non spendo ulteriori parole (Grillo)

Francamente non capisco questa rinnovata indignazione per il posto di Grillo con il vergognoso fotomontaggio della cancellata di Auschwitz.
Niente di nuovo sotto il sole.

Io stesso stavo per scrivere un lungo ed articolato post nel quale esprimere la mai indignazione, schifo e rabbia.
Ma mi son reso conto che è del tutto inutile: avrei ripetuto argomenti che ho già ampiamente e diffusamente trattato altrove (come io, molti altri e molto meglio di me), senza alcuna possibilità di condurre alla ragionevolezza i suoi agguerriti sostenitori.

Quindi, non ha senso.
Non ha senso perdersi in mille altre parole, mille altre polemiche, mille altri commenti.
Non ha senso e dirò solo, semplicemente, che mi fa schifo questo modo di comunicare.
Questo, per me, non è né fare spettacolo, né tantomeno fare politica. E’ solo clamore, scandalo.
E lo scandalo, da sempre, nasconde il vuoto. In fondo l’ha detto Grillo stesso di non capire un accidente.

E allora rimando a quanto già scritto in passato.

il ventisette ed io

Terza partita del torneo, mi schierano titolare. Ala.

Li avete visti? Loro sono fisici ma poco mobili. Quindi diamo sempre supporto nel placcaggio, fissiamo il punto d’incontro e allarghiamo il gioco” ci dice il mediano d’apertura durante il riscaldamento.
Ed ha visto giusto. Sono grossi, ma fermi.
I loro trequarti sono quasi sempre presi in mezzo ai raggruppamenti e al largo restano isolati: avremmo sempre il sovrannumero all’ala. Peccato non riuscire a sfruttarlo.
Il nostro primo centro, Hubert il francese, prende una bella palla, scambia rapido col secondo centro e si allarga di nuovo infilandosi all’esterno per ricevere nuovamente l’ovale. Siamo quasi a bordo campo, così io mi infilo all’interno fra i due per seguire.
Hubert, purtroppo viene placcato prima di liberare la palla. Peccato.

Ripartono loro.
La loro ala non mi impressiona: è magretto, che in questo sport vuol comunque dire più grosso di me. Ma meno della media.
Sorprendentemente, giocano veloce.
I nostri centri sono spiazzati. Loro scambiano rapidi l’ovale: primo centro, secondo centro, ala… Mi ritrovo, unico dei nostri a poterli placcare, a “navigare” fra il secondo centro e l’ala: mi volto verso il centro, ma devo tenere sotto controllo anche l’ala. Visto che nessuno arriva e lui si sta involando in meta, mi butto deciso sul centro.
Lui libera immediatamente il pallone, passandolo all’ala. Allora mi giro su me stesso, lo agguanto alle gambe e lo tiro giù con tutto il mio peso.
A terra, stronzo!

Ripartono, nuova azione.
Li abbiamo riportati indietro e ripropongono lo stesso schema.
Solo che stavolta hanno fatto una cambio o si sono scambiati i ruoli senza che lo vedessi: all’ala, ora, hanno un marcantonio grosso due volte e mezza più di me. Il n. 27. Me lo segno. Mi da almeno una ventina di centimetri in altezza, per non parlare della stazza.
La scena si ripete: mediano-centri-ala. L’ala si lancia e prende velocità.
Immaginate un tir che vi punta e vi attraversa. Un tir con la palla ovale in braccio.
Ma mica lo posso far passare! Di nuovo, mi butto su di lui, lo afferro con tutta la forza che ho, faccio perno sulle gambe per rotare e lo trascino fuori dal campo. Out. L’azione è fermata, hanno preso qualche metro, ma neppure troppi. Ripartiranno con unatouche.
Ripartite da qui, stronzi!

C’è poco da fare: placcare un’ala grossa due volte e mezza più di te, lanciata in velocità
e trascinarla fuori dal campo è una delle maggiori soddisfazioni che sia concesso di vivere!

Ruanda, vent’anni dopo

redpoz:

Alcune mie riflessioni sul Ruanda a vent’anni dal genocidio…

Originally posted on i discutibili:

Anche a distanza di vent’anni non è facile parlare di cosa è accaduto in Ruanda durante quei cento giorni fra aprile e giugno 1994.
Non è facile perché è terribile. Non è facile perché tuttora alcuni fatti non sono affatto chiari.

Le verità ancora nascoste sono molte: dalla domanda su chi abbatte l’aereo del presidente Habyarimana la notte del 6 aprile a come poté accadere tutto questoà la machete; da dov’erano gli occhi del mondo alle varie responsabilità locali; dai falsi miti etnici ed economici alla storia della colonizzazione; dai risultati del Tribunale alla “riappacificazione” tuttora in corso; dalle responsabilità internazionali alle implicazioni geopolitiche nella regione…

Negli anni scorsi, una commissione tecnica francese incaricata dal Parlamento ha cercato di rispondere alla prima domanda. Arrivando persino a compromettere i rapporti diplomatici con Kigali.
Ad oggi, il mondo si divide fra quelli che accusano gli uomini più vicini al…

View original 805 altre parole

dolce Enrico

Chi legge questo blog sa che non ho mai avuto particolare passione per Veltroni. Ma una cosa devo riconoscerla: forse non sarà un grande politico, forse non sarà neanche un grande regista, ma è un bravo narratore.

Quando c’era Berlinguer” è, come dice Asja con un giudizio che non potrebbe esser più perfetto in così poche parole, “un film dolce come la foto di Berlinguer bambino“.
Dolce come il ricordo di Enrico. Duro come un giudizio sui trent’anni che ci separano da quel triste giugno 1984.
Non ve lo nascondo, io che pure non appartengo a quella generazione non ho saputo trattenere le lacrime in diversi passaggi del film: davanti alle scene di Piazza San Giovanni che si stringe nell’ultimo abbraccio; davanti alle lacrime di chi c’era allora; davanti ai sette secondi di applauso che l’assemblea dell’URSS riserva a Berlinguer nel 1977; davanti a Mastroianni con gli occhiali scuri al picchetto d’onere del feretro; davanti all’ultimo saluto di Pertini appoggiato alla bara…

Volevo e non volevo vederlo questo film: l’idea di andare era nata quasi per “dovere di partito”, sfumata nell’enorme partecipazione popolare della serata di presentazione (già commovente di per sé), ripescata nei giorni successivi soprattutto per il giudizio di Asja o per condividere in spirito qualcosa con lei, sino all’emozione ultima di trovarsi di fronte a questa storia.

Esco dalla sala e son muto. QC_Berlinguer_Verticale_180214_03-716x1024
Non so cosa dire di fronte alla narrazione, al ricordo privato e collettivo di una persona come Enrico Berlinguer.
Certo, Veltroni non perde la vena narrativa emozionante e coinvolgente: come fra gli ulivi di Spoleto, anche rievocando IL Segretario, Veltroni sa ripescare in noi tutte le nostre emozioni più intime e pronfonde, personali e politiche. Le emozioni di una storia comune, le emozioni anche di chi -come me- quegli anni non li ha vissuti, ma condivide inevitabilmente idee ed ideali che si sono radicati anche attraverso la persona di Berlinguer. Non a caso, Natalia Ginzburg citata nel finale ricorda come, al momento della sua morte ciascuno si rese conto di avere con Berlinguer un rapporto personale, profondo, anche se l’aveva soltanto ascoltato ad un comizio.
Come dice Jovanotti intervistato: “in Italia la parola ‘comunista’ è Berlinguer“. Perché, come già cantava Gaber “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona“, già questo (incarnazione della questione morale, dell’austerità) basterebbe a spiegare il balzo al 30% del PCI negli anni ’70.
Il regista inserisce anche molti suoi tratti personali, che forse rendono il film un ricordo troppo soggettivo.
Ma accompagnando alle interviste dei compagni di allora le analisi su i principali passaggi politici di Berlinguer, rende giustizia alla sua grandezza enorme, alla sua straordinaria lungimiranza, alla sua onestà infinita.

Anche aldilà dei tratti emotivi, inevitabili, infiniti sono pure gli spunti di riflessione sul percorso politico del PCI, di Berlinguer e sull’Italia.
Primo fra tutti la lettera di Berlinguer dal carcere di Sassari nel 1944, dove condanna l’apolitica come nuova forma di fascismo. Seguito inevitabilmente dall’immenso coraggio nell’intervento sulla democrazia per il 60° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre e dal compromesso storico. Ma anche dall’Eurocomunismo  e, dulcis in fundo, la questione morale ed i rapporti con Craxi.
Due battute non su Berlinguer: sull’UE, occorre riconsocere la grandezza del progetto, capace di includere in sé già negli anni ’70 forze come i partiti comunisti; su Craxi, per emettere un giudizio definitivo sul quale basterebbe ripensare a come lo giudicava IL Segretario del PCI negli anni ’80.

Esco dalla sala e non posso fare a meno di mormorare: con lui, nel 1994 avremmo vinto.

cercando il luogo di una vita 2, mezza risposta o forse update

Curiosando per il blog mi sono ri-imbattuto in un mio vecchio post nel quale ragionavo sul “luogo” della vita.
Credo che molte di quelle considerazioni siano ancora attuali, ma vorrei provare ad aggiornarle, ad aggiungervi quacosa… forse una risposta o forse un semplice pezzetto in più.

Ora, lo so che non ho il diritto di dire quel che sto per dire. Non ne ho il diritto perché è una riflessione che tira in ballo altre persone (un’altra persona) che di tutto ciò non sa nulla (almeno, non in questo modo) e che certo avrebbe molto da obiettare se lo sapesse (molto, ma in fondo le sue obiezioni sono una delle cose più positive che potrei immaginare a riguardo).
Ma non posso fare a meno di… esplicitarlo, perché in fondo negli ultimi giorni è proprio questo che son giunto a pensare.

Comunque, scrivevo:

Eppure non c’è nulla che mi tratterrebbe qui, in qualche modo è come se non ci fosse un futuro.
Almeno, non il futuro che vorrei.
Certo, un dato non secondario è che non ho né una famiglia mia qui, né legami affettivi così stringenti (un amore dal quale non potrei mai separarmi, ecco). Questo mi costringerebbe a ripensare il mio futuro, la sua collocazione e le sue prospettive

Sebbene abbia appena inviato un’application per un lavoro in Indonesia, oggi farei fatica ad andarmene.
Almeno, farei fatica ad andarmene come pensavo in passato: senza la prospettiva di tornare.

In quel primo post, anni fa, citavo un’amica che diceva “home is where the heart is” e il punto, molto semplicemente e senza tanti sofismi o ghirigori filosofici, è semplicemente questo. “Casa” è dov’è il cuore.

Così, ad oggi, non sento ancora di essere legato a questo luogo come “casa”, ma sento che mi costerebbe tantissimo lasciarlo ora. Troppo, forse (per quanto, senza dubbio, tutto guarisce). Le cose vanno come vanno, ma -ad oggi- non mi sento di lasciarle andare. Forse è stupido. Molto probabilmente lo è. Ma è così.
Ma sento che se partissi domani per non tornare lascierei qui qualcosa. “Qualcosa”. Oggi, se partissi, sentirei di lasciare qui qualcosa che non voglio lasciare. Sentirei di tagliare un filo che non voglio tagliare.
A dirlo francamente, sento che lascierei qui un pezzo di me… Scusate la smanceria.
Così semplice.

Ecco, per tornare al discorso che facevo in quel vecchio post, direi che oggi il mio “luogo” è qui. O, comunque, non troppo distante da lei.
Qualunque sia questo “qui”, questo luogo, ha poca importanza. Potrebbe facilmente essere dall’altro capo del mondo, purché non sia distante da lei.

E’ un discorso terribilmente stupido. Lo so e lo odio.
E’ stupido perché obbliga e lega solo me. Mi lega a qualcosa cui non vorrei esser legato, come questa città, questo paese, questa regione. Ma mi lega e mi stringe e non riesco a liberarmene. Mi lega in un modo che più stupido non potrebbe essere, perché mi lega “al vento”, al nulla.
E lega solo me, per cui lei potrebbe domani partire e non tornare mai più senza che io ne sapessi nulla, che potessi reagire (ah, cosa darei perché mi si desse almeno la possibilità di reagire)… E, nel legarmi, mi preclude e fa scivolar via tante possibilità, tanti desideri che fino a poco fa erano vivisissimi.

Ricordo che anni fa, in un’altra città, in un’altra epoca della vita, mi trovai in una condizione simile. Anzi, simile e diversa: c’era Christin a pregarmi silenziosamente di non partire, di trovare un modo per restare. Avrei potuto. Avrei voluto. Mi sentivo legato a lei, ma forse non così legato come mi sento oggi, che è un’assurdità, un’idiozia incredibile. Ma ero troppo giovane per capire cosa comportavano le mie scelte, mi pareva tutto facile e che tutto potesse sopravvivere ai kilometri che l’aereo metteva fra noi. Lei, invece, lo capiva.
Una situazione simile, dico, perché certamente lei si sentiva legata a me. Ed io a lei. Ma una situazione differente, perché non avevo ancora capito l’importanza della co-esistenza, dell’essere nello stesso luogo.
In fondo, non c’è “concentrazione” più importante di questa. Di quella che concentra nello stesso luogo due persone altrimenti distinte, separate, distanti.

Mesi fa, discutevamo su i discutibili e altrove di cosa vuol dire amore… Non posso dire di aver trovato una definizione (un’altra), anche perché questa si presta a troppe forzature.
Ma, perlomeno, credo sia parte della sua comprensione.

una sera di febbraio ho incontrato Muhamad Alì (simba katika kinywa mbwa mwitu)

Questo post dedicato è dedicato alcune persone,
alcune persone cui devo molto nel momento in cui lo scrivevo.
Non li nomino chiaramente perché loro sanno già chi sono,
perché, perché ‘sti cazzi…

-respiro, respira-

Mi presento.
Mi chiamo Redpoz, ci siamo incontrati l’altro giorno di circa cinquecento giorni fa. Quarantasei milioni di battiti del cuore, o dodici milioni di respiri.
Son nato un giorno che tanti ritengono significativo, speciale, un giorno che io non sopporto. Ho studiato, con riluttanza, giurisprudenza. Ho un sogno che non dico mai, a nessuno, perché temo che appena arrivi un soffio di voce, quel sogno svanisca come si solleva una nebbia leggera. E ho voglia di fuggire lontano. Ma, mi dicono, voler fuggire lontano non è che un modo per cercare di fuggire da sé stessi e non riuscirebbe neanche se fossi Eddy Merx.
Francamente, non mi interessa nulla di Parigi. Neanche di Londra.

Ma non è di questo che voglio parlarvi.

Una sera di febbraio ho incontrato Muhammad Alì.
Mi è piaciuto subito, Alì. Non so spiegarvi perché. Aveva dei bei occhi, Alì. Occhi che sono un segreto, un segreto profondo e invitante. Un segreto che catturava e distraeva. Ma più cercavo quegli occhi, più mi si palesava un mondo. Immagino anche questo sia un viaggio di scoperta. E quel mondo mi attanagliava, mi attanagliava dolce e violento come l’abbraccio di un placcaggio.
Mi sentivo forte assieme ad Alì, mi sentivo forte di fronte a lui. Mi sentivo coraggioso. Cuore Corazza. Vederlo ballare sulle corde era uno spettacolo: tutto sembrava così facile che chiunque poteva illudersi di riuscirci.
Alla fine, ballavo anche io: goffo e distruttivo come un elefante in cristalleria.
Non eravamo a Kinshasa, non alzò mai le mani su di me. Ma alla fine tornai a casa come George Foreman.

Quando incontri Alì, torni sempre a casa come Foreman.
Ma hai sempre incontrato Alì. E va bene così.
Le ferite si rimarginano, appena si deciderà di scoprirle. Di riconoscerle. E l’orgoglio è quello meno battuto.

Ma di fronte ad Alì ti senti forte, ti senti coraggioso. Ti senti persino intelligente.
Forte, coraggioso, intelligente, senza neppure bisogno di un’alba di tequila.
Così, gli ho detto “Alì, posso darti un pugno? Solo per sentire com’è“. Lui ha fatto solo un cenno con il capo.
Io di fronte ad Alì mi son sentito von Clausewitz. Mi son sentito Foreman. Ho pensato: “Se lo colpisco abbastanza forte, abbastanza velocemente, posso restare in piedi“.
Ho colpito Alì una prima volta. Lui è rimasto impassibile. Allora, ho pensato, posso colpirlo di nuovo. E di nuovo. Quattro volte ho colpito Alì, senza smuoverlo di un millimetro. E più cercavo di spostarlo, più diventavo goffo: avevo sempre più fretta, diventavo sempre più irruento. E più ero irruento, più ero inefficace.
Ancora una volta alla breccia, mi dicevo, senza rendermi conto che quella breccia era come il Mt. Meru, una montagna troppo alta da scalare, una montagna lontana di cui non si vede la cima, persa nella notte.

Alla fine ho sentito il vuoto. Disarmato, fermo dov’ero all’inizio. Allo sbando.
E’ difficile descrivere il senso di disarmo, di vuoto, che ho provato in quel momento. In spirito, mi sentivo ancora pronto a lanciarmi ancora una volta sulla breccia. Sentivo di non essere sconfitto e che prima di sconfiggermi, avrebbe dovuto uccidermi. Ma non avevo più nulla da imbracciare per cercare di superarla. Mi sentivo come in un vecchio duello nei film western, dove dopo aver sparato qualche colpo a vuoto credevo d’avere finalmente un bersaglio chiaro, ma la pistola scarica. Credo sia un pò il finale anche de “I duellanti“.
Solo un’altra volta provai una sensazione simile. La ricordo molto vividamente, come una cicatrice che vibra appena solleticata. Mi sentii come un papa cui avessero confessato che dio non esiste.

Fair is fair, Alì ha alzato un braccio, mi ha colpito dolcemente con quei pugnetti che si scambiano tra amici. Mi ha colpito così un paio di volte ed ogni volta il suo, più che un pugno, sembrava un abbraccio.
Non aveva bisogno di esercitare forza, di sprigionare potenza, Alì. I suoi pugni erano precisi, controllati, dolci, chirurgici, gentili. Come i gol di John Charles. Così gentili che neppure ci si rende conto d’esser stati colpiti. Quasi volesse chiedere scusa con i pugni. Non aveva bisogno di usare l’artiglieria, lui, quando poteva pungere come un’ape.
Alla fine, atterrato, gli ho detto “Alì, ti prego, dimmi, almeno ho fatto bene?“.  Ora, né Alì, né io, parliamo swahili. Né si parla dove Alì e io ci siamo incontrati, né in Congo. Ma Alì mi ha risposto “Simba katika kinywa mbwa mwitu. Sei stato splendido“.
Mi son rialzato mentre la luna contava i secondi del mio k.o., ho raccolto le mie cose ed ho capito che era tempo di andare, Alì aveva sicuramente un altro incontro, un altro ring ad aspettarlo, un altro avversario. Era tempo di lasciarci.
Because you’re tired and it’s getting late, because you’re lonely and it’s getting very late” gli ho detto. O, più probabilmente, molta parte di quello l’ho in realtà detto a me stesso. Mi piaceva stare con Alì, ma sapevo di non poter esser io a trattenerlo.
Ma il peggior modo di morire è rimanendo vivi.
Alì mi ha abbracciato e, stavolta sì, il suo abbraccio è stato un pugno. Il più forte. Potevo sentire contrarsi contro di me tutti i muscoli delle sue braccia, quei muscoli che tanta potenza sapevano sprigionare e trattenere. E ognuno di quei muscoli mi trasmetteva energia, mi trasmetteva affetto. Mi ha dato tanta energia che per ore non mi son reso conto di quanto bene, di quanto forte mi avesse colpito.

“One warm february night, I’ve met Muhammad Alì (simba katika kinywa mbwa mwitu)”
-breath (I), breath (you)-

Let me introduce myself.
My name is Redpoz, we first met one day about 500 days ago. It’s like 42 milions of heartbeats or 16 milions of breaths.
I was born in a day that many people do consider meaningful, even special, and a day I can’t stand. I’ve studied, doubtful, law. I’ve a dream I do never say out loud, not to anybody, because I fear it might disapper like a light fog as soon as the slightest blow of voice comes. And I really want to run away. But, so they say to me, be willing to run away is nothing else but a way trying to escape from yourself. And it ain’t possible, not even if you are Eddy Merx.
Frankly, I don’t care for Paris. Not even for London.

But that’s not what I want to talk you about.

In a warm february night, I’ve met Muhammad Alì.
I immediately liked him, Alì. I can’t explain why. He had some beautiful eyes, Alì. Eyes like a secret, a deep and inviting secret. A secret capturing and distracting me. The more I was looking for those eyes, the more a world was appearing before me. I suppose, this is a real voyage of discovery. And that world gripped me, it gripped me sweet and violent like the hug of a rugby tackle.
I felt strong with Alì, I felt brave face to face with him. Corazon Coraza. Watching him dancing on the ropes was a spectacle: everything seemed so easy that anybody could have the illusion to do it.
In the end, I was dancing too: clumsy and destructive like an elephant in a glass shop.
We were not in Kishasa, he never raised his hands against me. But at the end, I went back home like George Foreman.

When you meet Alì, you alwayas go back home like Foreman.
Still, you met Alì. And it’s ok like that.
Wounds will heal, as soon as you’ll accept do discover them. To recognize them. And pride is the least hurted.

But face to face with Alì, you feel strong, you feel brave. You even feel intelligent.
Strong, brave, intelligent. All this even without a tequila sunrise.
So, I said to him “Alì, do you mind if I punch you just once? Just to see how it feels”. He just nodded with his head.
Face to face with Alì, I felt like von Clausewitz. I felt like Foreman. I thought: “If I punch him hard enough, fast enough, I can stand him”.
I punched Alì a first time. He remained unmoved. So, I thought, I can punch him again. And again. Four times I’ve punched Alì, without being able to move him of a millimeter. And the more I tried to move him, the more clumsy I became: I was more and more in a rush, I became more and more impulsive. And the more I was impulsive, the more I was ineffective.
Once more to the breach, I said to myself, without realizing that breach was like the edge of Mt. Meru, a mountain to high to climb, a far away mountain lost in the night, which you can’t see the end.

In the end, I felt the emptiness. Disarmed, standing still were I was at the beginning -in disarray.
It’s hard to describe the feeling of being disarmed, the emptiness I’ve felt in that moment. In my spirit, I still felt ready to launch myself another time to the breach. I did not feel beaten and I felt that before beating me, he would have had to kill me. But I had nothing I could embrache as weapon to try to get through that breach. I felt like in a old western movie, when after shooting sometimes in a duell and missing the target, I finally had a good one, but my gun had no more bullets in it. It seems to be the ending of “the duellists“.
Only one other time in my whole life I’ve experienced a similar feeling. I do remember it very cleary, it’s very vivid in my memory, like a scar that still vibrates when tickled by the hand. That time, I felt like a pope finally being told that god does not exists.

Fair is fair, Alì raised his arm and punched me with those friendly fists you give to your friends. He punched me like that a couple of times and each time, rather than a punch, it seemed a hug.
He did not need to use any strenght, nor to emit any power, Alì. His punches were so precise, so controlled, so sweet, so surgical, so gently. Like the goals of John Charles. So gently that you would not even realize you have been hitten. Like he was excusing himself with his punches. He did not need to use heavy artillery, when he could sting like a bee.
In the end, lying at the ground, I said to him “Alì, I beg you, tell me, was I good?”. You see, neither I, nor Alì speak swahili. Neither is spoken where Alì and me met, nor it is spoken in Congo. But Alì replied to me “Simba katika kiywa mbwa mwitu. You were amazing”.
I stand up, while the moon was counting the seconds of my k.o., I took my stuff and realized it was time to go, Alì had another match for sure, another ring waiting for him and another opponent. It was time to leave each other.
Because you’re tired and it’s getting late, because you’re lonely and it’s getting late” I said to him. Or, most probably, the largest part of that, I said it to myself. I liked being with Alì, but I knew I coudn’t hold him there forever.
But the worst way to die, it is remaining alive.
Alì hugged me and, this time for real, his hug felt like a punch. The strongest. I could feel all of his muscles contracting against me, those muscles capable of emitting and holding back such a great power. And each one of those muscles transmitted me so much energy, so much affection. He gave me so much energy that for hours long I coudn’t realized how good, how hard he had hitten me.

[nota per il lettore più diligente: dialoghi esclusi, le parti in corsivo sono citazioni. vi sfido a trovare tutte le opere menzionate]

recensione n. 34: the gatekeepers

La mia “non una recensione” su I Discutibili de “I guardiani di Israele, bel film documentario.

The Gatekeepers

The Gatekeepers

Non puoi ottenere la pace continuando ad usare strumenti militari” o “per loro [gli altri], fra l’altro, io stesso ero un terrorista. Il terrorista di uno è il combattente per la libertà dell’altro“…

Venerdì notte, per esempio, seppur in orario ostico per chiunque, mandavano in onda “The Gatekeepers“, documentario con le interviste a sei ex direttori dello Shin Bet, il servizio segreto interno israeliano.
Un documentario a dir poco eccezionale, a giudicare dalla franchezza con cui questi altissimi ex funzionari dell’intelligence parlano del lavoro svolto e delle questioni politiche che riguardano Israele. Prima fra tutte, ovviamente, quella dello Stato Palestinese.

In definitiva, un documentario straordinario, più unico che raro: un insider view dirompente su una delle questioni di sicurezza più importanti del secolo….

Continua su I DISCUTIBILI…..

42. Philip Roth

“La platonica unione delle anime? Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l’amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due”.

Philip Roth – “L’animale morente

cercando la felicità

Il caro intesomale oltre che farmi un immenso onore, ha appena scritto una cosa bellissima sulla felicità.

Lo riporto, perché merita e perché aiuta la comprensione di quanto proverò a dire:

… in un commento a un altro mio post dice qualcosa sulla felicità. E io gli rispondo, qui. A lui e a tutti coloro a cui voglio bene e che mi hanno raccontato dubbi: la felicità per me è essere stanchi sulla strada. Con un pacchetto di sigarette, un progetto, qualcosa da bere e un’idea (va bene anche sbagliata).

Il resto sono accessori per fauna da aperitivo.

Ecco, io non so se la sua definizione sia “giusta”, se mi vada bene. Forse non vi ho neppure mai veramente pensato.
La felicità è una puttana: ti piace, ti chiama, ti coinvolge e poi ti lascia. Sulla strada.
Più o meno come i cani quando è ora di partire per le vacanze.
E tu, come i cani, probabilmente all’inizio pensi “che succede? che ho fatto di male?“, ma dopo un pò ci aggiungi una dose abbondante di sovrapensiero e pensi che è proprio un inculata sentirsi felici quando sai che comunque non durerà.
Ma è anche bello.

Ma non è questo che pensavo, questo ve lo dico incidentalmente.
Pensavo a quella definizione: essere stanchi sulla strada. Cazzo, questa è vera.
Ad agosto dello scorso anno G è venuto dalla Francia per passare le vacanze assieme. Prima siamo andati sulle Dolomiti, poi in Toscana. Sulle Dolomiti l’ho portato per rifugi. Un giorno abbiamo scelto un “sentiero per esperti” e ci siamo trovati a scendere dentro un canalone ripido come la morte. La stanchezza e la felicità di arrivare a valle furono qualcosa di indicibile. Persino maggiori di quelle di arrivare in vetta.
Un giorno abbiamo sbagliato strada e non siamo mai arrivati alla meta che ci eravamo proposti. Ad un certo punto ho anche creduto che, persi nel bosco, non avremmo trovato il sentiero prima di sera. G proponeva di continuare a salire, io non sapevo che cazzo fare, tendenzialmente volevo scendere, come se fosse un giostra da cui poter smontare. Abbiamo girovagato nel bosco credendo di vedere sentieri ovunque per cinque o sei ore.
Alla fine, abbiamo visto delle case in lontananza, abbiamo ritrovato la strada e siamo ritornati a valle.
Non abbiamo mai raggiunto il rifugio che ci eravamo fissati come meta. Ma posso giurare che in quel momento sono stato felice. E non ero felice perché m’era passata la stupida paura di restare chissà quanto nel bosco. Ero felice e basta.
Ero felice per i piedi che facevano male; ero felice per l’acqua ghiacciata della fontana; ero felice per le mani sporche di terra ed ero felice per le spalle rotte dal peso dello zaino. Ed ero felice per la stanchezza che ti fa dire “basta!“, per quella stanchezza che tornati sul sentiero ci ha fatto decidere di rincasare anziché continuare.

Ecco, io non so se intesomale ha visto giusto con la sua definizione. Ma una cosa credo di poterla condividere con lui: la felicità è essere stanchi.
E’ sapere di aver dato quel che si poteva dare. E’ sapere di “averci messo i coglioni“.
Così, posso giurarvi che quando sono arrivato in cima al Mt. Meru piangevo dalla felicità. Se non l’avete provato, forse non potete capirlo.
Scriveva Albert Camus: “Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.
Bhè, io Camus non lo posso contraddire. Mai.

Ieri sera ero piuttosto incazzato, piuttosto demotivato e, in definitiva, direi infelice.
Non avevo fatto niente tutto il giorno.
Ore e ore mi erano scivolate fra le dita, inconcludenti.

Ecco, vorrei dirvi che la felicità è dare un senso alle ore che ci circondano, al tempo. E’ trovare una sfida e metterci i coglioni, poco importa se si avrà successo o meno. E lo dico pensando anche ad un’amica che passa proprio quel momento nel quale le sfide provocano solo ribrezzo, la stanchezza e l’assenza di motivazioni ci cresce dentro.
Lo dico sapendo che queste parole non convincono nessuno, soprattutto non convincono chi ne avrebbe bisogno. Ma lo dico lo stesso.
Lo dico sapendo che sto esagerando, che si ci mettiamo tutte queste precisazioni andiamo troppo lontano. Allora torniamo all’essenziale: la felicità è essere stanchi.

Provare per credere.

Certo, dopo un buon sigaro, qualcosa da bere ed un’idea -soprattutto sbagliata- aiutano.

il primo passo

Se mi chiedeste a che punto siamo, vi direi che quello di ieri è stato il primo passo.
In realtà, ce ne sono stati altri prima (quanti non lo so), ma in un certo senso ieri è stato il primo. Il primo di una ripartenza, se vogliamo.
Il primo passo di un percorso che non so quanto sarà lungo, né dove mi condurrà.

Avete presente il detto cinese (credo di Lao Tzu) “un viaggio di mille miglia comincia con un passo“. Ecco: qui non è così.
Non è così perché non so quante miglia ci saranno da percorrere, né so se la meta che mi immagino corrisponderà a quella che troverò alla fine del percorso.
Piuttosto, in qualche modo, mi sembra ci avviciniamo a quanto cantava Antonio Machado:viandante, non c’è sentiero / il sentiero si apre camminando“.
Ovviamente, mi sentirei più sicuro se il sentiero ci fosse e non dovessi andar io a perdermi per i boschi. Che forse è la cosa più pericolosa: un conto è andare senza meta, un conto ben diverso è averla, una meta, e non seguire un vero percorso per raggiungerla.

Ad ogni modo, vedremo.
Sono abbastanza soddisfatto di questo primo passo. Non è stato un “grande balzo in avanti“: non sono partito da Berlino ed arrivato a Hanoi con un solo passo, mi sono messo in cammino. D’altronde, non mi aspettavo altro. Non potevo certo credere che bastasse l’accenno del movimento per giungere già alla meta.
Ma questo primo passo mi fa sentire bene, per quanto piccolo. E’ un pò come quando vai a correre la prima volta: fa male, ma fa bene.

E’ un passo nell’incertezza, e questo non è facile da accettare. Vero.
Ma probabilmente dobbiamo re-imparare ad accettare l’incertezza.
Come recita una frase attribuita a William Sheddships are safe in harbour, but this is not what ships are for“. Allora andiamo, salpiamo e vediamo cosa ci riserverà il futuro. In questo momento son fin troppo ottimista e credo che, comunque vada, sarà bello.

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