Humanitarians: where is home?

Vedi alla voce “rubriche” iniziate e non portate avanti. Che brutta cosa.
A un certo punto credo dovro’ scrivere un post che spieghi un po’ chiaramente cosa faccio (cosa facciamo come organizzazione in Ucraina), se non altro perche’ il tema e’ dannatamente importante e sottovalutato. Certo, mi parrebbe di scrivere per lavoro, ma forse e’ nondimeno necessario.

Per ora, invece, spendero’ due parole su una constatazione avuta durante queste recenti ferie natalizie. Per natale sono rientrato in Italia, 10 giorni in tutto. Era da giugno che non mi prendevo ferie* e ne sentivo veramente il bisogno. In una certa misura, sentivo pure il bisogno di rientrare “a casa” di avere delle ferie non per viaggiare (e stancarmi ulteriormente), ma per tornare in un luogo conosciuto, dove tutto e’ familiare e -quindi- in qualche modo “semplice”.
Un luogo in cui padroneggio la lingua, in cui posso muovermi da solo, in cui posso restare in camera a dormire senza nessun ostacolo o impegno o senso di colpa, un luogo in cui sentirmi “coccolato” dagli affetti.

In una certa misura, e’ stato cosi’. Perlomeno: e’ stato cosi’ fino al momento in cui non sono dovuto rientrare a Kyiv.
Credo stia maturando in me la constatazione che detesto viaggiare. Scusate: adoro viaggiare. Adoro muovermi e scoprire luoghi nuovi, fosse anche per un viaggio di lavoro. Quello che detesto e’ questa forma di nomadismo per cui “casa” e’ per dieci giorni il luogo X e per altri novanta il luogo Y. Questo continuo trasferirsi “armi e bagagli” da un posto all’altro, disfare le valigie e riordinare camice, maglioni, calzini, riempire di nuovo il frigo, innaffiare le piante…

“Viaggiare” per svago o per lavoro implica (almeno per un certo tempo – il tempo del viaggio, per l’appunto) non avere una dimora, una “casa” fissa come centro attorno al quale riodinare il tempo, lo spazio, le persone e gli oggetti.
Questo tipo di viaggio, in definitiva, implica la totale mobilita’ del soggetto in questione, la sintesi di tutto il suo mondo nella portabilita’ di una valigia o uno zaino; la rescissione o sospensione dei contatti. Implica una fluidita’ (temporanea o prolungata). I luoghi della vita sono trasformati in simboli (feticci) e resi essi stessi mobili, trasportabili. Il soggetto condensa tutto cio’, lo assimila e lo porta con se’.

La situazione dell’expat, al contrario, implica una forma di duplicazione (o moltiplicazione, a seconda di quanti luoghi siano coinvolti), che di fatto diviene un’alienazione.
I luoghi non scompaiono, anzi: rimangono solidi, fissi e vivissimi, irriducibili, ciascuno a migliaia di kilometri dall’altro.
In questo caso, e’ il soggetto a farsi fluido, sradicato: costantemente in movimento fra una “casa” ed un’altra – ciascuna con la propria rete di conoscenze, di amicizie, di oggetti (i libri, i vestiti, gli alimenti) trasferibili solo in minuscola parte da un luogo all’altro.

Il nomade, in qualche modo, trova un radicamento solo in se’ stesso, nella propria capacita’ di condensare il proprio mondo all’essenziale e portarlo con se’. L’expat, invece, non e’ nomade nel senso proprio del termine – egli ha comunque una “casa”, una fissita’ cui rivolgersi. Ma questa sua ricerca viene costantemente frustrata proprio dal suo stesso oggetto.

Mi sto pentendo della scelta fatta? Forse. Non ancora.
Non sento ancora il desiderio di cercare una stabilita’, una fissita’ in un qualche luogo (certo non in Italia, difficilmente in Ucraina). Anzi, sento ancora forte il desiderio di muovermi altrove.
Pero’ e’ faticoso.
Forse una piccola lezione che sto imparando dopo poco piu’ di un anno in questo mondo e’ che a “casa” si dovrebbe o non tornare affatto per l’intera durata della missione, o tornare per periodi piuttosto lunghi. Diminuire quanto piu’ possibile questa divisione fra diverse “case”.

 

* Questa affermanzione in realta’ e’ fuorviante: mi son preso due giorni di ferie a ottobre, ma li ho spesi a fare da guida turistica per gente che veniva a trovarmi in Ucraina, e due a dicembre per un breve viaggio in Armenia.

Recensioni accumulate a natale

Recensione 54: “L’assedito di Jadotville
Film storico su uno dei (tanti) scontri durante la Crisi del Congo nel 1961. In particolare, un distaccamento di soldati irlandesi (“virgin army” che non ha mai partecipato ad una guerra) viene inviato nella citta’ di Likasi (allora Jadotville) nel Katanga per “proteggere la citta’”. Il virgolettato e’ d’obbligo, in quanto i ribelli katanghesi godevano in larga parte del supporto della popolazione locale (specie bianca) e compagnie minerarie.
In rappresaglia al massacro di alcuni operatori radio da parte dei peacekeepers indiani, mercenari (perlopiu’ francesi) assoldati dalle compagnie minerarie attaccano il compound dei soldati irlandesi, i quali eroicamente e in larga misura grazie alle doti del comandante Pat Quinlan si difendono per cinque giorni senza subire alcuna perdita contro un nemico venti volte superiore.

Come film di guerra, “L’assedito di Jadotville” risulta nel complesso gradevole, affascinante (certo, del fascino perverso che puo’ avere la rappresentazione dell’atto di uccidere – vedasi The act of killing“) e persino a tratti interessante. Soprattutto, riesce ad evitare l’epica dei film di guerra di epoche precedenti, o perlomeno a mascherarla in un prodotto meno enfatico.
Positiva, molto positiva, la scelta figurativa che evita con gusto il gore dello slaughtering, gli schizzi di sangue a’ la Tarantino e rappresentazioni grafiche e brutali delle uccisioni (forse solo il tiro del cecchino va con forza in questo senso). Certo: nel film si uccide e non lo si nasconde, ma la sua rappresentazione non scade nello splatter.

Forse il limite maggiore, o almeno il limite che ho percepito maggiormente, e’ proprio il fatto di rimanere un film di guerra: killing, killing and more killing. Sebbene a momenti appaiano spunti di riflessione che avrebbero meritato almeno un accenno di approfondimento (“At beginning I was afraid… then I started enjoying it [killing]” dice un soldato dopo il primo attacco). I soldati irlandesi si difendono per cinque giorni, alla fine praticamente disarmati (fanno esplodere i bossoli dei proiettili sparati, usandoli come schegge contro i nemici) – ma questo aveva senso? Quale senso aveva uccidere ancora a quel punto, in una battaglia persa nella quale non riceveranno alcun aiuto? Perche’ non provare ad includere una battuta in piu’, a riprendere il tema? Un peccato.

Il film cerca di esplorare almeno in parte il legame fra militare (tattica) e politico (strategia), in particolare nel ruolo del delegato ONU Conor Cruise O’Brien e il suo rifiuto di inviare supporto ai soldati irlandesi. Ma la cosa, a mia impressione, resta piuttosto superficiale.

Conclusione? Netflix continua a produrre prodotti di qualita’, apprezzabili dal grande pubblico senza particolare sforzo (pur essendo un film di guerra, resta -credo- godibile da tanti), tuttavia il film avrebbe beneficiato nello sfruttare le occasioni di approfondimento che la storia (o la narrazione proposta) offriva.

Recensione 55: “The Childhood of a leader
Vaga trasposizione della storia di Jean-Paul Sartre dallo stesso titolo (vaga perche’ con influenze da altri testi). Nel complesso, direi il film che mi e’ meno piaciuto fra gli ultimi che ho guardato.

La traposizione di Corbet, credo per quel che ne posso capire, e’ in se’ tecnicamente ben fatta. La storia decisamente interessante, ma –mea culpa– sono riuscito a coglierne le raffinate sfumature solo dopo aver letto commenti e recensioni.
Se il film doveva illustrare (rispondere alla domanda) come si sviluppa un leader fascista, quali momenti della sua infanzia determinano questo processo, direi che fallisce nell’intento. Purtroppo, non avendola letta, non posso giudicare se la narrazione sartriana sia piu’ efficace. Mi ha decisamente aiutato il commento di Bradshaw sul Guardian: Prescott learns that the brutal imposition of power is the response to unhappiness (sebbene abbia qualche perplessita’ sul ruolo della madre).
Altro problema: la conclusione. Certo, le scene finali danno un’idea (un’impressione?) del destino del protagonista da adulto, ma la cosa resta veramente troppo impercettibile. Il futuro leader [fascista – anche l’iconografia non e’ cosi’ chiara, anzi] appare per pochi istanti, senza prendere alcuna decisione, e -specialmente- senza dare alcuna indicazione di tendenze violente, dittatoriali, discriminatorie e in definitiva fasciste. Questo e’ un tratto non secondario nel testo originario, nel quale il protagonista di Sartre guida degli squadristi nel picchiare un ebreo.

In definitiva, le sfumature psicologiche della storia restano troppo sottili o troppo leggermente accennate per essere apprezzate.

Lo consiglerei? Solo con un’adeguata preparazione (leggere la storia di Sartre?). Forse uno dei pochi film che guadagna dal leggere precedentemente le recensioni.

Recensione 56: “Jojo Rabbit
Il primo impatto con questo film e’ stato veramente strano: da tutti i commenti che avevo letto in precedenza, avevo tratto l’impressione che il film fosse ambientato da qualche parte (Canada?) ai giorni d’oggi. Dalle prime scene, invece, ho scoperto che l’intera storia di un ragazzino di dieci anni il cui migliore amico immaginario e’ Hitler e’ ambientata proprio nella Germania negli ultimi mesi di guerra.
Questo cambio di scenario ha cambiato completamente il (supposto) sviluppo della trama.

Forse non si puo’ chiedere molto ad un film ambientato nella Germania nazista, o forse Taika Waititi avrebbe dovuto fare decisamente meglio proprio in considerazione del tema dell’ambientazione, ma contrariamente a molte recensioni piuttosto negative (di nuovo Bradshaw 1/5; contra: Kermode), ho trovato il film complessivamente gradevole. Scarlett Johansson brava nel ruolo (la scena del padre un piccolo capolavoro che credo meriterebbe molto piu’ riconoscimento).

La storia, l’evoluzione della storia, ruota attorno il cambiamento del protagonista -da un piccolo fanatico nazista plasmato nel culto dell’odio verso gli ebrei, la cui fine viene ben illustrata dai tanti ragazzini cui nelle scene finali viene data una granata e l’invito “vai ad abbracciare il primo soldato americano che incontri“- tramite il suo contatto quotidiano con una ragazza ebrea che la madre ha nascosto in casa. Il conflitto con l’immaginario Hitler (lo stesso Waititi un “quirky, goofy, zany Adolf, like a drag queen but in men’s clothes“: una pantomima che offende al punto giusto il superuomo) su questa relazione e’ forse troppo semplice, ma rende in modo piuttosto simpatico l’idea.
Proprio le scene del conflitto finale, la rappresentazione dell’ultima desperata difea tedesca contro le truppe russo/alleate sono forse il momento piu’ toccante del film – un’immagine molto diretta, e realistica, della follia in cui il nazismo ha condotto la Germania.
Bella, a mio parere, anche l’evoluzione del captano Klenzendorf (bravo, almeno a tratti, anche Rockwell nel ruolo), sebbene un po’ stereotipata.
Manca, purtroppo, un vero momento attorno al lutto per la morte della madre (cosi’ come per gli altri impiccati… immagini persino sprecate nel loro fallimento di esplorare il male).

Film leggero (troppo?), piuttosto gradevole ma affatto profondo.

cartoline sfocate dall’Ucraine – tourism time (parte 10)

E’ veramente troppo tempo che non aggiorno questa “rubrica” (come il suo parallelo “umanitario”, peraltro). I viaggi internazionali hanno preso il sopravvento dall’estate (e il lavoro per il resto degli ultimi mesi), ma non dimentichiamoci dell’Ucraina.

In agosto ho approfittato di un weekend lungo per andare nei Carpazi (Yaremche), la regione montusa dell’Ucraina. Per chi ha visto le Alpi, i Carpazi paiono piu’ delle collinette neanche troppo cresciute, ma il paesaggio e’ davvero bello e nell’estremo ovest dell’Ucraina si nota tutta la differenza col resto del paese: paesetti montani che sembrano emergere dall’Austria del secolo scorso, chiesette in legno in mezzo a boschi di conifere, torrenti, e tantissime bandiere rosso-nere dell’Ukrainian Insurgent Army di Stepan Bandera che operava nella zona, specie fra gli anni ’30-’40 (organizzazione nazionalista, anche filo-nazista, cui oggi si ispirano tanti movimenti di estrema destra in Ucraina).

In ottobre ho viaggiato parecchio, in effetti: prima Chernivtsi, poi Lviv (Leopoli). Mi sono proposto di visitare almeno altre 4 citta’ ucraine prima delle fine di questa missione e visto che i mesi galoppano verso la end of mission, questo fine settimana ho deciso di andare a Poltava.
Non so perche’ esattamente ho scelto queste destinazioni: Lviv e’ sicuramente una delle mete piu’ rinomate in Ucraina, destinazione per turisti nazionali ed internazioali come e forse piu’ di Odessa (la prima citta’ fuori Kyiv che ho visitato); per qualche motivo ho continuato a posticipare un viaggio a Lviv, forse non molto convinto dall’entusiamo con cui tanti me la descrivevano. A meta’ ottobre, complice visita di parenti, ho finalmente deciso di andarvi.
Devo dire che merita la sua fama. Forse ai turisti europei la citta’ in se’ non dira’ molto, col suo stile mitteleuropeo, ma ha un centro molto gradevole (Opera e Market Square), piu’ storico e conservato di quasi tutte le altre citta’ ucraine che ho visto. Sebbene Lviv sia considerata la patria del nazionalismo ucraino, qui le bandiere rosso-nere non si notano, forse per non offendere i turisti (specie polacchi – massacrati non poco dal gruppo di Bandera). In compenso, si trova un ristorante “a tema” proprio sullo stile delle bande armate anti-russe (parola d’ordine per entrare: gloria all’Ucraina, che in altri contesti e’ lo slogan degli ultra-nazionalisti). Non nascondo un certo disagio.
Forse piu’ di tutto mi hanno colpito la chiesa armena (dipinti murali veramente spelndidi, con toni scuri e brillanti che si alternano in un effetto di luce mirevole) e il cimitero di Lychakiv, una sorta di “Pere Lachaise ucraino” con tombe-monumenti di tanti protagonisti della storia ucraina (e.g. Ivan Franko), ai quali si aggiungono un momumento ai combattenti nazionalisti di Bandera (e divisioni SS) e ai caduti nel conflitto in Donbas. Corsi e ricorsi (o, meglio: incrostazioni) di storia, ideologia e propaganda.
Di Lviv non conservo una memoria indimenticabile, forse proprio per la sua somiglianza a tante citta’ del centro Europa, ma rimane la sensazione di una citta’ carina, accogliente, piu’ European-oriented e piuttosto benestante per gli standard nazionali.

Una settimana prima di Lviv c’e’ stata Chernivtsi, citta’ nella regione storica della Bukovina, regione a cavallo fra Ucraina e Romania nella quale convivono (convivevano) moltissime minoranze etniche: tedeschi, ungheresi, rumeni, ucraini, ebrei… (e, in quanto tale, regione di grande interesse per gli appasionati di pluralismo giuridico dall’epoca del lavoro di Teubner). Chernivtsi e’ nota soprattutto per i magnifici edifici dell’universita’: costruzioni in mattoni rossi e maioliche che un tempo erano residenza del metropolita. Aldila’ della residenza del metropolita, la citta’ non ha altre attrazioni imperdibili.
Ma in realta’ tutto il centro di Chernivtsi e’ grazioso, con edifici storici piuttosto conservati dispersi in tutto il centro cittadino. Centro, devo ammetterlo, piuttosto piccolo: in un giorno l’abbiamo facilmente percorso tutto.
Una perla della quale sono immensamente felice e’ stata la visita ad una chiesetta in legno di St. Nicola, risalente addirittura al 1600. Gia’ a vederla da fuori trasmetteva quasi una commozione nell’intimita’ (e fragilita’) che certa fede puo’ avere, ma la fortuna di entrarvi e’ stata qualcosa di unico: un ambiente chiuso dalle grosse travi delle pareti, quasi completamente buio, eccezion fatta per poche candele riflesse sull’oro delle icone, un profumo misto di incenso, legno e resina degli abeti. Incredibile.

Infine, questo fine settimana, Poltava. Non so davvero con che criterio ho scelto questa meta: quasi tutti i miei colleghi ucraini non vi sono mai stati e, in effetti, la citta’ non ha nulla di imperdibile. L’avevo vista dal treno andando a Kharkiv quasi un anno fa e per qualche ragione mi era rimasta in memoria. A volte bisogna semplicemente togliersi lo sfizio.
Complice il meteo terribilmente nuovosolo, l’impatto con la citta’ non e’ stato dei migliori. Dopo un lungo vialone che dalla stazione conduce al centro citta’ mi sono perso fra alcune viuzze laterali (mea culpa: non avevo preparato alcun itinerario delle cose da visitare) e l’iniziale impressione che ho avuto della citta’ e’ stata tristissima. Fortunatamente le cose sono un po’ migliorate nel prosieguo, scoprendo i centro pedonale, il celebre arco dedicato alla battaglia di Poltava, una chiesetta e il monastero fuori citta’.
Nel complesso, onestamente, non raccomanderei una visita: nonostante l’arco da cartolina e la bella vista del Monastero della croce che da una collina opposta al centro cittadino lancia le sue guglie dorate fra le chiome degli alberi, le cose da vedere a Poltava sono assai poche, gli edifici storici di interesse davvero non molti. Piu’ di tutte, meriterebbe la Piazza Rotonda che apre il centro: un parco circolare circondato da edifici a arco dall’effetto architettonico davvero bello. Peccato a piedi sia impercettibile.
Impressione curiosa al museo d’arte, dove ho deciso di rifugiarmi dopo aver visto tutto quello che potevo vedere nella citta’: collezione classica interessante (su quella contemporanea tralasciamo), ma l’impressione e’ che non sia visitato da nessuno: per quasi un’ora sono stato l’unico visitato (poi ne sono sopraggiunti pochi altri) e le inservienti accendevano e spegnevano le luci delle sale man mano che vi entravo o uscivo. Assurdo. Meriterebbe una riflessione sul significato dell’arte (che senso ha un dipinto che nessuno vede?).
Chernivtsi mi e’ parsa assai piu’ gradevole.

R come rugby, bilanci (quasi) finali

Delusione del torneo
Irlanda, maledettamente Irlanda. Senza dubbio. Vincere era forse chiedere troppo, ma l’ambizione di raggiungere per la prima volta le semifinali c’era e doveva esserci. Giocando alla pari contro praticamente qualsiasi avversario, Nuova Zelanda in primis.
Invece, una sconfitta col Giappone durante il pool (che ci poteva stare: Giappone francamente eccezionale, certo non una “sorpresa”, ma una squadra di grande qualita’ e grandissima intensita’) e un’asfaltata con la Nuova Zelanda che lascia la ferita aperta.
Un vero peccato, perche’ una squadra con un simile equilibrio di esperienza e qualita’ l’Irlanda difficilmente la vedra’ a breve. Non so chi sia il successore-designato di Joe Schmidt, ma uno stratega di questo livello sara’ difficile da trovare e Sexton ormai ha i suoi anni – c’e’ un sostituto all’altezza? Insomma, il cocktail esplosivo potrebbe richiedere anni per ricrearsi.

Sorpresa del torneo
Uruguay. Una vittoria storica contro Fiji. Solo quella, ma tanto basta.
Come l’Argentina anni fa, l’Uruguay mostra e dimostra che anche un movimento “minore” puo’ costruire grandi risultati se ha un piano. Quello che, per inciso, manca sempre all’Italia (davvero la soluzione e’ sempre un tecnico straniero che resta pochi anni e importare giocatori dall’estero?).
Bel segnale per la crescita del rugby mondiale: ci sono realta’ con belle prospettive e se continua cosi’, ai prossimi mondiali potremmo vederne delle belle! (Il che, francamente detto, significa pure che per l’Italia son c***).
Capitolo a parte per chiedersi cosa sta accadendo al rugby delle isole del pacifico… le stiamo perdendo (il rugby, e pure le isole).
Chapeau.

“Sapeva”. Owen Farrell (capitano dell’Inghilterra) mentre osserva la haka

Partita piu’ bella
Testa a testa fra Giappone – Irlanda e Inghilterra – Nuova Zelanda.
Partite per certi aspetti simili, con la squadra meno quotata (ma solo sulla carta… o nella testa di certi commentatori) ha dominare letteralmente l’avversario.
Entrambe partite che dovremmo ri-guardare negli anni a venire, delle vere lezioni di rugby: intensita’, piano tattico, determinazione… Inghilterra e Giappone hanno mostrato un livello di rugby che e’ semplicemente un piacere per gli occhi. Bonus per il Giappone, commovente nel suo ruolo di underdog, ma pure l’Inghilterra a sfidare a viso aperto i Tuttineri e batterli. Piu’ che batterli: farli apparire normali. Spettacolo.

Squadra immortale
Per chi non lo sapesse, confesso, faccio coming out: il mio “vecchio” cuore trifoglio ha sofferto tantissimo ha guardare il Galles avanzare nel torneo.
Ma nella sofferenza, devo rendere onore al merito: partita di gran classe contro l’Australia, sconfitta di misura contro il Sud Africa pur con una prestazione mediocre e flagellata dagli infortuni, ma tanto, tantissimo cuore. Non una squadra eccitante da guardare, ma quanto coraggio nel resistere ai Bokke e riportarsi in pari a pochi minuti dalla fine.
Lo stesso coraggio, lo stesso cuore mostrato nella finale per il 3erzo posto contro la Nuova Zelanda (due mischie nei propri 5 metri a 5 minuti dalla fine!).
Peccato a questi Dragoni siano mancate opzioni offensive, forse l’esisto sarebbe stato diverso.

Eppoi questo

Premio Lo Hobbit
Scusate la battuta vagamente offensiva, ma menzione speciale (e con grande rispetto) per Faf De Klerk, il mediano di mischia sudafricano e il suo box kicking (rispetto agli altri giocatori, Faf ha un’altezza non stratosferica).
Il Sud Africa ha fatto una cosa sola per tutto il torneo : rush defence & box kicking (ok, due in realta’). Inesorabilmente, in ogni partita, in ogni placcaggio, Faf ha recuperato per la sua squadra e l’ha calciato alle spalle della difesa avversaria.
Rispetto per l’attaccamento quasi fanatico a questa convinzione, a questa strategia. Attaccamento che finora ha pagato. A volte la convinzione, la fiducia in se’ stessi, si’: il fanatismo, puo’ superare la mancanza di mezzi. E va rispettato. E a volte, e’ persino bello da vedere.
In Sud Africa hanno cominciato a detestare questa tattica, quasi un anti-rugby per il rifiuto sottostante di portare palla alla mano, ma Faf e il coach sudafricano Rassie Erasmus si sono attenuti alla loro strategia e cosi’ facendo hanno portato i Bokke in finale. Cosa accadra’ una volta li’ lo scopriremo domani. L’anti-rugby potrebbe persino funzionare contro una squadra come l’Inghilterra. In Inghilterra hanno cominciato ha chiederselo… (ma la corazzata guidata da Eddie Jones, tuttavia, ha dimostrato contro i Wallabies di non aver bisogno di dominare il possesso per vincere).

Premio Wizard of Oz
(Volevo chiamarlo Premio Gandalf, ma non si adattava al personaggio…) …Eddie Jones! Il mago venuto dall’Australia (Oz, per gli amici) ha riportato il XV della rosa a vette che non vedeva da 12 anni (peraltro, per un remake della stessa finale 2007: Inghilterra vs Sud Africa, finale nella qualle Jones ha vinto da consultente dei sudafricani, che intrigo della storia!). Potrebbe riportarla indietro a vette che non vedeva da 16 anni (coppa del mondo 2003 – vinta dagli inglesi proprio contro i Wallabies guidati da… Eddie Jones!).
Da quattro anni Jones ha costruito una corazzata: una squadra completa tecnicamente, con grandi variazioni tattiche ed enorme convinzione e solidita’ mentale. Il lavoro sta pagando (vedi sopra contro la Nuova Zelanda). Al mondo ci sono pochi tecnici al suo livello.
Mago.

Il walzer degli addi
Tanti addii in questa coppa del mondo: tre grandi allenatori Steve Hansen, Warren Gatland e Joe Schmidt (tutti kiwi) salutano le rispettive nazionali e il mondo del rugby. Ci mancheranno.
Salutano anche giocatori unici, come Rory Best nell’Irlanda e Sonny Bill Williams fra gli All Blacks.

R come rugby, a un passo dalla meta

Dopo essermi perso i quarti di finale, causa weekend a Lviv, questo fine settimana mi sono goduto (letteralmente) le semifinali Inghilterra – Nuova Zelanda e Galles – Sud Africa.
Due partite che si preannunciavano assai diverse fra loro: da un lato le due squadre probabilmente piu’ offensive al mondo (in questo momento), dall’altro le due piu’ difensive.

Inghilterra e Nuova Zelanda arrivavano all’appuntamento dopo aver ciascuna “devastato” il proprio avversario a quarti (Australia e Irlanda), con due prove molto convincenti su entrambi i fronti. Inevitabilmente, gli All Blacks tornati primi nel ranking mondiale arrivavano da favoriti.
Ma il “mago” Jones ha –come pronosticato– messo in piedi un’Inghilterra implacabile. Non solo forte, ma anche sicura dei propri mezzi. Cio’ si e’ visto sin da prima del calcio d’inizio, dal modo in cui gli inglesi hanno affrontato la haka dei neozelandesi (da notare la smorfia di Owen Farrell). In campo, poi, c’e’ stata gara, ma non c’e’ stata.
Gli uomini in bianco hanno letteralmente dominato i tuttineri dall’inizio alla fine: dominati tatticamente, fisicamente, come aggressivita’… su ogni livello. Su ogni punto d’incontro, gli inglesi arrivavano primi, piu’ forti, piu’ veloci, piu’ aggressivi. In una parola: hanno dimostrato di voler vincere piu’ dei neozelandesi, dall’inizio alla fine. Impressionante il numero di turn-over (palle rubate dopo il placcaggio): 15. Itoje sugli scudi (“passato da world-class a world-best” ha commentato un conoscente), Ford implacabile al piede.
Dopo un primo tempo “fiacco” da parte dei neozelandesi, e tante occasioni mancate per gli inglesi, ci si aspettava un secondo tempo totalmente diverso. Ma cosi’ non e’ stato: alla nazionale inglese non e’ mai venuta meno ne’ la solidita’ fisica, ne’ quella mentale (una solidita’ mentale che ricorda… quella del 2003). Neppure quando gli All Blacks si sono riportati sotto ad inizio ripresa con una meta “di rapina” l’Inghilterra ha vacillato. Anzi.

Inghilterra che ora si presenta inevitabilmente da favorita alla finale.

Nell’altra seminifinale, Galles e Sud Africa hanno dato vita ad una sfida completamente diversa, altamente tattica, estremamente difensiva. I lunghi scambi al piede hanno tolto fascino alla partita e il fatto che il punteggio sia (16 – 19) sia stato quasi interamente segnato al piede la dice lunga sulle prestazioni offensive, prima ancora che difensive.
Entrambe le squadre hanno quasi “rifiutato” di giocare alla mano, forse proprio per evitare lo scontro con le difese. Ne e’ nata una partita non spettacolare, salvo i circa 15 minuti fra le due mete. Il Galles ha pagato due infortuni a uomini chiave gia’ nel primo tempo, ma ha mostrato di riuscire sempre a risorgere dalle proprie ceneri. Peccato non abbia mai veramente avuto uno scatto offensivo in grado di fare la differenza: solo quando costretti dalla meta sudafricana, i Dragoni hanno premuto sull’accelleratore, rifiutato le punizioni e conquistato la meta che li rimettesse in pari. Poi basta.
E alla fine, inevitabilmente, e’ bastata una punizione per suonare il de prufundis.
Il Sud Africa ha suonato lo stesso spartito per 80 minuti: palla, calcio, placcaggio, costantemente riportando la sfida nella meta’-campo avversaria a suon di pedate. La tattica ha funzionato fin qui, ma bastera’ contro gli inglesi?

Untitled

Commento tattico del Welsh Dai Lama (un’autorita’). Faf de Klerk e Gareth Davies sono rispettivamente i mediani di mischia di Sud Africa e Galles

L’impressione e’ che lo spartito tattico dell’Inghilterra sia troppo vasto per farsi mettere in difficolta’ da questo approccio dei Bokke e le soluzioni offensive degli inglesi dovrebbero offrire sufficienti opzioni per superare la rush defence sudafricana.
Pur vero, come ha osservato il ct del Galles Warren Gatland, che spesso per alcuni team la finale e’ una seminale (i.e. l’Inghilterra potrebbe arrivare spompata). E il Sud Africa non ha mai perso una finale.

Piu’ interessante, a mio avviso, la sfida per il terzo posto. Anche se potra’ sembrare un’eresia. Entrambe le squadre avranno molto da dimostrare: il Galles per consacrarsi a vette mai raggiunte, la Nuova Zelanda per confermare di non essere (ancora finita). Gli infortuni nel Galles indirizzano pensantemente la sfida, ma come visto anche col Sud Africa i Dragoni “non muoiono mai” e metteranno l’impossibile nell’ultima partita.

The split(ing)

Uno dei maggiori problemi (se non in definitiva: il problema) dei progressiti e’ l’incapacita’ di fare fronte comune, di creare coalzioni e rispettarle.
Il problema non e’, come si sarebbe portati a credere, solo relativo alle elezioni / coalizioni parlamentari, ne’ solo relativo all’Italia.

Il problema e’ radicale. Esistenziale. Riguarda il moltiplicarsi di “battaglie”, di “fronti” e, in definitiva, di priorita’ da affrontare (anche qui) da parte dei progressiti in ogni paese e in tutto il mondo. In estrema sintensi: per parte della sinistra, la priorita’ e’ l’ambiente, per altri il lavoro, la disuguaglianza, per altri la parita’ di genere, per altri ancora le questioni raziali. Come ho provato a sentitetizzare altrove, in passato la situazione non era tale. In passato, le (“grandi”) teorie politiche (il marxismo su tutte) erano in grado di costruire un esattamente un “sistema” nel quale ogni questione si ricollegava solidamente alle altre, partendo da alcuni principi di fondo.
Per quanto ancora oggi tali questioni siano in larga parte sovrapponibili e si influenzino vicendevolmente, restano delle differenze fondamentali, perlomeno nel modo di affrontarle (nella tattica, se vogliamo).

Per la destra, ancora una volta, la questione e’ semplice. La destra, compatta dietro il verbo neoliberista, non si pone affatto simili questioni. Per la destra, l’universo politicamente inteso e’ (ancora) un sistema compiuto in cui tutto si spiega dietro pochi semplici principi: meno Stato, piu’ mercato (in effetti, uno solo principio). Da esso discende tutto il resto: meno tasse, meno regole…

Per questo, di fondo, un ambientalista “di destra” (di questa destra) di fatto non esiste: perche’ subordinera’ sempre la difesa dell’ambiente a temi piu’ dominanti (il rapporto Stato/mercato, ad esempio).

Elettoralmente, questo condanna la sinistra alla sconfitta. La frammentazione (specie in sistemi first past the post o maggioritari) implica sempre che il blocco piu’ coeso abbia un vantaggio competitivo enorme sugli avversari divisi in tanti piccoli gruppi.

La sinistra ha affrontato questo problema lavorando su se’ stessa, lavorando sul ricucire e (ri)creare coalizioni sostanzialmente al proprio interno. Ovvero, sul riunire cio’ che e’ stato diviso. A mio vedere, questo approccio e’ stato fallimentare e rimane probabilmente destinato al fallimento, perche’ le priorita’ rimangono differenti e, superata la competizione elettorale, tornano a riemergere. (Occasionalmente, il tentativo e’ stato quello di aprire all’altro campo, ma questo e’ un altro tema.)
Per tornare agli esempi di cui sopra: sull’ILVA un’ambientalista si scontrera’ sempre fondamentalmente con un politico “classico” di sinistra (uno che mette al primo posto la tutela del lavoro). Ovviamente questo esempio potrebbe essere riprodotto all’infinito.
Alla sinistra, come ripeto da qualche tempo (ultimo fra gli ultimi: certo menti assai migliori hanno sollevato il tema prima e meglio di me), manca un sistema. Filosofico, prima che politico.

Leggendo alcuni giorni fa un articolo sui finanziamenti da parte di Google a gruppi climate-change deniers, mi e’ venuta in mente un’altra ipotesi. Un diverso approccio al problema, una soluzione alternativa (perlomeno elettoralmente parlando).
Semplicemente, si tratta di creare divisioni nel campo avversario, nel provare a scalfire questo sistema monolitico rappresentato dal neoliberismo (che, come sottolineava un prof al SOAS, purtroppo is a mobile target – un bersaglio mobile che si adatta e ingloba in se’ stesso anche teorie nate per opporvisi, vedasi proprio un certo ambientalismo o il femminismo).
L’esempio di Google e’ lampante. La societa’ ha finanziato (e continua a finanziare) think thanks di negazionisti del cambiamento climatico per una semplice ragione: perche’ quegli stessi think thanks sono anche i principali lobbysti in materia di deregulation e libero mercato, incluso per i colossi di internet. In sostanza, cio’ che a Google interessa davvero e’ garantirsi di poter continuare a lavorare indisturbato nel mercato digitale. Se poi a questo si sovrappone la battaglia sul (contro il) clima, e’ indifferente.

Cito direttamente da Guardian (ma non ridurrei la questione ad una singola legge, bensi’ all’intero sistema neoliberista, specie in ambito di economia digitale):

For Google, providing financial backing to groups such as CEI and the Cato Institute – staunch free marketeers – has nothing to do with climate science, and everything to do with its effort to curry favour with conservatives on its most pressing issue in Washington: protecting an obscure section of the US law that is worth billions of dollars to the company.

Oltre alla sfida di ri-costruire la sinistra, quindi ne abbiamo anche una seconda, una questione tattica: de-costruire la destra, aprire le contraddizioni nel sistema. Contraddizioni, lo ripeto, non relative all’accozzaglia elettorale (la destra, purtroppo, queste cose ha dimostrato di superarle): contraddizioni filosofiche, radicali.
Il tipo di contraddizione per cui non ci si puo’ dire ambientalisti & votare Trump (o finanziare think thanks che negano, anche incindentalmente, il cambiamento climatico).

Come fare, ancora non so. L’unica cosa che mi viene in mente, ora, e’ shaming & blaming – andare giu’ duri, duri sull’ipocrisia e la faccia di bronzo che consente di nascondere dietro la logica del profitto questa ipocrisia, queste contraddizioni, questa faccia di bronzo.

R come rugby, impressioni di ottobre

Cosa ho guardato: Sud Africa – Italia, Inghilterra – Argentina
Argentina stoica, in 14 per oltre un’ora (assurdo placcaggio alto di Lavanini), tiene l’Inghilterra ad un filo per lunghi tratti della partita, salvo poi cedere (meno di quanto il punteggio dia a vedere). I Pumas si confermano ormai squadra top tier (sorpassata definitivamente l’Italia, pace ragazzi). Se il movimento continua cosi’, hanno un grande futuro. Avrebbero meritato i quarti.
Pure l’Italia non ha demeritato, a dire il vero. Certo, la sconfitta era nelle carte. E quel rosso semplicemente pazzesco, demenziale. Ma la squadra ha dimostrato molto piu’ carattere di quello che ci si sarebbe aspettati.

Cominciamo dal fondo: quante ne ho azzeccate?
I miei pronostici
Pool A: Irlanda, Scozia, Giappone
Pool B: Nuova Zelanda, Sud Africa, Italia
Pool C: Inghilterra, Argentina, Francia
Pool D: Galles, Australia

Risultati
Pool A: Giappone, Irlanda, Scozia
Pool B: Nuova Zelanda, Sud Africa, Italia
Pool C: Inghilterra, Francia, Argentina
Pool D: Galles, Australia

In pratica, ho azzeccato il girone piu’ facile (il B con Nuova Zelanda e Sud Africa) e il D (vittoria sofferta del Galles sull’Australia). Debacle totale delle mie previsioni nel pool A: mi aspettavo un Giappone corsaro all’ultima, ma non tanto da arrivare in testa al girone (la vittoria con l’Irlanda ha stravolto i pronostici). Risultato decente nel girone C, dove l’Inghilterra era praticamente scontata, ma la Francia si salva (due volte) per un filo e manda cosi’ a casa l’Argentina. Quelle chance!

Chi sale e chi scende: prime riflessioni
Inghilterra, Nuova Zelanda, Irlanda non impressionano. Dopo la partita con la Scozia, l’Irlanda non ha mai veramente convinto. La presenza/assenza di Sexton si sente tutta e dal suo stato di forma (o di grazia) passera’ il destino dell’Irlanda ai quarti.
Discorso simile per Inghilterra e Nuova Zelanda: nell’unica partita veramente difficile hanno fatto vedere grandi cose (Ford eccezionale, anche nel gioco al piede), ma anche tanta difficolta’. Inghilterra fortemente dipendende da alcuni uomini chiave (Vunipola). E nessun’altra partita veramente provante. Entrambe le squadre “ci sono”, ma quanto? Per essere le favorite, non sono sembrate degli schiacciasassi. Che abbiano giocato al di sotto delle proprie possibilita’?
Francia conferma il momento di transizione. Non li vedo oltre i quarti, e gia’ dovrebbero ringraziare parecchie divinita’ dello sport.
Il Galles a meta’: forti, convincenti a tratti, ma a tratti piu’ fragili di quanto ci si sarebbe aspettato. In ogni caso, in ascesa. Avversario pericoloso per chiunque, specie se dovessero arrivare in semifinale.
Australia e Sud Africa meglio di quanto mi aspettassi (soprattutto l’Australia). Wallabies che stanno trovando inattesi equilibri e nuovi/vecchi “salvatori della patria” (Matt To’omua al mediano d’apertura, Genia al 9). Boks estramemente solidi. Forse non spettacolari, ma continuano a guadagnare punti nelle mie personalissime aspettative.
Giappone semplicemente commovente (eroico, direi, se non fosse abuso del termine). Anche loro probabilmente hanno dato tutto quello che avevano, ma la sfida col Sud Africa sara’ partita da non perdere. Dopo lo shock del 2015, i giapponesi potrebbero farne uno ancora piu’ grande? Questo Sud Africa sembra in realta’ piu’ solido di quattro anni fa, ma le sorprese potrebbero non essere finite.

Prospettive sui Quarti (a risultati attuali)

  • Q1 Inghilterra – Australia: confermo Inghilterra, c’e’ un divario di valori non da poco, ma sara’ partita tostissima per gli uomini di Jones: il test piu’ duro fino a qui, contro un’Australia in crescita. Partita doppiamente con squadre entrambe follemente assetate di rivincita (il 2003 per l’Australia, il 2015 per l’Inghilterra). Chi ne avra’ di piu’?
  • Q2 Nuova Zelanda – Irlanda: sonoro ???, partita pazzesca. Il bilancio fin qui, il ranking e l’abitudine a vincere suggeriscono tutti che gli All Blacks dovrebbero accedere alla semifinale. Ma l’Irlanda ha dimostrato di avere carattere, armi, confidenza e strategie per tenere testa alla Nuova Zelanda. Da inguaribile romantico dei trifogli, tengo un lumicino di speranza (pessima cosa, forse sara’ un bene non guardarla). Grande sfida fra grandi allenatori, peraltro.
  • Q3 Galles – Francia: confermo Galles, i Dragoni sono sembrati in debito di ossigeno e di idee nei secondi tempi. Che sia questione di preparazione o di confusione mentale? In ogni caso, questa Francia non dovrebbe essere un ostacolo (certo, nella partita secca non si puo’ mai sapere)
  • Q4 Giappone – Sud Africa: sul Sud Africa, per quanto l’idea del Giappone trascinato da tutti gli dei del Sol Levante sia troppo bella per non volerci credere, per quanto i Boks potrebbero farsi prendere da panico alla memoria del 2015 (davvero?), questo Sud Africa ha dimostrato solidita’, sopratutto mentale, davvero sorprendente.

Cosa dovrebbe succedere dopo?
Seguo le mie previsioni, logicamente

  • S1 Inghilterra – ??? (scusate, non ho il coraggio di fare quel pronostico)
  • S2 Galles – Sud Africa (partita da non perdere)

Per rovinarsi l’appetito
Dopo le previsioni di un ignorante come il sottoscritto, quelle serie del Guardian (ma leggete tutta l’analisi)…

  • Q1 Inghilterra – Australia: Australia (sorpresa sorpresa!)
  • Q2 Nuova Zelanda – Irlanda: Irlanda (!!! piango)
  • Q3 Galles – Francia: Galles (almeno qui siamo d’accordo)
  • Q4 Giappone – Sud Africa: Sud Africa (eh vabbe’…)

Radiocorsa

20 Maggio 2019 – salendo le scale a chiocciola dell’albergo nella parte asiatica di Instabul dove mi trovo per lavoro, una fitta all’esterno del ginocchio mi blocca per un’istante.
Nei giorni successivi continuero’ ad ignorare quella fitta e quel dolore che si ripresenta, seppure inusuale, pensando sia solo un incidente passeggero. Poche e brevi corse prima delle vacanze.

Giugno 2019 – Il viaggio in Iran ha sospeso le mie consuete corse ma appena tornato in Ucraina provo a riprendere. Il dolore al ginocchio e’ sempre li’, e io sono sempre preso ad ignorarlo.
Chi ci e’ passato continua a ripetermi: “attento col ginocchio, lascialo in pace per un paio di mesi… o rischi sul serio“. Fosse mai.
La nuova epidemiologa e’ arrivata al progetto e ha lanciato la pazza idea: maratona di Kyiv, 6 ottobre.
Idea troppo pazza per lasciarla andare… ci penso e ci ripenso: non ho il fiato, la gamba, l’allenamento per farla. Eppoi da quando sono tornato dall’Uzbekistan corro troppo veloce, che ammazza la mia resistenza. Ma la tentazione e’ tanta.

Luglio 2019 – Comincio qualche allenamento piu’ lungo, 10, 12 kilometri. 15. Ogni settimana aumento un po’. “I’m back“, penso. E cerco un piano di allenamento sulle 8 settimane.
Si puo’ fare, se continua cosi’ si puo’ fare.
Ma la fitta al ginocchio resta li’, costante ad ogni corsa.
Fai la mezza“, mi dicono. Non esiste sulla faccia della terra: preferirei morire tentanto i 42 km che sopravvivere con “l’infamia” di aver fatto “solo” i 21. Per chi non mi conosce, spiegarlo e’ impossibile.
Alla fine cedo: fisso una visita medica con un traumatologo / medico dello sport per capire quale possa essere il problema.
A fine luglio vado alla visita, gli spiego che il ginocchio destro ha il crociato rotto, ma quello sinistro (dove ora duole) non mi ha mai dato problemi, anche se negli anni scorsi ho corso molto di piu’. Rapida ecografia, un paio di test motori e arriva la sentenza: “ginocchio del corridore“, ovvero sindrome della bandelletta ileotibiale.
Secondo il medico, puo’ essere conseguenza della postura errata che tengo per compensare i problemi all’altro ginocchio.
Ora occorre trovare una soluzione. Per prima cosa, qualche settimana di stop. Tanto stretching specifico. Poi, scarpe nuove. E ancora: evitare di correre in discesa, quindi da ora solo tapis roulant in palestra (nulla di peggio che correre 10km sul tapis roulant).

Agosto 2019 – Prima settimana di stop. La voglia di correre e’ tanta… compensare con camminate non e’ la stessa cosa. A volte accenno qualche metro di corsa solo per il bisogno di farlo.
Seconda settimana di stop, si resiste.
Terza settimana di stop. Siamo quasi alla fine, a breve si riparte. Quindi compriamo scarpe nuove, piu’ adeguate.
Ricomincio quasi da zero. Ormai l’idea di fare la maratona e’ bella che passata e non resta che provare la mezza.
5km in palestra. E’ un po’ di cyclette, perche’ “tutto fa brodo” nel cercare disperatamente di aumentare la resistenza.
10km, sempre in palestra. Piano piano torniamo a lavorarci. Fin qui tutto bene.

Settembre 2019 – Inizio le uscite in strada. Devo abituarmi ai saliscendi e allungare la distanza. Tutto programmato per arrivare ai 20km una settimana prima della gara.
12,8km. Tutto ok, corsa quasi solo in piano.
16km. Primo test sulla salita finale del tracciato, quella che so gia’ sara’ la piu’ difficile. Ancora tutto ok. Verso la fine devo fermarmi un paio di volte a prender fiato, ma sono in linea.
Nel frattempo, palestra e ripetute.
Mi rendo conto di aver sbagliato in conti… ho una settimana in piu’ di quanto pensassassi per la preparazione! Allora l’idea: balzo ai 20km, poi un ultimo 15.
Domenica 22 settembre, il cielo e’ coperto. Esco per i 20km. Attraverso Kyiv, scendo verso il quartiere di Podil su una stradina ripida al 10% almeno. Corro lungo il Dnipro e attraverso il ponte pedonale. Agli 11 sono immerso nel sudore mentre lancio le falcate fra il bosco, ancora tutto bene. Inizio il ritorno: 13, 14, tutto bene. 15: sono tornato alla discesa che avevo fatto all’andata – la salita del 10% ora mi uccide le gambe e devo fermarmi un paio di volte. In cima riparto ancora una volta. 17, ok. 18, ok. 19, male. 20, malissimo. Ai 19,7 sono morto. Mi fermo ancora una volta, un respiro profondo e mi lancio per gli ultimi 300 metri. Il ginocchio da’ fastidio. Non dolore, ma fastidio.
Forse la discesa ripida non e’ stata una buona idea.
Vorrei fare ancora un 15km, ma preferisco non rischiare. Fermo ancora due settimane, solo delle brevi corsette in palestra ed esercizi per il ginocchio. Forse non una buona idea.
29 settembre, torno dal medico per fare un controllo all’ultimo. Questo mi spaventa pronosticando seri problemi se continuo e faccio la gara. Propone “magneto-terapia e terapia a ultrasuoni“, praticamente voodoo, quindi passo.

Ottobre 2019 – Palestra, solo palestra. Sessioni in cyclette che mi annoiano alla morte. Il fastidio e’ sempre presente. Tanto stretching e tanto ghiaccio ogni sera. E’ possibile esagerare con lo stretching? Se lo e’, ci sto andando vicino.

4 Ottobre – 2km di corsa in strada, ultimo test prima della gara per vedere con che maglie sia meglio correre, provare se la fascia per il ginocchio sia utile o meno e sentire le gambe.
Rinuncio alla fascia: mi stringe troppo e, se anche aiuta il ginocchio, trasferisce il dolore direttamente al polpaccio. Gambe pesantissime, a dire il vero. Forse ho esagerato con la cyclette questa settimana in palestra. Ma ormai non c’e’ piu’ nulla da fare.
Pasta, pasta e ancora pasta.

6 Ottobre – Sveglia, colazione a base di banane (scorta di potassio), stretching e mi avvio verso il luogo della partenza. Le strade son chiuse, quindi decido di camminare una mezz’ora con tanta calma. Arrivo alla partenza alle 8:30, largo anticipo ma vogliamo supportare i colleghi che fanno la maratona e partono prima.
La tensione ricorda i giorni degli esami, il desiderio di controllare ogni aspetto della preparazione e la consapevolezza di controllare assai meno di quanto si vorrebbe (come andare ad un esame pronti al 65%, penso). Che vestiti? Che stretching? La mia prima gara e non ho alcuna esperienza.
Il freddo si sente: sono appena 8 gradi, niente sole e un po’ di vento che ne fa sentire meno, forse 5. Decido di mettere le maglie pesanti, non voglio assolutamente rischiare di farmi sorprendere dal freddo. Piuttosto sudo.
9:45, ci posizioniamo ai blocchi di partenza. Ora so di essere vestito troppo, ma non ci si puo’ far piu’ nulla.
Due colleghi partiranno prima, cercheranno di farla in 1:30. Io e A, un collega indiano dal progetto, siamo piu’ indietro. Decidiamo di partire assieme per almeno i primi kilometri.

Via.

Con A. ci facciamo strada fra la calca iniziale, appena finiscono le transenne per il pubblico saltiamo sul marciapiede per evitare di correre sul pave’. Il tragitto comincia con una leggerissima salita, poi discesa, risalita e lunga discesa. Al primo km siamo sui 5:30. “Rallenta”, mi dice A. Ma la discesa continua: al secondo km sono 5:24, la massa di corridori attorno ci trascina e sappiamo di dover rallentare. Corriamo e commentiamo sugli strani look di altri corridori in mezzo a noi.
Fino ai 3km sono in piano, percorriamo il Kreshchatyk, la via centrale di Kyiv fino a Piazza Maidan, da li’ giriamo verso il parlamento. Mi volto verso A e propongo scherzando: “giriamoci qui, prendiamo la scorciatoia e vinciamo la gara?“. Ma non apprezza l’idea.

Prima salita, cerco di controllare il passo e aspettare A. Di nuovo discesa, un gruppo di ragazzi suona qualche pezzo rock sotto la statua di Lobanowski. Lo spirito e’ ottimo. Entriamo nel parco sottostante il parlamento, ancora una breve salita. I primi 5km sono ormai passati.

Siamo in mezzo al parco, qui non c’e’ piu’ pubblico, si apre un po’ di sole e la vista immersa nel verde e’ davvero gradevole. Alla salita A. si e’ leggermente staccato. Forzo il mio passo per aspettarlo, ma nonostante il tentativo non mi raggiunge mai. Ai 6km A. e’ ormai dietro. Attenderlo e’ praticamente inutile: dovrei forzare troppo la mia o la sua andatura per restare attaccati. Ormai sono solo. Metto la musica.

Sbuchiamo dal parco nel quartiere di Pechersk, passiamo dinnanzi alla Lavra (monastero) e giu’ verso il monumento alla Madrepatria, un enorme (e orribile) statua di donna in titanio che sorregge spada e scudo. Le passiamo alle spalle. Al 7km comincia la lunga discesa di circa due kilometri verso il fiume Dnipro. La tentazione di lasciarsi andare e rubare qualche secondo in discesa e’ tanta.
Ma comincio a sentire il ginocchio che tira, quindi cerco di frenare il passo. 5:41, 5:38. Al km 9 incrociamo i maratoneti che ri-attraversano il ponte sul Dnipro. Loro ne hanno gia’ 20 sulle gambe e altri 20 da fare.

Corriamo lungo il fiume, in uno stradone esposto al vento che arriva a folate e fa venire i brividi. Sono gia’ sudato e cerco di proteggermi il viso come posso. La strada non e’ piu’ scenica come i primi kilometri nel centro e fra il parco, anzi. Ora ci sono macchine che ci corrono poco lontano, sull’altro lato della carreggiata. Per lunghi tratti qui non c’e’ piu’ pubblico.

Fra il 10, 11 e 12km sento parecchio il ginocchio, dá fastidio e non so come reagiro’ da qui innanzi. Ma penso anche che ho ancora fiato e che le gambe tutto sommato stanno ancora reggendo. Penso che potrei lasciarmi andare e accellerare un po’, ma mi sforzo di prendere qualcuno a riferimento e tenere un passo regolare, senza spingere troppo. 57:45 ai 10km, molto bene. Molto bene. Non facciamoci prendere dall’entusiasmo pero’. Il peggio deve ancora arrivare, per le gambe e per il tracciato.
Il mio cronometro e’ soprendententemente regolare in questa frazione: 5:51, 5:51, 5:51, 5:50.

Prima del 14esimo i maratoneti ci salutano, loro salgono sul ponte pedonale e andranno attraverso il parco per poi ricongiungersi poco dopo.
Poco prima del 15km ci sono alcuni colleghi ad aspettarci e fare il tifo. Gli avevo detto di prepararmi una lattina di birra, ma nessuno ha mantenuto la promessa. “Dov’e’ la mia birra?” gli urlo. Peccato.

I maratoneti ci raggiungono poco oltre. Ora hanno passato i 30km, la fase piu’ critica per loro. Eppure quelli che ci incrociano ora sono i primi, quelli che corrono per vincere. Si infilano fra noi con un passo incredibile.
Do’ il cinque a alcuni bambini che allungano le mani a bordo strada, piu’ per loro che per me, ma che incredibile spinta arriva dal pubblico, quasi commovente. Senza queste persone a bordo strada, non sarebbe stato possibile finirla. 5:13, non so come ma ho spinto tantissimo. 1:26:24 ai 15km: c’e’ margine, c’e’ speranza.

Al 16esimo giriamo lungo Nyzhnii Val street, la strada principale del quartiere storico di Podil. Un dannato falsopiano di quasi 2km. La stanchezza ora mi prende sul serio. Mi colpisce prima le gambe, poi la testa. O forse solo la testa. Ad un punto di ristoro offrono gel energetici, non ne ho mai usati ma ne prendo uno. Mi impiastra la bocca e mi lascia la sgradevole sensazione di secchezza, nonostante beva anche dell’acqua. Qualcuno a bordo strada offre anche bicchieri di Coca Cola, evito. Ma continuo a spingere. 5:55, 5:49. Al km 17 finisce il Val, giriamo verso destra per un kilometro in piano. Ora mi sento meglio, sento di averne ancora un po’ da spendere, cerco ancora di controllare il passo per arrivare alla salita. 5:57.

So esattamente cosa mi aspetta fra 1500 metri, quell’ultima maledetta salita. Saranno 200 metri, ma sono maledettamente ripidi. Calcolo in un flash le mie opzioni: farla correndo e fermarmi a prendere fiato in cima, o camminarla. Se mi fermo, non so come potro’ ripartire. E non so quanto mi servira’. Il tempo e’ troppo buono per fermarsi. Potrei anche farla di corsa, ma non so come risponderanno le gambe.
Decido di camminare un centinaio di metri, sul tratto piu’ ripido. 6:50.

Arrivo in cima, non so come mi spingo a ricominciare a correre: le gambe sono due blocchi di legno, non le avevo sentite cosi’ dure mentre lanciavo ancora le falcate. Ma sto correndo di nuovo.
Ora siamo al 19esimo. La strada torna in piano. Altro momento di piccolo crollo psicologico, la stanchezza si sente tutta. Mi arriva il tempo negli auricolari: 1:54:qualcosa. Rapido calcolo mentale: 2 km in circa 10 minuti? Non e’ possibile. Importa qualcosa? Ancora una falcata. 5:47.
Dopo poche centinaia di metri riconosco la strada. Ora ad ogni passo so esattamente quanto mi sto avvicinando al traguardo. Potrei spingere di piu’? Non lo so. Non lo so piu’. La mia mente ora non c’e’ piu’, sono le gambe a guidare, a tirarmi avanti. Mi sembra quasi di trascianarmi stancamente. Inerzia.
Ma ogni metro ora mi chiama verso il traguardo. Cerco di spingere il mio passo. Nuovo tempo negli auricolari: 1:56:qualcosa. Non capisco piu’ nulla, spingo le gambe: ancora una falcata. 5:48.

V., un collega che l’ha appena finita in un’ora e mezza mi accoglie urlando alla penultima curva. Il suo urlo mi spinge un metro oltre. Gli altri colleghi sono un centinaio di metri piu’ avanti, li sento che urlano. Accellero. “Al diavolo” penso “sprintala“. Sprint.
Supero in maniera azzardata un paio di corridori davanti a me mentre butto tutto quello che ho ancora in corpo nelle ultime falcate. Passo sotto l’arco. Pochi passi e devo fermarmi a prendere fiato. Blocco il cronometro sul telefono. Segna 2:05 per 21,5 kilometri. Sto per piangere, ma forse sono troppo disidratato per riuscirci. Ricevo una medaglia finisher, avanzo fra la calca e prendo una fetta d’arancia. Deliziosa. “Buon tempo” mi dice un volontario mentre mi passa dell’acqua.

Prima di partire mi chiedevano il mio obiettivo personale per questa corsa. “Prima di tutto, finirla“, rispondevo. Ma e’ sempre stata una mezza menzogna: sono troppo competitivo per “accontentarmi” di finirla. Sotto le 2:05 era l’obiettivo realistico. Sotto 2:10 quello “accettabile”.
All’arrivo ho letto sul cronometro finale qualcosa come 2:17, visto che sono partito 7 minuti dopo i primi, non credo di avercela fatta. Non ci penso.
Gli organizzatori mandano il tempo in realtime con un SMS, ma non voglio guardare il telefono. La soddisfazione di averla finita ora e’ troppa, non voglio rovinarmela.
Butto i vestiti sudati nello zaino e indosso qualcosa di pulito. Esco dalla calca e infine prendo il telefono in mano.
2:04:54

R come rugby, impressioni di settembre (2)

Cosa ho guardato:  Irlanda – Giappone e Australia – Galles (tutte le altre analisi sono indirette)

Chi vince ma non convince
Galles, ancora Galles.
I Dragoni riescono per la prima volta in anni a battere l’Australia, ma dopo un primo tempo convincente, si perdono. Per larga parte del secondo tempo, sembrano pesci fuor d’acqua, in balia degli australiani. Nessun punto segnato per quasi trenta minuti e solo una punizione a 9 dalla fine crea quel minimo di divario da dare sicurezza a Gallesi.
Prestazione a meta’: solida e convincente per un tempo (peraltro, quello in cui l’Australia non entra in partita…), vacua per l’altro.
Difficile dire se sia solo una questione fisica (preparazione studiata per i quarti?), ma e’ la seconda partita su due giocate in cui nel secondo tempo il Galles pare ad un passo dal tracollo. Forse c’e’ anche qualcosa di mentale? Certo, queste vittorie sofferte potrebbero anche essere una grande base da cui continuare la scalata.

Chi vince e convince
Sud Africa, Inghilterra e Giappone, decisamente Giappone.
Affronta la partita piu’ difficile del girone con serenita’, con un piano gara cui riesce ad attenersi alla perfezione. I giapponesi non si perdono quando l’Irlanda impone inizialmente la sua legge e i suo vantaggio, si tengono vicini nel punteggio con alcune posizioni (cosa che, da sempre, si ripete dovrebbe fare anche l’Italia), mettono in campo un’intensita’ incredibile nei placcaggi e nel ripartire in velocita’ dalle ruck (fasi dopo i placcaggi) in attacco. E mettono in scacco un’Irlanda persa, spenta, senza idee. Gran partita davvero. Il Giappone non puo’ piu’ essere considerato una sorpresa del rugby mondiale.

Chi perde ma convince
Australia
I Wallabies regalano tutto un tempo ai gallesi: il mediano d’apertura Foley non c’azzecca e il Galles si porta su un sonoro vantaggio di 26 – 8 che pare condannare l’Australia. Ma il rientro gli australiani mostrano un altro spirito, un’altra intensita’ e paiono in grado di riprendere una partita che sembrava destinata a diventare un inferno, riportandosi ad un clamoroso 26 – 25 a 13 minuti dalla fine e ancora sul piede avanzate. Poi manca l’ultimo tassello, le occasioni (pur create) non si concretizzano e il Galles si salva.
Ma i Wallabies tornano prepotentemente fra i candidati a qualcosa di importante.

Chi perde e non convince
Irlanda.
In parole povere: son dolori. Qualificazione non (ancora) compromessa, ma prestazione da dimenticare. L’Irlanda subisce letteralmente il Giappone senza riuscire a riprendersi dallo shock dell’intensita’ messa in capo dai nipponici, senza mai trovare il modo di ristabilire il controllo sulla partita. Sopratutto l’aspetto mentale e’ preoccupante in vista dei quarti (dove, a questo punto, potrebbero arrivare secondi).
La mancanza di Sexton si vede, ma quanto ha inciso? Solo la prossima partita potra’ dirlo. In ogni caso: pessimo segnale.

Angolo falli

  1. Galles: 18
  2. Irlanda: 17
  3. Australia: 16
  4. Sud Africa, Francia*: 15
  5. Inghilterra: 14
  6. Argentina: 13
  7. Nuova Zelanda*: 4

* Nuova Zelanda e Francia una partita in meno

Cosa penso? Inghilterra convincente (ottimo Ford con gli USA), ma ancora nessuna partita veramente provante. Aspettiamo l’Argentina per farci un’idea migliore.
Galles idem, ma appare ancora fragile. Australia in rialzo. Irlanda molto ridimensionata (occorre capire Sexton e come la squadra rispondera’ alla batosta). Sud Africa sul velluto con la Namibia, aspettiamo con l’Italia per avere un’idea migliore.
Giappone spettacolare, commovente, ma la partita piu’ bella vista fin qui resta Australia – Galles.

R come rugby, impressioni di settembre (1)

La prima giornata della Coppa del Mondo doveva gia’ presentare indicazioni e sentenze importanti per molte squadre candidate alla vittoria.
In particolare, Nuova Zelanda – Sud Africa poteva gia’ essere un’anticipazione della finale.
Francia – Argentina, poi, era un vero e proprio “dentro o fuori” nel girone C.
Irlanda – Scozia era decisiva per la supremazia del girone A.
Infine, attesa per come Inghilterra e Australia si sarebbero presentate: l’Inghilterra sarebbe stata all’altezza delle aspettative? L’Australia avrebbe tenuto botta?

Cosa ho guardato: Nuova Zelanda – Sud Africa e Irlanda – Scozia (tutte le altre analisi sono indirette)

Chi vince ma non convince
Italia, Nuova Zelanda, Francia
Capitolo a se’ per l’Italia (che non affronteremo qui). La Francia si salva letteralmente “per il rotto della cuffia” con un’Argentina battagliera e un po’ sfortunata. 23 – 21 ci dice molto dei limiti dei Bleus, destinati probabilmente a pagare caro qualora arrivassero ai quarti (ma a Parigi questa sarebbe gia’ una soddisfazione).
La Nuova Zelanda soffre, e non poco, l’intensita’ della difesa dei Boks, ma con due cavalcate riesce a ribaltare il risultato. Difficile dire se gli All Blacks abbiano “controllato” il risultato, ma non sono parsi la corazzata di sempre. Certo, contro Giappone o Scozia non ci sarebbe partita.

Piu’ difficilmente classificabile il Galles (vince ma…?), che si impone sulla Georgia con un primo tempo dominante, un gioco offensivo travolgente (come non ancora visto nel 2019) e un’ottima difesa (0 punti concessi nel primo tempo), mai poi concede due mete nel secondo tempo. Sorge la domanda: la panchina e’ all’altezza? Partita tosta con l’Australia (non vista e non classificata qui), altro livello rispetto ai georgiani.

Chi vince e convince
Irlanda, Inghilterra, Giappone (per quel che vale)
Giappone che travolge la Russia dopo un inizio in difficolta’. La sfida con la Scozia si preannuncia interessante (cosi’ come la prossima partita con l’Irlanda… gli uomini in verde potrebbero doversi impegnare piu’ di quanto visto fin qui).
Irlanda semplicemente impressionante: appena 3 punti concessi. Controllo totale, dall’inizio alla fine della partita contro una Scozia che praticamente non si e’ vista. Difficile, a questo punto, giudicare se il risultato e’ merito degli irlandesi o colpa degli scozzesi, ma la facilita’ con cui i primi hanno gestito il match e’ un buon segnale.
Inghilterra a meta’. Partita relativamente facile, risultato impietoso, ma quarta meta (per punto bonus) che arriva solo a quattro minuti dalla fine. Non un segnale preoccupante, ma un dato che gli avversari studieranno da vicino.

Chi perde ma convince
Argentina, Sud Africa
Argentina che conferma di poter competere coi migliori, ma manca ancora un quid (anche di fortuna, con una punizione sbagliata all’ultimo minuto) per portare a casa partite decisive.
Il Sud Africa mette davvero in difficolta’ la Nuova Zelanda per una prima mezzora, andando meritatamente in vantaggio. Poi si fa infilare, continua a battersi, ma non riesce a riprendere in mano il risultato. I Boks sembrano assai piu’ forti di quanto immaginato e il quarto con l’Irlanda potrebbe essere spettacolo puro.

Sorprese fin qui
Prima sorpresa arriva dalla Russia, che propone un ottimo primo tempo contro il Giappone. Ben altro rispetto a quanto visto contro l’Italia nel test match. Peccato sia poi crollata.
Seconda sorpresa, negativa stavolta, dalla Scozia. Incredibilmente deludente con l’Irlanda: ad oggi, la vedo seriamene a rischio coi giapponesi.
Ultima sopresa dall’Uruguay, che vince contro ogni aspettativa contro Fiji. Kudos agli uruguaji!

Angolo falli
A questi livelli, con difese blindate, i punti su punizione possono essere decisivi. Ecco perche’ i falli concessi possono costare carissimo (chiedere alla Scozia).
Le prime partite danno qualche indicazione? Forse e’ troppo presto, ma cominciamo a guardare i numeri di falli concessi:

  1. Francia: 15
  2. Inghilterra, Galles: 10
  3. Australia, Sud Africa: 9
  4. Irlanda: 8
  5. Argentina: 5
  6. Nuova Zelanda: 4

Cosa penso? Nuova Zelanda semplicemente scandalosa (anche se qualcuno gia’ si lamenta dell’arbitraggio), cosi’ come la Francia (in senso opposto). Sud Africa molto convincente. Irlanda a rischio (piu’ di quanto credessi) nei quarti, Inghilterra peggio di quanto lecito aspettarsi, ma sempre eccellente.

Angolo Italia: con un amico discutiamo sui prossimi match, lui mi scrive che All Blacks e Boks ci rifileranno 100 punti. Poi si corregge “100 punti di scarto”. Secondo me la stima e’ ancora al ribasso.
Fra il pubblico e alcuni “giornalisti” “sportivi” italiani continua a girare questa versione secondo cui il Sud Africa e’ “alla nostra portata”, battibile, solo perche’ due anni fa siamo riusciti nell’impresa. Francamente, a me pare senza fondamento.