Recensione 58: “My Nazi Legacy”

Una recensione di “My nazi legacy” è un’opera complessa, vista la densità di contenuti che questo documentario propone (specie per chi, come chi scrive, può vantare un occhio privilegiato su alcune situazioni descritte con riferimento all’Ucraina).
Il documentario scritto e interpretato da Philippe Sands (con la direzione di David Evans) raccoglie in sé molte questioni che le generazioni attualmente in vita (perlomeno la nostra, quella dei nostri genitori e quella dei nostri figli) dovrebbero affrontare con riferimento al tragico passato della Shoah.

Probabilmente sono arrivato ad interessarmi a questo film seguendo una linea che dalla giustizia di transizione mi ha condotto sino alla scoperta di Sands come giurista e alla questione della trasmissione intergenerazionale del trauma (di cui non sono in grado di parlare con compiutezza, ma per la quale rinvio al buon “Lost in trasmission” di Gerard Fromm) – un campo, che non a caso, ha tratto la sua prima linfa proprio dall’analisi psichiatrica dei traumi causati dall’Olocausto, dalla prospettiva delle vittime e dei loro discendenti.

Anche Sands parte dalla stessa linea, ma nel documentario arriva brillantemente a rivoltarla e focalizzare la lente sui carnefici, anzi: sui loro figli e ad affrontare la loro (altrettanto, se non di più) complessa relazione coi propri padri genocidiari e le azioni di questi. Nato da ebrei ucraini della regione di Leopoli emigrati prima in Francia, poi in Inghilterra, egli è divenuto un reputato giurista internazionale (legale del Gambia nel caso sui Rohynga), autore di saggi sui diritti umani ed opinionista giuridico per alcuni quotidiani inglesi. Ad un certo punto della propria vita, Sands ha deciso di provare a ripercorrere a ritroso la strada che portò i suoi antenati in Inghilterra, di provare a squarciare i silenzi che circondavano la sua famiglia e a scoprirne l’origine, la sofferenza, sino a tornare a Leopoli e alle fosse comuni.
Partendo dalla propria storia familiare e personale, Sands rintraccia i figli dei comandanti nazisti che ordinarono, orchestrarono ed eseguirono lo sterminio degli ebrei nell’Ucraina occidentale e apre un intenso, sofferto dialogo con loro.

Da questo viaggio ne è poi partito un altro, descritto in “My nazi legacy” e nel libro “The ratline“, un viaggio parallelo che vuole re-intersecare le storie non solo di individui (i genitori o nonni), ma più generazioni.
Il giurista si trova quindi a incontrare e dialogare con i figli di due comandanti nazisti: Niklas Frank (figlio di Hans Frank, governatore della Polonia occupata) e Horst Arthur Wächter (figlio di Otto Wächter, governatore della Galizia). Assieme a loro ripercorre alcune tappe delle rispettive giovinezze fra Germania, Polonia e Leopoli, fra i campi delle fosse comuni, fra le sinagoghe bruciate e i palazzi del potere nazista, indagando il rapporto coi padri, la memoria, la relazione con l’Olocausto.
Vi siete mai chiesti cosa debba pensare del padre il figlio di Eichmann? Ecco, Sands prova a darvi risposta.
Se per lungo tempo la domanda rivolta ai genitori è stata voi cosa avete fatto [per combattere il nazismo]?, col passare delle generazioni comincia ora ad aprirsene un’altra: come vedi tuo padre?

Se Eichmann (e, come lui, tanti ufficiali responsabili del genocidio degli ebrei come Frank e Wächter) incarnava la “banalità del male”, il genitore che durante il giorno fucila decine di ebrei e la sera gioca coi bambini mentre Beethoven suona in sottofondo, cosa incarnano i loro figli? Che rapporto personale, intimo possono avere col padre? Che memoria? E che rapporto storico? E i due piani si distinguono?
Nelle parole di Sands: what would I do if my father was a mass murderer? Would I love him? Would I hate him? Would I be Niklas or Horst? Those questions transcend the Holocaust, so it’s not a film about Nazis and Jews.
Credo nessuno di noi sarebbe in grado di rispondere a simili domande, in astratto (e forse anche in concreto: da qui spazio per il trauma psichico).

Ovviamente due storie non possono rispondere in modo generale a queste domande, ma ne aprono uno squarcio estremamente interessante.
Troviamo quindi genitori freddi e distaccati (l’unico gesto d’affetto che Niklas Frank ricorda dal padre è una carezza di questo mentre si rade), ma colti ed amanti dell’arte. Troviamo figli che arrivano ad esprimere un vero e proprio odio verso il padre (molto interessanti a riguardo gli aneddoti riportati dal regista sulla richiesta di Niklas rappresentare il padre in una luce più negativa di quanto inizialmente fatto). Ma troviamo anche chi come Wätcher nega allo stremo le responsabilità del genitore, nega di fronte ai discorsi, nega di fronte agli ordini, nega di fronte alle fosse comuni. Lasciando che l’amore filiale mantenga il sopravvento sulla repulsione, oppure non provandone alcuna.

Nella campagna ucraina si apre poi uno scorcio del presente, l’indagine storica-familiare si interseca con la quotidianità e la memoria collettiva: in una tappa del viaggio i tre (Sands, Frank e Wätcher) incontrano il funerale di alcuni volontari ucraini della Divisione SS Galizia durante la Seconda Guerra Mondiale (resoconto e foto dell’incontro qui). Il nazionalismo ucraino contemporaneo celebra questi collaboratori in opposizione all’occupazione sovietica e all’influenza russa dei giorni nostri, sminuendone i crimini anche a costo (o forse proprio con l’intento) di apparentarsi e presentarsi come neonazisti. Wätcher, una volta presentato, viene celebrato proprio in quanto figlio del comandante nazista. E si sente rincuorato dall’affetto che gli ucraini mostrano verso il padre, affetto che lo rinforza nella propria convinzione che questi fosse in fondo una brava persona, un uomo buono. Pura benzina per il revisionismo.
Come commenta Bradshaw:  It becomes disturbingly clear that although Frank Jr has come to terms with what his father did, Wächter Jr is still in denial – wriggling, squirming, trying to claim that his father was not personally guilty. 
Queste reazioni disturbano lo spettatore. E, evidentemente, disturbano Sands, che a più riprese prova a porre in dubbio le certezze di Wätcher, ponendolo di fronte agli ordini impartiti, alle conseguenze di quegli ordini – toccante il momento in cui Sands contempla i campi, voltando le spalle a Frank e Wätcher.

Un film denso, densissimo di prospettive e contenuti, neppure interamente sviscerabili dalla camera. Un film personale e collettivo, toccante. Un film altamente raccomandato, che al termine dovrebbe motivarvi a leggere qualcuno dei libri di Sands.

Soyons iconoclastes (2)

Il dibattito sull’opportunità o meno di rimuovere delle statue ha lasciato in me la sensazione che si stesse approcciando il problema in modo ideologico, sopratutto in quanto all’apparenza anti-ideologico. Di seguito alcune riflessioni.

Il problema di fondo, che troppi sembrano non considerare, è che le statue non sono semplici elementi di decoro urbano (ma quando mai il decoro urbano è solo decoro urbano?). Invece, esse sono il prodotto della storia, di una storia assai specifica. E la storia, come ci ricorda Marx, è sovrastruttura, ovvero a sua volta il prodotto dei rapporti di forza presenti nella società. Essa è l’espressione dei valori e delle visioni di una classe “dominante” in un dato momento storico. Il senso de “la storia la scrivono i vincitori” sta tutto qui. E con ciò, essi la inscrivono pure negli spazi pubblici. Perché la sovrastruttura diventa essa stessa strumento di dominio, strumento per imporre quell’egemonia gramsciana, ovvero l’accettazione da parte dei subalterni delle premesse di un dato sistema di potere.

Ma proprio quanto strumento di dominio, l’inscrizione negli spazi pubblici di una certa visione della storia è soggetta a contestazione, rivisitazione, sfida (challenge) da chi ne è sottoposto.
Nulla di strano, dunque, che ciclicamente appaiano rivendicazione per rivedere le iscrizioni pubblicamente accettate (dunque: celebrate, promosse).

Per quanto abbia poca passione per le formule simil-matematiche, il tutto può essere espresso abbastanza chiaramente con una di esse, qualcosa più o meno simile (perdonate eventuali inesattezze, dovute alla mia pressoché nulla dimestichezza con le equazioni):Senza nomeTradotto in altri termini, vorrebbe dire che la meritevolezza di un monumento è il risultato di una comparazione fra i meriti ed i demeriti del soggetto immortalato, in rapporto al tempo. Ove il rapporto al tempo indica e trasporta in sé il mutato giudizio di valutazione dato dalla sovrastruttura storica sulle azioni poste nella bilancia: al momento dell’originaria costituzione del monumento e al momento della successiva ri-valutazione.
E’ quasi intuitivo, infatti, che questa valutazione dipenda dal momento storico (nei termini di cui in premessa: dall’espressione ideologica dei rapporti di forze presenti in società in un dato momento).
Perché, ad esempio, le statue di Saddam Hussein furono rimosse dopo la sua caduta (o perché, in alcuni casi, furono rimosse le statue di Lenin e Stalin dopo la caduta dell’URSS)? Perché non rappresentavano più il rapporto di forze della realtà: esse, forse, lo rappresentavano nel momento in cui furono erette, nel momento in cui Saddam al potere poteva imporre la propria immagina sulla popolazione irachena e probabilmente una larga parte di quella popolazione ne condivideva una visione positiva. Il mutamento degli eventi storici ha reso quelle statue (la rappresentazione del reale che immortalavano) obsolete: il giudizio sui crimini, sui fallimenti politici, militari, amministrativi, il malcontento sociale hanno prevalso  su quell’immagine (di potenza, di autorità, di successo, di ammirazione…).
In questo consiste l’astoricità.

Alcuni esempi potrebbero chiarire l’idea. Sia chiaro che questi sono esempi ipotetici (specialmente nei valori numerici), esemplificativi e limitati (ipotizzo solo alcune voci di possibile merito/demerito e non rappresenta una valutazione puntuale delle vite dei soggetti in questione) e non riflettono necessariamente il mio personale giudizio sui soggetti in questione. I cambiamenti numerici dovrebbero riflettere la mutata valutazione storia nel comune sentire.

Soggetto Meriti originari Demeriti originari Risultato originario Meriti attuali Demeriti attuali Risultato attuale
Edward Colson MP (10)
donazione (50)
Schiavista (-5) 10 + 50 – 5= 55 MP (10)
Donazione (10)
Schiavista (-50) 10 + 10 – 50 = -30
Winston Churchill WW2 (100)  Imperialista (-5) 100 – 5 = 95 WW2 (99) Imperialista (-15) 99 – 15 = 94
Colombo “Scoperta” geografica (50) Genocidio (-10) 50 – 10 = 40 “Scoperta” geografica (45) Genocidio (-30) 45 – 30 = 15
Stalin (Ucraina) Rivoluzione (10)
WW2 (15)
Sviluppo (5)
Genocidio (-20)
Oppressione (-10)
10 + 15 + 5 – 20 – 10 = 0 WW2 (5)
Sviluppo (1)
Genocidio (-40)
Oppressione (-20)
Rivoluzione (-10)
5 + 1 – 40 – 20 – 10 = -64
Stalin (Russia) Rivoluzione (10)
WW2 (40)
Sviluppo (15)
Oppressione (-10) 10 + 40 + 15 – 10 = 55 Rivoluzione (5)
WW2 (37)
Sviluppo (5)
Oppressione (-20) 5 + 37 + 5 – 20 = 27

E il giochino potrebbe andare avanti a lungo (Vittorio Emanuele?)…
In ogni caso, questo gioco iper-semplificato ci dà una discreta idea dell’evoluzione nel sentire e di quella che potrebbe essere la meritevolezza di certe statue: Colson must fall (per riprendere un slogan sudafricano); Churchil shall stay (in fondo la memoria della Seconda Guerra Mondiale è ancora troppo forte).
In sostanza, è sempre necessario un lavoro di contestualizzazione e re-contestualizzazione storica dei monumenti: sono figli delle loro epoche e le lenti interpretative e valutative con cui venivano guardati allora sono diverse da quelle di oggi.
Il giudizio sull’opportunità o meno della loro permanenza negli spazi pubblici sta, a mio avviso, soprattutto qui. Perché eventuali esigenze di storicità possono essere preservate in altri spazi, come i musei.

Ciò detto, non credo necessariamente che la soluzione debba essere quella della distruzione o rimozione delle statue. Anzi: troverei molto più adeguato allo scopo pubblico legato alla loro creazione una ri-contestualizzazione anche del monumento in sé, come ad esempio nel lavoro proposto da Bansky per Colson.

Soyons iconoclastes

Ai tempi (quasi antichi) in cui ancora studiavo giurisprudenza, mi rimase particolarmente impressa un’affermazione attribuita alla dottrina costituzionale francese secondo la quale “ogni generazione dovrebbe scrivere la propria costituzione“. Non ricordo se questa affermazione fosse stata riportata durante una lezione o su un testo, ma il pensiero che uno Stato dovesse circa ogni 25-30 riscrivere la propria carta fondamentale mi parve sconvolgente. Un pò esagerato, pensavo allora.

Oggi lo sottoscriverei senza indugio. Anzi: appassionatamente.
Questo cambiamento di prospettiva non è dato esclusivamente dalla riflessione su quanto migliori sarebbero le nostre comunità nazionali e quella globale (se solo esistesse una carta veramente costituzionale globale….) se, perlomeno nella parte dei diritti fondamentali, fossero riscritte dai 20enni dei nostri giorni (e mettiamoci anche qualcuno “fuori quota”, vah), ma anche e soprattutto dal pensiero di quanto bisogno di via di scrostarsi di dosso il “calcare culturale” che ci incrosta, specie in Italia.

Quanto al primo aspetto, il contributo positivo che le “giovani generazioni” potrebbero apportare, non penso affatto che i “giovani” (parola abusata e quantomai ambigua) siano in qualche modo “migliori” di chi scrisse le carte costituzionali tuttora in vigore (la qualità della Commissione dei Settantacinque che scrisse la nostra credo sarebbe difficile da eguagliare ora). Anzi, sono piuttosto scettico e propenso a pensare che il lavoro finale potrebbe essere qualitativamente inferiore: temo, purtroppo, molti “giovani” (per lo più) non abbiamo la formazione, la saggezza, la qualità intellettuale di chi li ha preceduti. Con notevoli eccezioni, senza dubbio.
In ogni caso, l'”ottimismo” (se così si può chiamare) sugli esiti di questa operazione di ri-scrittura è dettato dalla constatazione di quanto sia necessario aggiornamento culturale e valoriale dei diritti iscritti nelle carte fondamentali.
Credo, infatti, che pur nello loro notevolissimo lavoro, molte costituzioni e carte dei diritti (tipo la Universal Declaration of Human Rights e i due Covenant on Civil and Political Rights & on Social and Economic Rights) avrebbe bisogno di una revisione, di una nuova riflessione sulle priorità e le prospettive. In parole poverissime: di essere un pò svecchiati.
Avrebbero bisogno, a mio modesto parere, non di essere riscritti ex novo, ma di essere “aggiornati” ai tempi contemporanei, alle problematiche del presente (e, sempre più, del futuro): a titolo di esempio, avrebbero bisogno di includere in termini molto più chiari, molto meno interpretabili e ambigui, alcuni diritti e doveri nuovi, riferiti alla tutela dell’ambiente, all’educazione, ai diritti dell’epoca digitale (net neutrality, accesso alla rete, privacy), alla tutela delle minoranze… E credo sono i giovani (fosse pure giovanissimi) potrebbero avere quella necessaria prospettiva per farlo, quella sensibilità (e urgenza) per porre questi temi in modo non ambiguo.

Insomma, vorrei che l’articolo 2 di ogni costituzione o carta dei diritti umani inizi dicendo: dobbiamo proteggere la vita su questa terra e proteggere la vita su questa terra significa proteggere la terra stessa, in ogni suo angolo, fermando drasticamente il cambiamento climatico e tutelando la biodiversità, impedendo lo sfruttamento di risorse naturali oltre lo stretto necessario.
E via proseguendo col resto di nuovi (o rinnovati) diritti che troppo spesso riusciamo a incastrare solo a costo di salti argomentatiti, spesso troppo deboli e non sufficientemente vincolanti.
Questa sarebbe la pars construens.

Ma quella che mi entusiasmerebbe davvero sarebbe la pars destruens, più socio-culturale che giuridico-politica. Sarebbe il fuoco distruttore (metaforicamente). Sarebbe proprio l’essere iconoclasti: liberare la nostra cultura da un sovraccumulo di residui di altre generazioni, forse un tempo di qualità o di interesse, ma che ormai hanno o dovrebbero aver segnato il passo.
Mi perdonerete, ma ne giorni scorsi ricorreva il centenario della nascita di Alberto Sordi, di cui si è parlato in lungo e in largo in ogni radio o televisione. E gli ottant’anni di Francesco Guccini. E interviste a Sophia Loren.
E in mezzo a tutto questo non ho potuto fare a meno di pensare (almeno per due di essi): al rogo!
Certo, non auspico la distruzione di tutto il materiale d’archivio e la rimozione dei suddetti (e molti altri) dalla memoria collettiva. Ma auspico senza remore un loro drastico ridimensionamento! Non posso credere, né accettare, che i riferimenti culturali di questo paese (e, temo, solo di questo paese!) restino gli stessi di cinquant’anni fa. Peraltro, mi si lasci dire, riferimenti culturali non altissimi…
Il medesimo, personalissimo ragionamento varrebbe ovviamente per tanti altri personaggi che continuano ad affollare e monopolizzare la scena culturale (la lista è, ovviamente, soggettiva), gente come Bruno Vespa, per dirne uno.
Nutro poco ottimismo sulle alternative. Ma giunti ad un tale livello di incrostazione, sarei pronto a correre il rischio.
Oppure (e per chi mi conosce è un vecchio pallino), smetterla di dedicare anni ed anni ed anni allo studio di Dante in ogni scuola di ogni ordine e grado. Pace all’anima sua. Ma quanto meglio non crescerebbero le nuove generazioni se potessero vedersi sottratte un paio d’ore dallo studio della Commedia e dedicate invece, chessò, a un Flaiano, a un Pasolini, a un Calvino (per citare solo degli autori italiani)?

Si potrà obiettare che questa riflessione dovrebbe valere per molti altri (penso, per anticipare ed accontentare qualche lettore di destra, se dovesse esserci, a figure come Moretti, Berlinguer, Pasolini o Langer) – il che potrebbe essere vero, al patto di aver finalmente sviluppato una seria riflessione che finalmente metta noi stessi al passo con le loro brucianti premonizioni. Allora si potrebbe riparlarne.

Se, come piace a tutti ripetere, l’etimo di “crisi” rimanda a “decisione”, che rappresenta un’ “opportunità” e dunque da questa ricorrenza di crisi che ci affligge da oltre dieci anni dovremmo cercare di uscire meglio, non sarebbe forse il momento opportuno per fare un pò di pulizia in soffitta?

Per inciso, mi si potrebbe obiettare che quest’ultima invocazione contraddice (o forse ne rappresenta un’evoluzione) di alcuni miei vecchi post (forse pure questo). Percepisco il problema. E non ho risposta.
Forse sto semplicemente invecchiando, e con ciò ringiovanendo.

Humanitarians: alla fine, l’inizio

Avevo promesso parecchio tempo addietro che avrei finalmente speso alcune parole su cosa sto facendo in Ucraina. Ora che formalmente la mia missione in questo paese e’ giunta al termine, mi pare quanto piu’ doveroso (e urgente) adempiere finalmente a quell’obbligo morale.
Certo, c’e’ una qualche perversione nella logica di illustrare gli inizii alla fine di tutto, ma cosi’ e’.

Ordunque, come gli sporadici affezionati lettori sapranno, da oltre 18 mesi vivo e lavoro in quel dell’Ucraina, a Kyiv per l’esattezza. Da oltre 18 mesi ho l’immensa fortuna di fare (finalmente) un lavoro che ho inseguito assai a lungo e che, fortuna ancora maggiore, nonostante tutto mi piace.
In tutto questo, mi trovo a lavorare per una delle maggiori organizzazioni umanitarie al mondo – se in definitiva sia una fortuna o una sfiga, non l’ho ancora capito chiaramente. Ma questo e’ un tema per un altro post.

Ci sarebbero varie ragioni per cui questa organizzazione potrebbe aprire progetti di cooperazione umanitaria / aiuto allo sviluppo (il confine e’ assai labile) in Ucraina: un conflitto che va avanti da ormai sei anni e continua a fare vittime ogni giorno (si’: la gente ancora muore in Donbas, le mine ancora impediscono di coltivare i campi e le strade a pezzi rendono difficilissimo raggiungere un medico); uno dei pochi paesi al mondo in cui l’HIV continua ad aumentare; un’epidemia di epatite C probabilmente enorme (le percentuali variano dall’1% al 5% della popolazione); e, infine, un tasso di tubercolosi da fare semplicemente paura.

Per chi non lo sapesse, senza entrare in troppi dettagli medici, la tubercolosi e’ una malattia infettiva causata da un microbatterio che si trasmette per via aerea (un po’ come il caro Covid-19 di questi giorni). In genere, il rischio di trasmissione e’ piuttosto basso (occorre stare diverse ore assieme ad una persona infetta in un ambiente chiuso e poco areato) e il nostro sistema immunitario generalmente riesce a “far fuori” senza grosse difficolta i pochi batteri che potrebbero colpirci. Tutto questo, ovviamente “generalmente”: le cose variano assai se cominciamo a parlare di persone il cui sistema immunitario e’ in qualche modo compromesso, come persone HIV positive, senza fissa dimora, disoccupati, magari che abusano alcohol o droghe. In questi casi, sviluppare la TBC e’ relativamente semplice.*
Il grosso problema con la tubercolosi (TBC) e’ che col tempo il batterio e’ diventato sempre piu’ “caz**to” e cattivo, sempre piu’ resistente ai farmaci sviluppati a suo tempo. E’ emersa cosi’ una forma multi-farmaco-resistente di TBC (MDR-TB), e i paesi dell’Europa dell’Est e a Asia Centrale sono al top mondiale in questa triste categoria. In piu’, fino a pochi anni fa il farmaco piu’ recente era stato sviluppato negli anni ’70.*
Sfortuna vuole che la MDR-TB sia dannatamente difficile da curare e richieda di prendere un cocktail di farmaci con effetti collaterali assai pesanti per svariati mesi: se oggi esistono combinazioni relativamente sicure e per tempi piu’ brevi (circa 9 mesi), fino a poco tempo fa gli effetti collaterali potevano essere enormi (perdita totale dell’udito) e la terapia durava fino a due anni, spesso con pazienti segregati in vecchi ospedali senza contatti con l’esterno per mesi (e dove le infezioni da paziente a paziente proliferavano). Purtroppo, in molti paesi dell’Est Europa e Asia Centrale, i nuovi modelli di trattamento non sono ancora comuni, e i risultati delle cure spesso sconfortati: in Ucraina, appena il 49% dei pazienti con MDR-TB viene curato, il resto fallisce la terapia.*
Per una terapia cosi’ lunga e “pesante”, difficile da sopportare, infatti, troppo spesso i pazienti vengono lasciati “soli”: spesso senza un lavoro e un reddito, con sussidi difficilissimi da ottenere e insufficienti, isolati dalle rispettive comunita’, conoscenti e amici (la stigmatizzazione della TBC e’ persino piu’ grande di quella dell’HIV), trovandosi ad affrontare effetti collaterali pesanti (anche depressione), forzati a recarsi in strutture mediche ogni giorno per una terapia strettamente monitorata (DOT: directly observed treatment – che sottintende una totale mancanza di fiducia verso il paziente) e senza strumenti di sostegno (costi per il trasporto giornaliero? Costi per ulteriori esami diagnostici? Costi per farmaci addizionali per altre patologie che coesistono?). Di conseguenza, molti interrompono il trattamento prima di averlo concluso, consentendo la reinsorgenza del batterio.

Queste, chiaramente, sono le premesse per un’ecatombe.
Questo, fra i tanti possibili, il  motivo per cui mi sono trovato in Ucraina: il nostro progetto propone un modello di cura piu’ breve, con farmaci piu’ sicuri e durante il quale il paziente e’ accompagnato tramite strutture di supporto psico-sociale che dovrebbero accompagnare e agevolare il completamento della terapia farmacologica.
Questo il lavoro che, assieme ad un gruppo di persone veramente eccezionale sia nel progetto sia nella capitale, ho portato avanti negli ultimi 18 mesi: cambiare il modo in cui l’Ucraina tratta la tubercolosi farmaco-resistente, muoversi dai bellissimi documenti con strategie a dieci anni, ad azioni concrete, a investimenti per farmaci, supporto psico-sociale, educazione…
(maggiori informazioni su alcune delle soluzioni piu’ innovative in tutta l’Europa dell’Est e Asia Centrale nel link di cui sopra).

Se sia riuscito in alcunche’, resta una domanda.

*ovviamente non sono medico, queste sono considerazioni basate su dati medici, ma non sono di per se’ informazioni mediche. Per quelle, dovete rivolgervi ad un professionista (il vosto medico di base dovrebbe saperne abbastanza)

Recensione 57 : “Ten”

Che questa sia solo la continuazione della mia infatuazione per l’Iran? Possibile.
Non di meno, il nome di Abbas Kiarostami non mi era nuovo neanche prima di viaggiare attraverso la moderna Persia. Semplicemente, non avevo ancora avuto occasione di vedere i suoi lavori.

Nelle ultime settimane, invece, ho deciso che era giunto il momento per affrontare finalmente il cinema del regista iraniano. In poche settimane, ho guardato “Copia Conforme” (una storia d’amore, traduzione, arte e matrimonio con Juliette Binoche, con molto potenziale ma francamente deludente), iniziato “Like someone in love” (momentaneamente in sospeso, causa assenza di sottotitoli dal giapponese) e infine visto “Ten“.

Il film e’ stato giudicato dal Guardian fra i 100 migliori film del XXI secolo, il che mi e’ sembrato un criterio sufficiente a motivarne la visione. Piu’ che un vero e proprio film, potremmo considerare “Ten” un documentario (sebbene non sia chiaro fino a che punto le storie che lo compongono siano vere o di fantasia). Uno spaccato dell’Iran contemporaneo.
Girato in camera fissa, posta sul cruscotto di una macchina che gira per le strade di Teheran, “Ten” racconta uno squarcio di vita della protagonista, l’attrice e regista iraniana Mania Akbari, attraverso dieci incontri e dialoghi che si svolgono fra la stessa e gli altri personaggi mentre questa guida attraverso Teheran.

Fil rouge che lega gli episodi sono gli incontri col figlio e l’evoluzione del rapporto fra i due. A questo si aggiungono incontri con la sorella ed altri personaggi (notevole quello casuale con una prostituta, che apre uno squarcio su aspetti della vita in Iran quasi impensabili, tanto sono occultati dalla retorica ufficiale da entrambi i fronti), tutti in una costante evoluzione di alti e bassi che narra i flusso delle differneti vite di ciascun personaggio.

Ma gli incontri e i viaggi in macchina non sono altro che occasione e sfondo per i dialoghi nei quali i protagonisti affrontano diversi temi delle proprie vite, primi fra tutti amore e matrimonio (nel loro profondo legame), assieme al tema della liberta’ individuale in relazione agli altri, specie per le donne (clinging on others e’ un leit motiv delle discussioni fra le donne che salgono nell’auto guidata da Akbari), con cambi di prospettive che si susseguono in parallelo ai cambiamenti di stato nelle vite di ciascun personaggio.

Tutto questo rende il film in se’ un prodotto lontano dal mainstream e dai comuni (commerciali) canoni della cinematografia. Un prodotto “di nicchia”, se vogliamo, quasi “controcultura”. Non a caso, il film e’ stato definito dal Los Angeles Times a conceptual tour de force“, che ci guida in modo inaspettato, quasi non-strutturato, fra alcuni dei temi piu’ profondi, difficili e “scottanti” della vita.
Insomma, non la commediola con Paul Rudd. Lontani anche dallo stile piu’ movimentatamente hollywoodiano di Iñárritu. Se vogliamo, in qualche modo, Kiarostami mi sta ricordando i lavori di Bergman.

Conclusione: non il prodotto cinematografico che i piu’ cercano, non esattamente il film che vorreste vedere per svagarvi da una giornata di lavoro. Semmai, un prodotto quasi da cineforum. Non di meno, un film gradevole, molto interessante e, a suo modo, coinvolgente.

Post scriptum: avevo abbozzato questa recensione a settembre dello scorso anno ed e’ rimasta allo stato di bozza da allora. Rileggendola ora, posso solo confermare quanto avevo inizialmente scritto. Le stesse impressioni, le stesse sensazioni vengono gradevolmente rievocate se ripenso a “Ten“. Lo consiglerei fortemente, un piccolo viaggio di scoperta (dell’Iran e, tramite i personaggi, anche di se’ stessi).

Humanitarians: where is home?

Vedi alla voce “rubriche” iniziate e non portate avanti. Che brutta cosa.
A un certo punto credo dovro’ scrivere un post che spieghi un po’ chiaramente cosa faccio (cosa facciamo come organizzazione in Ucraina), se non altro perche’ il tema e’ dannatamente importante e sottovalutato. Certo, mi parrebbe di scrivere per lavoro, ma forse e’ nondimeno necessario.

Per ora, invece, spendero’ due parole su una constatazione avuta durante queste recenti ferie natalizie. Per natale sono rientrato in Italia, 10 giorni in tutto. Era da giugno che non mi prendevo ferie* e ne sentivo veramente il bisogno. In una certa misura, sentivo pure il bisogno di rientrare “a casa” di avere delle ferie non per viaggiare (e stancarmi ulteriormente), ma per tornare in un luogo conosciuto, dove tutto e’ familiare e -quindi- in qualche modo “semplice”.
Un luogo in cui padroneggio la lingua, in cui posso muovermi da solo, in cui posso restare in camera a dormire senza nessun ostacolo o impegno o senso di colpa, un luogo in cui sentirmi “coccolato” dagli affetti.

In una certa misura, e’ stato cosi’. Perlomeno: e’ stato cosi’ fino al momento in cui non sono dovuto rientrare a Kyiv.
Credo stia maturando in me la constatazione che detesto viaggiare. Scusate: adoro viaggiare. Adoro muovermi e scoprire luoghi nuovi, fosse anche per un viaggio di lavoro. Quello che detesto e’ questa forma di nomadismo per cui “casa” e’ per dieci giorni il luogo X e per altri novanta il luogo Y. Questo continuo trasferirsi “armi e bagagli” da un posto all’altro, disfare le valigie e riordinare camice, maglioni, calzini, riempire di nuovo il frigo, innaffiare le piante…

“Viaggiare” per svago o per lavoro implica (almeno per un certo tempo – il tempo del viaggio, per l’appunto) non avere una dimora, una “casa” fissa come centro attorno al quale riodinare il tempo, lo spazio, le persone e gli oggetti.
Questo tipo di viaggio, in definitiva, implica la totale mobilita’ del soggetto in questione, la sintesi di tutto il suo mondo nella portabilita’ di una valigia o uno zaino; la rescissione o sospensione dei contatti. Implica una fluidita’ (temporanea o prolungata). I luoghi della vita sono trasformati in simboli (feticci) e resi essi stessi mobili, trasportabili. Il soggetto condensa tutto cio’, lo assimila e lo porta con se’.

La situazione dell’expat, al contrario, implica una forma di duplicazione (o moltiplicazione, a seconda di quanti luoghi siano coinvolti), che di fatto diviene un’alienazione.
I luoghi non scompaiono, anzi: rimangono solidi, fissi e vivissimi, irriducibili, ciascuno a migliaia di kilometri dall’altro.
In questo caso, e’ il soggetto a farsi fluido, sradicato: costantemente in movimento fra una “casa” ed un’altra – ciascuna con la propria rete di conoscenze, di amicizie, di oggetti (i libri, i vestiti, gli alimenti) trasferibili solo in minuscola parte da un luogo all’altro.

Il nomade, in qualche modo, trova un radicamento solo in se’ stesso, nella propria capacita’ di condensare il proprio mondo all’essenziale e portarlo con se’. L’expat, invece, non e’ nomade nel senso proprio del termine – egli ha comunque una “casa”, una fissita’ cui rivolgersi. Ma questa sua ricerca viene costantemente frustrata proprio dal suo stesso oggetto.

Mi sto pentendo della scelta fatta? Forse. Non ancora.
Non sento ancora il desiderio di cercare una stabilita’, una fissita’ in un qualche luogo (certo non in Italia, difficilmente in Ucraina). Anzi, sento ancora forte il desiderio di muovermi altrove.
Pero’ e’ faticoso.
Forse una piccola lezione che sto imparando dopo poco piu’ di un anno in questo mondo e’ che a “casa” si dovrebbe o non tornare affatto per l’intera durata della missione, o tornare per periodi piuttosto lunghi. Diminuire quanto piu’ possibile questa divisione fra diverse “case”.

 

* Questa affermanzione in realta’ e’ fuorviante: mi son preso due giorni di ferie a ottobre, ma li ho spesi a fare da guida turistica per gente che veniva a trovarmi in Ucraina, e due a dicembre per un breve viaggio in Armenia.

Recensioni accumulate a natale

Recensione 54: “L’assedito di Jadotville
Film storico su uno dei (tanti) scontri durante la Crisi del Congo nel 1961. In particolare, un distaccamento di soldati irlandesi (“virgin army” che non ha mai partecipato ad una guerra) viene inviato nella citta’ di Likasi (allora Jadotville) nel Katanga per “proteggere la citta’”. Il virgolettato e’ d’obbligo, in quanto i ribelli katanghesi godevano in larga parte del supporto della popolazione locale (specie bianca) e compagnie minerarie.
In rappresaglia al massacro di alcuni operatori radio da parte dei peacekeepers indiani, mercenari (perlopiu’ francesi) assoldati dalle compagnie minerarie attaccano il compound dei soldati irlandesi, i quali eroicamente e in larga misura grazie alle doti del comandante Pat Quinlan si difendono per cinque giorni senza subire alcuna perdita contro un nemico venti volte superiore.

Come film di guerra, “L’assedito di Jadotville” risulta nel complesso gradevole, affascinante (certo, del fascino perverso che puo’ avere la rappresentazione dell’atto di uccidere – vedasi The act of killing“) e persino a tratti interessante. Soprattutto, riesce ad evitare l’epica dei film di guerra di epoche precedenti, o perlomeno a mascherarla in un prodotto meno enfatico.
Positiva, molto positiva, la scelta figurativa che evita con gusto il gore dello slaughtering, gli schizzi di sangue a’ la Tarantino e rappresentazioni grafiche e brutali delle uccisioni (forse solo il tiro del cecchino va con forza in questo senso). Certo: nel film si uccide e non lo si nasconde, ma la sua rappresentazione non scade nello splatter.

Forse il limite maggiore, o almeno il limite che ho percepito maggiormente, e’ proprio il fatto di rimanere un film di guerra: killing, killing and more killing. Sebbene a momenti appaiano spunti di riflessione che avrebbero meritato almeno un accenno di approfondimento (“At beginning I was afraid… then I started enjoying it [killing]” dice un soldato dopo il primo attacco). I soldati irlandesi si difendono per cinque giorni, alla fine praticamente disarmati (fanno esplodere i bossoli dei proiettili sparati, usandoli come schegge contro i nemici) – ma questo aveva senso? Quale senso aveva uccidere ancora a quel punto, in una battaglia persa nella quale non riceveranno alcun aiuto? Perche’ non provare ad includere una battuta in piu’, a riprendere il tema? Un peccato.

Il film cerca di esplorare almeno in parte il legame fra militare (tattica) e politico (strategia), in particolare nel ruolo del delegato ONU Conor Cruise O’Brien e il suo rifiuto di inviare supporto ai soldati irlandesi. Ma la cosa, a mia impressione, resta piuttosto superficiale.

Conclusione? Netflix continua a produrre prodotti di qualita’, apprezzabili dal grande pubblico senza particolare sforzo (pur essendo un film di guerra, resta -credo- godibile da tanti), tuttavia il film avrebbe beneficiato nello sfruttare le occasioni di approfondimento che la storia (o la narrazione proposta) offriva.

Recensione 55: “The Childhood of a leader
Vaga trasposizione della storia di Jean-Paul Sartre dallo stesso titolo (vaga perche’ con influenze da altri testi). Nel complesso, direi il film che mi e’ meno piaciuto fra gli ultimi che ho guardato.

La traposizione di Corbet, credo per quel che ne posso capire, e’ in se’ tecnicamente ben fatta. La storia decisamente interessante, ma –mea culpa– sono riuscito a coglierne le raffinate sfumature solo dopo aver letto commenti e recensioni.
Se il film doveva illustrare (rispondere alla domanda) come si sviluppa un leader fascista, quali momenti della sua infanzia determinano questo processo, direi che fallisce nell’intento. Purtroppo, non avendola letta, non posso giudicare se la narrazione sartriana sia piu’ efficace. Mi ha decisamente aiutato il commento di Bradshaw sul Guardian: Prescott learns that the brutal imposition of power is the response to unhappiness (sebbene abbia qualche perplessita’ sul ruolo della madre).
Altro problema: la conclusione. Certo, le scene finali danno un’idea (un’impressione?) del destino del protagonista da adulto, ma la cosa resta veramente troppo impercettibile. Il futuro leader [fascista – anche l’iconografia non e’ cosi’ chiara, anzi] appare per pochi istanti, senza prendere alcuna decisione, e -specialmente- senza dare alcuna indicazione di tendenze violente, dittatoriali, discriminatorie e in definitiva fasciste. Questo e’ un tratto non secondario nel testo originario, nel quale il protagonista di Sartre guida degli squadristi nel picchiare un ebreo.

In definitiva, le sfumature psicologiche della storia restano troppo sottili o troppo leggermente accennate per essere apprezzate.

Lo consiglerei? Solo con un’adeguata preparazione (leggere la storia di Sartre?). Forse uno dei pochi film che guadagna dal leggere precedentemente le recensioni.

Recensione 56: “Jojo Rabbit
Il primo impatto con questo film e’ stato veramente strano: da tutti i commenti che avevo letto in precedenza, avevo tratto l’impressione che il film fosse ambientato da qualche parte (Canada?) ai giorni d’oggi. Dalle prime scene, invece, ho scoperto che l’intera storia di un ragazzino di dieci anni il cui migliore amico immaginario e’ Hitler e’ ambientata proprio nella Germania negli ultimi mesi di guerra.
Questo cambio di scenario ha cambiato completamente il (supposto) sviluppo della trama.

Forse non si puo’ chiedere molto ad un film ambientato nella Germania nazista, o forse Taika Waititi avrebbe dovuto fare decisamente meglio proprio in considerazione del tema dell’ambientazione, ma contrariamente a molte recensioni piuttosto negative (di nuovo Bradshaw 1/5; contra: Kermode), ho trovato il film complessivamente gradevole. Scarlett Johansson brava nel ruolo (la scena del padre un piccolo capolavoro che credo meriterebbe molto piu’ riconoscimento).

La storia, l’evoluzione della storia, ruota attorno il cambiamento del protagonista -da un piccolo fanatico nazista plasmato nel culto dell’odio verso gli ebrei, la cui fine viene ben illustrata dai tanti ragazzini cui nelle scene finali viene data una granata e l’invito “vai ad abbracciare il primo soldato americano che incontri“- tramite il suo contatto quotidiano con una ragazza ebrea che la madre ha nascosto in casa. Il conflitto con l’immaginario Hitler (lo stesso Waititi un “quirky, goofy, zany Adolf, like a drag queen but in men’s clothes“: una pantomima che offende al punto giusto il superuomo) su questa relazione e’ forse troppo semplice, ma rende in modo piuttosto simpatico l’idea.
Proprio le scene del conflitto finale, la rappresentazione dell’ultima desperata difea tedesca contro le truppe russo/alleate sono forse il momento piu’ toccante del film – un’immagine molto diretta, e realistica, della follia in cui il nazismo ha condotto la Germania.
Bella, a mio parere, anche l’evoluzione del captano Klenzendorf (bravo, almeno a tratti, anche Rockwell nel ruolo), sebbene un po’ stereotipata.
Manca, purtroppo, un vero momento attorno al lutto per la morte della madre (cosi’ come per gli altri impiccati… immagini persino sprecate nel loro fallimento di esplorare il male).

Film leggero (troppo?), piuttosto gradevole ma affatto profondo.

cartoline sfocate dall’Ucraine – tourism time (parte 10)

E’ veramente troppo tempo che non aggiorno questa “rubrica” (come il suo parallelo “umanitario”, peraltro). I viaggi internazionali hanno preso il sopravvento dall’estate (e il lavoro per il resto degli ultimi mesi), ma non dimentichiamoci dell’Ucraina.

In agosto ho approfittato di un weekend lungo per andare nei Carpazi (Yaremche), la regione montusa dell’Ucraina. Per chi ha visto le Alpi, i Carpazi paiono piu’ delle collinette neanche troppo cresciute, ma il paesaggio e’ davvero bello e nell’estremo ovest dell’Ucraina si nota tutta la differenza col resto del paese: paesetti montani che sembrano emergere dall’Austria del secolo scorso, chiesette in legno in mezzo a boschi di conifere, torrenti, e tantissime bandiere rosso-nere dell’Ukrainian Insurgent Army di Stepan Bandera che operava nella zona, specie fra gli anni ’30-’40 (organizzazione nazionalista, anche filo-nazista, cui oggi si ispirano tanti movimenti di estrema destra in Ucraina).

In ottobre ho viaggiato parecchio, in effetti: prima Chernivtsi, poi Lviv (Leopoli). Mi sono proposto di visitare almeno altre 4 citta’ ucraine prima delle fine di questa missione e visto che i mesi galoppano verso la end of mission, questo fine settimana ho deciso di andare a Poltava.
Non so perche’ esattamente ho scelto queste destinazioni: Lviv e’ sicuramente una delle mete piu’ rinomate in Ucraina, destinazione per turisti nazionali ed internazioali come e forse piu’ di Odessa (la prima citta’ fuori Kyiv che ho visitato); per qualche motivo ho continuato a posticipare un viaggio a Lviv, forse non molto convinto dall’entusiamo con cui tanti me la descrivevano. A meta’ ottobre, complice visita di parenti, ho finalmente deciso di andarvi.
Devo dire che merita la sua fama. Forse ai turisti europei la citta’ in se’ non dira’ molto, col suo stile mitteleuropeo, ma ha un centro molto gradevole (Opera e Market Square), piu’ storico e conservato di quasi tutte le altre citta’ ucraine che ho visto. Sebbene Lviv sia considerata la patria del nazionalismo ucraino, qui le bandiere rosso-nere non si notano, forse per non offendere i turisti (specie polacchi – massacrati non poco dal gruppo di Bandera). In compenso, si trova un ristorante “a tema” proprio sullo stile delle bande armate anti-russe (parola d’ordine per entrare: gloria all’Ucraina, che in altri contesti e’ lo slogan degli ultra-nazionalisti). Non nascondo un certo disagio.
Forse piu’ di tutto mi hanno colpito la chiesa armena (dipinti murali veramente spelndidi, con toni scuri e brillanti che si alternano in un effetto di luce mirevole) e il cimitero di Lychakiv, una sorta di “Pere Lachaise ucraino” con tombe-monumenti di tanti protagonisti della storia ucraina (e.g. Ivan Franko), ai quali si aggiungono un momumento ai combattenti nazionalisti di Bandera (e divisioni SS) e ai caduti nel conflitto in Donbas. Corsi e ricorsi (o, meglio: incrostazioni) di storia, ideologia e propaganda.
Di Lviv non conservo una memoria indimenticabile, forse proprio per la sua somiglianza a tante citta’ del centro Europa, ma rimane la sensazione di una citta’ carina, accogliente, piu’ European-oriented e piuttosto benestante per gli standard nazionali.

Una settimana prima di Lviv c’e’ stata Chernivtsi, citta’ nella regione storica della Bukovina, regione a cavallo fra Ucraina e Romania nella quale convivono (convivevano) moltissime minoranze etniche: tedeschi, ungheresi, rumeni, ucraini, ebrei… (e, in quanto tale, regione di grande interesse per gli appasionati di pluralismo giuridico dall’epoca del lavoro di Teubner). Chernivtsi e’ nota soprattutto per i magnifici edifici dell’universita’: costruzioni in mattoni rossi e maioliche che un tempo erano residenza del metropolita. Aldila’ della residenza del metropolita, la citta’ non ha altre attrazioni imperdibili.
Ma in realta’ tutto il centro di Chernivtsi e’ grazioso, con edifici storici piuttosto conservati dispersi in tutto il centro cittadino. Centro, devo ammetterlo, piuttosto piccolo: in un giorno l’abbiamo facilmente percorso tutto.
Una perla della quale sono immensamente felice e’ stata la visita ad una chiesetta in legno di St. Nicola, risalente addirittura al 1600. Gia’ a vederla da fuori trasmetteva quasi una commozione nell’intimita’ (e fragilita’) che certa fede puo’ avere, ma la fortuna di entrarvi e’ stata qualcosa di unico: un ambiente chiuso dalle grosse travi delle pareti, quasi completamente buio, eccezion fatta per poche candele riflesse sull’oro delle icone, un profumo misto di incenso, legno e resina degli abeti. Incredibile.

Infine, questo fine settimana, Poltava. Non so davvero con che criterio ho scelto questa meta: quasi tutti i miei colleghi ucraini non vi sono mai stati e, in effetti, la citta’ non ha nulla di imperdibile. L’avevo vista dal treno andando a Kharkiv quasi un anno fa e per qualche ragione mi era rimasta in memoria. A volte bisogna semplicemente togliersi lo sfizio.
Complice il meteo terribilmente nuovosolo, l’impatto con la citta’ non e’ stato dei migliori. Dopo un lungo vialone che dalla stazione conduce al centro citta’ mi sono perso fra alcune viuzze laterali (mea culpa: non avevo preparato alcun itinerario delle cose da visitare) e l’iniziale impressione che ho avuto della citta’ e’ stata tristissima. Fortunatamente le cose sono un po’ migliorate nel prosieguo, scoprendo i centro pedonale, il celebre arco dedicato alla battaglia di Poltava, una chiesetta e il monastero fuori citta’.
Nel complesso, onestamente, non raccomanderei una visita: nonostante l’arco da cartolina e la bella vista del Monastero della croce che da una collina opposta al centro cittadino lancia le sue guglie dorate fra le chiome degli alberi, le cose da vedere a Poltava sono assai poche, gli edifici storici di interesse davvero non molti. Piu’ di tutte, meriterebbe la Piazza Rotonda che apre il centro: un parco circolare circondato da edifici a arco dall’effetto architettonico davvero bello. Peccato a piedi sia impercettibile.
Impressione curiosa al museo d’arte, dove ho deciso di rifugiarmi dopo aver visto tutto quello che potevo vedere nella citta’: collezione classica interessante (su quella contemporanea tralasciamo), ma l’impressione e’ che non sia visitato da nessuno: per quasi un’ora sono stato l’unico visitato (poi ne sono sopraggiunti pochi altri) e le inservienti accendevano e spegnevano le luci delle sale man mano che vi entravo o uscivo. Assurdo. Meriterebbe una riflessione sul significato dell’arte (che senso ha un dipinto che nessuno vede?).
Chernivtsi mi e’ parsa assai piu’ gradevole.

R come rugby, bilanci (quasi) finali

Delusione del torneo
Irlanda, maledettamente Irlanda. Senza dubbio. Vincere era forse chiedere troppo, ma l’ambizione di raggiungere per la prima volta le semifinali c’era e doveva esserci. Giocando alla pari contro praticamente qualsiasi avversario, Nuova Zelanda in primis.
Invece, una sconfitta col Giappone durante il pool (che ci poteva stare: Giappone francamente eccezionale, certo non una “sorpresa”, ma una squadra di grande qualita’ e grandissima intensita’) e un’asfaltata con la Nuova Zelanda che lascia la ferita aperta.
Un vero peccato, perche’ una squadra con un simile equilibrio di esperienza e qualita’ l’Irlanda difficilmente la vedra’ a breve. Non so chi sia il successore-designato di Joe Schmidt, ma uno stratega di questo livello sara’ difficile da trovare e Sexton ormai ha i suoi anni – c’e’ un sostituto all’altezza? Insomma, il cocktail esplosivo potrebbe richiedere anni per ricrearsi.

Sorpresa del torneo
Uruguay. Una vittoria storica contro Fiji. Solo quella, ma tanto basta.
Come l’Argentina anni fa, l’Uruguay mostra e dimostra che anche un movimento “minore” puo’ costruire grandi risultati se ha un piano. Quello che, per inciso, manca sempre all’Italia (davvero la soluzione e’ sempre un tecnico straniero che resta pochi anni e importare giocatori dall’estero?).
Bel segnale per la crescita del rugby mondiale: ci sono realta’ con belle prospettive e se continua cosi’, ai prossimi mondiali potremmo vederne delle belle! (Il che, francamente detto, significa pure che per l’Italia son c***).
Capitolo a parte per chiedersi cosa sta accadendo al rugby delle isole del pacifico… le stiamo perdendo (il rugby, e pure le isole).
Chapeau.

“Sapeva”. Owen Farrell (capitano dell’Inghilterra) mentre osserva la haka

Partita piu’ bella
Testa a testa fra Giappone – Irlanda e Inghilterra – Nuova Zelanda.
Partite per certi aspetti simili, con la squadra meno quotata (ma solo sulla carta… o nella testa di certi commentatori) ha dominare letteralmente l’avversario.
Entrambe partite che dovremmo ri-guardare negli anni a venire, delle vere lezioni di rugby: intensita’, piano tattico, determinazione… Inghilterra e Giappone hanno mostrato un livello di rugby che e’ semplicemente un piacere per gli occhi. Bonus per il Giappone, commovente nel suo ruolo di underdog, ma pure l’Inghilterra a sfidare a viso aperto i Tuttineri e batterli. Piu’ che batterli: farli apparire normali. Spettacolo.

Squadra immortale
Per chi non lo sapesse, confesso, faccio coming out: il mio “vecchio” cuore trifoglio ha sofferto tantissimo ha guardare il Galles avanzare nel torneo.
Ma nella sofferenza, devo rendere onore al merito: partita di gran classe contro l’Australia, sconfitta di misura contro il Sud Africa pur con una prestazione mediocre e flagellata dagli infortuni, ma tanto, tantissimo cuore. Non una squadra eccitante da guardare, ma quanto coraggio nel resistere ai Bokke e riportarsi in pari a pochi minuti dalla fine.
Lo stesso coraggio, lo stesso cuore mostrato nella finale per il 3erzo posto contro la Nuova Zelanda (due mischie nei propri 5 metri a 5 minuti dalla fine!).
Peccato a questi Dragoni siano mancate opzioni offensive, forse l’esisto sarebbe stato diverso.

Eppoi questo

Premio Lo Hobbit
Scusate la battuta vagamente offensiva, ma menzione speciale (e con grande rispetto) per Faf De Klerk, il mediano di mischia sudafricano e il suo box kicking (rispetto agli altri giocatori, Faf ha un’altezza non stratosferica).
Il Sud Africa ha fatto una cosa sola per tutto il torneo : rush defence & box kicking (ok, due in realta’). Inesorabilmente, in ogni partita, in ogni placcaggio, Faf ha recuperato per la sua squadra e l’ha calciato alle spalle della difesa avversaria.
Rispetto per l’attaccamento quasi fanatico a questa convinzione, a questa strategia. Attaccamento che finora ha pagato. A volte la convinzione, la fiducia in se’ stessi, si’: il fanatismo, puo’ superare la mancanza di mezzi. E va rispettato. E a volte, e’ persino bello da vedere.
In Sud Africa hanno cominciato a detestare questa tattica, quasi un anti-rugby per il rifiuto sottostante di portare palla alla mano, ma Faf e il coach sudafricano Rassie Erasmus si sono attenuti alla loro strategia e cosi’ facendo hanno portato i Bokke in finale. Cosa accadra’ una volta li’ lo scopriremo domani. L’anti-rugby potrebbe persino funzionare contro una squadra come l’Inghilterra. In Inghilterra hanno cominciato ha chiederselo… (ma la corazzata guidata da Eddie Jones, tuttavia, ha dimostrato contro i Wallabies di non aver bisogno di dominare il possesso per vincere).

Premio Wizard of Oz
(Volevo chiamarlo Premio Gandalf, ma non si adattava al personaggio…) …Eddie Jones! Il mago venuto dall’Australia (Oz, per gli amici) ha riportato il XV della rosa a vette che non vedeva da 12 anni (peraltro, per un remake della stessa finale 2007: Inghilterra vs Sud Africa, finale nella qualle Jones ha vinto da consultente dei sudafricani, che intrigo della storia!). Potrebbe riportarla indietro a vette che non vedeva da 16 anni (coppa del mondo 2003 – vinta dagli inglesi proprio contro i Wallabies guidati da… Eddie Jones!).
Da quattro anni Jones ha costruito una corazzata: una squadra completa tecnicamente, con grandi variazioni tattiche ed enorme convinzione e solidita’ mentale. Il lavoro sta pagando (vedi sopra contro la Nuova Zelanda). Al mondo ci sono pochi tecnici al suo livello.
Mago.

Il walzer degli addi
Tanti addii in questa coppa del mondo: tre grandi allenatori Steve Hansen, Warren Gatland e Joe Schmidt (tutti kiwi) salutano le rispettive nazionali e il mondo del rugby. Ci mancheranno.
Salutano anche giocatori unici, come Rory Best nell’Irlanda e Sonny Bill Williams fra gli All Blacks.

R come rugby, a un passo dalla meta

Dopo essermi perso i quarti di finale, causa weekend a Lviv, questo fine settimana mi sono goduto (letteralmente) le semifinali Inghilterra – Nuova Zelanda e Galles – Sud Africa.
Due partite che si preannunciavano assai diverse fra loro: da un lato le due squadre probabilmente piu’ offensive al mondo (in questo momento), dall’altro le due piu’ difensive.

Inghilterra e Nuova Zelanda arrivavano all’appuntamento dopo aver ciascuna “devastato” il proprio avversario a quarti (Australia e Irlanda), con due prove molto convincenti su entrambi i fronti. Inevitabilmente, gli All Blacks tornati primi nel ranking mondiale arrivavano da favoriti.
Ma il “mago” Jones ha –come pronosticato– messo in piedi un’Inghilterra implacabile. Non solo forte, ma anche sicura dei propri mezzi. Cio’ si e’ visto sin da prima del calcio d’inizio, dal modo in cui gli inglesi hanno affrontato la haka dei neozelandesi (da notare la smorfia di Owen Farrell). In campo, poi, c’e’ stata gara, ma non c’e’ stata.
Gli uomini in bianco hanno letteralmente dominato i tuttineri dall’inizio alla fine: dominati tatticamente, fisicamente, come aggressivita’… su ogni livello. Su ogni punto d’incontro, gli inglesi arrivavano primi, piu’ forti, piu’ veloci, piu’ aggressivi. In una parola: hanno dimostrato di voler vincere piu’ dei neozelandesi, dall’inizio alla fine. Impressionante il numero di turn-over (palle rubate dopo il placcaggio): 15. Itoje sugli scudi (“passato da world-class a world-best” ha commentato un conoscente), Ford implacabile al piede.
Dopo un primo tempo “fiacco” da parte dei neozelandesi, e tante occasioni mancate per gli inglesi, ci si aspettava un secondo tempo totalmente diverso. Ma cosi’ non e’ stato: alla nazionale inglese non e’ mai venuta meno ne’ la solidita’ fisica, ne’ quella mentale (una solidita’ mentale che ricorda… quella del 2003). Neppure quando gli All Blacks si sono riportati sotto ad inizio ripresa con una meta “di rapina” l’Inghilterra ha vacillato. Anzi.

Inghilterra che ora si presenta inevitabilmente da favorita alla finale.

Nell’altra seminifinale, Galles e Sud Africa hanno dato vita ad una sfida completamente diversa, altamente tattica, estremamente difensiva. I lunghi scambi al piede hanno tolto fascino alla partita e il fatto che il punteggio sia (16 – 19) sia stato quasi interamente segnato al piede la dice lunga sulle prestazioni offensive, prima ancora che difensive.
Entrambe le squadre hanno quasi “rifiutato” di giocare alla mano, forse proprio per evitare lo scontro con le difese. Ne e’ nata una partita non spettacolare, salvo i circa 15 minuti fra le due mete. Il Galles ha pagato due infortuni a uomini chiave gia’ nel primo tempo, ma ha mostrato di riuscire sempre a risorgere dalle proprie ceneri. Peccato non abbia mai veramente avuto uno scatto offensivo in grado di fare la differenza: solo quando costretti dalla meta sudafricana, i Dragoni hanno premuto sull’accelleratore, rifiutato le punizioni e conquistato la meta che li rimettesse in pari. Poi basta.
E alla fine, inevitabilmente, e’ bastata una punizione per suonare il de prufundis.
Il Sud Africa ha suonato lo stesso spartito per 80 minuti: palla, calcio, placcaggio, costantemente riportando la sfida nella meta’-campo avversaria a suon di pedate. La tattica ha funzionato fin qui, ma bastera’ contro gli inglesi?

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Commento tattico del Welsh Dai Lama (un’autorita’). Faf de Klerk e Gareth Davies sono rispettivamente i mediani di mischia di Sud Africa e Galles

L’impressione e’ che lo spartito tattico dell’Inghilterra sia troppo vasto per farsi mettere in difficolta’ da questo approccio dei Bokke e le soluzioni offensive degli inglesi dovrebbero offrire sufficienti opzioni per superare la rush defence sudafricana.
Pur vero, come ha osservato il ct del Galles Warren Gatland, che spesso per alcuni team la finale e’ una seminale (i.e. l’Inghilterra potrebbe arrivare spompata). E il Sud Africa non ha mai perso una finale.

Piu’ interessante, a mio avviso, la sfida per il terzo posto. Anche se potra’ sembrare un’eresia. Entrambe le squadre avranno molto da dimostrare: il Galles per consacrarsi a vette mai raggiunte, la Nuova Zelanda per confermare di non essere (ancora finita). Gli infortuni nel Galles indirizzano pensantemente la sfida, ma come visto anche col Sud Africa i Dragoni “non muoiono mai” e metteranno l’impossibile nell’ultima partita.