Nowhere, Namibia – Nowhere, somewhere

Come dicevo all’inizio del resoconto di questo viaggio, la Namibia non era interamente estranea ai miei sogni (o vagheggiamenti) di viaggio. Due o tre posti erano marcati in una delle molte liste di mete agognate che avrei un giorno sognato di vedere, ma certo non mi aspettavo queste mete tanto remote, improbabili, sconosciute ai più e difficilmente accessibili le avrei viste così “presto” nella mia vita (per dare un paragone, è da quando avevo otto anni che mi propongo di andare in Giappone, relativamente più facile da raggiungere della Namibia, eppure non vi ho ancora messo piede). Contavo, o speravo, in un certo futuro di vederle. Ma certo non erano in cima alla lista dei miei progetti e forse neppure in cima alla lista dei miei desideri… le probabilità erano anzi che non vi sarei mai andato – solo un caso fortuito le ha fatte balzare in avanti.

Alla luce di questa constatazione, mi pare inevitabile (anzi, doveroso) porsi alcune domande.
Come ha osservato un lettore rispondendo al primo post di questa serie è sorprendente constatare “quanti posti incredibili ci siano su questa terra; posti che nemmeno sappiamo esistere“: pure io, che di alcuni di questi posti conoscevo almeno teoricamente l’esistenza parevo in realtà considerarli vaghi puntini nello spazio, quasi non-reali, quasi non esistessero davvero. Talmente fuori dalla nostra portata che, di fatto, non rientravano nella realtà, almeno non nella nostra realtà. Immagino questo meccanismo debba giocare un ruolo anche nella percezione dei conflitti (Africa, Congo vs Ucraina: l’Ucraina è nel nostro reale, il Congo no). Forse anche per questo non erano poi delle priorità fra le mie possibili destinazioni: in fondo, non esistevano.
Soprattutto, consideravo almeno a livello inconscio quei luoghi di destinazione, quelle possibili “mete” di un possibile viaggio, come isole – o, meglio, come dei “pianeti” dispersi nel vuoto. Implicitamente, insomma, pensavo a quei posti come a degli spazi totalmente separati dal resto del paese, sganciati da tutto il territorio che pure li circonda. Tanti “atolli” distribuiti in “non luoghi” spazi vuoti e “insignificanti”, come a Parigi potrebbero essere la Tour Eiffel et Montmartre dispersi in una massa urbana anonima. Questo, di riflesso, spingeva a pensare tutto lo spazio restante, appunto come un “resto”, come un lungo intervallo fra un luogo-meta ed un altro. Un “nowhere“, insomma.
Credo, a rifletterci ora, una parte importante di questo modo di pensare, subconscio, sia dovuta al nostro modo di viaggiare: l’aereo ci conduce esattamente da un luogo-meta ad un altro (da Venezia-Rialto a Tokyo, per dire: da una cartolina ad un’altra), portandoci ad ignorare e sottovalutare il resto dello spazio, riconducendolo ad un’enorme macchia bianca, di fatto vuota, per dirla con Conrad. E così, portandoci a sottovalutare e sminuire tanto tutto quello che invece questo spazio riempie (che meraviglie si celano nelle steppe fra Venezia e Tokyo? O anche solo fra Venezia e Padova – 30km di distanza?), quanto la geografia, la toponimia di quello spazio falsamente “vuoto”.

In questo senso, percorrere lunghe ore in auto per coprire gli spazi “vuoti” della Namibia non solo mi ha ricordato che questi spazi vuoti non sono, che in essi vivono alberi, animali, uomini, che vi si sviluppano forme di vita dal fascino inimmaginabile (penso alle piante di Uluru che hanno bisogno degli incendi per far aprire i semi, ad esempio) e culture. Altresì, mi ha fatto riscoprire (come pure avevo visto in Congo) che questo spazio richiede un suo tempo per essere attraversato, e vissuto. E che questo spazio, essendo pieno e popolato deve avere una sua nominazione.
Le piane namibiane, insomma, possono essere de “vuoti nowhere” per noi che le attraversiamo (e pure con una certa fretta, per non farci disturbare nella nostra rotta verso la prossima meta-cartolina), ma per chi li vive quei luoghi sono pienissimi: sono pieni di pericoli (la specie di serpenti X tipica di … ), di risorse per la sopravvivenza (la sorgente di B proprio dietro la collina; l’albero C…). E questa pienezza richiede una toponimia.
L’uomo, inevitabilmente, nomina e denomina tutto ciò che ha importanza per esso: una specie di serpenti si chiamerà [Alfa] in lingua oshiwambo o Skaapsteker (in Afrikaans); il Quiver tree – albero faretra si chiamerà “choje” per i San, eccetera, eccetera. Ognuna di queste cose, e di questi luoghi, ha un significato, quindi un nome.
Ma la nominazione, soprattutto, dei luoghi non segue necessariamente una logica di “denominazione”: per chi conosce l’ambiente specifico, l’indicazione geografica può benissimo basarsi su descrizioni topografiche “la pozza che sta dietro la montagna a forma di falco, a sinistra del grande albero” – in realtà molti nomi di luoghi nascono proprio così, salvo poi evolvere in forme semplificate o assumere natura di nome proprio (prendiamo il caso di Otjiwarongo di cui parlavo nel post precedente della serie – che in lingua herero significa semplicemente “bel posto”).
Insomma, anche nel supposto “vuoto” di questi spazi fra luoghi-mete divenuti a noi noti, non esiste un luogo che sia un “nowhere“, che non sia possibile identificare esattamente e che non abbia una sua rilevanza. Solo, questi luoghi potranno avere nomi a noi incomprensibili o essere indicati con perifrasi. Ma essi esistono, sono noti agli abitanti del luogo e comunicati. Parimenti, la loro rilevanza o interesse potrà essere insignificante (inesistente) per chi vi sia solo di passaggio – e divenire dunque un “non-luogo” senza “senso”; ma sarà certamente ben nota a chi quei luoghi li abiti.

Persino il titolo che ho dato a questa serie rivelava questa disposizione d’animo: nessun luogo, in Namibia o altrove, è un “nowhere. In realtà ogni luogo è una realtà precisa, una dimensione di vita, di ecologia, di sistema uomo – natura – cultura, con dinamiche specifiche e a volte uniche, con esistenze, realtà, socialità e (pure) storicità. Eppure, per noi la maggior parte di questi posti sono “non luoghi”: punti sulla carta geografica senza una loro concretezza. Cosa trasforma un “non luogo” in un “luogo”?
Forse la differenza sta tutta qui: “abitanti”. Per i “cittadini del mondo”, questo è impossibile – non essendo abitanti di alcun “luogo”. Chi vive un luogo deve poterlo chiamare e deve poterlo comunicare; per chi un dato luogo ha una sua importanza, riuscirà a darvi una nominazione, una precisione geografica e linguistica che consenta di identificarlo e ritrovarlo (o evitarlo). Per gli altri potrà sempre essere un “nowhere“.

Tornare nei posti in cui son stato

…Scoprire di come tutto sia poi diverso

Se mi chiedeste di definire cos’è lo “charme”, non saprei rispondervi. Non a parole, per lo meno.
Potrei, eventualmente, farvi un esempio: Lisbona.

A Lisbona ero stato la prima, e finora unica, volta quasi vent’anni fa durante un “mitico” interrail alla fine del liceo che, in realtà, di mitico ebbe veramente poco.
Da allora non ho più avuto occasione di tornarvi, eppure il fascino di quella città ha continuato a seguirmi, a perseguitarmi quasi.

Lisbona era nello splendido, commovente poster di un professore all’Università di Hamburg (3 anni dopo); Lisbona era nei pasteis di eredità coloniale consumati in una spiaggia di Maputo (6 anni dopo) o in un giardino di Londra (11 anni dopo); Lisbona era nei viaggi altrui, invidiatissimi; Lisbona era nel libro di Remarque e Lisbona era persino nel bacalhau mangiato …a Kinshasa.
Insomma, la voglia di tornare era tanta.

Eppure non avevo un ricordo preciso di quella città, non sapevo esattamente cosa volevo vedere, rivedere, gustare o rigustate, vivere o rivivere. Durante i due giorni che passammo a Lisbona all’epoca dell’interrail i miei compagni di viaggio ed io visitammo la città e i suoi luoghi più celebri (la Torre di Belem, il castello di San Giorgio, la Praça do Commercio), ma aldilà di poche, sfocate, immagini, non mi restano memorie vive di quei giorni e di quella città. Così, anche la programmazione di questo viaggio è stata lasciata all’ultimo momento.
L’unica cosa che sapevo è che sarei andato a caccia di quel poster.

Sono arrivato a Lisbona il sabato pomeriggio, ho lasciato la valigia in albergo e mi diretto in centro: un vero flaneur quasi senza meta.
Certo, sono salito su uno dei classici tram un po’ démodé che salgono e scendono le stradine ripide del centro, ho camminato per le vie più famose e turistiche. Ma vi son andato senza una meta, senza una lista di cose da fare o vedere. Il giorno successivo ho programmato il mio itinerario un po’ di più, se non altro perché volevo tornare alla Torre di Belem, forse la mia memoria più limpida di quel viaggio di venti anni prima. Il terzo giorno ho organizzato un giro a Sintra e Cascais, un po’ per non voler passare tre giorni interi in città – durante questa uscita sono riuscito ad incastrare una visita alla Quinta da Regaleira, questa sì effettivamente nella mia lista di mete da vedere… ma visita incastrata per pura fortuna e sforzo di volontà.
E ho avuto la fortuna di ritrovarmi a mangiare in alcuni ristoranti veramente ottimi, di sperimentare un paio (purtroppo, solo) dei mille modi in cui i portoghesi sanno preparare il baccalà, il tutto quasi per imprevisto.

Cosa mi è rimasto di questo weekend a Lisbona?
Mi è rimasta la bellezza degli edifici di maioliche, anche quelli più nuovi; mi è rimasta un’amichevolezza degli abitanti, una cortesia, quasi simpatia, non forzata e non invadente – sarà una cosa delle città di mare? ma solo alcune -; mi son rimaste le centinaia di modi con cui i portoghesi preparano il baccalà; mi son rimaste le viuzze strette in sali-scendi del centro; è rimasta la bella esposizione Europa Oxala attorno alla percezione e decolonizzazione dell’Europa e la galleria moderna della Collezione Berardo; mi è rimasto il sapore di uova e zucchero racchiusi in una pastella sottilissima e croccante che continuerò a cercare, quel sapore dei pasteis.
E mi è rimasta la voglia di tornare di nuovo, ancora. Anzi: se avessi una valida scusa, Lisbona sarebbe probabilmente una città (una delle poche) nella quale mi trasferirei a vivere.

Ecco, non so definire lo “charme”, ma so che per me Lisbona incarna questo charme, questa combinazione affascinante e praticamente perfetta fra storia, gusto, modernità, apertura al mondo e all’evoluzione ben radicate in una loro tradizione che riemerge per i tutti i cambiamenti. Gli azulejos saranno ancora Lisbona, anche domani; così come i pasteis o Pessoa. Lisbona cambierà, certo, ma cambierà entro questi argini ampli e flessibili che ne hanno tracciato la sua identità.

Tornare a Lisbona è stato un tornare in memorie che non potevo più inseguire, perché ormai troppo vaghe e fluide, troppo profonde nei flutti della mia memoria. Come sarebbe diverso, ad esempio, se oggi tornassi a Londra o a Kyiv! Ma forse è meglio così, perché questo tornare in una città che non c’è più per com’era nella mia memoria di vent’anni fa eppure c’è ancora tutta intatta, mi ha permesso di rimettermi in quella città è riscoprirla “lavato” da vecchie scorie. Lisbona è cambiata ed è rimasta identica, eppure la mia scoperta di questa città non avrebbe potuto essere più diversa – dalla Torre di Belem al Terreiro do Paço. Le emozioni che mi percorrevano davanti alla Torre di Belem nel 2022 non avevano nulla a che vedere con quelle del 2005.

Forse è questo l’unico modo per tornare.
Forse è anche per questo che non posso, non ancora, tornare a Kyiv.

The big C (7) – Useless

“Cercare di cambiare qualcosa in Congo è semplicemente inutile”.
Così mi disse un esperto collega B. dopo pochi mesi dall’inizio della mia carriera umanitaria. Ricordo assai bene quel momento, tornavamo da Zhitomyr, Ucraina, verso la capitale Kyiv, attorno a noi le strade ed i campi attorno erano ancora innevati in quell’atmosfera gelida, doveva essere gennaio. Lui era venuto apposta da Cape Town per visitare il progetto, io avevo approfittato della sua presenza per un’altra visita e chiacchierando lungo la strada parlammo delle sue missioni precedenti, fra le quali il Congo. Era ancora l’epoca in cui il Congo per me era poco più di un’allucinazione tracciata dalle pagine di Van Reybrouk e Conrad.

“Inutile”, impossibile cambiare un paese talmente complicato, talmente vasto e talmente immischiato dagli interessi e conflitti propri e stranieri. Cosa volesse dire tutto questo l’avrei capito, solo in parte, molti, faticosi, mesi dopo. Gestire il presente, sì, forse quello sarebbe possibile. Cambiarlo, prevenire le emergenze e le tragedie che vi si ricorrevano ormai da decenni, impossibile.
Parlando del Congo, anche coi congolesi, parei rivivere la massima “si stava meglio quando si stava peggio”: durante l’epoca di Mobutu, tutto sommato, qualcosa funzionava. Rispetto a oggi, quel qualcosa era già tantissimo. Da allora (ma anche prima), è stato un lungo lavoro di Sisifo per operatori umanitari, cooperazione internazionale, Nazioni Unite… un lungo cercare di (re-)spingere la pietra un passettino più in alto del baratro.
Eppure proprio questo ho provato a fare per un anno intero. Tutta la mia missione, tutto il mio lavoro era basato su questo presupposto. Advocacy: il processo per fare cambiare politiche, normative, attitudini, pratiche. Auguri.

Ho buttato via un anno? Ho tempo da perdere.

Il lavoro in Congo, per come lo traccio dai ricordi qualche mese dopo la fine della missione, è stato un tenersi in bilico per le risposte immediate alle emergenze (un nuovo gruppo di sfollati a B.; un campo che non ha più capanne e viveri a R.; un’epidemia di meningite a BT….) e un lavoro minuzioso da Pollicino: seminare sassetti lungo la via, tracciare i primi passi di un lungo percorso che poi, molto poi, avrebbe dovuto facilitare un cambiamento: predisporre sistemi per raccogliere dati sulle vaccinazioni, comprendere i problemi del sistema sanitario, tracciare contatti con organizzazioni dagli obiettivi affini, cominciare a capire che dati servano (sui frigoriferi? sulle importazioni? sulla demografia?). Tutto questo perché poi, molto poi, si possa arrivare dagli interlocutori “col potere” e persuaderli ad X azioni per correggere un sistema distorto, corrotto, disfunzionale dalla base alla cima.

Un viaggio di mille miglia comincia con un passo, no?

Eppure anche solo per cercare di illustrarvi tutto questo, non saprei da dove cominciare. Diciamo i vaccini? Perché mancano i vaccini?
Beh, perché non se ne comprano abbastanza a Kinshasa. E perché? In parte perché i milioni stanziati vengono dirottati, rubati e sprecati. In parte perché la stima della popolazione nei villaggi più remoti è sempre sballata. Il censo è sempre sballato perché ci sono luoghi inaccessibili, per i continui movimenti di popolazioni (per via dei conflitti), etc. etc. etc.
Eppoi i vaccini comprati a Kinshasa non arrivano comunque a destinazione, per via di un’altra catena di corruzione (a causa, fra le tante, degli stipendi non pagati), per via delle strade impraticabili (che a loro volta sono impraticabili per la corruzione stessa e per l’inaccessibilità delle zone di conflitto), a causa della mancanza di cold chain (come sopra).
Un nodo gordiano. Eppure da qualche parte bisogna prenderlo.

Ecco, questo nodo gordiano è di per sé la ragione per cui “cambiare le cose in Congo è impossibile”. Ammesso e non concesso che un giorno tutti non si mettano d’accordo sull’ineluttabilità di un cambiamento radicale.
Dovunque lo si prenda, il nodo, allo stesso tempo altre mani paiono fare di tutto per renderlo ancora più intricato, per tirarti via il filo e riannodarlo da capo.
La definizione di una fatica di Sisifo – che, pure, come ricordava Camus, dovrebbe rendere un uomo felice.

Dall’altro lato si ha la lotta per la “gestione del presente”, per evitare che l’ennesima fiammata epidemica di ebola a Beni o Mbabara non si tramuti in una vera e propria epidemia; per far si che pure a Banalia nel mezzo della giungla da “cuore di tenebra” arrivino i vaccini e gli antibiotici per la meningite; per cercare di tamponare almeno un pò la malnutrizione dilagante nell’Ituri dei gruppi armati sempre attivi e mai pacificati.
“Tamponare il presente”, perché ogni giorno di lavoro ben fatto vuol comunque dire una, due, cento vite che avranno guadagnato il kapuscinskiano “ancora un giorno“. Eppoi ancora un altro.

Il tutto in una ruota che continua a girare senza senso. Eppure un freno d’emergenza dovrebbe esserci, no?

Ecco, a ripensarci la missione in RDC non è stata una fatica di Sisifo. Sono state due fatiche di Sisifo, che rotolavano e si facevano spingere su in parallelo: una per cercare di comprendere, analizzare e cambiare il sistema e l’altra per evitare che nel frattempo questo non-sistema arrivasse alle sue logiche conclusioni di bipolitica (o, meglio, di necropolitica).
Inutile? Non viviamo abbastanza a lungo per rispondere.

Nowhere, Namibia – pt. 6

Appena vediamo un filo di luce, dunque, ci avviamo verso il parco di Etosha – il più grande parco naturale della Namibia e probabilmente l’attrazione turistica più celebre del paese. Con una superficie di 22.000 kilometri quadrati (la metà della Svizzera!), il parco di Etosha è persino più grande dei celebri Kruger (19mila) e Serengeti (14mila) e ospita una varietà enorme di animali, sebbene (come sempre) non sia abbia affatto la certezza di vederli tutti…
Istituito dai tedeschi per preservare la ricchezza naturalistica dell’area – anche a costo di espropriare l’area agli abitanti originari e trasferirli forzatamente altrove (solo successivamente venne fatta un’eccezione per i cacciatori – raccoglitori San, a condizione che rinunciassero alle armi da fuoco), originariamente l’area protetta era grande oltre 100.000 kilometri quadrati, progressivamente ridotti ad una taglia più “gestibile”. Etosha dovrebbe quindi essere un paradiso per gli amanti degli animali e le aspettative dei miei compagni di viaggio sono alte. Le guardie ci augurano di vedere anche i leoni…

Vista la presenza di animali, dentro il parco è vietato scendere dal veicolo, quindi le soste (nelle apposite aree recintate) vanno studiate accuratamente. Partiamo immediatamente, per sfruttare al massimo le ore più fresche quando dovrebbe essere possibile vedere il maggior numero di animali: procediamo lentamente per osservare quanto meglio l’area e in effetti dopo poco, oltre ai soliti springbok, orici e zebre, possiamo incrociare degli impala, giraffe assai più vicine di quanto non capitato finora e di sfuggita persino un elefante. Più avanti vediamo anche gnu e tantissime specie di uccelli, ma in generale gli animali osservabili si fermano qui (oltre ad un serpente che ci passa accanto in un momento di sosta a bordo strada).
Vista la partenza prima dell’alba, ci fermiamo un momento in un’area di campeggio per mangiare qualcosa. Per l’ennesima volta commetto l’errore di prendere il volante e così poco dopo esser ripartiti, ecco il primo inceppo: lavori di rifacimento della strada, ma poco male. Il problema vero arriva dopo: il manto stradale si presenta molto rovinato, forse sempre per via delle piogge il fondo è come coperto di piccole onde, dossi di pochi centimetri d’altezza che si ripetono alternati ad una minima distanza l’uno dall’altro, come onde appunto. Queste onde rendono la guida pressoché insopportabile: costringono ad andare pianissimo per evitare, o minimizzare, i continui sobbalzi e sono estenuanti. Il limite di velocità sarebbe di 60km/h, ma per la maggior parte del tempo riusciamo a procedere a 20km/h. Verso la fine del tragitto incrociamo ancora dei branchi di zebre a bordo strada o che l’attraversano, che ci obbligano a rallentare o fermarci, ma tanto è lo sfinimento di questa guida irregolare che ormai non apprezziamo quasi più la bellezza degli animali che ci troviamo a così poca distanza… un vero peccato.

Arriviamo al lodge stanchissimi, veramente esausti per il continuo sobbalzare.
Questo è il primo lodge statale nel quale ci fermiamo e, per quanto ben fornito di servizi, la differenza di qualità rispetto ai precedenti è piuttosto evidente: dobbiamo purtroppo constatare che lo staff è relativamente più brusco, quasi al limite della scortesia, specie rispetto ai loro colleghi dei lodge privati; e gli alloggi lasciano intravedere qualche segno di incuria nell’arredo e nelle ristrutturazioni.
Aspetto interessante: i tanti turisti che qui decidono di soffermarsi in minivan o campeggiare – probabilmente la scelta offre una maggiore vicinanza alla natura della Namibia, ma varrebbe veramente la scomodità? In ogni caso, chapeau a questi intrepidi turisti (ma come avranno affrontato loro quel tratto di strada?? Non son sicuro scambierei il nostro 4 x 4 coi loro mezzi…).
Vorremmo rilassarci un pò presso la piscina, ma il maltempo che si annunciava già mentre eravamo per strada ora si trasforma in un vero e proprio temporale. Decidiamo quindi di cenare rapidamente e dopo cena ci soffermiamo a osservare la fauna che si aduna presso una pozza d’acqua strategicamente collocata giusto all’esterno del lodge, pear la gioia dei turisti. Effettivamente, l’idea è ben studiata: verso il crepuscolo, vari branchi di animali si avvicinano e si alternano a bere. In lontananza scorgiamo anche degli ippopotami, crediamo, ma sono soprattutto gli springbok a dare spettacolo: il branco arriva e per vari minuti gli esemplari più giovani cominciano a rincorrersi e giocare attorno la pozza. Per quanto “addomesticata”, la scena ci offre uno scorcio di un paesaggio selvaggio e naturale di una bellezza veramente primordiale.

Partenza per la nostra ultima tappa, prima di lasciare Etosha proviamo ad avventurarci ancora un pò per una strada che ieri non abbiamo affrontato per vedere il celebre Pan (lago salato prosciugato) e altri animali, ma anche qui il manto stradale è piuttosto malmesso, gli animali che incrociamo sono sempre gli stessi e all’orizzonte si annuncia un temporale, quindi meglio avviarsi per la nostra strada.
All’uscita del parco dei rangers controllano non abbiamo trafugato niente e, sopratutto, che abbiamo pagato i vari ticket. Già prima di uscire, degli scrosci di pioggia cominciano a bagnare la strada, costringendoci a rallentare l’andatura.

Diretti verso sud attraversiamo alcune città – antichi avamposti tedeschi, quali Otjiwarongo, in realtà dalle dimensioni piuttosto ridotte e senza particolari attrattive.
Dovremmo arrivare alla riserva privata di Erindi, ma al momento di lasciare l’asfalto entriamo in un lungo tratto sabbioso reso piuttosto difficoltoso dalle ultime piogge. Stavolta evito di prendere il volante. Le sabbie e le pozze d’acqua rallentano assai il nostro procedere, e il mix di stanchezza accumulata e di tensione per il rischio di restare bloccati ci impedisce di godere appieno del panorama verde lussureggiante e degli animali che incrociamo, fra i quali (finalmente) i Kudu, comunque riusciamo a raggiungere il lodge, dove abbiamo un’ora circa prima dell’ennesimo e ultimo safari. Dalla terrazza del ristorante possiamo già vedere ippopotami e coccodrilli a bagno nella pozza d’aqua sottostante – in effetti le salviette di carta ci ricordano fra l’avviso e l‘advertising che in ogni momento c’è un coccodrillo a meno di 50 metri da noi – ma tenuto ben distante da solide recinzioni.
Partiamo per quest’ultimo safari e la guida si informa su che animali abbiamo maggior desiderio di vedere: nella riserva privata, per quanto grande, sono troppo organizzati con radio e microchip installati sotto pelle alla maggior parte degli animali (ma, al contrario, i droni sono vietati in ogni riserva – dicono per non dare aiuti ai bracconieri) per lasciarseli sfuggire. I miei compagni di viaggio son rimasti con la testa fissa sull’elefante, quindi ci mettiamo “a caccia” di questo e in effetti riusciamo a trovarne uno e osservarlo mentre si gode una scorpacciata di foglie. Dovrebbero esserci anche dei leoni, ma nonostante tutta la strumentazione si nascondono bene li manchiamo, in compenso incrociamo babbuini e cheetahs in libertà. Come ultima avventura, possiamo dirci soddisfatti.
Ma non sarà l’ultima. Di nuovo, l’indomani partiamo assai presto (sebbene l’aeroporto sia a tre ore di strada, non vogliamo avere sorprese e la strada di sabbia inzuppata ci inquieta un pò): già mentre facciamo colazione possiamo ammirare vari ippopotami avvicinarsi alla pozza d’acqua ed immergervisi – alcuni camminando flemmamente, altri con un sonoro “plof” che sembra un piccolo tuffo -; finalmente per strada prima ci troviamo delle giraffe attraversare la strada giusto oltre una curva cieca, poi passiamo accanto a dei rinoceronti che brucano a bordo strada – con una guida più azzardata, non oso immaginare come sarebbe finita.
Giusto all’uscita, invece, incrociamo la situazione sociale forse più interessante di tutto il viaggio: appena fuori dal cancello, un gruppo di persone di colore campeggia. Sembra un picchetto di protesta e in effetti hanno dei cartelli che recitano “Erindi is racist” (Erindi è il nome della riserva, proprietà di una ricca famiglia bianca). E’ la prima volta che constatiamo una presa di posizione così chiara e netta sule disparità socio-economiche e sulle tensioni, molto sotterranee, fra i vari gruppi etnici.

Diretti verso Windhoek facciamo un’ultima tappa a Okahandja, altra città lungo la strada, per fare il pieno e vedere i celebri mercatini d’artigianato. Visto che è una fermata turistica quasi obbligata, qui troviamo parecchia gente a mendicare a bordo strada – ancora una volta, la riflessione sull’impatto del turismo e sulle disparità economiche di questo paese si impone.
Attraversiamo le collinette verdi attorno a Windhoek e il suo centro cittadino, a questo punto, non ci resta che raggiungere l’aeroporto, restituire la macchina e imbarcarci per Addis Abeba. Ancora un ultimo sguardo all’improbabile verde del paesaggio e diciamo addio alla Namibia.

Nowhere, Namibia – pt. 5

Finita la “pacchia” a Swakopmund, ripartiamo, stavolta in direzione nord per l’ultima parte del tour verso in parco di Etosha. Finita la pacchia, dico, perché da questo momento in poi saremo senza autista e dovremmo guidare noi stessi. La guida che ci ha accompagnato fin qui dice che le strade a nord sono leggermente peggiori, ma quel che abbiamo visto fin qui ci lascia ben sperare.

l primi kilometri sono sull’asfalto, circa un’ora lungo la costa, prima di svoltare verso l’intero. Da questo punto in poi la strada torna sterrata, ma almeno i primi tratti appaiono assai tranquilli. Tanto tranquilli che dopo qualche ora decido di azzardami a guidare io stesso. Errore.
Mamma mia, che errore! Appena prendo il volante la strada peggiora sensibilmente. Inutile dire che non ho previa esperienza sullo sterrato: i primi 2 – 3 kilometri vanno ancora abbastanza bene, qualche piccola buca in più, ma niente di che. La crisi arriva dopo, quando la strada diventa sabbiosa. Ne usciamo bene, ma che tensione in macchina (tutti a dare indicazioni su cosa fare) e che stanchezza! Anche oggi, come di consueto, la strada ci riserva un paesaggio spettacolare, che qui a nord comincia a diventare ancora più verde, verso la fine incrociamo anche un paio di zebre e giraffe, più vicine di quanto non le avessimo ancora viste fin qui.

Arriviamo dunque al lodge di Twyfelfontein (la “fonte dubbiosa”) con alcune ore di ritardo. Anche qui la vista è eccezionale, un altro lodge incastonato fra i massi di roccia rosso-arancione con la savana che si apre davanti a noi, una breve pausa e poi partiamo per l’ormai “classico” safari serale: in zona, dicono, dovremmo poter vedere elefanti.
La ricerca degli elefanti si rivela un fallimento: vediamo molte tracce (impronte e feci anche recenti, dicono), ma gli elefanti si negano. A causa delle forti piogge degli ultimi tempi, ci spiegano, non hanno bisogno di affidarsi alle classiche pozze d’acqua, quindi rintracciarli diventa pressoché impossibile, visti gli spazi e il verde che offre nascondiglio.
Giunti ormai alla fine del safari, ci fermiamo per osservare il tramonto con una birra e del biltong (la carne secca tipica della Namibia). Sfortuna vuole che al momento di rientrare la guida si renda conto di aver lasciato i fari accesi… la batteria è morta e la macchina non vuole ovviamente saperne di ripartire. Colmo dei colmi, quasi tutti fra noi siamo con la batteria del cellulare scarica. La guida riesce a chiamare il lodge, che invia una macchina a cercarci, ma nella savana e in assenza di segnalazioni è un pò la concretizzazione del celebre “ago in un pagliaio”: la guida ha dato loro alcuni riferimenti geografici, ma col sole che cala questi paiono assai vaghi. Attendiamo un pò e nessuno arriva, dunque la guida parte a piedi per cercare l’altra macchina… senza dirci nulla. Restiamo così oltre un’ora ad aspettare, con una birra in mano e l’unico telefono ancora carico a fare da torcia – la situazione comincia a diventare abbastanza inquietante: soli, nel buio della savana e senza modo di rientrare. Il lodge non sarebbe lontanissimo, ma non abbiamo idea della direzione e della fauna che ci circonda…
Finalmente tutto si risolve per il meglio e rientriamo a lodge con uno spavento e tante scuse. Sono le 9:00 di sera passate, ma stati tanto stanchi dall’inizio della vacanza: prendiamo una rapida cena e andiamo a dormire.

Nuova trasferta la mattina seguente, sempre verso nord. Prima di lasciare Tyfelfontein visitiamo i petroglifi (incisioni rupestri) del vicino sito UNESCO: rappresentazioni di struzzi, giraffe, antilopi e persino delle “mappe” della zona. Uno spettacolo di raffinatezza, stile e precisione che ci lascia veramente sorpresi e affascinanti – pare quasi difficile credere oltre oltre 6.000 anni fa gli uomini potessero avere tanta capacità artistica.
Continuiamo il tragitto e di nuovo ripeto l’errore di prendere il volante: anche stavolta, dopo un tratto relativamente tranquillo troviamo sabbia, tratti da scollinare su sterrato e enormi buche che interrompono la strada. Sempre colpa delle piogge troppo abbondanti! Ma il paesaggio continua a cambiare attorno a noi: ora le colline che ci circondano sono smeraldo e alberate, da non credere.

Giungiamo anche al lodge successivo: una vera sorpresa, metà buona e metà cattiva. Una struttura su palafitta, incastonata fra le rocce, estremamente spartana (senza acqua calda o vetri alle finestre) – i miei compagni di viaggio sarebbero tentanti di abbandonare il lodge e tentare la sorte ad un successivo, ma alla fine restiamo.
Andiamo dunque a visitare un villaggio Himba nella zona, una delle popolazioni autoctone della Namibia – forse la più rappresentativa all’estero, degli allevatori ancora poco integrati nella società moderna che mantengono ancora piuttosto intatte le loro tradizioni, fra tutte quella di “lavarsi” con una miscela di ocra rossa e grasso. La visita al villaggio, dove troviamo solo donne (gli uomini sono fuori con gli animali) è sicuramente affascinante, un vero viaggio d’antropologia, ma allo stesso tempo estremamente triste nel vedere come queste persone siano costrette (dall’industria del turismo, dal commercio…) a mettersi in esibizione e “vendere” la loro cultura. Lascia un sapore piuttosto amaro e personalmente, per quanto sia interessante, ho soprattutto il desiderio di andarmene e levarmi dall’imbarazzante complicità con questo spettacolo.

La notte al lodge è inquietante: siamo i soli ospiti e lo staff ci lascia dopo cena (per quanto probabilmente alloggino nelle vicinanze), nessuna luce nelle stanze (il generatore si è nel frattempo scaricato) un temporale si scatena e i rumori degli animali ci accompagnano tutta la notte. Prima dell’alba siamo in piedi, un pò per andarcene quanto prima, un pò per il desiderio di vedere il parco di Etosha nell’orario più interessante.

Nowhere, Namibia – pt. 4

Lasciamo il lodge e ci dirigiamo verso Swakopmund, una delle principali città sulla costa oltre (assieme alla vicina Walvis Bay) principale porto commerciale del paese.
Anche oggi la trasferta si annuncia abbastanza lunga, o forse è solo la stanchezza che comincia a farsi sentire: rinunciamo ad un paio di stop lungo la strada, visto che le attrattive anche nel percorso “base” non mancano, ma dobbiamo comunque di fermarci ad una stazione di servizio dove decidiamo ci acquistare un paio di enormi uova di struzzo.
Man mano che usciamo dal Namib Desert e ci avviamo verso la costa osserviamo il paesaggio e il clima cambiare – tutto resta arido, ma progressivamente le montagne scompaiono e il clima arido lascia spazio ad una nebbia che arriva dal mare.

Prima di arrivare a Swakopmund, facciamo tappa per vedere le Welwitschia, una specie di pianta unica alla Namibia (e a parte dell’Angola), in realtà della stessa specie dei pini! La “mirabile” Welwitschia (questo il suo nome officiale) consiste in un tronco basso e spesso, come quello di un pino, e due sole foglie che appaiono alla nascita e continuano a crescere ai due lati della piante (se una sola di esse dovesse morire, la pianta tutta morirebbe), vive in una zona arida del Deserto del Namib e tra tutta l’acqua solo dall’umidità mattutina dell’aria che sale dal mare grazie alla Corrente del Benguela. Prima di questo viaggio, c’erano quattro cose che veramente volevo vedere in Namibia: la Welwitschia era una di queste – una vera e propria meraviglia botanica.
Riprendiamo la strada e facciamo un ultimo stop prima della città per osservare la Valle della Luna, una vallata dalle collinette aride e nere che ricorda il paesaggio lunare. Attorno a noi, vaste distese secche e miniere d’uranio: le recinzioni qui sono sparite, ma ovunque vi sono cartelli che ricordano il divieto d’ingresso nell’area mineraria e la proprietà privata della zona.

Arriviamo infine a Swakopmund, la città situata alla foce del fiume Swakop: la guida di racconta che quest’anno per la prima volta dopo decenni si è vista l’acqua del fiume arrivare al mare – le chiese della città hanno tutte suonato le campane nell’occasione.
La città, come la maggior parte degli insediamenti in Namibia, venne fondata dai tedeschi e nel centro ammiriamo l’incongruenza degli edifici in stile tedesco nel mezzo di un paesaggio semi-desertico e adornati da palme. Molti edifici pubblici continuano a mantenere riferimenti alla Germania: “Hotel Bismarck”, “Farmacia al Kaiser”. A rafforzare l’incongruenza, come a Luederitz, si sente una forte frattura linguistica: i bianchi parlano tedesco o afrikans, le persone di colore tendenzialmente inglese.
Nel pomeriggio facciamo una breve camminata per la città, osservando appunto le costruzioni coloniali e la gelida spiaggia bagnata dall’atlantico, poi cena nel ristorante italiano (un emigrato vicentino che ha aperto qui una pizzeria).

La mattina dopo, per la prima e unica volta in questo viaggio, non dobbiamo affrontare un trasferimento, ma di esplorare la costa: la mattina andremo in una crociera nella baia di Walvis, centro commerciale e peschereccio, e il pomeriggio là dove il deserto del Namib incontra l’oceano.
Un pulmino viene a prenderci per raggiungere Walvis Bay, dove ci imbarchiamo – l’aria è veramente fredda e umida, la nebbia dal mare copre il sole e crea uno strano effetto di luce rosata all’orizzonte, il tour della baia assai interessante, ci permette di osservare da vicino otarie, pellicani, gli allevamenti di ostriche (la Namibia a quanto pare è fra i maggiori produttori al mondo), un paio di delfini e uno sperduto pinguino che si è fatto trascinare qui dalla corrente. Continuiamo ad essere sorpresi dall’impatto geografico e climatico della Corrente del Benguela, una corrente oceanica fredda che risale dal Sud Africa fino all’Angola e traporta l’aria fredda che crea questo microclima freddo e umido in questa parte della costa; in più, la corrente prolunga di circa 4cm al giorno la penisola che divide la baia dall’oceano, un impatto impressionante, a pensarci!

Terminiamo la crociera e risaliamo subito in macchina, dobbiamo affrettarci ad attraversare le saline e il breve tratto di spiaggia che a quest’ora divide il deserto dall’oceano, prima che la marea monti e lo faccia scomparire: andremo nell’ancora più incredibile (se è concesso dirlo) Lange Wand, ovvero il grande muro, la dove le dune arrivano fino ad incontrare l’oceano creando, letteralmente, un muro di sabbia lungo quasi i 700km di deserto fino a Luederitz: non sorprende, a vederlo da qui, che Diaz abbia ritenuto di celebrare il suo arrivo laggiù! Gli aggettivi per descrivere la vista ci mancano…
Ben, il nostro autista per la giornata, sfreccia un pò rapido lungo la striscia di spiaggia, per evitare di restare bloccati appena monti la marea che cancellerà la striscia di spiaggia, ma ci lascia comunque abbondante tempo per scendere e fare qualche foto. Sorprendente pensare che proprio in questi punti i tedeschi avessero costruito un piccolo insediamento per sfruttare il guano degli uccelli…
Arrivati alla fine della spiaggia, saliamo verso le dune, facendo un rally dove Ben ci porta fin in cima alle dune, fino al punto in cui la nostra vista passa dal non vedere che sabbia al non vedere che cielo, si arresta un istante per controllare in bilico sul crinale che la discesa sia praticabile, e ripiomba giù. Sembra un ottovolante in un sali-scendi fra l’immersione nell’ocra e una nuova immersione nell’azzurro, e l’emozione non è poi troppo diversa. Le dune, ci spiega, sono modellate dal vento in modo dolce dal lato dove saliamo, ma possono essere incredibilmente ripide dal lato opposto: occorre quindi arrivare fino a stare in equilibrio esattamente sul crinale per poter veder giù e poi proseguire in sicurezza, ma fermarsi anche un attimo prima o un attimo dopo vorrebbe dire rischiare di scivolare giù in un verso o nell’altro.
Il “rally” prosegue ancora un pò, concedendoci sempre occasione di osservare ancora la grande muraglia, stavolta dall’alto. I turisti, anche qui, non mancano e sebbene sia un parco naturale, le tracce del passaggio dei 4 x 4 lasciano uno spettacolo un pò triste sulle dune. Ben ci rassicura che il vento della notte cancella tutto…
Una rapida pausa per pranzo, dove osserviamo ancora le fortunate tracce delle ultime abbondanti piogge (addirittura impronte di cheetah vicino alle pozze d’acqua, ci dicono) e rientriamo infine a Swakopmund. In due giorni, ho cancellato due elementi dalla mia improbabile lista di cosa da vedere in Namibia, posso dirmi soddisfatto.

Nowhere, Namibia – pt. 3

Il lodge per la note è letteralmente al limite del deserto, con la distesa sabbiosa che arriva fin davanti le stanze e gli spazi immensi che si aprono davanti a noi. Sveglia prima dell’alba, colazione al volo mentre fuori è ancora buio e lo staff del resort comincia appena a preparare le pietanze, partenza verso il leggendario parco di Sossusvlei. Entriamo nel parco col sole che comincia a sorgere dietro le dune rosse e, inevitabilmente, cominciamo anche noi la lunga serie di foto dello spettacolo che evolve lungo la strada per colori, luce e ambientazione.

La prima sosta è alla “Duna 45” – così chiamata perché convenientemente localizzata a 45km dall’ingresso -, una duna facilmente scalabile dalla quale apprezzare il paesaggio da differenti prospettive, oltre a sentire e vedere più da vicino la sabbia rossa del deserto. Quasi tutti si dirigono immediatamente alla scalata, ma personalmente preferisco perdermi ad ammirare sin da subito i primi alberi fossilizzati, soprattutto il contrasto dei colori incredibilmente netti e marcati: il nero dell’albero morto, o il verde di quello rimasto vivo, che si stagliano contro i perfettamente nitidi rosso della duna o l’azzurro del cielo; oppure gli stacchi fra il bianco dell’argilla del suolo, il rosso e di nuovo l’azzurro. Effetti semplicemente affascinanti, quasi magici. Anche la vista dall’alto della duna merita, assai, ma tornato giù resto ancora preso dall’ammirazione per questi contrasti di colore. In momenti come questo uno vorrebbe essere un pittore, o almeno un fotografo assai più bravo.
Sono appena le 9:00, ma dobbiamo già affrettarci per andare alla celebre “valle morta” prima che il caldo sia insopportabile. Ancora un breve tratto di strada, sopratutto una pista di sabbia morbida nella quale anche il 4 x 4 slitta, ed un’ultima camminata sotto il sole. La camminata fra le dune sembra studiata per occultare fino all’ultimo la vista della valle morta con gli iconici alberi fossilizzati, poi quasi all’improvviso, un’ultima svolta ci apre allo sguardo la Deadvlei: un antico lago prosciugatosi nel quale sono rimasti fossilizzati alcuni tronchi d’albero. Lo spettacolo è sostanzialmente lo stesso che ammiravo alla Dune 45, ma ripetuti per decine, creando un paesaggio spettrale e allo stesso tempo d’un fascino e bellezza sorprendenti. Anche qui gli stacchi e contrasti di colore terrebbero catturati per ore (e, infatti, ripartiamo ben dopo le 11:00), ma il calore e il sole non danno tregua (personalmente sono bardato dal mio krama come un tuareg), quindi dobbiamo ripartire.
Questi alberi, queste dune, sono probabilmente fra le immagini più standardizzate ed iconiche della Namibia, oltre che probabilmente fra gli alberi e paesaggi più immortalati in fotografia al mondo. Il primo aspetto parrebbe anche giustificato, tanta è la cruda bellezza di questo luogo; il secondo invita un pò a riflettere su quanto standardizzati siano i nostri immaginari e le nostre memorie. Ma, a costo di ripetersi, la bellezza giustifica almeno in parte questa standardizzazione – almeno per chi all’immagine abbia potuto abbinare l’esperienza.
Un’ultima breve sosta presso un lago ancora parzialmente pieno per le ultime, abbondati piogge, ulteriore stop ad un altro piccolo canyon, e ritorniamo al lodge per pranzo.

Da qui proseguiamo ancora verso nord-ovest, per una tappa intermedia che accorcerà poi il tragitto il giorno successivo per arrivare a Swakopmund, la città sulla costa dove ci tratterremmo un paio di giorni.
Il resort si presenta più spartano rispetto ai precedenti, ma comunque ottimamente fornito. L’attrattiva principale del posto, oltre ad alcuni suricati che corrono nel parcheggio in terra battuta, sono cinque cheetahs (ghepardi) cresciuti in cattività che è possibile avvicinare. Tenere felini in cattività sarebbe vietato (infatti, ci dicono, c’è un contenzioso aperto col governo), ma questi si trovano nella paradossale situazione d’esser stati rinchiusi quando ancora piccoli (dal precedente proprietario, ci dicono) e non poter più esser liberati, in quanto nel frattempo non hanno appreso come cacciare in libertà – la cosa è parecchio triste, ma, viste le costrizioni complessive imposte dalla situazione, ci consola che la nostra visita contribuisca a pagare l’ampliamento del parco per dargli maggiore libertà di correre.
Per quanto non esattamente un incontro “veritiero” (in condizioni reali), la vista di questi ghepardi è bellissima: “gattoni” dall’enorme eleganza, oltreché sorprendentemente socievoli e approcciabili – a quanto apprendiamo, fino a poco tempo fa lasciavano che i bambini scendessero ad accarezzarli.
Passiamo la notte al resort, prima affascinanti (una situazione che si ripete praticamente dall’inizio del viaggio) dallo spettacolo del tramonto e delle mille sfumature di rosso – arancione – viola che offre in rapida successione, poi cercando di assorbire ancora una volta la vista del cielo stellato.

Nowhere, Namibia – pt. 2

Terzo giorno di viaggio, un’ultima puntata a sud per osservare il Fish River Canyon, un canyon millenario proprio al confine col Sud Africa, prima di dirigerci a ovest.
Per arrivare al canyon entriamo nel primo vero tratto che potremmo definire “desertico” di questo viaggio. In precedenza abbiamo visto parecchi kilometri di landa arida, ma forse anche complici le recenti abbondantissime piogge, non esattamente desertici. Qui la cosa cambia: ora il paesaggio è veramente un deserto, desolato, sebbene non la massa sabbiosa che il nostro (arido) immaginario ci suggerirebbe, ma piuttosto una landa sassosa dove piccoli massi ferrosi coprono quasi interamente il paesaggio. Manca la sabbia, ma la sensazione di siccità è immutata, anzi forse accentuata. Solo occasionalmente vediamo qualche rara pianta di euforbia, una pianta velenosa (ma apprezzata da elefanti e rinoceronti) che costella a volte il paesaggio (presente qui e in tutta la Namibia), così come i sempre presenti orici e spingbok, animali adattati alla siccità estrema (ad esempio, con meccanismi che consentono di raffreddare il sangue prima che arrivi al cervello o di ridurre al minimo la dispersione di liquidi – al punto che, come ci dirà una guida poi alcuni springbok non bevono neppure se trovano una pozza d’acqua disponibile).

Dopo alcuni kilometri, il Fish River Canyon si apre davanti a noi. In realtà la vista è nascosta fino quasi all’ultimo: lo strapiombo del canyon si rivela solo pochi metri prima del limite, con il rivo d’acqua che si apre la via fra gli aridi sassi. La vista sarebbe effettivamente mozzafiato, per la magnificenza e per il timore che incute guardando in basso – una vista facilmente comparabile al più celebre canyon americano, eppure non mi emoziona enormemente. Suppongo vi siano cose che risuonano più ed altre meno col nostro spirito.
Sono appena le 9:00 di mattina, ma il caldo e il sole già a picco ci impongono di muoverci, ripartiamo quindi per la tappa successiva e uscendo dal parco abbiamo la fortuna di incrociare anche alcune giraffe, le prime del viaggio. Pochi kilometri dopo, la sorpresa: attraversando un fiume benedetto dalle abbondanti piogge, intravediamo un rapace in cielo. Inizialmente pensiamo ad un falco o simile, ma scopriamo poi trattarsi di un’aquila pescatrice, uno dei simboli della Namibia che abitualmente dimora nelle zone più ricche d’aqua del nord. Le piogge devono averla spinta fin qua a sud, assai lontano dalle sue aree abituali. Una vista, questa sì, davvero emozionante.

La trasferta odierna è parecchio lunga, probabilmente la tappa più lunga del viaggio come chilometraggio. Procediamo verso ovest e cominciamo progressivamente a scendere dall’immenso altopiano (fra i 600 e 1400 metri) che occupa la massa centrale del paese per avviarci verso la costa. Anche stavolta il paesaggio cambia costantemente sotto i nostri occhi, per la nostra sorpresa e ammirazione. Attraversiamo un vero deserto (sabbioso) nella “Sperrgebiet” (zona vietata) delle miniere di memoria tedesca nel quale una piccola tempesta di sabbia ci incoglie, fortunatamente nulla da bloccare il viaggio, e arriviamo a Lüderitz – una cittadina sulla costa fondata dai tedeschi.
Qui ci concediamo una cena di pesce e osserviamo con sorpresa l’architettura di stile germanico, oltre alla fortissima presenza di una comunità tedesca (la radio è in lingua tedesca) e alla pochissima integrazione fra le comunità: al ristorante sono presenti quasi solamente dei bianchi e un gruppo di studenti, forse liceali, parla in tedesco alle nostre spalle – fra loro nessun ragazzo di colore.
La constatazione della “segregazione di fatto” è straniante, e anche assai sgradevole. Difficile immaginare quando potrà essere superata. Non riesco neppure a smettere di chiedermi con quale mentalità questi giovani tedeschi possano crescere quaggiù…

La mattina dopo provo a fare una breve corsa per la città, ma il fortissimo vento che spira dal mare limita questa possibilità. Fatta colazione partiamo ad osservare Diaz Point, un punto di costa dove il navigatore portoghese Diaz sbarcò in rotta verso le indie – il primo punto roccioso dopo circa 700 km di deserto: non esattamente ospitale, ma certo dovette apparirgli assai più invitante delle dune sabbiose -, poi ci avviamo verso la “città fantasma” di Kolmanskop: un antico insediamento minerario costruito dai tedeschi alla scoperta dei diamanti nella zona. Ora la città è abbandonata e solo un reperto turistico incredibilmente conservato dell’ambizione umana di dominare (e sfruttare la natura). La città era incredibilmente fornita di tutti i servizi: ospedale perfettamente organizzato, biblioteca, palestra, centro culturale, shops, collegamento ferroviario verso Lüderitz e approvvigionamento regolare di acqua e ogni bene di necessità – potremmo dire una vera “cattedrale nel deserto”, con quartieri ben segregati per bianchi e neri (baracche). Oggi la città è invasa dalla sabbia, mentre affianco la De Beers (assieme al governo namibiano) continua a minare diamanti. L’abbandono e il clima arido hanno così perfettamente preservato gli edifici e tanti reperti dell’epoca – una visita quasi spettrale, assurda, e una delle cose più affascinanti che abbia visto durante tutto il viaggio.

Vista la strada che ancora ci manca, ci rimettiamo in viaggio verso le montagne del Tiras – usciamo dal deserto e cominciamo a risalire nell’altipiano dove ricompare la vegetazione (anche troppa per il nostro immaginario): le piogge sono state talmente abbondanti che, ci spiega la guida, lungo i prati sono riapparsi fiori che erano rimasti in “ibernazione” per quasi un decennio (l’ultima volta che li aveva visti). In effetti, gli orici e springbok attorno a noi camminano soddisfatti fra prati verdi una vera marea di fiorellini gialli. Una vista inimmaginabile. Verso sera arriviamo ad un lodge incastonato fra le montagne di granito rosso – una vista che ricorda le Olgas australiane. Continuare a ripetere “spettacolare” potrebbe essere persino annoiante, eppure non possiamo sottrarcene tanta è la bellezza e la varietà dei paesaggi che ci circondano.

Nuovo giorno, nuova trasferta: continuiamo verso nord per avvicinarci al celebre Sossusvlei. Oltre alla bellezza dei paesaggi, questa trasferta in realtà non ha note particolari (salvo l’esperienza di una foratura e del dover cambiare una gomma sotto il sole). Le temperature paiono continuare a salire ogni giorno che passa, ma fortunatamente tutti i lodge sono bene attrezzati per rinfrescare i viaggiatori – un lusso di piscine, aria condizionata e vasche da bagno che mette un pò a disagio e fa riflettere, pensando alle condizioni di tanta parte della popolazione: indicativo dello scollamento fra la gente normale ed il privilegio dei viaggiatori, ma anche di quanto si sia lavorato per creare un modello turistico “comodo” e accessibile ad una fascia di turisti internazionali disposti a sborsare belle cifre per non soffrire troppi inconvenienti. Mah.
In realtà molti viaggiatori possono anche optare per versioni più “avventurose” (camper 4 x 4, campeggi), ma l’impressione di fondo è che il modello di turismo che si è voluto proporre qui è soprattutto orientato alla comodità e a consentire l’accesso a tutte o quasi le meraviglie della Namibia senza inconvenienti, ma dietro lauto compenso.
Paradossale poi pensare alla siccità endemica del paese, abbinata alla presenza nei resort di piscine e vasche da bagno con adeguato invito ad “usare l’acqua responsabilmente”.

Nowhere, Namibia – pt. 1

Come si viaggia(va?) in epoca di covid-19?
Non so se possa considerarsi un approccio comune, personalmente ho fatto così: dovendo prendere delle ferie a luglio 2021, sono passato in rassegna ai paesi senza restrizioni di viaggio (no quarantena, voli aperti) compatibili col mio status d’allora (vaccinato o no); fra questi ho identificato quelle mete verso le quali avevo un certo interesse, quelli per i quali c’erano voli disponibili e accessibili e infine ho verificato se fosse necessario un visto o possibile ottenerlo senza troppe complicazioni all’arrivo.
Questo processo mi ha portato a scartare un viaggio in Angola o Marocco e identificare invece come opzioni la Namibia, il Messico o il Libano.
In Libano sono effettivamente stato per una settimana, ad agosto di quell’anno, sebbene abbia tralasciato poi di raccontarvene. Ma nel frattempo l’ipotesi della Namibia aveva cominciato a prendere consistenza. Concretizzare questa ipotesi ha poi richiesto lunghe negoziazioni ed adattamenti, tant’è che alla fine vi sono andato quasi un anno dopo, a marzo 2022.

Ma perché la Namibia?
In realtà, mai come questa volta non credo di avere una risposta esatta. Forse per la prima volta in realtà il viaggio è stato dettato più dal compromesso fra quel che è realizzabile e le aspirazioni, piuttosto che dalla volontà di perseguire una meta agognata. Se in genere le mie mete sono scelte in base ad un non meglio specificato “fascino” che la destinazione esercita verso di me per le ragioni più varie (in genere legate alla storia recente), non posso dire che per la Namibia fosse così.
Certo, nella mia agendina di “cose da fare” in un qualche futuro era segnato di visitare uno o due luoghi in Namibia, ma l’idea di poterli effettivamente vedere, ed il desiderio di farlo come una priorità rispetto ad altri luoghi (ad esempio l’Angola o il Libano) era piuttosto bassa.
Ma i viaggi al tempo del covid-19 sono soprattutto compromessi, quindi ecco la Namibia.

Concludo la missione in Congo a fine febbraio, sembra irreale sia finita, lascio il paese in un’atmosfera che non riesco a percepire veramente, quasi un crollo nervoso di pianto, ma al contempo tutta l’eccitazione per la fine e per un nuovo viaggio. Una trasferta relativamente complicata fra Ruanda e Sud Africa mi porta verso Windhoek, la capitale namibiana. L’ultimo volo da Johannesburg a Windhoek è un mix fra la sonnolenza di una nottata di viaggio e la sorpresa di un paesaggio incomprensibile: la Namibia è nota per essere un paese largamente arido, per lo più desertico – eppure la vista sotto di me è una marea verde. Se il comandante non confermasse che stiamo atterrando effettivamente a Windhoek, potrei credere di aver sbagliato aereo.
Atterro, controllo documenti, prendo un taxi per l’hotel dove raggiungo i miei compagni di viaggio arrivati direttamente dall’Italia. Nei giorni successivi scoprirò, e continuerò a stupirmi di quanto ciò sia vero, che quella appena trascorsa è stata la stagione più piovosa per la Namibia degli ultimi 11 anni! Là dove dovrebbe esservi una distesa di sabbia, vediamo invece letteralmente un mare d’erba. Confesso che a momenti la cosa è quasi una “delusione” rispetto al viaggio atteso ed immaginato.

Il primo giorno al mio arrivo lo dedichiamo ad una breve visita a Windhoek. Come la maggior parte delle città africane, la capitale namibiana non ha in sé particolari attrattive – la celebre chiesa è chiusa e la osserviamo solo dall’esterno, il museo nazionale è un palazzone cinese enorme, ma pressoché vuoto (e i cimeli al suo interno di dubbia qualità… per lo più foto della guerra d’indipendenza, qualche arma contemporanea e tanti murales propagandistici). Niente di che, ma francamente non siamo venuti in Namibia per vedere Windhoek.
A cena proviamo un ristorante locale, scoprendo che in sostanza i cibi tipici della Namibia sono le carni di selvaggina: orice (l’animale nazionale), springbok (l’antilope simbolo della squadra sudafricana di rugby), kudu, zebra…

La mattina dopo comincia il “viaggio” vero e proprio e la routine di spostamenti che ci accompagnerà per le prossime due settimane: partenza la mattina presto, 3 – 6 ore di guida per coprire le enormi distanze del paese, arrivo nel resort, qualche ora di relax seguita in genere da un piccolo safari nella tenuta.
La prima cosa che colpisce, oltre alla vastità del paese, sono le recinzioni: già arrivando dall’aeroporto avevo osservato come lungo la strada tutti i terreni siano recintati – letteralmente, per i primi 10 giorni non abbiamo visto un solo tratto che non fosse un enclosure, privata. Migliaia di kilometri di terra, recintati.
La cosa, sinceramente, mi scandalizza. Viste le reticenze (o i pregiudizi) della guida che ci accompagna per questo primo tratto, scoprirò solo molto dopo che questo tema è uno dei tanti aspetti della disuguaglianza economica del paese.
Sebbene la stragrande maggioranza della popolazione sia di origine africana o coloured del Sud Africa, la quasi totalità delle terre sono possedute da poche decine di famiglie tedesche o afrikans con possedimenti enormi.

La nostra prima tappa è un resort nel deserto del Kalahari – il celebre deserto di dune rosse. In realtà delle due rosse vediamo poco: sono verdi! Il paesaggio è sicuramente mozzafiato, coi colori straordinariamente variegati in questa occasione – strisce verdi e rosse che si alternano contro un cielo azzurro e quasi privo di nubi – ma ancora una volta fatico a riconciliare questa vista con le aspettative che tanta pubblicità mi aveva creato. Cominciano inoltre a scoprire la fauna locale, soprattutto gli immancabili orici e springbok, ma anche struzzi e passeri dalle sorprendenti capacità architettoniche che costruiscono nidi “condomini” dalle dimensioni incredibili per accogliere più coppie d’uccelli assieme.

Il giorno successivo ripartiamo verso sud. Per un tratto interminabile osserviamo lungo la strada un interminabile dirupo, che stimiamo essere lungo almeno 700km o più. Altra indicazione della vastità di questo paese. Una vastità che tuttavia non si riduce mai alla monotonia (come potrebbe essere, suppongo, ad esempio nel Sahara), ma presenta invece un continuo cambiamento di paesaggi, colori e terre – più o meno aride, più o meno ricche di vegetazione, più sabbiosi o ferrosi – una varietà che affascina e ci tiene lo sguardo catturato sul paesaggio cangiante.
Dopo circa due ore di strada facciamo una prima sosta per vedere gli “alberi faretra”, una delle varie piante uniche alla Namibia: una specie di albero dal tronco interno spugnoso, quindi facilmente scavabile, che veniva appunto utilizzato dai “boscimani” (ancora non so sicuro questo termine non presenti delle connotazioni vagamente razziste) per farne delle faretre.
Dopo un pranzo nella cittadina Keetmanshoop, in realtà un paesotto di 20 – 25.000 abitanti, piccolo centro commerciale disperso nel nulla e centro tedesco – afrikans.
Altro aspetto sorprendente: la pulizia dei centri abitati (“mentalità tedesca”, ci dice la guida) e la qualità delle infrastrutture. Certo, io sono influenzato dall’esperienza in Congo, ma qui le strade, anche quelle sterrate, sono incredibilmente lisce e scorrevoli – quasi senza buche. Il poco traffico sicuramente aiuta, ma ho forte l’impressione che i trent’anni di occupazione dell’esercito sudafricano giochino la loro parte.
Lasciamo la strada asfaltata per lo sterrato (eccezionale) e prima di arrivare al resort, facciamo una sosta in un’azienda agricola (ovviamente gestita da tedeschi): in zona c’è una diga, quindi l’acqua qui abbonda, cosa che ha permesso la creazione di un enorme piantagione di datteri – dalle dimensioni difficilmente calcolabili – nella quale oltre alla frutta secca, hanno avviato una produzione di distillati (grappa e gin a base di datteri). Arriviamo al resort per la notte, quasi al confine col Sud Africa (meno di 70km), siamo letteralmente “in mezzo al nulla” – forse meno distanti da tutto di quanto non fossi presso Uluru in Australia (400km dal più vicino centro abitato), ma la vastità degli spazi e la rarità della presenza umana dà qui veramente un incredibile senso di vuoto attorno a noi. La notte ne approfittiamo quindi per goderci la vista delle stelle – uno spettacolo che mai avrei potuto immaginare, l’assenza di luci artificiali ci lascia apprezzare una luminosità sopra a noi oltre ogni aspettativa, compresa una vista assai nitida della Via Lattea, un ammasso nebuloso limpido e brillante.
Nei giorni successivi non mi stancherò di riempirmi gli occhi di questa vista ogni volta possibile, cosciente si qualcosa che raramente potrò apprezzare ancora in futuro. Siamo affascinati dall’esperienza… ed è appena il secondo giorno!

Pensieri ucraino – geopolitici

Non commenterò, visti anche gli errori precedenti, l’evoluzione del conflitto in Ucraina o il posizionamento delle parti. Mi limiterò piuttosto ad altre riflessioni “collaterali”.

La prima, la più banale, è che se veramente siamo dalla parte degli ucraini, oltre a mandare missili e armi dovremmo forse essere disposti ad inviare le nostre truppe. Mi pare questo approccio sia un po’ quello che nel mio dialetto si definisce “fare i culattoni [gay] col culo degli altri” (mi si perdoni l’espressione). E questo, mi pare, non è che l’ennesimo riflesso di un’incapacità (e una mancanza di volontà) di sacrifico. Illuminanti, l’altra sera a In Onda, i servizi degli albergatori e ristoratori sul lago di Como che si lamentano per l’impatto negativo sul loro business delle sanzioni alla Russia, che hanno impedito ai ricconi russi di arrivare e spendere. “Poveri gli dei” (cit), anche così si fa la geopolitica… ma fare geopolitica senza sacrifici è vano (e pure stupido, se m’è concesso dirlo).
Più kantinamente, questo approccio viola la massima di “considerare sempre l’uomo come un fine e mai come un mezzo”. In pratica, vogliamo anche noi usare gli ucraini per indebolire la Russia, cioè per fare la nostra geopolitica. Constato che le logiche della Guerra Fredda (geopolitica…) non se ne sono mai andate, poi, per carità di patria, tralascio ogni altro commento.

Altra riflessione, sempre se vogliamo essere dalla parte degli ucraini: smettiamola di chiamare le città ucraine coi nomi russi. Anche la lingua tutta, e la toponomastica, hanno valore. Allora Kyiv non è “Kiev” [Киев] (nome russo), ma “Kyiv” [Київ] (nome ucraino); Odesa, non Odessa…
Finora, tutti i media italiani che ho visto continuano a parlare di Kiev: capisco la toponomastica russo-ucraina e le differenze fra queste due lingue non siano accessibili ai più e il nome di “Kyiv” dica poco alla maggior parte degli italiani, ma ha una sua importanza, non solo simbolica. Curiosamente per Kharkiv [Хaрків], al contrario i media stanno adottando l’ortografia ucraina (in russo la città sarebbe chiamata Kharkov – [Харькoв]) – bizzarro, vista la maggiore presenza russofona in questa città (forse solo una questione di sonorità?).
Mi piacerebbe sapere se qualche redazione si sta ponendo o si è posta il problema.

Ultima, e più importante, riflessione (dulcis in fundo, no?): la mia impressione è che tanta reazione, scandalo, di fronte a questo conflitto sia dato un po’ dal razzismo (queste cose di morte ora accadano a noi o gente come noi, non ai congolesi); un po’ dalla constatazione di come la storia e la geopolitica siano rientrate nel cuore dell’Europa.
L’Europa pareva un po’ un continente addormentato, giunto alla “fine della storia” (oh Fukuyama!), e invece ci siamo risvegliati per scoprire che la storia era tornata fra noi, con tutti i suoi risvolti anche tragici. Pensavamo tutto questo, tutti questi conflitti per ri-ordinare il mondo, accadessero solo altrove – che la storia fosse “cosa d’altri”, eventi drammatici destinati ad accadere altrove, ad altri, mentre noi vivevamo in una nostra bolla immobile e perfetta, nella quale il massimo degli stravolgimenti erano i fallout dei conflitti altrove – ovvero i rifugiati – o qualche cambiamento politico nazionale tutto sommato poco influente nella struttura complessiva delle cose.
E invece ce li siamo trovati in casa. All’improvviso (a sorpresa di tutti o quasi), Putin e Zelensky, russi ed ucraini, ci hanno ricordato (e mostrato vivamente) come la storia sia ancora in corso, pure in Europa, come la geopolitica sia ancora un gioco che tutti stanno volenti o nolenti giocando (molti, in Europa, loro malgrado, parrebbe). Ci stanno mostrando come gli sconvolgimenti anche epocali e anche violenti siano ancora una possibilità, anzi una realtà – sebbene noi li avessimo relegati ad un’altra realtà, diversa dalla nostra. Ci stanno mostrando che non ne siamo immuni. Ci stanno mostrando che sì: è possibile che la propria casa venga distrutta da una bomba (anche se ancora improbabile, qui da noi). Ci stanno mostrando che sì: è ancora possibile dover morire per una cosa chiamata “patria”, che è ancora possibile perdere parenti ed amici senza potergli dire addio… che tutto questo è ancora possibile perché la competizione fra Stati non se n’è mai andata, e a volte diventa conflitto – pure violento. Che lo volessimo o no, Clausewitz non è mai morto. Andatelo a chiedere ai Siriani, agli Afgani, ai Cingalesi, agli Irlandesi… oggi andatelo a chiedere agli Ucraini…
Sarà bene cercare di tenerlo a mente.

“Beato il popolo che non ha bisogno d’eroi”, diceva il poeta… personalmente ho avuto a lungo l’impressione che nella nostra beatitudine abbiamo assai svalutato il concetto di “eroe” (“si ferma col semaforo rosso: eroe!”). Ci stiamo risvegliando, purtroppo.