Politicamente

A volte ritornano. I “grandi” temi scomparsi da un pò di tempo da questo blog. Uno su tutti: politica.
Non credo tornerà ad essere un tema ricorrente, né questo post sarà una grande digressione in merito. Voglio giusto togliermi un altro sassolino dalle scarpe del pensiero.

Leggo che la “sinistra” “fuoriuscita dal Partito Democratico” (tutto virgolettato, perché non so più di cosa stiamo veramente parlando… sic!) e cui ora il PD chiede di organizzare una coalizione in vista delle elezioni del prossimo anno risponde “picche” (aka appendetevi al c****o) alla proposta.
In particolare, il leader di MDP Bersani avrebbe dichiarato “Noi stiamo facendo una cosa di sinistra e civica….” di cui (pare) il potenziale candidato presidente del consiglio alle elezioni sarebbe Pietro Grasso, ex magistrato ed attuale presidente del Senato.

Ora, dio mi salvi dal criticare tutto ciò! L’idea di una (ri-)apertura civica della sinistra è nobile, urgente, necessaria e fondamentale. E Grasso sarebbe un candidato di sicuro profilo e senso delle istituzioni (non so quanto senso politico, però- purtroppo serve anche quello).
Purtroppo, la cosa mi puzza…. mi puzza di muffa. Ripeto: l’idea è lodevole e totalmente condivisibile. Se non fossi troppo disilluso, mi ci imbarcherei anche io volentieri. Anzi: avrei tanta voglia di farlo
Il problema (la “puzza”) di questo progetto sono i compagni di viaggio. E i condizionamenti, gli abitus mentali che li accompagnano. In poche parole: sembra la fotocopia di “Rivoluzione Civile” (sic!). Anche qui abbiamo “particelle di sinistra”, frutto di una fissione atomica da partiti più grandi che cercano di ricostitursi aprendosi alla “società civile”.

Ma questa, scusate, è una strategia destinata a fallire. Per incompatibilità.
Incompatibilità fra le strutture di pensiero partitiche (quindi organizzative) e politiche (prendiamo, tanto per fare un esempio, l’ancoramento all’art.18) di certi esponenti politici e la fluidità strutturale (l’organizzazione a rete, non-gerarchica…) e politica (innovativa nei contenuti) della società civile.
E’ un pò come se Bersani volesse costruire un’alleanza col Piraten Partei. Ci ricordiamo tutti come finì la negoziazione con M5S…

Paradossalmente, credo, una cosa del genere riuscirebbe più facile a Renzi (se solo davvero volesse…).

Anche dove MDP ed i suoi esponenti principali riuscissero in questa opera, i loro interlocutori privilegiati, i loro riferimenti esterni alla politica, li condannerebbero ad una certa (mi si passi il termine) “arretrattezza” programmatica: i sindacati.
Il problema di fondo, secondo me, è che questi interlocutori -perlomeno in Italia- non hanno compreso appieno le trasformazioni in atto o, se le hanno comprese, pensano di risolvere con strumenti del passato.

Questa una delle cose che ho appreso in un anno al SOAS: il great divide fra una società civile plasmata nel post-materialismo e nel post-strutturalismo (anche un pò neoliberista) e organizzazioni politiche ancora integralmente materialiste e strutturaliste.
Come accennavo sopra, la “società civile” formatasi dopo (ed in risposta a) l’ondata neoliberista è basata su una struttura a rete di piccole organizzazioni (ONG) focalizzate su aspetti molto specifici (“piccole battaglie”), come l’acqua, internet, diritti umani, diritti delle donne. Molto di rado questi gruppi pensano in termini di cambiamento di sistema (basti vedere dov’è finito il movimento di Porto Alegre) e fanno fatica a darsi un’agenda strutturata. Soprattutto, non pensano in termini di cambiamento “strutturale / sovrastrutturale”, a partire dai rapporti di produzione, ma si focalizzano su tematiche (l’ambiente) diverse.
Il dibattito meriterebbe una delucidazione assai maggiore di questi aspetti da parte mia, ma il tempo (e la voglia) al momento manca. Se qualcuno vorrà, sarò lieto di cercare di chiarire i termini nei commenti o in futuro.

Resta la domanda: possono Bersani, o Fassina, convincere queste persone? Fondamentalmente: parlano lo stesso linguaggio? (e qui ci starebbe tutta l’analisi di Massimo Recalcati- non so se il video sia quello giusto, ma cercatelo in rete)
Io temo di no.

Annunci

Imbruttitura

Sono sveglio ad un’ora francamente troppo tarda. Ma tanto domani è domenica. Cioè, oggi.
Una certa arrabbiatura mi tiene sveglio (sì, caro signore al 41: noi probabilmente abbiamo sbagliato, ma tu sei stato una vera faccia di merda. Specie quando hai detto “sono figlio di…”). E vorrei parlare di questo, ma in fondo non servirebbe a nulla. L’arrabbiatura la uso solo per restare sveglio e ne approfitto per scrivere un post che avrei dovuto scrivere dieci giorni fa. Spero la memoria non tradisca i ricordi e le emozioni.

Martedì notte, in quell’ora in cui non si sa più esattamente che giorno è. Sono poco lontano dalla stazione di Liverpool street, aspetto l’autobus che mi porterà a prendere un volo decisamente troppo mattiniero. Aspetto in una notte che comincia a farci sentire il suo freddo.

Non sono mai stato un sostenitore della carità, anzi: l’ho sempre trovata un modo fin troppo comodo per pulirsi la coscienza, senza veramente cambiare le cose. In qualche modo, la carità mi irrita. Mi fa arrabbiare (anche questa…).
Allo stesso tempo, visto che comunque sono fra quella parte della popolazione mondiale decisamente fin troppo fortunata (anche in senso francese), continuo a sentire dentro di me una certa “spinta” a fare della carità, occasionalmente. Forse fin troppo di rado.
Probabilmente anche io cerco di pulirmi facilmente la coscienza. Ma, al contempo, vedendo quanti fra i miei conoscenti con una coscienza ed una morale assai migliori delle mie non fanno neanche questo piccolo gesto, penso che forse in fondo non è così male.
Fosse anche per comprare droga, alcool o sigarette, chi sono io per giudicare? Per quanto piccolo, è comunque un aiuto.

Insomma, aspetto questo autobus e cammino su è giù, un pò per passare il tempo, un pò per resistere al freddo.
Un uomo malconcio di cui m’è impossibile dire l’età si aggira fra noi che aspettiamo il bus, chiedendo soldi. Fa la stessa cosa quando arriva a me, scopre le braccia coperte di croste di sangue coagulato, dice di essere appena uscito dall’ospedale. Mi fa sinceramente “pena”, nel senso che provo compassione per lui e le sue condizioni mi smuovono a pensare che -sebbene non ricchissimo- posso permettermi di dargli dei soldi che chiede, quindi apro il portamonete e gli dò qualche pound.

Qui la situazione comincia ad evolvere. Il signore argomenta (forse l’ha fatto anche prima, ma prima non prestavo poi molta attenzione alle sue motivazioni) che sta cercando di raccogliere la somma di 10 pounds per pagarsi la stanza in un ostello e quel che gli ho dato, per quanto utile, è sostanzialmente inutile se non raggiunge quella cifra. Ovviamente, mi fa notare che nessun altro gli ha dato alcunché e mi prega di aggiungere qualche pound per raggiungere la cifra necessaria.

Da enorme stronzo, lo riconosco, gli rispondo di no. Uno stronzo colossale, probabilmente. Un pò perché non ho altre monete, un pò perché credo che tutti (o almeno altri) fra i presenti potrebbero e dovrebbero metter mano al portafogli. Perché, in fondo, dovrebbe essere una responsabilità comune.
Il signore è particolarmente insistente.
Prima mi propone di darmi tutte le monete raccolte, cambiandole con una banconota da 10 pound. Un pò per testarda, stupida, ostinazione nel mio ragionamento, un pò perché così mi pare di defraudarlo di quanto ha raccimolato, ancora rifiuto.
Poi, di nuovo dinnanzi al mio persistere, mi dice  -visto che appunto la cifra non gli consente di pagarsi la stanza ed è quindi “inutile”- di riprendermi i miei soldi. Anche in questo caso rifiuto. Principalmente perché credo quei soldi possano nondimeno essergli utili. Forse anche per altre ragioni.

La cosa va avanti per un pò. La gente attorno non guarda. Certo pensa. Cosa, lo ignoro.
Trovo però interessante che nessuno abbia pensato minimamente di concluderla lì, prendere qualche pound e “pagarmi la cauzione”.
Alla fine rinuncia e comincia a chiedere l’elemosina agli altri presenti. Nessuno tira fuori un cent. E io un pò li disprezzo, tutti, un pò mi sento superiore a loro. Non superiore: leggermente più decente.

Visti i vani tentativi, il signore torna da me. Stesse argomentazioni. Adesso sono stanco, assonnato, infreddolito e stanco. Vorrei soprattutto farla finita con questa cosa.
Da colossale stronzo, con fermezza gli dico di smetterla. Non credo di essere offensivo, ma certo stavolta sono particolarmente fermo nel dirgli: “Basta[!]”.
Lui ha uno scatto. Letteralmente: il corpo piantato, la sua faccia balza a pochi centimetri dalla mia. Per un attimo ho veramente paura.
Paura che possa fare “qualcosa”. Credo fosse esattamente la paura che provano tutti i “ricchi” di questa porca terra dinnanzi a tutte le masse di poveri quando veramente minacciano di mettersi in moto. Paura anche fisica.
Avevo visto uno spillo fissato sulla giacca, forse un ago, non lo so. Ho avuto paura… paura del suo sangue. Letteralmente.
Con lo sguardo incattivito mi dice qualcosa, se ben ricordo qualcosa come “non è il modo di trattare un fellow essere umano“. Credo le parole fossero proprio queste. Me lo dice e se ne va. Senza fare alcunché.

Se ne va. Dopo qualche tempo un altro uomo ripassa. Scena pressoché identica: mostra il braccio insanguinato e chiede soldi per una stanza. Nessuno gli dà nulla. Neppure io. Un pò perché non ho altre monete, un pò perché non voglio trovarmi nella stessa situazione.
E penso pure che se il primo non si fosse comportato così, forse qualche spicciolo l’avrei trovato.

L’autobus arriva, saliamo, andiamo in aeroporto e torniamo a “casa”. Il tempo passa, e io non posso fare a meno di pensare a quanto la povertà “imbruttisca” le persone.
Ma la ricchezza ancor di più.

Da un certo punto di vista, mi son sentito una merda. Una merda, perché in fondo mi sarebbe stato possibile fare di più, dargli quel che mi chiedeva.
Da un altro lato, mi sento a posto: io ho fatto il mio. Ho fatto qualcosa. Sì: qualcosa. Troppo poco. Ma qualcosa l’ho fatto: mi sono pulito la coscienza.

Imbruttiti. A volte la coscienza è meglio tenersela sporca.

The fire is all burned down

Chiunque tu chieda ti darà una sua risposta, una sua versione dei fatti, un proprio consiglio su cosa si possa migliorare per raggiungere il risultato desiderato, alcuni dicendoti che è la verità.

La verità, l’unica che conosco in questo momento (come cantavano due grandissimi), è che il fuoco s’è spento. Bruciato fino all’ultimo, lasciando null’altro che cenere. Esausto.
Ho già scritto tutto questo? Temo di sì. E che noia dev’essere per chi dovesse capitare a leggere. Per non dire vera e propria depressione. Andate altrove finché siete in tempo.

L’unica verità che conosco, dicevo, è l’essere consumati, fino all’osso. Stanchi. Sconfitti. Disillusi. L’unica verità è l’aver visto bruciate tutte le illusioni, speranze, illusioni.
L’unica verità è che tutti ti danno una loro versione, tutte buone a pezzetti, ma nessuna che ti si adatti veramente.
C’è chi ti dirà di mostrare passione, di trovare qualcosa cui dedicarsi veramente- ma alla fine le opportunità vere saranno solo per ciò che meno ti interessa. C’è chi ti dirà di aggiungere “sostanza”: numeri, dati e cifre, dimostrazioni e prove- ma alla fine tutti i numeri del mondo cosa sono? C’è chi ti dirà che in fondo la risposta è già pronta e tanti tentativi non fanno altro che aumentare la confusione. C’è chi ti dirà di ritoccare qua o là…

Ma nessuno, nessuno veramente ti sa dare una risposta. Né, per quello, una speranza. Nessuno può riaccendere il fuoco. E alla fine non resta altro che la stanchezza. Il pensiero che tutto il talento (per quel che può essere), tutta la dedizione, possono semplicemente andare sprecati.  Il pensiero che tu non hai mai chiesto di nascere, di affrontare tutto questo.
E la certezza che comunque si è troppo codardi. Troppo. E troppo responsabili. Questo, forse troppo poco.

E’ un’affermazione brutale, me ne rendo conto. Esagerata probabilmente. Lo so. Ma è l’unico pensiero che sono  in grado di offrirvi ed offrire in questa notte piovigginosa di una città troppo a nord del mondo per dare alcuna risposta, una notte troppo sola e troppo simile a troppe altre vissute troppo tempo fa, quanto tutte queste preoccupazioni sembravano inutili perché ancora tutto era troppo possibile.

E si insinua un altro pensiero, quello che in fondo -come generazione- siamo stati troppo viziati, troppo cullati nell’idea di perseguire quello che si vuole veramente, come se questa opzione fosse effettivamente reale.
Blame it on generational factors! Troppo facile. Certo, troppo facile.

Chiunque tu chieda ti darà una propria risposta. Magari una che per loro funziona. Per loro. Ma nessuno troverà la tua.
Nessuno. Probabilmente neanche tu stesso.
E alla fine non resta che la stanchezza della sensazione di averla cercata inutilmente troppo a lungo.

Claustrofobia della stanza vuota

Dire che mi sento “di merda” è ancora un eufemismo. In realtà  non so neanche io esattamente come mi sento: stanco, triste, scazzato, al limite della depressione o del tracollo emotivo… Soprattutto scazzato, probabilmente. Non lo so esattamente: tutto questo e altro.
Sono preso così… in uno stato d’animo in cui praticamente tutto non fa che aumentare la mia rabbia:  ogni canzone, ogni libro, ogni job application, ogni riga della tesi.
Rabbia. Assenza di prospettive. Frustrazione.
Vorrei solo poter dormire tutto il giorno, per giorni. Aspettare che passi. E chi se ne frega della tesi: consegno quello che ho scritto e basterà. Sarebbe quasi buttare via tutto il lavoro di un anno, tutti il “puntare all’eccellenza” con un solo lavoro mediocre. Ma continuare a lavorarvi mi causa più dolore che altro.

E tutto questo non è causato dal pensiero che fra 15 giorni non saprò più che fare della mia vita (il master è ormai finito, abbiamo ancora due settimane per consegnare la tesi, l’appartamento da lasciare due giorni dopo e ancora navigo nel buio con prospettive di lavoro, nuovo domicilio o altre mete da raggiungere)- come se non riuscissi a guardare oltre quindici giorni. Buio totale. E pesa come un macigno.
Ma no, non è questo, anche se gioca una grande parte. Non solo, almeno.

So che non è solo questo, perché so esattamente da quanto mi sento così: da quanto è cominciato il conto alla rovescia per vedere una stanza vuota. E, ancor di più, da quando la ragazzina coi capelli rossi se n’è volata via.
Le due cose, in realtà, si sommano: perché vederla volare via mi farebbe assai meno male se sapessi di dover partire anche io, lasciare presto questo posto ormai svuotato di tutto quello che l’aveva reso speciale nei mesi scorsi e lanciarmi verso una nuova avventura.
Verso qualcosa per tenermi occupato, per riempirmi il cervello, per non pensare.

Lasciarsi alle spalle lei, che è ormai andata, e tutti gli altri che stanno andando o andranno a breve. Lasciarsi (finalmente) alle spalle un anno che è passato troppo in fretta, ma ormai è passato.
Andarsene, scappare da questo luogo divenuto claustrofobico- una prigione, dorata ma pur sempre prigione.
Farla finita con questa agonia che abbiamo trascinato troppo a lungo, da luglio ormai, quando sarebbe stato più saggio rendersi conto già mesi orsono che non poteva durare. Non era destinato a durare.

Invece sono qui, esco in giardino e guardo la finestra chiusa di una stanza ormai vuota. Una stanza che solo ieri ospitava qualcuno.
Qualcuno che, volente o nolente, mi ha appesantito il cuore (per citare il bel film di BollywoodCheeni Kum- Senza zucchero“)

E allora ecco ancora frustrazione. Solitudine.
E tutto nel domani inquieta. A pensare di non sapere cosa affrontare, a sapere di doverlo affrontare senza persone che son divenute care.
E si vorrebbe non doverlo affrontare affatto.

Forse è per questo che non ho lo “spirito imprenditoriale”, la capacità di mettermi costantemente in gioco con nuove imprese e avventure: perché non ho mai saputo gestire la fine (le fini).

piccola proposta calcistica

Ho letto del trasferimento di Neymar al PSG per 222 milioni di Euro (‘stica!, come si direbbe…). Ho letto che -anche lui, come tutti- “non lo ha fatto per soldi”: ahn però!
…sarà stato per la cucina francese.

Ho letto che un altro calciatore, Mata del ManUtd, propone la “rivoluzionaria” idea di devolvere l’1% (uno per cento) del proprio stipendio ad una ONG da lui creata, se ho ben capito per diffondere il calcio fra i bambini dei paesi poveri.
Bella idea, per carità, meglio di niente. Ma l’1% sono peanuts. E il fine, beh: poteva pensare di meglio.

Allora, vorrei lanciare anche io la mia piccola proposta per “rendere migliore” il calcio. Anzi, due mezze proposte (che forse assieme ne fanno una). Semplice, semplice:
1) ogni volta che un calciatore dichiara di essersi trasferito in una nuova squadra ma di non averlo fatto per soldi, il 10% del suo stipendio viene automaticamente destinato ad una ONG di sua scelta (da indicare al momento della sottoscrizione del contratto);
2) ogni volta che il presidente di una squadra dichiara che rinnovare il contratto “non è un problema di soldi“, una somma pari al 10% del monte stipendi viene destinata ad una ONG.

Semplice, se non è per soldi…

Into dark

Ecco, una cosa che posso (anzi, devo) scrivere è questa: Dans Le Noir. Titolo inglese, perché siam sempre a London. E (quasi) non più in Europe.
Battute a parte….

Dans Le Noir è una catena di ristoranti in cui si cena completamente al buio. Totalmente.
Per natale ho ricevuto come regalo una cena in questo ristorante, sede londinese appunto, e dopo aver atteso troppo a lungo, domenica sera vi sono andato. Con A., tanto per farsi male fino in fondo.
Sempre fino in fondo, le cose a metà non hanno carattere– per dirla con Benjamin (sì: sto tornando al primo Benjamin).

Cominciamo dalle cose semplici: cibo ottimo. Il che, per un ristorante, è già un ottimo punto di partenza, no? Anche il vino scelto era buono.
Forse, nel complesso, un pò caro. Ma, ovviamente, si paga tanto l’esperienza. E, credetemi, ne vale la pena. Ne sarebbe valsa la pena anche senza quella compagnia (ma non discutiamo di questo: una buona cena andrebbe sempre accompagnata da una “bella” donna -bella in più di un senso).

L’esperienza, appunto.
Una cena al buio. Il primo pensiero, almeno il mio, ma penso per molti, è stato: la camicia tornerà enormemente pezzata. Severamente, irrimediabilmente, macchiata. E, infatti, approfittando del buio e della sospensione di qualsiasi giudizio estetico, ho messo il tovagliolo a protezione “integrale”. Camicia intonsa, gran risultato.
Secondo pensiero: come faccio a mangiare? La logistica, in realtà, si è rivelata piuttosto semplice, anche versarsi da bere dopo qualche accorgimento iniziale è stato piuttosto ok. Unica nota: magari del pane, per evitare di usare le dita “a supporto” sarebbe stato saggio…

Questo per le trivialità del caso.
Ma l’esperienza di una cena al buio è molto di più. Intanto, non ho mai visto un posto altrettanto buio. Neanche la campagna cubana di notte, neanche le Alpi di notte, neanche la savana attorno ad Arusha o la pampa…. almeno lì vi erano le stelle! (Gran cosa le stelle, dovremmo ricordarcelo più spesso… non esiste notte tanto buia da non aver stelle). Ma neanche la notte di temporale ad Urulu.
La cosa più luminosa in tutta la stanza (in assoluto, anzi: a mia memoria, l’unica cosa luminosa in tutta la stanza) era la fluorescenza delle lancette del mio orologio- che ad un certo punto ho tolto.
La prima sensazione, appena accomodati a tavola e affrontata la logistica, è una certa fatica agli occhi. La tentazione è quasi di chiuderli. Passa dopo poco, ma è strano all’inizio adattarsi a questo ambiente.
Ma la cosa che si sente più costantemente è il vuoto. Vuoto, totale, assoluto. Nei momenti di silenzio sembra quasi di sentirsi fluttuare nello spazio (nessuna idea di quale spazio vi sia attorno: la stanza potrebbe essere minuscola o enorme… nessuna percezione).
Non a caso, si sente la necessità di riempire quel vuoto.
Per quanto la conversazione -almeno la nostra- sia stata interessante e mai banale (ok, a parte un paio di mie cazzate sul Mozambico…), v’era sempre la come la “necessità” di parlare, di riempire quello spazio. Forse perché anche noi come alcuni pesci ci orientiamo nello spazio come con un sonar, per quanto poco i suoni, le voci, ci danno una sensazione di presenza. Qualcosa cui aggrapparci.

Tutto questo va, ovviamente, rapportato poi al cibo.
Aldilà, come detto, della logistica, l’esperienza principale è quella di non sapere (verrà rivelato dopo) cosa si sta mangiando: si può scegliere un menù carne/pesce/vegetariano, ma gli ingredienti esatti non si conoscono. Il che, almeno per me e la mia commensale, ha rivelato quanto il nostro palato sia poco sviluppato: dei tanti ingredienti sono riuscito a riconoscerne solo pochi (kangaroo, più per azzardo che altro, piovra, passion fruit e qualche verdura… neppure l’oca che pure ha un gusto abbastanza marcato sono riuscito a riconoscere!).
La vista, sic, domina i nostri sensi. Almeno nel quotidiano. Per quanto altri sensi possano essere più evocativi nella nostra memoria (l’olfatto- ma come ci siamo detti dopo: la memoria visiva può essere richiamata alla mente, quella olfattiva, come fare?), la vista domina.
Domina totalmente. Specie a livello sociale: estetica, apparenza… ma anche nelle interazioni astratte dall’aspetto: la percezione visiva, come mi diceva A., ci aiuta tantissimo ad orientarci nelle relazioni- la direzione di uno sguardo, delle labbra che accennano una parola, la postura… tutto questo è essenziale nel nostro modo di essere ed interagire. E di colpo era sparito.
Dovevamo, in un certo senso, imparare un nuovo linguaggio.

La cosa che probabilmente mi ha scosso maggiormente è stato sentire il cameriere (bravo) parlarci della bellezza dei monumenti a Roma dopo la sua recente vacanza. Sul momento avevo creduto non fosse cieco (come inizialmente sospettavo)… vederlo poi andare a casa e constatare che è effettivamente non vedente mi ha scosso. Positivamente, devo dire: è stata un’infusione di umiltà. Enorme.
Quanto tempo passiamo a scattare foto, anziché a crearci memorie? Alla fine, ricorderemo sempre meglio qualcosa che abbiamo toccato piuttosto di mille immagini viste solo attraverso lo schermo di una macchina fotografica (schermo, perché spesso anche l’obiettivo ci hanno tolto).

Insomma, un’esperienza fortemente consigliata.

Considerazione a latere, non è “bizzarro” che un’esperienza così umanamente formativa al giorno d’oggi possa farsi solo pagando?
In definitiva, provare a vivere “al buio” almeno per un pò sarebbe un bel bagno d’umiltà per molti, un’occasione per riflettere ripensare al proprio modo di essere, a quel che veramente conta o dovrebbe contare nella vita… per fortuna è possible farla in posti come Dans Le Noir, ma, credo, v’è qualcosa di sbagliato non tanto nel commercializzare questa esperienza in sé, quanto nel fatto che commercialmente sia -a mia conoscenza- l’unico modo per farla.

Ne avrei di cose da dire

Muß das Herz dir brechen,
Bleibe fest dein Muth
(A. von Chamisso)

Oh se ne avrei di cose da dire! Forse è proprio per questo che taccio… perché non so da che parte cominciare. Eppoi se uno si sblocca, poi va a finire che ne racconta a fiumi e non si riesce più a fermarlo….
Non che siano cose negative, per carità. Oddio, magari qualcuna anche sì. Magari anche tutte, da una certa angolazione. Non lo so, probabilmente cercare di capirlo richiederebbe più tempo ed energie di quante voglia dedicarvi. Oppure, sotto sotto, so già tutto. Ma, come sempre, non ho voglia di sentirlo forte e chiaro.

Veramente, non so da che parte cominciare. Che già da quello si decide il tono di tutta la conversazione. E’ un gran mix, un quadro grigio come il cielo di Londra. Ma non il grigio plumbeo, uniforme e monotono che sembra non lasciare scampo… un grigio variegato, una infinita sequenza di squarci diversi -brillanti o oscuri.

Insomma, sono felice. E sono triste. Sono contento. E sono deluso. Sono eccitato e sono “depresso” (in senso strettamente non clinico!).
And everything in between.
La cosa strana (“strana”? Se così si può dire…) è che tutte queste sensazioni si sovrappongono una all’altra, ed in modo poroso. “Come una lasagna“, direbbe il mio vecchio prof di diritto cinese.
In sostanza, non mi sento “felice” ora e “triste” domani mattina (o ieri, per quel che conta). Né tra mezz’ora o mezz’ora fa.
Mi sento “ribollire”, si potrebbe dire. Peccato sia una c*** di immagine abusata. Eppoi, oltre a sentirmi ribollire, mi sento anche profondamente tranquillo. Zen.

Forse la cosa che più si avvicina a questo stato d’animo -stati d’animi- è il celebre “nodo gordiano”: tanti fili che si intrecciano in un miscuglio senza capo né coda. Potrei, forse, venirne a capo, dipanarlo se li prendessi ad uno ad uno, se mi impegnassi a districarli forse ci capirei qualcosa. Forse, forse, capirei almeno di che sfumatura di grigio si tratta…

Tante cose.
Forse stavolta ho immaginato troppo (persino! Ma si può?). O forse in fondo era del tutto giustificato.
Forse le pietre sul goban erano quelle giuste (ma what’s in a name? That which we call a rose / by any other name would smell as sweet), ma -ovviamente- la mia lettura delle stesse non lo era. Eppure, parevano così palesi: impossibile sbagliarsi.
Eppure, al tempo stesso, era chiaramente diversa (ma se un nome non è granché, può esserlo forse una lettera? O forse una singola lettera è anche più importante… la perfezione sta nei dettagli, dicono).

Eppure questo è tutto, ma non è niente.
Visto che siamo in tema (io, ancora, voi che leggete probabilmente no), posso anche permettermi un’altra citazione buttata lì… per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte, dicono. Allora, forse, dopo troppa luce (accecante, decisamente), essere into darkness era la cosa migliore che potesse accadere. La fine, forse, ma anche a new beginning.
Solo che, per quanto relativamente di buon umore, ho perso tanta voglia di continuare a giocare. Il goban è lì, a prendere polvere. Tant’è che son tornato pure a quel vecchio Thomas Mann (dio!, da quanto tempo era che non cercavo Thomas Mann?). Chiamatela, se volete, rassegnazione. Pacificatrice, inaspettatamente.
In fondo, se il sentiero si fa camminando, non dovrebbe importare in che direzione cerco di andare. Infatti, ho perso la voglia. Forse anche star fermi è un modo di “andare”.
Seduto sotto un ginkgo, magari a Brunswick Square.
Magari col goban ad aspettare.

Denn etliche gehen mit Notwendigkeit in die Irre,
weil es einen rechten Weg für sie überhaupt nicht gibt

(Th. Mann)

Sarei d’accordo con Mentana

Leggo che Mentana si dichiara contro la legge sull’apologia del fascismo attualmente in discussione (ma non c’era la già la legge Scelta?), perché -secondo Mentana- “non si mette il bavaglio alle idee” (magari, dico io, il bavaglino sì…).

Sarei anche d’accordo con Mentana. O, per esser grammaticalmente precisi: potrei anche essere d’accordo con Mentana, se…
Se negli ultimi quarant’anni (ma anche cinquanta, dai) di storia repubblicana si fosse data piena, attuale attuazione alla succitata legge Scelba oltreché alla XII disposizione finale della Costituzione (quella che proibisce la ricostituzione del PNF).
Se l’istruzione scolastica (ad ogni livello, dalle medie ai licei, fino alle università) avesse spiegato adeguatamente ai cinquantenni, quarantenni, trentenni e ventenni di oggi cos’è stato il fascismo e perché -in parole povere- “è una montagna di merda”.
Se la magistratura avesse fatto luce su troppi “misteri” di terrorismo politico, su troppe connivenze politico-criminali con le forze di sicurezza, su troppe manipolazioni che hanno fomentato un’ideologia violenta, assassina, antidemocratica e sprezzante della vita e della dignità umane.
Se la politica nazionale (e non) si fosse fatta un serio esame di coscienza, se avesse avuto la forza di denunciare e condannare senza tentennamenti o doppiogiochismi una serie di azioni aberranti.
Se tuttora non avessimo nelle forze dell’ordine figurine (per dirla con Fucik) che hanno inammissibili (per un ordinamento democratico) simpatie per figurine altrettanto misere come Mussolini o Pinochet (che, infatti, sono della stessa merda).
Se non avessimo avuto -e se non avessimo tuttora- un numero spropositato di movimenti politici dichiaratamente neofascisti, se non avessimo ancora persone che inneggiano quotidianamente al fascismo e al duce, incluso in oggetti quotidiani (ma ci rendiamo conto?).

Potrei anche essere d’accordo con Mentana se queste condizioni si fossero realizzate. O almeno alcune di esse (tutte sarebbe pretender troppo, me ne rendo conto).

Purtroppo, queste condizioni non si sono realizzate. Purtroppo, non posso essere d’accordo con Mentana.

*questo post era stato preparato alcune settimane fa, in occasione dei commenti di Mentana. Purtroppo, come al solito, ho atteso troppo a lungo per pubblicarlo. Tuttavia, farlo il 2 agosto mi sembra comunque appropriato.

These trees are made of blood- English review

Our pain is our strength: it reminds us
this should never happen again

Some plays, you like them because of the story. Some, because of the acting.
Some, you like them simply because you can’t do otherwise, for no apparent reason.

Can cabaret be a form of act apt to convey deep historical and political messages? To my surprise, yes, it can.

I decided to go see “These trees are made of blood” simply because of the topic it deals with: Argentina’s military dictatorship and the desaparecidos. Once I saw the title of the play, I immediately decided I would go and see it: the topic has been (and still is) crucial in my education as a lawyer, in my interest for international criminal law and in my political ideals for too long. I felt it was inevitable.

Despite this decision, given my limited appreciation for ‘musical cabarets’, I was sincerely skeptical about the potential outcome.

Yet, not only the play was worth watching, it was actually both a very enjoyable experience and a moving play.

While the first act was perhaps a bit too much funny for my personal taste and given the topic, I shall recognize that the choice of using a cabaret style, involving the public in several parts of the play (applauding upon request, as a support for the military; illustrating how a selection of people to be purged with a simple game of looking at different air balloons: pink, greens, or reds should be eliminated; hypnotising us like torturers or politicians persuade their supporters) revealed itself to be a smart idea indeed. Smart and funny. Or at least, so it seemed.
The same participation we complacently engaged it during the first half, turned into (at least) a passive resistance during the second one, after the crimes of the military junta were not simply revealed to us (I assume most of the public was already aware of them before), but perfectly re-enacted before us.
This re-enactment allowed us to realize our personal rejection of any complicity with the acts of the military. It was without doubt a masterstroke, and it could not have been achieved without our previously amused participation during the first half.

If there is any description of what the role of a theatrical play in shaping consciousness should be, that was it.

Yet, the second half had much more to offer.
It was a collection of emotional strokes, a sequence of hammering representations of the suffering, of the courage, of the memory of the Argentinean people who resisted or simply suffered because of the dictatorship. Such an intense sequence that it would be hard to name which part was the most moving: by mentioning just one, I’d feel I was mistreating and under-evaluating others.
This half opens with a burlesque-style dancing of a military officer over the sound of people narrating their own experiences of being tortured, but perhaps the most evocative moment comes immediately afterwards, with a girl miming being tortured with electric shocks at the rhythm of a music the same officer pretends to play, not to mention the waterboarding, so terribly similar to a fellatio. Personally, I almost jumped on my chair the first time one of the Mothers de Plaza de Mayo shouted “Presente!” as response to the name of the desaparecida girl. Also the reference to the role of the United States (School of the Americas) recalled with a strip-tease was very evocative.

If there is any description of a theatrical play demonstrating the power of a physical portrait in shaping emotional responses of the public, this sequence of torture was it.

A quick representation of the trials to the military dictators follows (slightly historically imprecise and not doing complete justice to Alfonsin’s presidency, in my opinion), leading to the conclusion: an intertwining of the stories of the “disappeared” girl, her mother and her daughter, which closes the play.
Perhaps this conclusion was the most touching moment of the entire piece: through the image of cooking empanadas, previously used as metaphor for retiring into private life and avoiding political activism, the women reconnect their stories.
“I never taught my daughter to cook empanadas” says the mother, wearing the white scarf symbol of the Madres de Plaza de Mayo.
“I never got to cook empanadas with my mother”, says the girls who had been kidnapped, tortured and murdered by the military, “even thought I wanted to”.
“I will never cook empanadas with my mother”, says her daughter (born as consequence of the rape suffered while in jail), “but I will with my grandmother”.

While I expected to like this play because of its underlying story, I was rather skeptical whether cabaret would be the appropriate narrative choice. Yet, I had to change my mind: the entire acting was not only technically very well performed, but also perfectly in line with the complex topic illustrated. It entirely captured not just my attention, but my feelings as well.
A play you simply like because you can’t do otherwise.

These trees are made of blood

Our pain is our strength: it reminds us
this 
should never happen again

Siccome sono un ca****e, le cose le faccio per lo più da ca*****e.
Così, se decido di andare a teatro, lo decido d’istinto, senza troppo curarmi dei dettagli di quello che andrò a vedere.
Anche questo è stato il caso di “These trees are made of blood“: ho letto che trattava della dittatura militare argentina, dei desaparecidos ed ho deciso che l’avrei visto.
Peccato non avessi letto la nota sottostante: a political musical cabaret. Un cabaret politico musicale.

Ora, se ci sono due cose che -artisticamente parlando- faccio fatica a sopportare e ad apprezzare sono i musical ed i cabaret. Entrambe rispettabilissime forme artistiche, ma decisamente non le mie preferite.
Così quando A., che sorprendentemente ha accettato di accompagnarmi a vedere la piece, mi dà questa -secondaria- informazione, non mi resta che play it cool e pretendere che lo sapessi. Ovviamente. Ma poco importa: avevo deciso che l’avrei visto quando ho letto che parlava dell’Argentina sotto la junta militar e questo non avrebbe cambiato i miei piani.

Certo non ora che ho il biglietto in mano e sono con A. a bere un Moscow Mule prima di entrare (minuto 2:00).

Arcola Theatre

Il primo atto introduce la storia della dittatura in stile decisamente cabaret con simpatiche interazioni fra gli artisti sul palco ed il pubblico, balletti con piume di struzzo e stile burlesque (geniale l’ufficiale -uomo- in corsetto di pelle che chiamato sul palco dal collega risponde “praticamente nulla” alla domanda su cosa stia indossando e lo strip-tease al contrario con cui si mette l’uniforme- anche qualche interessante suggestione psicanalitica, qualcosa che fa tornare in mente il pasoliniano “Salò): a piccoli passi quasi goliardici e scherzosi, ma molto ben congegnati (come il giochetto dei palloncini colorati ad indicare diverse idee politiche o soggetti invisi alla junta o quello dell’ “ipnosi” per simulare la persuasione non violenta messa in atto dai torturatori) gli attori illustrano cos’è la dittatura argentina. Ma tutto passa sotto traccia, in modo quasi divertente e -soprattutto- con la compiacente collaborazione del pubblico: inizialmente, in puro stile cabaret siamo invitati ad applaudire con diversa intensità a seconda dell’indicazione che El General ci fa con la mano, dove il livello più alto -a braccio teso in un velato richiamo al saluto romano- è pari al “giubilo per Maradona che segna un gol nella finale mondiale” (sic).
Col senno di poi, non potrebbe essere più evocativo (tant’è che poi ci riproverà nel secondo atto a farci applaudire “a comando”, ma stavolta non funzionerà più).

Fin qui quello che mi sentivo di dire -con le parole di A.- è un plauso per il modo leggero eppure preciso e mai volgare con cui si affronta il tema.
Ma, per me che son troppo serio di natura, la cosa suona tanto come quella barzelletta raccontata da Steve McQueen nei “I magnifici sette: fin qui tutto bene.

Il secondo atto cambia tutto.
Tutto.
Il nostro bravo ufficiale torna sulla scena col suo corsetto e, prima, balla su tavolo mentre in sottofondo si odono le registrazioni delle testimonianze di tortura.
Poi, mentre la madre di una ragazza desaparecida insiste a chiedere informazioni su sua figlia, le viene mostrato quel che è stato: la ragazza, anche lei in corsetto in pelle decisamente provocante, viene portata sulla scena, e mentre il nostro ufficiale fa finta di suonare uno strumento musicale, appoggiata ad un tavolo simula le convulsioni di un corpo attraversato dalle scariche elettriche della picana al ritmo della musica. Ma non è finita. I bravi militari argentini avevano appreso anche altro, alla School of the Americas avevano appreso quello che poi sarà noto come waterbording, questo simulato con il deepthroat (come un mangiatore di spade) di un palloncino blu.
Quando un attimo dopo la madre incontra un’altra donna, un madre de Plaza de Mayo e questa al nome della ragazza risponde “Presente!” per poco non sono saltato sulla sedia.

Eppoi la ricerca del cadavere, la guerra delle Falkland-Malvinas, il processo alla junta, la rivelazione della CIA (forse l’unico passaggio non totalmente incastonato alla perfezione nella trama, ma ottimo l’abbinamento con lo spogliarello e le ferite simulate sul corpo dell’attrice che appaiono mentre la stessa si spoglia come una lap-dancer), la rivelazione dell’ESMA, del ruolo della chiesa e dei voli della morte.
Fino alla vergogna più terribile di tutte (se una scala è possibile): le storie dei figli dei desaparecidos adottati dalle famiglie dei militari. Sucísima.

Finito il processo, sintesi breve (ed un pò ingiusta a mio avviso nei confronti di Alfonsin: avercele le palle che ha avuto lui) dei processi e delle amnistie e dietro il palco appaiono le foto dei desaparecidos. Di nuovo, il momento più toccante è l’intrecciarsi fra il cucinarempanadas delle storie della madre, della figlia sequestrata, torturata ed uccisa e la propria figlia/nipote: “Non ho mai cucinato empanadas con mia madre” dice la ragazza andata alla manifestazione invece di cucinare “anche se avrei voluto“; “Non potrò mai cucinare empanadas con mia madre,” dice sua figlia “ma potrò farlo con mia nonna“.

Vorrei dirvi ancora tanto altro su questa piece, vorrei dirvi dei processi per la verità, del ruolo che la giustizia -anche la peggior giustizia da tribunali- può giocare nel cicatrizzare le ferite e ricomporre i pezzi di una società e vorrei dirvi degli amici che hanno contribuito a quei processi; vorrei dirvi e dirvi ancora di quanto noi stessi (in questo sporco Occidente) abbiamo fatto guerre sporchissime mentre puntavamo il dito sui vari dittatorelli in Africa, Asia o altrove; vorrei dirvi della P2 e della junta; vorrei dirvi del Parque della Memoria, dei nomi incastonati sulla pietra, di chi mi ci ha accompagnato e raccontato di tanti di quei nomi, del monumento in mezzo al Rio de la Plata; vorrei dirvi di guardare “Garage Olimpo“; vorrei dirvi di leggere Verbitsky e -già che ci siamo- pure William Blum; e vorrei dirvi che non è finita, che Nunca mas resta troppo spesso solo sporca retorica.
Vi sarebbe tanto da dire ancora su questa -e altre come questa- sucísima storia. Ma questo post è già troppo, troppo lungo.

Concludo dunque dicendovi solo che, se ne avete l’occasione, andate a vedere “These trees are made of blood“.