Prima settimana umanitaria ed io

Post personale (seguirà un post “politico” di commento alla teorica manovra economica del governo, se non dovessi scriverlo a breve ricordatemelo).

Da quasi una settimana mi trovo a Kyiv, Ucraina (translitterazione ucraina di Kiev, più socialmente accettata in questo momento politicamente turbolento), all’inizio di una nuova carriera e -forse- di una nuova vita.
Ho rincorso a lungo questa “fuga” dalla realtà borghese, standardizzata, italo-centrica che la maggior parte di noi giunge a vivere nella propria maturità. Altrettanto a lungo mi sono domandato perché inseguissi questa vita, specie sapendo che ogni nuova partenza appariva meno agevole della precedente.
Non credo di essere giunto ad una risposta e se dicessi che è solamente “fare del bene”, mentirei. Senza dubbio anche questo aspetto gioca un suo ruolo, ma non è l’unico e forse neppure il principale. Come scrivevo all’inzio, credo sia anche (forse soprattutto) una “fuga”, forse una ricerca di risposte. E, come dicevamo discutendo con un’amica che si trova ora in Micronesia sempre per lavoro, fino a che non sapremo da cosa fuggiamo, non sapremo cosa stiamo cercando, né avremo veramente risposte.
Forse spostarsi di luogo in luogo allora è solo un fuggire, un evitare sempre che le risposte possano trovarci e raggiungerci.
Perché come diceva Radiofreccia:

Credo che la voglia di scappare da un paese con ventimila abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e credo che da te non ci scappi neanche se sei Eddy Merckx.

Incidentalmente, curioso che lo sport cui mi sto dedicando da un pò di tempo ormai sia proprio la corsa.

In ogni caso, sono a Kyiv.
Per ora, qui va tutto bene. Comincio a prendere conoscenza dei dettagli del lavoro, conoscere i colleghi, imparare quel minimo di russo necessario interagire decentemente con la città e suoi abitanti. Fin qui tutto bene – che sembra la barzelletta raccontata da Steve McQueen ne I Magnifici Sette. Ma fin qui tutto bene.
Forse parte della ragione per cui va “tutto bene” è anche il fatto che, nonostante il mio specifico incarico sia molto a sé stante e quasi isolato dal resto, mi sto rendendo conto di non essere solo in tutto questo. Scoperta di “non essere solo” dovuta anche (soprattutto) al fatto di aver trovato qui a precedermi a Kyiv una persona particolarmente cara dai capelli rossi.

In realtà so benissimo che tutto questo “tout est bien” prima o poi si incrinerà, forse irrimediabilmente. Prima o poi arriverà il punto di rottura. Spero solo non sia quando la temperatura fuori scenderà a -30, sarebbe una combinazione devastante.
Ma arriverà, arriverà il momento, lo sento intimamente che prima o poi qualcosa in questo equilibrio artificiale si romperà. Prima o poi qualcosa andrà male e non saprò esattamente come affrontarlo, come gestirlo. Salvo urlare. Sentirò che i classici appigli cui faccio riferimento, le persone con cui parlare, non sono là. E qualcosa si romperà. Perché, in fondo, una grande parte del lavoro umanitario (me ne sto convincendo) è proprio la solitudine dell’estraneo.
Spero solo di riuscire ad anticiparlo, magari prevenirlo con tutto il supporto che abbiamo a disposizione.

Così stamattina, mentre cominciavo a scoprire la città con una prima corsa mi sento arrivare nelle orecchie One degli U2. Canzone forse sopravvalutata, o forse semplicemente abusata. Sia come sia, attorno al quinto km arriva il fatidico verso

Have you come here for forgiveness?
Have you come to raise the dead?
Have you come here to play Jesus?

Inizialmente pensavo di dover interpretare almeno parte di quel come fosse rivolto ad altri, ad una persona in particolare. Sicuramente volevo interpretarlo così. Ma mentre lo rimaneggiavo nella mia mente, mi son reso conto che più probabilmente il soggetto ero io stesso.
Pensavo il soggetto fosse quel caschetto di capelli rossi, qui causualmente per “resuscitare il morto” che è in me. Ma, a conti fatti, probabilmente quel verso è solo un warning che mi invita a riflettere di nuovo su che faccio qui. Specialmente visto il lavoro che come team dovremmo fare.

Inevitabilmente il pensiero torna alla Cambogia, alla Tanzania. Se quasi dieci anni fa, alla mia prima esperienza da expat, occidentale pieno di white privilege e presunzione di avere risposte per problemi altrui, mi sentivo soprattutto un John Wayne forte dei miei vent’anni e poche domande, se in Tanzania sentivo soprattutto il “rubare e fottere” da colonizzatori che Whitaker – Idi Amin rimprovera al giovane medico scozzese, qui in Ucraina ancora non so cosa sono.
Uno straniero, senza dubbio. L’essere “estranei” a quel che ci circonda si sente molto forte sotto l’aspetto linguistico: paradossalmente, era assai più facile comunicare in Cambogia o Tanzania, dove decenni di colonialismo e missioni umanitarie avevano creato una conoscenza diffusa, seppure basilare dell’inglese e del francese. Qui no: qui solo russo, o ucraino. Incredibile quanto poco sia parlato l’inglese, veramente, anche nei grandi centri commerciali appena uno o due persone dello staff lo parlano.
Credo molto dipenda anche dal fatto che l’Ucraina (più Russia della Russia, scrivevano su Limes) è sempre stata nel blocco-russo. Almeno fino a pochi anni fa.

Ma oltre allo straniero, cosa sono io qui? Gioco a fare Gesù, a resuscitare i morti? Domanda auto-riflessiva che ogni operatore umanitario dovrebbe tatuarsi sul braccio e leggere ogni mattina appena alzato e ogni sera prima di andare a dormire.

Annunci

Annotazioni politico profetiche

Due appunti sulla politica americana, anche a futura memoria. Anzi, tre.
Una notizia buona, una decente e una cattiva.

1. I democratici otterranno un buon risultato alle elezioni di novembre. Secondo le proiezioni di Nate Silver e il suo FiveThirtyEight, i democratici hanno 4 possibilità su 5 di controllare la Camera e il 30% di controllare il Senato. Dura, ma non impossibile (specie alla luce del prossimo punto)
La seconda nota positiva di questo sono le “giovani leve” dei democratici in corsa per l’elezione, penso a candidati come Alexandria Ocasio-Cortez, Julia Salazar, potenzialmente vicini a posizioni come quelle di Bernie Sanders. In particolare, occhio a questo.
Tuttavia, come commentava un amico americano, siamo ben lontani da un’ “onda” progressista compatta ed uniforme su alcuni temi chiave: si tratta semmai di un gruppo composito e variegato, con posizioni anche diverse fra loro… Il sentiment è che ci sia (cito) “un forte desiderio di cambiamento, ma questo cambiamento potrebbe essere qualsiasi cosa dall’eleggere un candidato più giovane all’elggere un candidato con un background differente all’eleggere un socialista-democratico [tipo Sanders]”.
In ogni caso, ribadisco, occhio al Texas, dove Cruz è abbastanza odiato e la candidatura di Beto O’Rourke sta ottendendo un inaspettato successo che potrebbe sconvolgere il panorama politico nazionale. Qualcuno già lo confonde (in tutti i sensi) con un giovane Kennedy…

2. Più a lungo va la discussione sulla conferma di Kavanaugh, meglio è. Per i democratici.
Anche qui, riporto un’analisi già svolta da Nate Silver: i repubblicani hanno i voti per confermare la scelta di Trump alla Corte Suprema, prima delle elezioni di mid-term e prima dell’insediamento dei nuovi deputati e senatori (c.d. lame duck session – un periodo in cui vecchi rappresentanti restano in carica sebbene i nuovi siano già eletti). Si tratta di un periodo di circa 180 giorni, teoricamente sufficienti per una nuova nomina presidenziale, nuove audizioni della commissione del senato e voto di conferma. Teoricamente sufficienti, ma stretti.
Dunque, più a lungo Kavanaugh si aggrappa alla propria nomina (e più a lungo i repubblicani lo sostengono), meno tempo potrebbero avere per una scelta alternativa.
Inoltre, sembra Kavanaugh stia diventando sempre più impopolare, con possibili ripercussioni anche sul voto mid-term.

3. Trump -secondo me- verrà rieletto per un secondo mandato nel 2020.
Questa è una semplice previsione, non fondata su analisi o dati. Un gut feeling, una sensazione di pancia. La segno qui a mia e vostra futura memoria.
Due riflessioni a supporto:
– Trump non ha (ancora) fatto disastri: tutte le sue misure, anche le peggiori (Muslim ban, dazi, etc. etc.) stanno passando in patria come scelte ragionevoli e comunque accettate dal suo elettorato. E finora non hanno prodotto “danni” considerevoli allo status della maggioranza degli americani.
– L’economia continua ad andare. Non è merito di Trump, chiaro. Anzi: è quasi un miracolo che l’azione di Trump non abbia rovinato questo trend, ma finché l’economia regge, gli americani potrebbero non essere motivati a eleggere un nuovo presidente.
Incumbent factor: nei paesi anglosassoni, contrariamente che da noi, i politici in carica hanno sempre un vantaggio.
– Incomunicabilità: negli anni, specie con Trump (e gia sotto Obama), si è creata una frattura enorme fra le comunità politiche dei democratici e repubblicani che rende impossibile o inutile il confronto. Qualcosa di simile la stiamo vivendo in Italia.
In questa situazione, Trump non si cura neppure di parlare agli elettori democratici: sarebbe inutile. Gli basta continuare a persuadere i suoi, che si faranno ben volentieri continuare a persuadere (muro, muro, Cina, muro…)

Nota a margine sulla nomina di Kavanaugh alla Corte Suprema.
Fermo che a) non è una nomina che condiderei (se il mio parere contasse) e b) trovo inopportuno che una persona che ha aggredito sessualmente delle donne abbia un incarico di tale rilievo (se confermati i fatti, ovviamente); un paio di domande.
1- Interessante notare come si svolgono queste udienze: i senatori, oltre al “moral character” del candidato indagano molto sulla sua legal philosophy, ovvero su come egli interpreta le norme. Una cosa che -a mia conoscenza- è abbastanza estranea al sistema italiano. Si focalizzano quasi più su questo approccio alla legge che all’orientamento politico del candidato. In particolare, i conservatori (politici e giuridici) si focalizzano molto sul textualism, l’aderenza al dato testuale  interpretato nel contesto in cui fu scritta la Costituzione (originalism), un approccio molto restrittivo. Qui un’ottima analisi sul tema cito un parere sulla decisione che ha “sacralizzato” il secondo emendamento (diritto di portare armi):

On this question, Justice Scalia consults founding-era dictionaries and treatises, as well as English and colonial laws. Reading these, he concludes that meaning of “keep and bear arms” was not restricted to military uses, but sets forth a broad individual right to bear arms. On the other hand, Justice Stevens, consulting similar sources, including an 18th-century thesaurus and a different edition of one of the same old dictionaries on which Justice Scalia relied, reached the exact opposite conclusion. The original understanding of “keep and bear arms,” Justice Stevens concluded, focused on military service.
One may tilt toward Justice Scalia, or Justice Stevens. Most fair-minded readers, I believe, find both the majority and the dissent entirely plausible — both make some nice points and both contain a few serious vulnerabilities. Crucially, neither the majority opinion nor the dissent are commanding. And this is a problem. A five-member majority of the Supreme Court announced in Heller a constitutional rule that invalidates a wide array of gun control laws that have been or could otherwise be democratically enacted. And those five people did so based not on some powerful, clear constitutional command, but rather on a so-called original meaning that is, at best, hotly contested.

Si pensi solo che da noi prevale (ove il testo necessiti di elaborazione) l’attenzione alla ratio – ovvero il senso, l’intenzione, adattata al contesto contemporaneo. Una lettura legata fermamente alle parole poterebbe nel nostro modo di relazionarci con le norme ad una Versteinerung, fossilizzazione (anche anacronistica) del dato legislativo.

2- Parliamo di risocializzazione (funzione “rieducativa della pena”, art. 27 Cost.). Premesso che l’ipotetica aggressione di Kavanaugh deriva proprio dalla sua socializzazione in un contesto di ragazzi bianchi, ricchi e privilegiati che possono distruggersi e distruggere in scuole d’elite con la coscienza di non subire conseguenze negative per le loro azioni – e, dunque, che parlare di rieducazione/risocializzazione pare poco coerente. Ed è proprio questa la cultura-socializzazione che porta i giovani americani a comportarsi oscenamente nei college.
Premesso tutto questo, la domanda di fondo (che si applicherebbe a chiunque, anche a un condannato per omicidio o strupro -ops-) è: fino a quando dobbiamo rispondere delle nostre azioni? Un’azione, per quanto sgradevole e criminale, commessa decenni orsono può essere fattore pregiudiziale per un incarico pubblico di prestigio, da adempiere “con disciplina e onore” (art. 59 Cost.)? Secondo me, non dovrebbe.
C’è tuttavia un caveat ed è proprio la “risocializzazione”, ovvero aver ammesso ed “espiato” le proprie colpe, in una parola: essersi resi conto di aver sbagliato e cambiare modo di comportarsi. Kavanaugh, mi pare, questo non l’ha fatto. E -credo- come esponente di quell’elite neanche potrebbe (non capirebbe perché).

Soyons structuralistes!

Un paio di giorni fa mi sono imbattuto in questo articolo del Corriere on-line:

Chi sono i leader (politici) sul web: «Post brutali? La gente vuole quelli»

nel quale si presentava il sig. Francesco Gangemi, gestore delle pagine facebook “sputtaniamotutti” nelle sue varie versioni che pubblica frequentemente memes a base di cliches e offese alla classe dirigente – specie politica, specie di sinistra – nazionale.
Dopo i recenti reportages di stampa sulla macchina propagandistica della Lega salviniana e del M5S, mi sarei atteso la presentazione di qualche spin-doctor dalla marcata impronta politica.

Ebbene, Gangemi non è (a suo dire) nulla di tutto ciò. A suo dire, infatti precisa anche che «Alle elezioni volevo votare quelli di Casa Pound perché portavano la spesa a casa, poi però ho messo due schede bianche». Ma ammettiamo che sia effettivamente politicamente neutrale (la precisazione “perché portavano la spesa a casa” in effetti potrebbe corroborare questa ipotesi, specie alla luce dell’interpretazione che mi accingo a proporre).

Gangemi fa quel che fa (a suo dire) per un unico, semplice motivo: il guadagno che ne trae tramite il rinvio al proprio sito (wordpress) e la pubblicità di Google ivi collocata. Guadagno che, più propriamente declinato, non parrebbe neppure dettato da avidità, bensì da mera sopravvivenza. Il reddito che trae da questa attività di hater sarebbe infatti attorno ai 600 € mensili. Come scrive il giornalista “È sopravvivenza. Un click vale in media dieci centesimi“.
Il meccanismo, per chiarezza è il seguente: post attira-clic > visita al sito personale > pubblicità Google sul sito > reddito.

Il tutto mi ha fatto, sinceramente, balzare sulla sedia. Non che mi abbia sorpreso in sé: ho sempre pensato che il guadagno sia un potente motivo dell’agire umano e certo non mi sorprende che anche nell’ambito della propaganda / haters abbia la sua importanza.

Quello che mi ha sopreso è stata la sua portata: Gangemi spiega infatti di essere arrivato a questa attività dopo lunghi periodi di disoccupazione (dal 2011).

Ma, allora, mi viene da pensare, tutti i ragionamenti (neo-)ideologici da Bannon in giù vanno profondamente ridimensionati… torniamo a questioni di reddito, torniamo al brechtiano “Erst kommt das Fressen” (“prima il mangiare”, credo tratto da Feuerbach)… torniamo ad essere strutturalisti, compagni!
Torniamo a ragionare in termini di reddito, per la miseria!
Tutto questo mi fa sentire come Bersani, in un certo senso, solo che io e Bersani probabilmente dissentiremmo sui modelli tramite i quali tornare a produrre e distribuire ricchezza. Detto altrimenti: no, ancora non credo che quella parte della sinistra (LeU & co.) proponga modelli corretti, credo anzi che i modelli cui fanno riferimento siano superati, che le “classi” cui si rivologono e i loro linguaggi stiano diventando marginali.
Ma questo non mi impedisce di concordare con loro sul fatto che il tema del reddito sia ancora una chiave di lettura fondamentale per l’azione politica. E che l’ordine delle priorità delle nostre analisi e della nostra azione debba tornare a focalizzarsi sulla struttura marxiana, ovvero sui rapporti economici.
In sostanza, temo che per troppo tempo (in parte a ragione) abbiano dedicato troppa attenzione a questioni sociali, culturali etc. etc. etc.

Non voglio dire che gli aspetti -le analisi- sociali, culturali, antropologiche, ideologiche (etc. etc. etc.) non siano importanti. Anzi: resto fermamente convinto che (dopo Foucault & co.) questi strumenti siano essenziali per comprendere la società in cui viviamo e, dunque, cercare di cambiarla. Ma, forse, negli ultimi anni ci siamo spinti un pò troppo in questa direzione perdendo di vista un aspetto basilare: il Fressen [mangiare]. Dovremmo tornare, letteralmente, back to basics, indietro alle basi dei rapporti sociali – basi che sono (anche) economiche.

Se questa lettura è corretta, infatti, fornendo una fonte di reddito alternativa a Gangemi (e altri come lui), dovremmo eliminare almeno in parte una forma di propaganda che diffone notizie / posizioni negative e deleterie.

Forma-partito e partito-forma

Complice la mia formazione giuridica, sono convinto che le forme, i modi di fare le cose, le procedure, le strutture abbiano una loro importanza non secondaria.
L’azione che si svolge entro precise forme assume una valenza differente dall’azione de-formata, completamente libera. Per fare un esempio banale, senza delle “forme” codificate, non esisterebbe il gioco del calcio, perché chiunque potrebbe andare in campo e pretendere di aver segnato un gol con un gesto qualsiasi.

Così, sono convinto che anche nell’azione politica-partitica (anche governativa, ma questo è un altro aspetto del tema che non tratterò qui), le forme siano fondamentali.
E forse nessun altro partito in Italia soffre questa deferenza alle forme e ai formalismi quanto il PD (degenerando una tendenza che già esisteva prima).
Meriterebbe un’analisi un pò più attenta il perché nessun altro partito abbia un’attenzione paragonabile a quella del PD alle “liturgie” classiche di congressi, mozioni, direzioni…. Lasciando anche da parte “partiti” come Forza Italia o il Movimento di Grillo, anche in “partiti” più vicini al modello classico come Lega, Fratelli d’Italia etc. etc. forme e procedure non assumano alcuna rilevanza degna di nota (taccio su quelli “di sinistra”, che assurgono alle cronache solo… quando fanno un congresso!).
Eppure anche in questi partiti esistono “correnti” (ovvero: orientalmenti di policy) differenti; esistono dibattiti interni; esiste competizione per la leadership… Ciònonostante, in questi partiti il dibattito interno rimane celato alla vista, dando un’immagine di unità e compattezza. Suppongo vi sia, fra le varie cause, anche un aspetto “genealogico”, ovvero la discendenza da un modello-partito semi-autoritario come MSI di Almirante (e prima di lui il PNF). Non so dire se questa causa sia l’unica o preponderante.

Ma queste valutazioni rappresentano in realtà un excursus rispetto al tema principale, che riguarda prettamente il Partito Democratico.
In questi giorni si parla di congresso, di primarie (per la segreteria? per il candidato premier?), di rifondazione ex-novo (ma tendendo il nome???), di cene fra leaders etc. etc. etc.
Questi passaggi procedurali, formali (congresso) e informali (cene) dovrebbero servire ad aprire il dibattito: senza un congresso, le diverse voci non possono trovare spazio adeguato. Tuttavia, pare che il dibattito si riduca alle questioni procedurali, come spesso è accaduto.

Il mio umile sospetto è che la dirigenza sfrutti questi passaggi per tacitare il dibattito: discutendo di date del congresso di questioni regolamentari, si apre lo spazio proprio per le “cene” e le decisioni altrove.
Perché se è vero che il congresso offre spazio a tutte le voci, è anche vero che su 10.000, 100.000 voci alla fine risulta il caos. E solo le voci organizzate alla fine riescono a farsi sentire.

Non credo che al PD serva alcunché il riscrivere da zero i propri documenti fondativi, semmai servirebbe una profonda riflessione sulle politiche da portare avanti (un Congresso vero, come quelli di inizio 1900).
Per fare questo, servirebbe un confronto sui temi e sulle priorità: idealmente, questo confronto dovrebbe coinvolgere tutti gli iscritti, i simpatizzanti, gli intellettuali “d’area”. Ma resterebbe il problema di chi e come farebbe poi sintesi di questi dibattiti. Forse una soluzione sarebbe votare (magari tramite il sistema ranking) le questioni emerse, non un semplice referendum interno sì/no su un documento completo e chiuso, ma una ri-elaborazione semplificata del dibattito. (qualcosa del genere è stato proposto con le “doparie” da Civati e altri).

In ogni caso, allo stato attuale, resta evidente il collegamento fra la forma/procedura ed i contenuti: senza una ragionata revisione delle procedure interne, difficilmente i contenuti nuovi potranno emergere. Ma, al contempo, il dibattito sulla forma continua a girare attorno questioni secondarie senza i contenuti.

La discrasia con gli elettori si vede tutta nel comportamento di altri “partiti”: il dibattito sulle forme è semplicemente alienante per molti cittadini, che non riescono a vederne il senso e si sentono sempre più distanti da un partito che pare intenzionalmente non voler decidere.
Non sarebbe più utile al PD, e all’Italia, parlare effettivamente di povertà e reddito di cittadinanza (sia pure per contestarlo e presentare proposte alternative), piuttosto che di date del congresso?
Non può non colpire come in altri partiti il problema non si ponga: non so a quando risalga l’ultimo congresso della Lega né quando sarà il prossimo, ma da allora sono stati tutti compatti e allineati rispetto a Salvini (sic!). Certo: vincere aiuta ad essere compatti, ma così compatti rispetto alla sinistra?

Giornalisticamente (parte 2): Teoria della montagna di merda revisited

Tempo fa, ben prima dell’epoca delle fake news lessi un post che parlava della “teoria della montagna di merda” (quella che oggi, in modo più politically correct chiamiamo appunto fake news).
In estrema sintensi la teoria sosteneva che la “merda” sarebbe destinata inevitabilmente ad aumentare perché lo sforzo per eliminarla era maggiore di quello per produrla: scrivere una, dieci, mille fake news richiede meno energia intellettiva e fisica non solo dell’opera di debunking necessaria a smontarle, ma anche della semplice attenzione richiesta per leggere quella confutazione.
Detto altrimenti, io impiego molto meno tempo a scrivere qulache baggianata su Tizio [dittatore non meglio identificato con la passione per lo sterminio di ebrei, rom, omosessuali e oppositori politici] e il suo amico Sempronio [dittatoruncolo con le medesime passioni]*, tipo:

Tizio adora i gattini
Tizio ha un sacco di amici POC [person of colour – acronimo politically correct per indicare non-bianchi]
Tizio salutava sempre quando incontrava qualcuno per strada
Tizio mangiava solo prodotti biologici
Sempronio era vegano
Sempronio aiutava le vecchine ad attraversare la strada
Sempronio non ha mai ucciso nessuno, li mandava solo in vacanza
Sempronio ha fatto anche cose buone
etc. etc.

che chiunque altro impiegherebbe per dimostrare che nulla di quanto sopra è vero. E, se anche fosse in grado di farlo, la quantità di produzione di merda sarebbe comunque superiore alla velocità con cui la si elimina dalla circolazione.

Grazie a questo processo, si è arrivati alla fase (che, comunque, non è l’ultimo stadio, né può esserlo: l’asticella si sposta sempre più in là) in cui si contesta la validità scientifica dei vaccini, piuttosto che della teoria darwiniana etc. etc.
Sempre grazie a questo processo (anche se non solo: come ricorda lo storico Hans Mommsen, non bisogna essere monocausali), si è creato e si crea consenso politico. Basti pensare ad affermazioni o battute di vario genere sull’ “ha fatto anche cose buone” [cit] et similia, sino ad arrivare ai casi in cui “i vaccni provocano l’autismo” [cit] o sparate sui complotti del gruppo “massone” Bildenberg e golpe transnazionali organizzati dall’ebreo Soros (vedi Orban in Ungheria).
Non a caso, questo genere di fake news è abilmente sfruttato da oscure organizzazioni che si coordinano per diffondere baggianate al fine di portare avanti la propria linea politica con pseudoargomenti: è accatoduto con Brexit ed è accaduto con le elezioni italiane.

Questa era la premessa.
Ma da qui vorrei fare un passo oltre, e sia chiaro che lo pongo meramente come domanda, come ipotesi di discussione, senza essere in alcun modo convinto io per primo che sia la soluzione ideale.
La seconda premessa, molto più sbrigativa, è che (apparentemente) con la “superiorità morale” non si vincono elezioni. Magari.
Dunque, la domanda: non dovrebbe anche la sinistra cominciare a “sparare merda”? A diffondere scientemente emerite boiate? A mentire sfacciatamente?
Più in generale: fino a che punto si può restare a “guardia del forte” quanto attorno regna il caos? Se viviamo nel mondo post-moderno (o, addirittura, come sentivo qualche giorno fa in radio, post-postmoderno), perché non accettarlo e vivere fino in fondo in una realtà post-verità?
Più concretamente: perché la sinistra non dovrebbe cominciare a dire (chessò) che

Bezos, boss di Amazon, evade le tasse
Salvini mangia pappagallini a colazione, cuccioli di cane a pranzo e cena bevendo sangue d’agnello
Tim Cook di Apple ha investito un gatto
Donald Trump ha violentato delle donne
Orban sta creando campi di concentramento
Di Maio ci ruba il lavoro
Putin-Bannon-Farage-Gove fanno parte di un complotto internazionale per uccidere i gattini
Toninelli diffonde gas velenosi nel tunnel della TAV
etc. etc.

(ribadisco: sono tutte** ipotesi esemplificative e senza riscontri, almeno che io sappia.)
** Intenzionalmente, quasi tutte sono false. Come la satira che quasi quotidianamente troviamo sui giornali, l’uso di casi veri serve anche a dimostrare quanto oltre ci siamo già spinti.

Anche alla sinistra contemporanea non mancano argomenti (Bezos, Cook ed altri effettivamente evadono le tasse distruggono posti di lavoro, seppure con forme articolate ed indirette), ma tutti questi argomenti anche se ad effetto richiedono un certo grado di complessità di analisi e comprensione che apparentemente è venuto meno.
Ma, se manca questa premessa, è evidente che il confronto politico non è più su un level playground, in condizioni di equità e par condicio: una parte ha un chiaro vantaggio competitivo nel diffondere impunemente baggianate.

Peraltro, non mancano in rete esempi di “satira-contro-informazione” (anche se propriamente non è una forma di informazione) che parodiano e sfottono complottisti e imbecillità varie (tipo “vaccini e altri complotti leggendari” o simili). Purtroppo, nella maggior parte dei casi si tratta di esperimenti palesemente (si spera) ironici senza alcuna possibilità di smuovere le coscienze o spingere ad una riflessione (l’ironia bisogna capirla….).

Oppure dovremmo rivedere il suffragio universale (la mia modesta proposta: allegare alla scheda un “tangliando antistupidi” con un testo di 10-15 righe e una domanda a risposta multipla, per quelli che lo falliscono, il voto è annullato).

– – –

* ps: non uso i nomi dei soggetti in questione solo per evitare che in un futuro qualcuno citi questo post come (false) prove di quello che farsescamente scrivo su di essi.

– – –

post post scrptum: Rielaborando il blog per la pubblicazione, mi è venuto in mente questo ulteriore collegamento (che credo assai più utile del rating proposto da alcuni social media per valutare la qualità delle notizie diffuse): il blockchain, ovvero una tecnologia informatica (usata anche nel BitCoin) composta da una catena di “blocchi” di algoritmi, ciascuno dei quali immodificabile (perché, appunto, un algoritmo) che collegati assieme consentono di ricostruire una “tracciabilità” dei dati trasmessi. L’immodificabilità della catena consente di impiegare questa tecnologia in ambiti assai interessanti e tuttora da esplorare, come l’attestazione dei trasferimenti di proprietà. Perché non ipotizzarne un uso anche nel settore dell’informazione?
Io, ovviamente, non sono un informatico (e capisco poco di blockchain a prescindere), ma immagino alcune soluzioni potrebbero essere ipotizzate…

Giornalisticamente (parte 1): Flat Earth News, non una recensione in ritardo

Avrei dovuto scrivere questo post mesi fa.

Mentre ero a Londra, colpa uno di quei giri strani e bellissimi che fa la vita, ho avuto il piacere di incontrare il giornalista Nick Davies per un suo progetto (che forse -purtroppo- non vedrà mai la luce).
Nick Davies, per chi non lo conoscesse, oltre che una bellissima persona, è stato per anni giornalista del Guardian e il primo a prendere contatto con Assange per publicare i suoi leaks.

Per arrivare preparato all’incontro, ho fatto i miei “compiti a casa” e mi sono letto un pò i suoi lavori. Così ho scoperto che ha scritto un libro sul giornalismo: “Flat Earth News” [lett: Notizie della Terra Piatta], libro che mi sarei dedicato a leggere nei mesi successivi.
Nel suo ricercatissimo libro (per scriverlo ha commissionato anche un’apposita ricerca dell’Università di Cardiff), Nick Davies presenta alcune delle molteplici cause del contemporaneo tracollo nella qualità del giornalismo. Il libro, logicamente, si focalizza soprattutto sul mondo anglosassone e britannico in particolare. Tuttavia, mi rendo sempre più conto come molti degli argomenti esposti siano pacificamente riproponibili anche in Italia.

Scrivo tutto questo perché, a pochi giorni di distanza dalla colossale fake news sull’ONU che si batte contro i prodotti alimentari italiani, riportata anche dal Corriere (salvo poi fare marcia indietro il giorno dopo!), leggo su un giornale locale un’altra enorme balla su richiedenti asilo che “vogliono Sky“.

Mala tempora

Sed peiora…

Ma mi son promesso di parlare del libro di Davies, quindi cerco di tacere sul clima che queste notizie alimentano. Magari ci tornerò in seguito.

 

In Flat Earh News, Nick Davies individua dei meccanismi che hanno contribuito a creare questo giornalismo. Il fattore principale secondo Davies è la commercializzazione che permea sempre più profondamente il settore dell’informazione. Vi riporto alcuni esempi di questo trend, affidandomi alla memoria:

Riduzione del numero dei giornalisti, aumento della produzione: meccanismo alquanto semplice, quasi lapalissiano, se in passato un giornalista doveva produrre (per ipotesi, i numeri esatti li trovate nel libro), 1 articolo di 1000 parole al giorno e nel giornale in cui lavorava v’erano altri 100 giornalisti, ciascuno aveva un carico di lavoro relativamente limitato che consentiva ricerche e approfondimenti. Dagli anni ’80, i maggiori media hanno cominciato a tagliare posti di lavoro, perché i giornali erano sempre meno remunerativi e al contempo hanno chiesto a chi restava di aumentare la produzione, scrivendo sempre più pezzi. Questi tagli hanno colpito in particolare i settori periferici dei giornali (redazioni locali) e, soprattutto, hanno colpito a cascata: dai grandi giornali nazionali, i tagli sono arrivati ai giornali locali, alle piccole radio private etc. etc. inaridendo complessivamente il sistema di fonti che portava all’attenzione del grande pubblico le notizie.
Il risultato è lampante: se in passato un giornalista poteva contare su 4-5 ore per 1000 parole, ora ha metà del tempo per scriverne 3.000 o più. Logicamente, così non può verificare i fatti e le fonti.
Per scendere nell’esempio concreto, Davies riporta che fino all’inizio degli anni ’90 ogni giornale aveva molteplici giornalisti dedicati alla cronaca giudiziaria, ciascuno che seguiva sostanzialmente un tribunale. Oggi un giornalista deve coprire più corti e giurisdizioni, col rischio che non scopra casi che altrimenti meriterebbero l’attenzione.

– PR: simultaneamente, è cresciuto il potere delle società che si occupano di comunicazione, non solo pubblicità, ma tutto il comparto dei rapporti coi media. Questo è in parte collegato al punto precedente: dove sono andati a lavorare quei giornalisti? Esatto, nelle public relations.
Così, questi esperti controllano il flusso delle informazioni, dando il loro taglio, il loro timing alla storia (in genere è sempre la prima versione a prevalere), producendo tout court delle notizie, magari per piazzare un prodotto o un fatto che interessa a loro ma di nessuna rilevanza.
Anche a causa di questa concorrenza nel “produrre notizie” e limitata capacità di analisi e selezione dei giornalisti, accade che per avere spazio sui media alcuni enti (ONG o altro) esagerino i fatti che vogliono far pubblicare, ad esempio producendo versioni sintetiche di un’analisi assai più lunga e complessa nella quale compare solo un bel numerone impressionante (“diecimila morti a causa della siccità nel paese X“).

– Market bias: se i giornali sono prodotti in un loro mercato, sono fatti per vendere (e generare profitti). Accade, dunque, che gli stessi selezionino i fatti da riportare o il taglio da dare ad un fatto in base all’impatto commerciale che lo stesso avrà sulle proprie vendite. Detto altrimenti: quante copie vende “bambina violentata da extracomunitario” rispetto a “complessa manovra di politica economica proposta dal governo in carica, che cerca i voti per farla approvare in parlamento…“?
Ciò si riflette sia nella semplificazione estrema e mancato approfondimento delle notizie, sia (come detto) sulla selezione dei fatti e il taglio con cui vengono riportati: si preferiscono notizie “ad impatto”, scandalistiche o con elementi shockanti (gore) e si riportano proprio enfatizzando (esagerando, magari inventando di sana pianta) questi aspetti della notizia. L’esempio più tristemente celebre è il Daily Mail britannico, ma pensate a certe pubblicità di Save the Children (sic).

– Verbatim: conseguenza di quanto sopra, visto che manca il tempo, i giornalisti si rifanno sempre più testualmente a quanto riportano le agenzie di stampa o “producono” i responsabili media. Lo studio dell’università di Cardiff riporta dati sconcertanti sull’uso del “copia-incolla” da parte dei maggiori quotidiani britannici: se ben ricordo, mediamente oltre il 70% del testo degli articoli è ripreso “pari pari” dalle agenzie di stampa o comunicati (alcuni dati al link a fine articolo). Davies riporta addirittura di VHS di “servizi giornalistici” preconfezionati da agenzie di comunicazione.
Fateci caso, specie con alcuni servizi televisivi: è divertente e shockante allo stesso tempo vedere quanto sono “preconfezionati”.

– Trustworthy: venendo sempre più a mancare le fonti e il tempo per verificare i fatti, si arriva a selezionarne alcune come maggiormente attendibili, quindi da non verificare. Il caso classico che Davies cita è quello delle fonti governative, che così possono imporre la loro versione dei fatti, perché nessuno si premura di verificarle.

– Manipulation: in cima a tutto ciò, resta ovviamente la cara buona vecchia manipolazione (governativa, pubblicitaria…)

Sicuramente dimentico qualcosa. E sicuramente il mio breve riassunto non dà l’approfondimento che Flat Earth News meriterebbe. Il libro, purtroppo, è disponibile solo in inglese. Ma ve ne consiglio caldamente la lettura.

Dopo potremmo tornare a disquisire del churnalism di quei titoli (e di altri).

https://en.wikipedia.org/wiki/Churnalism

Pensionisticamente

Aka: storie di ordinaria partita IVA.

Nota: anche se alcuni dettegli (ad esempio gli importi) sono stati modificati, l’intera vicenda si basa su fatti realmente accaduti.

Il nostro protagonista, che chiameremo Tizio, lavora con partita IVA ed iscrizione “agevolata” alla cassa di previdenza dell’ordine professionale d’appartenenza (avvocati), la cui iscrizione è obbligatoria.
Tizio decide di sospendere la propria attività professionale per recarsi all’estero per un cosiddetto gap year (girare attorno al mondo fumando cannoni, direbbero i responsabili del suddetto ordine professionale). Durante questo gap year, Tizio svolge occasionalmente la propria professione, emettendo 2 (diconsi: due) fatture per un importo totale di 1.000 €.
Tramite il proprio commercialista, Tizio dichiara regolarmente l’importo incassato e, a tempo debito, vi paga le relative imposte.
Di questi 1.000 €, infatti, Tizio ne versa circa 670 in tasse (IRPEF). Fin qui tutto bene.

Dico “tutto bene” senza ironia o sarcasmo. Si potrebbe discutere della proporizione o sproporzione dell’importo, ma quello -semmai- lo affronteremo in seguito.

Nel frattempo, Tizio continua a pagare gli importi dovuti alla cassa di previdenza del proprio ordine professionale (importo non noto, ma di svariate centinaia di euro l’anno).

A tempo debito, Tizio compila la dichiarazione annuale da sottoporre a suddetta cassa di previdenza per l’ulteriore pagamento previdenziale. Avendo (evidentemente), nell’anno precedente, fatturato meno dell’importo dal quale scattano i successivi scaglioni, la cassa in questione gli addebita l’importo minimo.
In particolare, al netto delle tasse pagate, Tizio comunica alla cassa un guadagno di 330 €. E la cassa gli richiede un importo base di circa 950 €. Poco meno di tre volte quanto guadagnato.

Al termine dell’operazione, Tizio un pò basito ed un pò incazzato procede all’invio telematico alla simpatica cassa della documentazione e, al momento di confermare l’invio, gli appare un messaggio della cassa in oggetto la quale lo informa che “non avendo raggiunto il livello minimo di volume d’affari (Euro 10.300,00) gli sarà riconosciuta un’anzianità previdenziale di soli sei (6) mesi anziché un anno“. Per “sanare” la cosa, Tizio potrà pagara una rata integrativa pari …ad ulteriori 950€.

Riepilogando il gap year di Tizio da prospettiva fiscale:
– fatturato: 1.000 €
– IRPEF: 670 €
————– reddito netto: 330 €
– previdenza professionale obbligatoria: 950€ per 6 mesi d’anzianità / 1900 € per 12 mesi
> totale da pagare: 2.570 € per un incasso di 1.000; “guadagno” per l’anno in questione: -1.570 €

Il tutto, ovviamente, al netto di qualsiasi spesa professionale Tizio sia incorso nell’anno in oggetto (quota di iscrizione all’albo professionale, obblighi di formazione, assicurazione obbligatoria…).

Sto cercando di non fare polemica su questa vicenda, forse c’ho perso anche un pò il gusto (a fare polemica). Ma sinceramente, non posso non notare che v’è qualcosa che non va in tutto questo…

Giustamente, in tanti si preoccupano delle condizioni (economiche e non) del lavoro dipendente. E ne hanno ben ragione. Qualcuno (leggasi: per lo più i “berlusconiani” e qualche leghista) si preoccupa anche delle condizioni delle “partite IVA”, peccato lo facciano sempre dalla prospettiva di quelle partite IVA che sono iscritte alle relative professioni ormai da decenni e tendenzialmente con redditi di svariate decine di migliaia di Euro l’anno.
Quasi nessuno, che io sappia, parla di quel mondo di partite IVA con redditi ridicoli e nessuna garanzia sociale e ancor meno prospettive pensionistiche (ci aveva provato Civati e Possibile alcuni anni fa, ma senza successo elettorale, mi pare anche questa voce sia stata affossata).
Eppure, quando diciamo che “il mondo del lavoro è cambiato” diciamo esattamente questo: esiste un “esercito di riserva” di partite IVA che non godono e non hanno mai goduto del welfare di massa costruito per il lavoro dipendente. Solo che, nel frattempo, il lavoro dipendente è diventato quasi una nicchia e la massa si è trasformata in questi “autonomi”.

In tutto questo, si possono fare diversi ragionamenti: perché tutto questo è accaduto? E’ reversibile? Come ammortizzarlo?
Tralascio il perché, che è discussione troppo ampia e non necessariamente immediatamente trasferibile sul piano di policy. Alcuni partiti (una certa parte del PD, ad esempio) pensano soprattutto a come far tornare centrale il lavoro dipendente – cosa giustissima, ma che si scontra con fattori strutturali (e temporali) tali da renderlo ben difficile.
Quasi nessuno, che io sappia, ragiona politicamente su come dare diritti a questa massa. Perché se una partita IVA godesse della stessa assicurazione sanitaria o pensionistica di un dipendente, allora di per sé essere partita IVA non sarebbe più un problema. Perché essere “di sinistra” dovrebbe voler dire “essere dalla parte di chi non ha diritti”.

Nota a margine: personalmente non sono un fan della polemica sulle “colpe” dei sindacati. Tuttavia, in tutto questo, credo un pò di colpa anche i sindacati l’abbiano…

Appunto (auto)riflessivo sull’identificazione linguistica dei gruppi

Prendendo spunto da questo post di Gaberricci, sono tornato su una mia vecchia riflessione sul linguaggio utilizzato per identificare i gruppi minoritari, nello specifico le persone “di colore” (sic) presenti in Italia.

Riflessione che faccio anche per me, ovviamente: possibile non trovare qualcosa di meglio per indentificare quel gruppo umano piuttosto che “di colore”?
Trovo la cosa sinceramente disarmante: in Italiano (ma anche in inglese), oggi, non esiste (a mia conoscenza) un concetto per idenficare questo gruppo senza un background offensivo. Unica -parziale- eccezione “afro-“, che tuttavia si applica solo a casi ben definiti nei quali vi è una sorta di shared identity (e anche su questo vi sarebbe da discutere).
Le possibilità, a me note, sarebbero cinque:
1) “nero”
2) “di colore”
3) “africano”
4) “afro-” (afroitaliano, afroamericano, afroeuropeo)
5) indicare la specifica nazionalità d’origine (ghanese, congolese…)

Le prime due, a mio modo di vedere, soffrono di un’inflessione vagamente razzista (ma neanche troppo occulta) – anche se magari non ce ne rendiamo conto, “coloured” in inglese rimanda terribilmente all’apartheid.
La terza, generalizza esageratamente un gruppo che in realtà è assai più variegato di quanto comunemente si intenda (e, dunque, per molte ragioni andrebbe distinto).
La quarta richiede l’abbinamento ad un’altra identità che assume in qualche modo un tratto dominante (e, dunque, potrebbe essere tacciata essa stessa di razzismo) e non è sempre presente, identificabile o rilevante nel contesto.
La quinta, infine, rischia di cadere nel vizio opposto di frammentare eccessivamente un’identità in sotto gruppi, oltre a richiedere competenza nell’identificare gli stessi che potrebbero non essere accessibili (quanti di voi saprebbero distinguere una persona originaria della Nigeria da una del Sudafrica?), inoltre la nazionalità potrebbe non essere il tratto identificativo primario per quel gruppo (ma, d’altronde, identificarli per gruppo etnico -es. xhosa- sarebbe ugualmente problematico).

Lancio qui la questione, senza possibilità per me di risolverla. Né, d’altronde, sarebbe possibile o corretto che a risolverla fossimo solamente noi “bianchi”. Spero quindi: a) che qualcuno -magari degli interessati- voglia dare il suo contributo; b) di aver instillato in tutti noi una minima provocazione per la prossima volta che andremmo a scrivere o dire a proposito di persone “di colore”…

– – –

Annotazione successiva: i commenti mi hanno fatto ricordare che anche in inglese la discussione è aperta.
L’ultima versione “politically correct” che ho potuto apprendere è quella di utilizzare la categoria POC – people of colour per tutti coloro che sono non-bianchi (quindi anche asiatici, latinoamericani, indios, aboriginei).

Absit iniuria verbis – Ancora non siamo fuori dall’introduzione

Un appunto in merito al mio personalissimo parere sul fatto che quello in oggetto sia effettivamente un “contratto”: come in parte spiegato nelle mie risposte, se anche ritengo il documento in oggetto un “contratto” a tutti gli effetti, occorre considerare fra chi (e con quali implicazioni). Non credo certo sia un contratto fra M5S e Lega, bensì si potrebbe ritenere un contratto fra il sig. Salvini e il sig. Di Maio (infatti son loro, qualificati, a firmarlo). In questo senso, fra loro, è secondo me astrattamente ipotizzabile che uno chiami l’altro a rispondere di inadempimento (occorre vedere il contentuo del contratto per valutare come).

Ovvero, Absit iniuria verbis – Ancora non siamo fuori dall’introduzione, commento semi-giuridico al “contratto di governo” in stile italiano.

Banalità

Sono passati più di 50 anni dalla pubblicazione de “La banalità del male“, altrettanti dall’esperimento di Milgram, più di settanta dagli eventi che li hanno ispirati…

…e ancora ci ritroviamo ad osservare foto come questa?

Children who crossed the border at a processing center in McAllen, Texas.

Fonte: The Guardian

Per tacere dei fatti di casa nostra (chiudere i porti, schedare persone….).

Sarò banale io, ma non posso fare a meno di domandarmi cosa passi nella testa di quei poliziotti, assistenti sociali (se ne sono stati coinvolti), guardie di confine, ufficiali giudiziari, responsabili di quei “campi”, responsabili della varie agenzie governative… cosa passi nella testa delle migliaia di persone coinvolte nel mettere in pratica l’ordine presidenziale di Trump.

Tanto per parlare di banalità del male.