie sapendo che ogni nuova partenza appariva meno agevole della precedente.
Non credo di essere giunto ad una risposta e se dicessi che è solamente “fare del bene”, mentirei. Senza dubbio anche questo aspetto gioca un suo ruolo, ma non è l’unico e forse neppure il principale. Come scrivevo all’inzio, credo sia anche (forse soprattutto) una “fuga”, forse una ricerca di risposte. E, come dicevamo discutendo con un’amica che si trova ora in Micronesia sempre per lavoro, fino a che non sapremo da cosa fuggiamo, non sapremo cosa stiamo cercando, né avremo veramente risposte.
Forse spostarsi di luogo in luogo allora è solo un fuggire, un evitare sempre che le risposte possano trovarci e raggiungerci.
Perché come diceva Radiofreccia:

Credo che la voglia di scappare da un paese con ventimila abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e credo che da te non ci scappi neanche se sei Eddy Merckx.

Incidentalmente, curioso che lo sport cui mi sto dedicando da un pò di tempo ormai sia proprio la corsa.

In ogni caso, sono a Kyiv.
Per ora, qui va tutto bene. Comincio a prendere conoscenza dei dettagli del lavoro, conoscere i colleghi, imparare quel minimo di russo necessario interagire decentemente con la città e suoi abitanti. Fin qui tutto bene – che sembra la barzelletta raccontata da Steve McQueen ne I Magnifici Sette. Ma fin qui tutto bene.
Forse parte della ragione per cui va “tutto bene” è anche il fatto che, nonostante il mio specifico incarico sia molto a sé stante e quasi isolato dal resto, mi sto rendendo conto di non essere solo in tutto questo. Scoperta di “non essere solo” dovuta anche (soprattutto) al fatto di aver trovato qui a precedermi a Kyiv una persona particolarmente cara dai capelli rossi.

In realtà so benissimo che tutto questo “tout est bien” prima o poi si incrinerà, forse irrimediabilmente. Prima o poi arriverà il punto di rottura. Spero solo non sia quando la temperatura fuori scenderà a -30, sarebbe una combinazione devastante.
Ma arriverà, arriverà il momento, lo sento intimamente che prima o poi qualcosa in questo equilibrio artificiale si romperà. Prima o poi qualcosa andrà male e non saprò esattamente come affrontarlo, come gestirlo. Salvo urlare. Sentirò che i classici appigli cui faccio riferimento, le persone con cui parlare, non sono là. E qualcosa si romperà. Perché, in fondo, una grande parte del lavoro umanitario (me ne sto convincendo) è proprio la solitudine dell’estraneo.
Spero solo di riuscire ad anticiparlo, magari prevenirlo con tutto il supporto che abbiamo a disposizione.

Così stamattina, mentre cominciavo a scoprire la città con una prima corsa mi sento arrivare nelle orecchie One degli U2. Canzone forse sopravvalutata, o forse semplicemente abusata. Sia come sia, attorno al quinto km arriva il fatidico verso

Have you come here for forgiveness?
Have you come to raise the dead?
Have you come here to play Jesus?

Inizialmente pensavo di dover interpretare almeno parte di quel come fosse rivolto ad altri, ad una persona in particolare. Sicuramente volevo interpretarlo così. Ma mentre lo rimaneggiavo nella mia mente, mi son reso conto che più probabilmente il soggetto ero io stesso.
Pensavo il soggetto fosse quel caschetto di capelli rossi, qui causualmente per “resuscitare il morto” che è in me. Ma, a conti fatti, probabilmente quel verso è solo un warning che mi invita a riflettere di nuovo su che faccio qui. Specialmente visto il lavoro che come team dovremmo fare.

Inevitabilmente il pensiero torna alla Cambogia, alla Tanzania. Se quasi dieci anni fa, alla mia prima esperienza da expat, occidentale pieno di white privilege e presunzione di avere risposte per problemi altrui, mi sentivo soprattutto un John Wayne forte dei miei vent’anni e poche domande, se in Tanzania sentivo soprattutto il “rubare e fottere” da colonizzatori che Whitaker – Idi Amin rimprovera al giovane medico scozzese, qui in Ucraina ancora non so cosa sono.
Uno straniero, senza dubbio. L’essere “estranei” a quel che ci circonda si sente molto forte sotto l’aspetto linguistico: paradossalmente, era assai più facile comunicare in Cambogia o Tanzania, dove decenni di colonialismo e missioni umanitarie avevano creato una conoscenza diffusa, seppure basilare dell’inglese e del francese. Qui no: qui solo russo, o ucraino. Incredibile quanto poco sia parlato l’inglese, veramente, anche nei grandi centri commerciali appena uno o due persone dello staff lo parlano.
Credo molto dipenda anche dal fatto che l’Ucraina (più Russia della Russia, scrivevano su Limes) è sempre stata nel blocco-russo. Almeno fino a pochi anni fa.

Ma oltre allo straniero, cosa sono io qui? Gioco a fare Gesù, a resuscitare i morti? Domanda auto-riflessiva che ogni operatore umanitario dovrebbe tatuarsi sul braccio e leggere ogni mattina appena alzato e ogni sera prima di andare a dormire.