Not so Olympic

Complici le ferie e la sovraesposizione mediatica (un canale RAI dedicato praticamente in esclusiva…), sto guardando parecchie gare delle Olimpiadi in questi giorni. Il che mi ha portato ad alcune riflessioni.

Quanto “olimpici” sono questi Giochi Olimpici?
Osservando molte gare (tiro a segno, tiro al volo, scherma, judo, tuffi…), una delle cose che mi ha maggiormente impressionato è la volubilità e volatilità dei risultati. E’ ovvio che una prestazione fatta durante le qualifiche non può di per sé essere garanzia di una medaglia in finale. Tuttavia colpisce come frazioni di punteggi/secondi/gesti siano decisive nell’assegnare un titolo olimpico. Potremmo liquidare il tutto con la battuta “è lo sport“, ma sarebbe giusto? Ovvero: esiste davvero una differenza considerevole (ovvero, degna di considerazione) negli zerovirgola punti che decidono alcune gare? Ovviamente sì: esiste ed è misurabile (almeno in alcuni sport anche in modo oggettivo, in altri decisamente meno). Ma sono giustificate a livello sportivo queste differenze millimetriche?
Comincio a pensare di no: comincio a credere che 0,x non sia un valore degno di considerazione nelle prestazione sportive. Certo, è utile per attribuire il premio, ma davvero dopo aver sparato 15 colpi praticamente perfetti il 16° shot-off dev’essere quello determinante?

Personalmente troverei più corretto e più in linea col motto olimpico ridurre la precisione di queste misurazione e ricorrere piuttosto ad ex-aequo: in fondo, la differenza fra gli altleti non sarebbe tale da avere un impatto così grande nella loro futura legacy sportiva (e, in fondo, anche personale).

Le fratture della Brexit

Quello sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea è un voto che dovremmo studiare con attenzione.
Non solo (o non tanto) per il risultato e per le sue conseguenza, ma per come vi si è arrivati.

La vittoria del “leave”, infatti, è frutto di un mix di cross-cutting cleavages socio-politici fino ad oggi troppo sottovalutati.
La maggioranza “silenziosa” che alla fine ha votato contro la permanenza nell’Unione Europea si è rivelata essere assai composita e, specie per il partiti di sinistra, la sua formazione e coagulazione attorno ad un tema così palesemente reazionario dovrebbe essere oggetto di attenta analisi.

Provo quindi qui a raccogliere alcuni topoi ricorrenti fra questi cleavages:

In realtà, parrebbe che alla fine questi segmenti dell’elettorato possano essere riassunti in due macrocategorie: “quelli che avevano qualcosa da perdere” e “quelli che non avevano nulla da perdere”.
I primi hanno votato “remain”, i secondi “leave”.
I primi erano -logicamente- recettivi rispetto al messaggio dei sostenitori della permanenza del Regno Unito nell’UE, basato sugli enormi rischi che il “leave” comportava: crisi economica, perdita di posti di lavoro, perdita di investimenti e servizi…
I secondi, al contrario, si sono dimostrati sordi a questo messaggio: perché erano ormai persuasi che la loro situazione fosse già quanto di peggio possibile. Per contro, si sono lasciati sedurre dai messaggi di “speranza” (anche illusoria) di riprendere il controllo, di poter eliminare le cause del proprio malessere (immigrati, spese pazze per l’UE…).

Paura contro speranza, quindi.
Certo, questa è un’ulteriore esagerazione. Ma credo sia interessante provare a tracciarla, se non altro per il curioso parallelismo con un altro voto risoltosi si questa dicotomia: quello del referendum su Pinochet ben rappresentato dal film “No”.
Curioso ed inquietante, tuttavia, come la speranza in questo caso si sia dimostrata reazionaria.
Ma, forse, la chiave di lettura principale sulla speranza non è tanto la sua direzione (progresso/reazione), quanto la sua contrapposizione allo status quo: nel caso Brexit come per Pinochet, quello che contava era cambiare.

Non posso certo dire che gli elettori avrebbero votato “qualsiasi” cambiamento: con ogni probabilità un referendum come quello recentemente proposto in Svizzera per un rapporto fisso fra il reddito massimo di un dirigente e quello di un operaio non sarebbe passato.
Ovviamente, nella costruzione della coalizione elettorale del leave è stata determinante la decennale incubazione culturale di “euroscetticismo” britannico.
Ma non solo quella.

Un aspetto solo in parte paradossale è come queste fratture siano state in realtà create dalle politiche “neoliberiste” di una certa destra degli anni ’80 (la Sig.ra Thatcher in Inghilterra), che hanno distrutto un tessuto socio-economico che offriva alcune fondamentali garanzie alle fasce più deboli.
L’apparente paradosso risiede nel fatto che gli elettori colpiti da queste misure (“quelli che non avevano nulla da perdere”) per “punire” i governi che le hanno attuale (e quelli successivi) ora votino esattamente gli eredi di coloro che le adottarono, ovvero la destra più estrema.

Il che, sempre come apparente paradosso, ci porta anche a concludere che non solo la sinistra non è stata in grado di rivedere, cambiare e correggere in profondità quelle politiche, ma di fatto le ha anche accettate, diventandone in parte una rappresentante.
La sinistra si è limitata a smussarne gli aspetti più gravi, quando v’è riuscita. Ma non ne ha mai contestato l’impianto di fondo.
Ecco allora che non può sorprenderci come gli elettori indetifichino questa stessa sinistra come una forza dello status quo che li ha distrutti e che ora vogliono distruggere. Scrive infatti Federico Camagna:

In questo periodo di riflusso della globalizzazione, stiamo assistendo al passaggio di marea che segue la frantumazione degli stati-nazione nei loro due elementi costitutivi: lo stato e la nazione. La disintegrazione dello stato compiuta dal neoliberismo di marca anglosassone, ha portato alla resurrezione violenta del concetto di nazione, inteso come l’ultima frontiera possibile di aggregazione sociale. Nei discorsi di tanti populismi destrorsi, da Trump al M5S Italiano all’Inglese UKIP, lo stato, mutilato dal neoliberismo, viene sempre più identificato con una burocrazia pesante e assurda, dalla quale la nazione ha bisogno di liberarsi per non soffocare. Non la società, non l’umanità, ma la nazione. Oppressa non dal capitale, non dalla polizia (sempre più privata, come con G4S in UK), ma dallo stato. Quello stato o ‘superstato’ – nel caso dell’UE – che è percepito, in fondo, come il vero responsabile delle storture del capitalismo finanziario e il corruttore di sistemi come quello bancario che, se originassero direttamente dalla nazione, non potrebbero in alcun modo rivoltarlesi contro. Una volta rimossa l’influenza nefasta della burocrazia, il capitalismo rivelerebbe il suo volto umano, sorridente verso il popolo della nazione. Se negli anni ’30 del ‘900 il rigurgito nazionalista si alleava con la forma stato contro il capitale, diventando nazional-socialismo, oggi l’alleanza è tra nazione e capitale, nella direzione di un nazional-capitalismo al contempo neoliberale e identitario. In questo scenario, il ‘superstato Europeo’ non può che essere identificato proprio con quella burocrazia corrotta che si oppone all’estasi d’amore tra capitale e nazione, tra finanza e etnia.

Un passaggio ulteriore nell’ottimo articolo Federico Camagna su doppiozero aggiunge un punto troppo spesso dimenticato alla discussione:

Il problema è l’idea stessa di Europa, intesa come un superstato senza nazione, un’area culturale prima che politica, che favorisce il cosmopolitismo e la migrazione interna. Un’Europa che, come gli ebrei di Weimar, è al contempo sporca e pidocchiosa, e stravagantemente cosmopolita.

Credo di aver già scritto altrove -o forse è sempre rimasto in bozze- che l’Europa dovrebbe impegnarsi fortemente per costruire politiche sociali comuni. Queste politiche potrebbero rappresentare la risposta a due questioni: a) la tutela delle fasce più deboli; b) dare un senso di tutela all’UE.

[il post era già pronto poche settimane dopo il voto, purtroppo è rimasto in bozze a lungo… ritengo comunque utile pubblicarlo]

Acqua

Crespi Enrico from Nepal (and Asia)

acquaSembra strano parlare di mancanza d’acqua, adesso, quando ne arriva anche troppa per il monsone (80% del fabbisogno annuo per l’agricoltura). Però le piogge contribuiscono  a far crescere mais e riso Ora in Nepal piove e l’acqua fa crescere mais e riso, i principali prodotti agricoli che compongono la base della dieta dei nepalesi.  Può sembrare strano ma, dopo quasi 60 anni di progetti agricoli finanziati dalla comunità internazionale, il cibo dei nepalesi dipende ancora dalla clemenza del monsone e  dalle preghiere fatte a Machendranath perché siano né troppe né poche.

La dipendenza dalle piogge, la parcellizzazione dei terreni (specie nelle colline), l’assenza di moderne tecniche agricole e di irrigazione e, nell’ultimo decennio, la migrazione rendono il Nepal in crescente dipendenza dalle importazioni di generi alimentari (crescita del 2% annuo medio negli ultimi 10 anni).

L’allagarsi delle aree costruite accresce il problema alimentare e ne somma un altro, quello della…

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Europa: premessa, svolgimento

Per quale ragione esiste l’Unione Europea?

Forse rispondere a questa domanda potrebbe essere il primo passo veramente utile per capire come uscire dalla situazione confusa in cui -da decenni- la stessa ha finito per trovarsi.

In un primo momento, secondo la “Dichiarazione Schuman” il progetto europeo nacque con il proposito di evitare ulteriori conflitti nel continente. Da qui la condivisione della gestione di risorse come carbone ed acciaio.
Il giudizio sulla riuscita di questo obiettivo non è totalmente univoco: sebbene all’interno dell’Unione non vi siano stati conflitti militari, al suo esterno non ne sono mancati (ex-Jugoslavia, Ucraina…). Possiamo tuttavia ragionevolmente sostenere che l’UE sia risuscita ad adempiere a tale proposito.
Riuscitavi talemente bene che lo stesso ha quasi perso senso, specie agli occhi delle giovani generazioni.

Da allora, tuttavia, l’Unione Europea si è necessariamente evoluta. Da strumento di pace, l’UE ha assunto altri compiti e -soprattutto- un’altra funzione: essa è divenuto strumento per la gestione di problemi globali cui i singoli Stati nazionali da soli possono offrire un contributo minimo, se non irrilevante.
Altrimenti detto, l’Unione Europea è diventata un forum di sintesi continentale fra gli Stati europei per affrontare in modo coordinato problemi comuni (che, in epoca di globalizzazione, sono aumentati esponenzialmente… se non sono diventati tutti effettivamente tali). In sostanza, l’UE funge da semplificatore internazionale, anticipando ad un forum ristretto decisioni che in sede allargata potrebbero divenire troppo complesse.

Poste queste premesse, si può tentare di ragionare sul tema “Brexit” con un’ottica differente.
Infatti, se l’UE è uno strumento di “problem-solving” (un forum di sintesi), occorre valutare se detto strumento funzioni meglio tanto quanto più riesce ad essere inclusivo o quanto più riesce ad essere coeso, sintetico. In entrambe le ipotesi, si tratta di misurarne l’efficienza: è essa maggiore quanti più sono i partecipanti al forum o quanto più gli stessi riescono ad addivenire ad una posizione comune.
In un certo senso, è un problema tipico delle associazioni o dei sistemi di rete.

E’ il problema (che da decenni affligge l’UE fra widening e deepening).
Infatti, è indubbio che una maggiore estensione del gruppo offra maggiori risorse in termini materiali ed ideali per affrontare un problema. Tuttavia, è anche noto come l’estensione comporti il rischio di aumentare i conflitti interni e, con esso, la possibilità che non si arrivi ad alcuna soluzione.
L’Unione Europa è stata un perfetto esempio di ciò in molteplici settori (gestione della crisi bancaria, Grecia, migranti…).

In altri termini, qual’è la dimensione ottimale dell’UE? Quanti e quali Stati membri sono utili (anche in termini marginali) alla soluzione delle questioni globali o, per lo meno, regionali?

Ora, credo sarebbe troppo pretendere di selezionare retroattivamente i membri dell’UE in base a questa interpretazione. Tuttavia la stessa potrebbe e dovrebbe essere un valido criterio per le future adesioni.
Un quarto criterio oltre ai “criteri di Copenhagen” (presenza di istituzioni politiche stabili- Ungheria?; presenza di un’economia di mercato solida; adesione all’acquis comunitario, ovvero alla normativa dell’Unione), che potremmo definire come la disponibilità (willingness) ad attenersi a decisioni comuni, anche se queste potrebbero vedere lo Stato interessato in minoranza.
Personalmente, trovo piuttosto grave che non si sia mai proceduto ad una valutazione del genere prima di valutare le domande di adesione.
Forse la “Brexit” ce la saremmo evitata….

saggezza popolare sulla Brexit

La signora sull’autobus discerne di Brexit con una sua conoscente: “Sono voluti uscire? Bene, adesso che facciano da soli…“. Ed io penso che, sì: ha ragione signora! Dio stramaledica gli inglesi! E che ci diano indietro Gibilterra, i fregi del Partenone, i quadri di Giorgione, le Malvinas…
L’idea degli inglesi felloni, vigliacchi e fedigrafi, si fa strada dopo il voto sul referendum riguardo la permanenza nell’UE. Ed è un’idea che ha un suo fascino. Perché, in fondo, tutti sappiamo che gli inglesi hanno fatto una colossale cavolata.

Poi l’autobus si ferma, le signore scendono ed il loro discorso cambia su chissà quale tema della quotidianità. Ed io comincio a chiedermi come si comporterebbero queste stesse signore se domani si ponesse la questione della permanenza dell’Italia nell’Unione Europea; se un qualche Salvini o Farage di turno venisse a chiedere a loro cosa ne pensano -perché “il popolo è sovrano”-; come reagirebbero se qualcuno ripetesse alla nausea di tutti i soldi che mandiamo a Bruxelles o se girasse con un autobus dipinto con la promessa di investire tutta quella montagna di soldi nei nostri ospedali…
In realtà non mi so dare risposta. Perché a parte una piccola percentuale di persone con le idee chiare (o meglio: decisi, in un senso o nell’altro, magari senza avere affatto chiaro il tema della discussione e le sue implicazioni); la grande maggioranza di noi e, credo, di quasi tutti gli europei non ha affatto una posizione granitica riguardo l’UE.
Potrebbe bastare assai poco per spostare gli equilibri in un senso o nell’altro e il fascino di “riprendersi la propria sovranità” è grande; così come l’illusione che in quella sovranità si nascondano le risposte a tutti i problemi che adesso i nostri Stati non sanno risolvere.

Il fascino di questo ragionamento è enorme, e non potrebbe essere altrimenti, specie vista la sua lapalissiana semplicità: i cittadini sono in crisi perché lo Stato non funziona; lo Stato non funziona perché non ha il potere di fare le cose; lo Stato non ha il potere di fare le cose perché è legato da troppi vincoli e troppi poteri esterni. Dunque, riprendiamoci il potere!

Difficile, forse inutile, spiegar loro che così facendo non riprendono alcun poter. Semmai, si riducono ad abdicarvi definitivamente, visto che nessuno Stato può pensare di risolvere da solo i tanti problemi che coinvolgono la comunità globale.
Tanto per fare un esempio, le imprese del Regno Unito post Brexit sarebbero con ogni probabilità comunque tenute a rispettare le normative comunitarie per poter esportare i loro prodotti in Europa. Senza che i parlamentari britannici possano mettervi parola!

Anche per questo, e considerando gli sviluppi degli ultimi giorni, comincio a maturare l’idea che alla fine non vi sarà alcuna Brexit.
Giustamente, per parte sua l’Unione Europea sta usando il “pugno duro” con gli inglesi per dirgli di fare in fretta, che non aspetterà giochetti, e mettendo in chiaro che non vi saranno mezzi accordi commerciali di comodo. Soprattutto, i leader europei non concederanno all’UK di rimanere come membri di un “mercato comune” (l’unica interpretazione da sempre accettabile per i britannici dell’UE). In questo senso, è veramente ridicolo il voto di M5S con Le Pen e Farage per dilatare i tempi degli accordi d’uscita. Se questo è il modo in cui pensano di “riformare l’UE dall’interno”, non hanno capito nulla.
Ma non solo: pure la Scozia si muove per evitare di lasciare l’UE, con un potenziale secondo referendum sull’indipendenza che causerebbe una crisi costituzionale profonda per il Regno dis-Unito ed i cittadini di sua maestà si mobilitano. Posto che il referendum era meramente consultivo, il Guardian invita i britannici a spingere perché i parlamentari votino contro l’attivazione dell’art. 50 TFUE. L’ipotesi era già nota, ma alla luce dell’esito del voto potrebbe prendere consistenza: i parlamentari di diversi mandamenti potrebbero essere spinti a votare contro l’uscita-così come quelli del Labour.
Tutto questo senza considerare gli aspetti economici: Standard & Poors ha già proceduto ad un doppio downgrade del rating del debito del Regno Unito da AAA ad AA ed outlook negativo. Enorme pressione per il rischio finanziario che potrebbe far riconsiderare a cittadini e parlamentari le scelte fatte.

Se così non fosse, continuo a rimanere dell’avviso che per l’Unione Europea questo non sarà una tragedia. Con ogni probabilità, ci attenderanno un paio di anni “ballerini” con tensioni sui mercati. Ma non possiamo dire che sarebbe una novità…
Anzi, come ben scritto sempre nel Guardian, in definitiva l’addio del Regno Unito potrebbe essere un vantaggio: potrebbe spingerci ad una maggiore integrazione politica a livello europeo e, soprattutto, rimuoverà un grosso ostacolo a questo necessario dibattito. Cito:

Had remain won the referendum, the EU would have become hostage to British sabotage. Future British prime ministers would veto any fundamental change involving the transfer of sovereignty, arguing, correctly, that their people had voted only for the current set-up of the EU. Britain would continue to demand ever more opt-outs and concessions – playing to the fantasy that membership is a British favour to the rest of Europe. […]
The problem with Britain was not that it was critical of the EU. The problem was bad faith and delusional thinking. As the referendum debate has shown, the country has not come to terms with its own global irrelevance – hence its refusal to pool sovereignty. It continues to believe that as a sovereign nation it can get everything it had as an EU member, and more. When Europe’s democrats talk about “EU reform” they mean putting arrangements in place to make Europe’s pooling of sovereignty democratic. Britons mean the rollback of that very pooling of sovereignty.

Quello che l’Europa dovrebbe fare per superare “indenne” questo scossone è riaprire un ragionamento mai veramente affrontato sulla sovranità continentale e, con esso, sul contenuto e direzione da dare a questa sovranità.
Luyendijk sul Guardian parla della necessità di un “forum europe” per le politiche che riguardano tutto il continente (un passo in questo senso è stato fatto con le candidature delle ultime elezioni del parlamento europeo, ma è ancora troppo poco): occorre accettare che alcune cose dovranno essere decise a Bruxelles ed occorre fare in modo che la decisione avvenga in modo politico, democratico e transnazionale, ovvero con dibattiti veramente continentali e comuni a tutti gli Stati membri, orientati in modo coerente. Occorre, insomma, scavalcare i confini.
Questo comporta altresì un confronto sui contenuti delle decisioni: sarà necessario che Bruxelles divenga, come Berlino, Roma, Parigi, Madrid… veramente luogo di visioni contrapposte, dibattito e sintesi. Non di accondiscendeza pacifica, sommessa e timorosa. Sarebbe forse troppo pensare di adottare un “Italicum” a livello europeo, ma sarebbe necessario che anche nel Parlamento Europeo finalmente si arrivasse ad una maggioranza politicamente definita: progressita o conservatrice; non più al patto “all inclusive” fra popolari e socialisti che, di fatto, lascia fuori solo gli “anti-europeisti” à la Farage-Salvini-Le Pen. Il semplice dibattito austerità/flessibilità (oltre a essere sbagliato nei contenuti) è sbagliato nella direzione: riguarda sempre gli Stati nazionali. Un vero dibattito politico europeo dovrebbe riguardare il bilancio UE, dove indirizzare gli investimenti e quali politiche privilegiare (imprenditoriali-sociali?).

Le signore ormai si sono allontanate. Il dubbio che anche noi non siamo del tutto immuni alla retorica semplice, quello resta.

Amministrative e Brexit

Ho aspettato talmente tanto a scrivere delle elezioni amministrative italiane che mi trovo già tutti a commentare sul referendum “Brexit” britannico.
Ne verrà fuori un calderone…. ma provo comunque a raccogliere alcuni punti.

1) Delle amministrative italiane non mi colpisce poi molto il risultato di Roma, per quanto ci sarà da studiare attentamente cosa accadrà con l’amministrazione Raggi e che sviluppi potrà avere M5S.
Il risultato, secondo me, era ampiamente prevedibile: il PD, come a Napoli, aveva fatto tutto il possibile non solo per perdere, ma per rovinarsi completamente in quelle città.  Branca sta lavorando, vedremo anche lì cosa riuscirà ad ottenere.

2) Mi colpisce molto di più il risultato di Torino (e in certa misura di Milano): lì l’amministrazione uscente aveva un “record” positivo, non c’erano stati scandali e i risultati ottenuti erano buoni.
Il fatto che Fassino sia stato scalzato da Appendino è quindi, a mio giudizio, il segnale politico più importante di questa tornata elettorale, la cartina di tornasole che indica come il consenso per M5S si stia significativamente espandendo. Almeno potenzialmente. Ma ovviamente è presto per parlare delle politche.

3) Ho citato Milano, perché credo che questa vada letta in parallelo con Torino: al ballottaggio PD-M5S vince M5S, in quello PD-destra, vince il PD.
Azzardo questa conclusione: gli elettori di destra sono disposti a votare M5S (con una prossimità ideale che sostengo da tempo); quelli di M5S mai destra, neanche se per scalzare il PD.
Il che, purtroppo, rischia di spingere il centro sinistra sempre più verso il centro: verso gli unici che si dimostrano almeno un pò recettivi. Ma pronti a voltare le spalle…

4) Su Brexit ho detto da tempo che trovavo ridicole e inaccettabili le condizioni offerte dall’UE a Cameron per il suo impegno a favore del “remain” (neanche per evitare il referendum!). Quindi non mi scandalizza il fatto che abbia vinto “leave”: ci siamo evitati un pericoloso ricatto.

5) Non mi sorprende neppure troppo il risultato del referendum: da tempo i sondaggi davano “leave” in testa e questa vittoria è figlia: a) di giravolte politiche di bassa lega da parte di Cameron (leave-remain-referendum sì/referendum no…); b) di un fronte “leave” più compatto e mobilitato; c) di un populismo dai contenuti insulsi, ma più concreti e facili da trasmettere…

6) Il problema vero per la Gran Bretagna e per l’UE è ora vedere cosa farà Cameron: come è stato ben scritto, il referendum è meramente consultivo, quindi il paralmento britannico potrà ancora fare quel che crede. E in sede parlamentare c’è una maggioranza a favore della permanenza,
Tuttavia, se come anticipato Cameron si dimetterà, il prossimo governo potrebbe spingere con decisione per l’uscita dell’UE: sia in caso di elezioni, sia con l’attuale maggioranza, i tories potrebbero essere spinti a calvare l’onda euroscettica per non perdere consensi. Specie se guidati da Johnson, che ha fatto campagna per il “leave”.
Insomma, per quanto sia brutto da dire, le dimissioni di Cameron potrebbero essere una mossa politico-istituzionale persino peggiore del referendum….

Pensieri sparsi, come dicevo.

Ultimo Europeo? – un racconto collettivo

Senza tanti riguardi, mi permetto di segnalare a tutti i lettori di questo blog un progetto cui alcuni amici stanno lavorando….

Trattasi di l’Ultimo Europeo, un racconto collettivo sulla storia e prospettiva dell’Europa a partire dai campionati europei di calcio che si stanno attualmente svolgendo in Francia.

Un progetto a più voci, per provare a raccontare (e magari capire) cos’è e dove sta andando questa Europa, calcistica e non.

Qui una presentazione.

ultimo europeo mappa

La mappa del progetto ad oggi

recensione 44: “Un indovino mi disse”

E’ passato davvero troppo tempo da quando ho pubblicato su questo blog una recensione. Troppo…
Riguardando gli ultimi libri, mi sono reso conto con sgradevole sorpresa di aver letto pochissimo quest’anno. Troppo poco. Vergognosamente poco.
A mia parziale giustificazione, credo la cosa dipenda almeno in parte dal tempo impiegato per finire il libro che mi appresto a commentare: “Un indovino mi disse” di Tiziano Terzani.

So che mi attirerò facilmente critiche dai molti appassionati del giornalista indo-amburghese-fiorentino, ma dico chiaro e tondo quel che sono giunto a pensare dalla lettura di questo libro: a me Terzani non piace. Propio per nulla.

La cosa mi rammarica doppiamente, perché la prima volta che presi in mano “Un indovino mi disse” mi trovavo in un ostello ad Hanoi e, dalle prime pagine, ebbi l’impressione che quel libro, quello scrittore potessero rappresentare per me una chiave importante. Uno di quegli autori significativi che troviamo nella vita di ciascuno di noi.
Forse il mutato giudizio dipende anche da una mia mutazione nel metro per valutarlo (valutarli: libro ed autore). Da quell’anno, infatti, sono cambiate moltissime cose e, con esse, anche le mie prospettive.
Forse. Ma sinceramente non credo.
Perché le ambizioni, i gusti, gli orientamenti ed ideali sono rimasti sostanzialmente invariati. Eppoi, per la semplice ragione che in quella sera piovosa di Hanoi riuscii a leggere solo qualche decina di pagine su oltre 400, finite ieri.

Un indovino mi disse” si presentava -e si presenta- come una specie di libro di viaggi contemporaneo, legato dal fil rouge di una riscoperta di modi di viaggiare “terracquei”, lenti, macchinosi e faticosi. Un modo di viaggiare che apre un’altra prospettiva sul mondo rispetto ai voli asettici e atemporali che trasportano da un continente all’altro senza sforzo.

C’è, ovviamente, anche questo nel libro.
Il guaio è che, oltre a questo, vi sono anche una serie di “intermezzi” rappresentati dagli incontri fra Terzani ed i vari indovini presenti sulla sua strada (quasi in senso letterale). Anche questo aspetto potrebbe, di per sé essere affascinante ed interessante… il problema è proprio il modo in cui Terzani racconta tutto ciò.

La mia impressione -giustificata dal testo- è che il giornalista fiorentino condisca quasi tutti i passaggi di giudizi, perlopiù negativi. Insomma, nel testo difficilmente si trova qualcosa di positivo: gli indovini sono spesso megalomani o truffatori; il mondo moderno è una bolla d’aria condiziona ed uniformazione nel quale si perdono saperi ancestrali; i cinesi pensano solo ad arricchirsi (così come i malesi, i mongoli, i russi)….
Senza dubbio questi giudizi sono ampiamente fondati. Il guaio potrebbe dunque essere che Terzani non lascia il lettore arrivarvi autonomamente: gli offre la “sentenza” già chiara e scritta dinnanzi a lui. Ancor di più: quasi mai sfuma questa sentenza considerando pro e contro di una situazione.

Certo, stroncare un libro ed un autore solo per i propri giudizi pare un pò troppo severo, specie considerando che quei giudizi -almeno in parte- li condivido.
Tuttavia non riesco a togliermi dalla mente l’idea che altri giornalisti internazionali avessero semplicemente un altro stile: più fattuale; meno sentenzioso. Obiettivo? Probabilmente no. Ma più appassionante.
Kapuscinski, per dirne uno (ma anche due).
Eppure a Terzani gli anedotti non mancano, il giornalista lascia intendere di avere una cultura sterminata, alcuni li riporta pure. Ma quasi mai questi riescono ad appassionarmi… Perché? Forse perché quasi sempre sono riportati a sé stesso?

Forse, semplicemente, ho avuto sfortuna ed ho sbagliato libro: semplicemente “Un indovino mi disse” si è rivelato un testo assai differente da ciò che quelle prime pagine lasciavano immaginare. Può essere.
Se così è, dovrei concedere a Terzani almeno un’altra chance: leggere almeno un altro suo libro e valutare solo poi che genere di scrittore sia. Ma, in tutta onestà, viste anche le fatiche per arrivare in fondo a questo, non so se sono disposto a concedergliela….

eccellenti dilettanti

Domenica si giocava la semifinale del campionato di Eccellenza di rugby fra Petrarca Padova e Calvisano: visto che lo seguo abbastanza, ho pensato fosse buona cosa andarla a vedere…

Premetto che non mi era ancora mai capitato di guardare una partita del massimo campionato nazionale, l’Eccellenza… Purtroppo, il risultato è stato deprimente!

Già conoscevo gli impianti del Petrarca, cui nulla si può rimproverare: tanti campi per l’allenamento ed una sola tribuna per gli spettatori. Ma si sa, il rugby in Italia non fa grandi numeri di pubblico. Infatti la tribuna era sì piena (vogliamo dire 3.000 persone esagerando?), ma dubito lo fosse altrettando per tutte le altre partite di campionato. E comunque non v’era gente in piedi accalcata attorno al campo.
Già questo dato sarebbe abbastanza deprimente di per sé ed un ottimo indicatore dello stato del rugby nel nostro paese….

Ma anche “meglio”, se possibile, è stata la partita… Poco intensa atleticamente, con svariati errori di gioco ed un arbitraggio (quello di Marius Mitrea, unico arbitro internazionale italiano) carente… Non voglio entrare nei dettagli delle singole giocate, quello che mi interessa constatare è il basso livello complessivo di quel che dovrebbe essere il massimo campionato nazionale.
Un livello sostanzialmente semi-dilettantistico, in cui anche le prime quattro squadre (Petrarca, Rovigo, Mogliano, Calvisano) non sono assolutamente all’altezza di una “Serie B” francese o inglese. E tutto questo si vedeva, palesemente, dalla partita. Partita che quasi mai ha offerto momenti di “alto agonismo”.

Certo, si dice, poi ci sono le due franchigie in Pro12 (Celtic League)… ma da dove trovano giocatori queste, se non dai campionati nazionali? Inutile stupirsi, dunque, dei magri risultati che arrivano anche lì.
Cosa ancora più assurda se poi si pensa che nelle squadre nazionali militano parecchi giocatori stranieri (neozelandesi, francesi, australiani… ma anche nazionali rumeni!): questo alza il livello del campionato? Non pare affatto…

Davvero una base preoccupante per il rugby nazionale.

beach, 3:00 am-6:30 am

Non è ancora suonata la sveglia, lo intuisco, provo quindi ad afferrare la coperta e riaddormentarmi immediatamente, nonostante il brivido di freddo che viene dal mare e che mi ha fatto svegliare. Ma dura pochissimo, come mi aspettavo: neanche un paio di minuti dopo aver chiuso gli occhi, sento il telefono che comincia a squillare. E’ ora.
La prima cosa che noto è che non ho mal di testa. Strano. Bene.
Forse semplicemente il freddo m’ha congelato il cervello. Meglio così.
Vado alla finestra e vedo la giornata grigia, senz’alba apparente. La pioggia, sottile ma fitta, ha oscurato anche il sole che dovrebbe sorgere e dalla stanza si vedono solo due colori: le sfumature di verde dei pini e del prato e un grigio fumoso e variegato che copre tutto il cielo.
Ma non c’è un incendio a causare quel fumo. Non lì fuori.
La tentazione sarebbe quella di tornarmene a letto, tanto il proposito di correre col sole che sorge è ormai comunque fallito. Ma so già che comunque non riuscirei a riaddormentarmi? E, se anche vi riuscissi, comunque dovrei essere in piedi fra un’ora e mezza.

Allora non resta che tirar fuori la maglietta verde dell’Irlanda, indossare i pantaloncini, assicurarmi di avere le chiavi e l’ipod, infilare le scarpe ed uscire.
Darsi un senso. Darsi un contegno.

Per quanto la corsa come sport non mi abbia mai attratto particolarmente, ho sempre trovato qualcosa di affascinante nel correre nelle peggiori condizioni atmosferiche possibili. Neve, soprattutto, ma anche con la pioggia.

Allora esco. Scendo i due piani di scale che mi portano all’ingresso, lascio che la porta a vetri mi si apra davanti e mi trovo sotto le gocce di pioggia.
Per un momento ho un tentennamento: quella porta si riaprirà poi al mio ritorno? La notte è stata bloccata e il pensiero di restare sotto la pioggia sino a che qualcuno non scenderà ad aprirmi non mi entusiasma. Vorrei fare una prova, ma a questo punto sono comunque chiuso fuori: cosa cambierebbe? Twende, andiamo.

Attraverso il prato che circonda l’edificio prima di arrivare alla spiaggia e poco dopo sento sotti i piedi quella sensazione data dal terreno pastoso della sabbia bagnata, stabile ma plastico. Una sabbia che assume quasi un colore di ruggine.
Poche falcate e sono di fronte al mare.
Non conosco questo tratto di costa, quindi la scelta su quale direzione prendere è affidata al caso. In ogni caso non è importante.

La spiaggia è ancora deserta, frutto della fortunata combinazione fra la mattina ancora fredda, la pioggia e l’orario che dissuade i più. Eppoi non è stagione per turisti. Potrebbe partire in lontananza il ritornello “mare mare /non ti posso guardare così…“, ma non è la mia colonna sonora.
Quella la affidiamo alla selezione dell’ipod.

Comincio a mettere le falcate in fila, spingendo i piedi uno dietro l’altro mentre mi godo “Guiding light” nelle orecchie e l’acqua che mi batte in faccia: sembra la scena con Forrest Gump che descrive la pioggia che gli arriva da ogni direzione, ma è esattamente quel che cercavo. Chissà perché poi.

Probabilmente non dovrei abusare della canzone dei Television, ma l’umore è quello delle situazioni che la rendono necessaria. Eppoi ancora non sento il suo effetto positivo venir meno. Strano non abbia pensato a Springsteen… Forse è stato l’abbinamento con la successiva “True Blue” a convincermi, forse. Forse perché anche io mi chiedo “Darling, darling /do we part like the seas? The roaring shell, /The drifting of the leaves“. Forse perché cerco di convincermi che tutto è ridotto a “Standing by your mate, when he’s in a fight /oh, she’ll be right“.
Le falcate continuano a sussegguirsi, mentre lentamente smetto di esser stupito del fatto di non aver mal di testa.

Mi pare incredibile: forse è il freddo, forse l’ossigeno puro della spiaggia deserta spazzata da un vento marino a non farmi sentire né l’alcool che devo avere ancora in corpo, né il sonno. Ma la spiegazione non mi convince… Sarebbe troppo semplice.
Ieri sera abbiamo chiuso alle 3:00. Cioè: questa mattina abbiamo chiuso alle tre. In realtà l’unico ad aver chiuso alle 3:00 son stato io… In ogni caso, questo significa che in corpo ho poco più di tre ore di sonno, molta vodka, abbastanza rum e una certa dose di assenzio. Più un cocktail del quale non ricordo esattamente cosa contenesse, ma di cui ho chiaro in mente il colore blu brillante come il mare caraibico e un certo gusto di cocco.

Sto pensando a tutto questo mentre corro? Certamente no.
Non sto pensando affatto, probabilmente è anche per questo che ho scelto di andare a correre. Perché sì, questo tempo da cani che ad Hamburg chiamerebbero “una bella giornata” tira fuori quel lato nordico e folle che c’è in me e che si esalta coi grigiori del cielo, col vento contro, ma una corsa del genere -in queste condizioni improbabili- ha anche il non secondario vantaggio di cacciar via qualsiasi pensiero.
Forse l’unico pensiero che ho ancora in testa è non urlare troppo forte le canzoni che mi rimbalzano dalle cuffie: sia perché è presto, sia perché corro comunque davanti a degli alberghi e un minimo di ipotetica reputazione ancora mi preoccupo di conservarla.
Forse…

Di certo, fra la musica, le falcate coi muscoli che cominciano a sentire la tensione e la maglietta che si fa pesante e fredda dalla pioggia, di certo in tutto questo non sto pensando né all’ora in cui sono andato a dormire, né ai drinks che mi hanno tenuto sveglio, né alle discussioni che mi hanno fatto incazzare e venire conati di vomito, né a chi mi ha tenuto compagnia, né a perché ho cercato di tracannare alcool come fossi appena divenuto diciottenne, né al perché abbia scelto di espormi alla vergogna di continuare a bere al punto che gli altri si abbiano a domandare di cosa stia cercando di punirmi.

Sarebbero troppe cose cui pensare, se anche cercassi di farlo.
Ma il bello è che non devo neppure sforzarmi di evitarlo… le falcate lo fanno per me.

Certo, ora che sono rientrato in stanza, ora che i vestiti bagnati e l’acqua che mi scende dai capelli coprendomi la faccia cominciano a diventare più un fastidio che un piacere, ora che attendo che dalla doccia esca acqua calda e comincio a maledire la pessima idea della corsa mattutina, ora qualche pensiero su ieri sera mi torna in testa.

Parte di me comincia anche a pensare che uno shot di vodka potrei farmelo subito, dopo la corsa e prima della colazione. Magari uccide l’hangover, preventivamente. O magari uccide me. Non credo di voler rischiare. Forse è solo uno strascico di ieri notte, ancora quella volontà di star male, quasi a punirsi. Dev’essere così per pensare a bere di prima mattina. O così, o sono un alcolizzato.
Ma i pensieri ora son qui.
E la vodka resta lì, forse mi guarda male, forse con sollievo. Ma per me o per lei?

Non ho neanche lontanamente voglia di tornare a pensare al tema del dibattito, all’esame fallito. Anzi, spero di non pensarci proprio mai più. Di non sentirlo più in vita. Mi fa solo venire nausea. E son certo che non è causata dall’alcool.
Non posso tuttavia evitare di pensare ad un paio di cose…
Perché cerchi di punirti in questo modo?” mi aveva detto mentre sorseggiavo assenzio dalla fiaschetta e acqua tonica. Più acqua tonica che assenzio, alla fine. Non avevo affatto pensato di punirmi, anzi: ero semplicemente convinto che nella vita di un uomo vi debbano essere dei momenti nei quali bere, bere e bere. Anche senza motivo. E poco importa cosa ne sarebbe stato della mattina dopo.
Un motivo un pò l’avevo: pensavo sarebbe stato divertente. Ma il divertimento, se mai è cominciato, è finito molto tempo fa… almeno quando hanno ripescato la dannata discussione sull’esame.
E perché son qui a bere con un pubblico? Perché pensavo che così avremmo almeno bevuto in due! Bere da soli è triste, ma bere con un pubblico dev’essere addirittura uno spettacolo patetico. Lezione per il futuro.

Avrei dovuto prender nota delle stanze delle studentesse e presentarmi da loro con la bottiglia di vodka… No, decisamente meglio non averlo fatto. Nella scala del patetico accettabile, quello sarebbe stato un gradino di troppo. In effetti, non era neppure fra le possibilità contemplate.
Il che restringeva di un bel pò le opzioni rimaste.

In effetti, probabilmente un pensiero non detto, una motivazione chiara ma taciuta per chiederle di passare per il “bicchiere della staffa” c’era. Booty call, perché detto in inglese può sembrare comunque altro.
Eppoi, davanti a quel cocktail troppo tropicale per il mare di una primavera ancora fredda e piovosa, qualcuno l’aveva detto. Sagacia, forse. Allucinazione. O provocazione: “Da quanto state assieme voi due?“. Chissà in quanti l’hanno sentita. Io l’ho sentita. O l’ho sognata? E da dove arrivava quella domanda così? Se di intuito si trattava, da dove derivava quell’intuizione? Un’intuizione per la quale meno che mai credevo di aver lasciato tracce; della quale io stesso non avevo un’idea chiara…
Booty call.
Perché forse le intuizioni non necessitano poi di tanti indizi. Né di chiarezza. Né di un proposito logico. Né di un orizzonte onesto.
Forse chiamarla booty call era solo il modo per sviare me stesso prima di tutti.
Ma se di booty call si trattava, avrei dovuto fare qualcosa diverso rispetto a sorseggiare alcool.

Ho risposto alle mie domande mentre cerco di convicermi a chiudere l’acqua calda che dovrebbe lavarle via? Non credo, ma dovrò uscire dalla doccia prima o poi.
Chiudo dietro di me la porta della stanza, rifaccio le scale per la terza volta e mi avvio all’ingresso. Davanti a me ci sono due delle studentesse che guardano fuori per stimare la pioggia che le separa dalla mensa dove dovremmo fare colazione. Incrocio i loro sguardi e penso con sollievo che non ho bussato alle loro porte ieri notte. Chissà loro cosa vedono nella mia faccia, le occhiaie da poco sonno e mal di testa incipiente o lo sguardo fresco di chi è stato abbastanza strong willed da alzarsi per correre di prima mattina?
Decido di ignorare il problema, varco la soglia e mi avvio verso la mensa senza curarmi di tirar su il cappuccio sopra la testa.

Troppa gente al tavolo. Troppa. Evito qualsiasi sguardo e mi dirigo al thermos di thé bollente. La vista del cibo mi dà fastidio, ma il thé posso reggerlo. Anzi, ne ho proprio bisogno.
Con la tazza non zuccherata in una mano, afferro una sedia. Il capo di fronte a me, leggermente a sinistra, chiacchera con gli studenti e guarda altrove. Lei immediatamente a destra.
Avevo pensato a trovare un posto a sedere più lontano, ma parte di me voleva la sedia più vicina, parte di me proprio quella al suo fianco. Quasi vi fosse un senso, un’intimità ancora da segnare dopo troppo alcool e discorsi troppo volgari, troppo intimi e troppo insensati.

Oltre ad una nuova tazza di thé, l’unico pensiero in testa è quello di non aprire bocca. Un pensiero che si combatte con quello di mettere in chiaro che il mio spettacolo decadente resti fra noi.
Uno studente dice d’essere stato piacevolemente sorpreso nell’averci visto uscire per un drink la sera. “You know nothing“, riesco a mormorare con un mezzo sorriso. E quattro sguardi complici. Due più complici degli altri.

I miei pensieri ancora duellano. Fortunatamente lei si alza prima che arrivino allo scontro diretto.
Ancora una tazza di thé. Fra mezz’ora il dibattito.
Ancora una tazza di thé, sperando nel frattempo di aver ritrovato almeno contegno.

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