Apologia, con beneficio del dubbio

Il Corriere riporta che la Germania avrebbe deciso di non conferire alcuna onorificenza ai poliziotti che uccisero Amri, l’autore dell’attentato terroristico a Berlino dello scorso dicembre.

La notizia è stata originariamente pubblicata dalla Bild Zeitung -e finora ripresa solo dal Corriere e da Focus.de– e riporta come motivazione della decisione del governo federale alcune foto e commenti di Scatà e Movio pubblicati su Facebook, nei quali gli agenti appaiono in pose fasciste (saluto romano) o esprimono commenti di encomio verso Mussolini e contro i “traditori” “infami”.
Secondo Stephan Mayer, espero di affari interni della CSU «la decisione del governo federale di non dare un’onorificenza a questi due poliziotti è assolutamente corretta a causa della loro ovvia attitudine neofascista» (“wegen deren offenkundig neofaschistischen Einstellung absolut richtig”).
Non potrei essere più d’accordo.

Tutto questo, va detto, col beneficio del dubbio, perché se è pur vero che la Bild pubblica due foto dei nostri poliziotti ‘fortemente indizianti’ (per usare un pò di gergo), resta il fatto che nessuna altra fonte riporta la notizia. Soprattutto: nessuna altra fonte diretta (Corriere e Focus la riprendono dalla Bild, senza altre fonti).
La cosa pare almeno in parte corroborata da Nextquotidiano, che pubblica alcune foto incriminate dei profili.

Detto tutto questo, vorrei tornare un attimo sull’articolo del Corriere, che si conclude così:

Ma non è questo il problema: le loro opinioni politiche sono un fatto personale. La questione vera è che non le hanno tenute per se stessi ma le hanno rese pubbliche sui social network. Anche qui, in fondo, niente di straordinario se non fosse che Scatà e Movio sono membri delle forze dell’ordine. E che la pubblicazione di loro opinioni estreme possa dare l’idea che certi poliziotti non sono sereni quando affrontano alcune delle questioni di ordine pubblico più delicate del momento, per esempio quelle che riguardano gli immigrati. Più in generale, anche la reputazione della Polizia può subirne un danno. Per non prendere nessun rischio, i tedeschi hanno comprensibilmente rinunciato a rendere loro onore. Peccato ma inevitabile.
[grassetto nell’originale, sottolineature mie]

Ora, vorrei chiedere al sig. Taino, autore dell’articolo, se davvero crede che qualificare simpatie (abbastanza palesi, mi pare) neofasciste di appartenenti alle forze dell’ordine come “un fatto personale” sia corretto. E se davvero crede che l’origine del problema sia esclusivamente da rinvenire nel fatto che gli agenti hanno (tra le righe: incautamente) pubblicato su Facebook e Instagram le loro opinioni politiche….
A me pare, in tutta sincerità, che Taino ricada nel trito motivo degli “italiani brava gente” e non voglia neppure per un istante riconoscere che, sì: c’è un problema.

Come minimo il problema è che abbiamo tanti (troppi) agenti che hanno ancora di queste simpatie neofasciste.
Ma, ben più grave è il problema che questa situazione non viene mai affrontata a livello istituzionale: non c’è in Italia un sig. Mayer che dice chiaramente che la cosa è inaccettabile e che scelte simili hanno conseguenze. No, da noi c’è il sig. Taino che fa la ramanzina su cosa si pubblica on-line e commenta che questo, in fondo, è un “peccato“….
Come se la “colpa” alla fine fosse dei tedeschi!

qualcosa non quadra

Non so quale sia la storia dietro questo post (apparso su Facebook, l’instantanea schermo è di oggi- 03.02.2017) -in realtà non voglio neanche saperlo, ma qualcosa non mi quadra…

Sono l’unico a pensare che ci sia qualcosa di sbagliato in questa forma di comunicazione di una multinazionale?
No, non mi riferisco al fatto che le multinazionali non dovrebbero fare politica (mettiamocela via: la fanno. e tanta. quindi è meglio che la facciano contro questi signori).
Né al fatto che le multinazionali -inclusa Starbucks- alla fin fine sostengono esattamente l’attuale sistema di sfruttamento che poi causa migranti, rifugiati, etc. etc….

No. Il problema secondo me è molto più radicale. Più nascosto. E più violento.

No so voi, ma personalmente sento che c’è una violenza enorme, strutturale, intima (come quella del linguaggio) in questo post…. quel “qualcosa di nero“. Lo sento enormemente sbagliato.
Perché associa persone ad oggetti (un caffe, ca**o!).
Perché le associa nel modo peggiore, strumentalizzando un carattere fisico peraltro già abbondantemente stereotipato.
Perché, in definitiva, utilizza lo stesso linguaggio di Salvini, Trump, Le Pen e compagnia cantante.

Non ci siamo. Non ci siamo proprio.

senza-titolo

Più che memoria, pratica (aka: non so nuotare)

Vale lo stesso scrivere della Giornata della Memoria anche se è appena passata?
Confesso che la ricorrenza comincia a darmi un pò la noia. Terribile da dire, lo so. Sarà forse (excusatio non petita) che ormai di genocidi ne ho studiati tanti, insomma: la materia ha perso la novità.
Sarà che, a suo tempo, quando ero a scuola, dell’Olocausto mi son fatto una discreta conoscenza e non credo che ripetere ancora ed ancora tutto questo cambi molto la mia posizione sulla questione.

Volendo essere un pò più precisi, sulla Shoah possono esistere due posizioni di fondo: quelli che lo considerano un evento eccezionale, praticamente irripetibile, almeno nelle sua modalità; e quelli che lo considerano un evento simili a tanti altri, un genocidio terribile, ma non unico.
Certo, esistono alcuni elementi unici all’Olocausto – ma personalmente non mi sento di considerarlo così unico.
Il guaio è che appena si solleva questa interpretazione, subito si arriva all’accusa di “antisemitismo”- qualunque cosa voglia dire.

Parlo, in discreta misura, da studioso e conoscitore della materia, ma non ho intenzione di fare lezione di storia / sociologia / politica del genocidio in un post.
Di sicuro, non per quelli passati.

D’altronde, anche per gli anni più recenti o per il presente, la retorica del “genocidio” dà abbastanza la nausea: ormai si grida al “genocidio” per qualsiasi cosa. Qualsiasi massacro può ricevere questa etichetta.
Sia chiaro, i massacri, in qualunque modo siano commessi, sono terribili, atroci e ripugnanti. Ma un genocidio è un’altra cosa. E partecipare al giochino delle etichette, andare a cercare una scala delle atrocità, è solo un modo per distogliere lo sguardo da molte di esse.
Così, meno di dieci anni fa, tutti a parlare di “genocidio” in Darfur– solo perché un giornale americano ed una combriccola di attori avevano deciso che quello era il caso, senza minimamente approfondire la questione.
Poi è arrivato (ancora meglio!) il “genocidio” dei cristiani in Siria / Iraq. Pietà.

Ecco, oggi la Siria è sulla bocca di tutti. Così come lo era il Darfur pochi anni fa. “Aleppo, Aleppo, Aleppo….
E nessuno guarda altrove.
Qualcuno, grazie Trump!, ricorda le migliaia di persone che muoiono fra Messico ed USA. Grazie Trump! Così abbiamo di che alternare le notizie.
Nessuno, invece, si preoccupa di andare poco più a sud del Mediterraneo, dove da circa 4 anni ormai va avanti l’ennesimo conflitto interno all’Africa, quello del Sud Sudan.
2.500 persone ogni giorno scappano in Uganda, Etiopia, Kenya. Più di quelle che lasciano la Siria in un mese…. ma tanto, quelli son negri.
Nessuno va ancora più a sud (ok, ad onor del vero, parecchi mesi fa qualcuno lo faceva), a guardare cosa succede in Burundi – altro paese sull’orlo del tracollo.

Ma cosa volete che sia… mica sono “genocidi” quelli!
Sbaglio o questa era esattamente la retorica del Ruanda?
Odio questo continuo rimando al Ruanda, però evidentemente alcune cose non cambiano mai…

Possiamo fare tutta la memoria che vogliamo: della Shoah, del Rwanda, di Srebrenica. Anche della Cambogia, se volete (ma già qui non si vuole poi così tanto).
E tutto si ferma lì: un film ogni tanto, magari una marcia, qualche candela. Tutto molto bello. E inutile.

L’altro giorno un migrante è morto nel Canal Grande a Venezia. Nessuno che ha pensato di tuffarsi per cercare di salvarlo.
Allora a che serve una Giornata della Memoria? C***o, mi fa venire la rabbia.
Una memoria senza pratica cos’è? E’ solo un passato, ormai sepolto e tirato fuori quando non fa più male. Un anestetico per distrarci dal presente. E’ la scusa per sentirsi buoni senza doverlo essere davvero nella vita di tutti i giorni.
E’ solo il giochetto sporco degli amici di Netanyahu, di Kagame e di qualche altro piccolo esseruncolo che strumentalizza il passato per il suo porco presente. E’ una scusa. E’ complicità.

Non so nuotare. E scommetto che la Laguna è gelata in questo periodo dell’anno. Lo era, qualche settimana fa.
Potevo esserci io, a passare sul Ponte di Rialto e vedere quel negro affogare. C***o, non so nuotare – ma almeno so gridare. E non posso fare a meno di domandarmi se, almeno, almeno!, non avrei gridato che era una porcheria lasciar morire così un uomo… almeno…

La memoria fa schifo. Di sicuro questa memoria fa schifo.

L’unica cosa che vorrei, per la giornata della memoria, è che tutti pensassimo per un attimo -seriamente- se sappiamo nuotare…

recensione 45: “The world before her”

Forse mai come questa volta, parlare di “recensione” per questo documentario è estremamente riduttivo.
Perché c’è talmente tanto in “The world before her“, documentario prodotto in Canada dalla regista indiana Nisha Pahuja, che limitarsi al riposare i dati di base non gli renderebbe giustizia.

iuCominciamo comunque da questi: “The world before her” è -a prima vista- un documentario sulla condizione delle donne in India. Un reportage che potremmo quasi definire “femminista” nel suo approccio critico.
Costruito su una constante contrapposizione fra i campi per ragazze dei nazionalisti Hindu “Durga Vahini” ed il concorso di bellezza per Miss India (ed in particolare tramite le storie di due ragazze: una “animatrice” di Durga Vahini ed una contendente al titolo), il documentario offre uno spaccato di due estremi dell’India contemporanea – due estremi in radicale conflitto (non di rado anche violento, come gli attacchi degli estremisti Hindu alle donne dimostrano), ma al contempo sorprendentemente vicini.

Torneremo fra un attimo alle vicinanze (per non dire vere e proprie sovrapposizioni) fra i due estremi, ma prima guardiamo all’abisso che li separa.
Fermo restando che questi commenti non rendono giustizia alle storie individuali, che meriterebbero un’analisi molto più dettagliata.
Durga Vahini organizza questi campi di educazione ed allenamento per ragazze, basati su stretti principi di nazionalismo Hindu, nei quali alle stesse (spesso giovanissime, alcune di 4-5 anni) vengono inculcate idee sulle minacce occidentali e mussulmane all’Hinduismo e sulla necessità di proteggerlo- fosse necessario, anche con la violenza.
A dir poco sconvolgente vedere le ragazzine imbracciare un fucile e sentir dire che “non è un campo terroristico… per avere un campo terroristico dovremmo avere AK-47…“! Par poi di rivedere Milgram quando una ragazzina titubante nel premere il grilletto (del fucile scarico) commenta dopo averlo fatto: “mi sento pronta per andare al fronte a combattere“. Segue, ovviamente, la strumentalizzazione della situazione geopolitica (Kashmir) e la re-intrepretazione dei miti Hindu per simbolizzare le minacce.

Al lato opposto dello spettro, troviamo il concorso di bellezza, con la sua retorica (ma è solo retorica) spinta all’estremo sull’estetica e apparenza: ginnastica, iniezioni di botox, creme sbiancanti… Un mondo che pare aver perso tutti i “valori” – come anche da noi qualcuno sostiene.
Emblematica la scena della spiaggia, dove per soddisfare la passione (il feticcio, direi) di un fotografo per le gambe, le ragazze vengono fatte sfilare sotto un lenzuolo bianco che lascia scoperte solo le gambe. Una di essere dirà scherzando, ma in modo estremamente rivelatorio: “siamo scappate dai talebani“.
Il colmo è pensare che gli estremisti Hindu sono chiamati, appunto “talebani indiani”…

Tuttavia, non dovrebbe sorprendere che questi mondi apparentemente così lontani finiscano per toccarsi.
Entrambi, infatti, impiegano una retorica di “empowerment” (dare potere) alle donne, sebbene con percorsi radicalmente opposti: con l’attenzione dei riflettori uno, con l’autodifesa e la realizzazione di un ruolo sociale -quello di madre- l’altro (curiosamente una delle contendenti al concorso di bellezza alla fine ammetterà chiaramente che entro pochi anni le sue priorità potrebbero cambiare e potrebbe focalizzarsi sul costruire una famiglia). Entrambi a tal fine, procedono ad una manipolazione forzata del corpo (botox vs corsa sotto il sole ed arti marziali). Entrambi fanno ricorso ai “valori tradizionali”, sebbene in ottiche diametralmente opposte, per giustificare i propri intenti.
E in entrambi i casi, le storie delle ragazze sono fortemente marcate dalla tragica abitudine di abortire se la nascitura è di sesso femminile (o addirittura uccidere i neonati). Abitudine cui le eccezioni delle protagoniste (ovvero: dei loro genitori), spingono le stesse ad un senso di gratitudine estremo verso i propri genitori e ad una sorta di devozione nei loro confronti.
La similitudine diventa addirittura scioccante, quando si sente parlare da entrambi i lati dello spettro di figlie come “prodotti” e della loro necessità di dimostrare ai genitori che i “prodotti” sono buoni!

Insomma, in “The world before her” ci sono storie di donne, storie personali; c’è critica sociale; c’è politica e geopolitica; c’è analisi estetica e del linguaggio…. Ci sono parecchi livelli da scoprire e sicuramente ne ho dimenticati molti.

Questo gioco di richiami fra un estremo e l’altro crea un equilibrio nel quale tout se tient, sebbene in modo instabile e terribilmente conflittuale.
Un equilibrio che getta molte ombre sul futuro dell’India, ma in fondo sulle medesime contraddizioni irrisolte anche in Occidente.

duties

Immagino che se uno sceglie di tenere un blog abbia conseguentemente anche l’obbligo di tenerlo in modo adeguato, ovvero aggiornato. Come giustamente mi si ricorda….

Potrei trincerarmi dietro la -fondata- giustificazione dei troppi impegni, ma è una scusa della quale ho già abusato fin troppo negli ultimi mesi.
Forse, anzi, dovrei cominciare a pensare che è tempo di abbandonare anche questo “sfogatoio” telematico e focalizzarmi semplicemente su altro.
Forse, ma non ancora.
Allora, tanto per tenervi aggiornati e per tenere traccia (per me) di quel che accade, spendiamo due parole sul mondo intorno.

Ovviamente sono tornato a Londra, da più di una settimana ormai.
Ci sarebbero diverse sfumature di notizie sulle quali potrei riflettere, ma inevitabilmente devo fare una selezione. Oppure no: le butto alla rinfusa.
Di Asja non ho più avuto notizie. Nulla di strano, in fondo. Avrei potuto scriverle, per Natale o per Capodanno. Ma ho scelto deliberatamente di non farlo: in tre mesi non ci siamo mai scritti e non vedo perché debba continuare a rincorrere… avesse speso una parola di sua iniziativa, non mi farei problemi. Ma non è così.
Un pò mi fa male, questo silenzio. Nonostante tutto vorrei ancora sentirla. Senza implicazioni. Ma, forse, come una cicatrice, fa meno male se la si lascia stare.

Per capodanno G. e la sua ragazza sono venuti in Italia: ero bloccato dal dog-sitting e mi ha fatto piacere averli lì. Oltre a mostrargli in giro, è stata anche l’occasione per aprire qualche buona bottiglia… Soprattutto, un Riesling tedesco del 2008 che tenevo da parte da 9 anni per l’occasione giusta.
Non so cosa intendessi per “l’occasione giusta”: il piano originario era semplicemente aspettare i 10 consigliati dal maestro sommelier che per primo me ne ha parlato per gustare un vino eccezionale. Sono arrivato a 9.
E al momento di aprirlo ero eccitato, terrorizzato ed emozionato da morire… indescrivibile. E buonissimo.
Ma il punto più interessante è forse proprio quell’ “occasione giusta“… che vuol dire? Per parecchio tempo ho pensato che -oltre ai 10 anni- dovesse essere un momento eccezionale, unico, chessò: una cena di fidanzamento!
Forse di occasioni così ce ne sono state in questi 9 anni (non proprio quella, eh!); ma non m’era mai parso il momento. Invece, il 31.12.2016 ho deciso che lo era… così, senza motivazione apparente. A parte quella di avere cari amici per ospiti, ovviamente. Anche perché non ho mai considerato il capodanno un momento particolarmente significativo.
Dovrò ripensare a questo concetto del “momento giusto” per tante cose. Forse non è dato da un contesto eccezionale, ma dall’agire stesso (che rende il tutto eccezionale). In sostanza, qualsiasi momento avessi scelto per aprire quella bottiglia, sarebbe stato il “momento giusto”. L’eccezionalità non viene dal contesto, ma dall’azione?
Una cosa del genere, ma ci ritorneremo. Spero.

Bagni.
Torno ora da un fine settimana nella campagna inglese, la prima volta da quando ho cominciato il master che vado fuori Londra. A Bath, nel sud-ovest, per l’esattezza. Anzi, la prima volta in assoluto che vado fuori Londra!
La campagna inglese è davvero bella, proprio come la si immagina dai film: distese di collinette verdi, con le siepi a delimitare i campi, pecore e cavalli, terreno ghiacciato d’inverno e verde erba d’estate. E case di pietra chiara, costanti.
Un pò stereotipato, magari. O semplicemente molto ben conservato nella zona (Bath è patrimonio UNESCO), ma vale decisamente una visita. Anche qualche giorno in più. Spero di tornare, magari a Salisbury a vedere la Magna Charta o Stonehenge.

Ross*
Sì, la ragazzina da capelli rossi è sempre qui. Il che causa momenti piuttosto strani: situazione inedita per me quella di trovarmi contemporaneamente attratto da due persone allo stesso momento. Poi ci si mette pure K. (che della ragazzina dai capelli rossi non sa nulla, ma di Asia sì… e quando si esce tutti assieme con la prima tira sempre fuori l’argomento!). Vabbè…
Appena tornato, m’era parso di trovarla decisamente distante. Poi, forse, fra il suo compleanno e gli ultimi giorni, forse, siamo tornati ai livelli di …vicinanza? cui ci eravamo lasciati in dicembre. Che son comunque zero. O forse altro, non lo so. Non lo capisco…
Ovviamente so che esagero sempre le mie impressioni. Lo so. Però… Forse altro.
Ad ogni modo, credo nei prossimi giorni proverò a vederci più chiaro.

Finger
Ma prima di scottarmi malamente, voglio togliermi un’altra soddisfazione (e non parlo dei voti degli essays, in parte già usciti- in parte ancora attesi… è una sofferenza!). No.
Finalmente, dopo una lunga estate passata a curare con immenso amore la pianta, a scacciare insetti e parassiti, ad innaffiare e controllare che non vi fosse mai troppa / troppa poca acqua, luce, sole, vento, calore…. ecco, dopo questi mesi di passione, finalmente ho qui con me i primi finger limes (citrus australasica) raccolti. Emozione.
Anche perché sono un pò il frutto del lavoro.
Adesso devo decidere come utilizzarli, come sfruttarli al meglio… come renderli “il momento giusto” potremmo dire. Scelta maledettamente difficile, perché sono solo tre: le opzioni sarebbero innumerevoli (cocktails, creme, gamberi, avocado…), ma le possibilità limitatissime. Come gustarli al massimo?
Credo li proverò domani sera, ho un’amica ospite per cena e mi pare un’ottima occasione- che debba invitare anche la ragazzina dai capelli rossi?
Se qualcuno ha suggerimenti (sulle ricette, eh!), sono i benvenuti!

momento serietà

Ho sempre ricevuto noiose chiamate commerciali, ma da quando sono a Londra mi pare siano persino aumentate, sul numero italiano ovviamente.
Per motivi facilmente intuibili (non uso quasi mai quel numero), non ho mai risposto. Fino a stamattina.

Stamattina, annoiato dalla costante scocciatura, ho deciso di rispondere per vedere almeno per quale motivo rompessero tanto.

La cosa è stata a dir poco inquietante….
Una certa rappresentante della Giordano Vini (sengatevelo) mi chiamava per farmi un’offerta commercial, visto che fra poco è il mio compleanno (!!). Superfluo dire che non ho mai avuto il piacere di conoscere la Giordano Vini…
Dunque alla mia domanda su come costoro avessero ottenuto i miei dati personali la risposta è stata: “perché lei ha partecipato ad un concorso sul sito prestitomio.com” o qualcosa di simile. Altrettando superfluo dire che non solo non ho mai partecipato ad un tale concorso, ma anche che non sono mai andato su il sito “prestitomio.com” (o simili).
Quello che non è scontato, ed invece è piuttosto preoccupante, è che cercando on-line un sito “prestito mio.qualcosa non compare!

In effetti avri dovuto essere più insistente nel chiedere dettagli, ma ovviamente la mia prima preoccupazione al momento era quella di chiudere la telefonata e dirgli che non mi interessava alcuna offerta. E che smettessero di chiamarmi.

Ad ogni modo, finita la telefontata e fatta una rapida ricerca su questo fantomatico sito, ho deciso di contattare la Giordano Vini direttamente, e chieder loro ai sensi del c.d. “codice della privacy” quali miei dati personali avessero, come li avessero ottenuti e di cancellare tutto.
Attendo risposta, vi farò sapere.

Ma la cosa non finisce qui, perché scritto un messaggio tramite il loro form di contatto sul sito, mi è ovviamente arrivata una mail di conferma. Tutto normale.
Quello che non è normale -e non dovrebbe esserlo- è questa parte della mail:

Registrazione effettuata con successo.
Per motivi di sicurezza ti chiediamo cortesemente di cliccare su questo link per confermare la tua iscrizione. http://***.giordanovini.it/site-G___
ecco la tu apassword generata automaticamente: SQ***BY

Insomma, secondo la Giordano Vini, contattandoli mi sarei automaticamente iscritto al loro sito!
Inutile dire che mi son ben guardato dal “confermare” qualsivoglia iscrizione…

Staremo a vedere, ma tutto questo mi pare sintomatico di un mondo digitale che non contolliamo assolutamente. Ed è inquietante.

par che dorma…

…ma sta sospesa in aria, l’immensa millenaria sua cultura….

Beh, non so neanche io se crederci o meno. Cioè, non so se è successo davvero. O, per essere più precisi: cosa è successo.
Che dire? Forse prima o poi doveva capitare (che poi è un controsenso di frase in sé stessa…). Più probabilmente questo è solo un altro modo di inventare storie. O scuse. Ma la differenza non è poi importante.

L’unica cosa certa è che non me lo aspettavo. Non me lo aspettavo proprio. Anzi, avevo sempre pensato che fosse una di quelle cose destinata a rimanere in una sua dimensione simbolica, retorica. Irreale.
Ho sempre pensato che, in fondo, non era che un modo elegante per dire stupidaggini. Che poi è quello che facciamo sempre.
Non me l’aspettavo davvero. Tanto che dopo la prima risposta le ho chiesto di ripetermelo di nuovo.  La seconda volta ancora ho esclamato “davvero? incredibile!“. E alla terza volevo chiederle di farmi lo spelling, giusto per avere un pizzicotto che mi riportasse sulla terra.

Non ce n’è stato tempo. Ma il sogno ormai era rotto. La storia era entrata nella realtà.

Ora, immagino, qualcuno si stia chiedendo di che diavolo parlo. Giustamente. E se non sono riuscito a farvi desistere dal leggere fin qui, non credo vi riuscirò in seguito. Quindi tanto vale: potreste ben esservi “meritati” di sopportare anche le cazzate che seguiranno…

Ebbene, ho incontrato Asia.
No, non quella Asja (mi sarebbe piaciuto, però). Né certo quella Asja… (sì: quella con cui mi son tormentato negli ultimi, -c***- troppi, anni. E con cui ho tormentato anche qualcun altro).
No, Asia. Una, qualsiasi (che è una cosa orribile da dire di una persona, ma passatemela, avete capito quel che intendo…). Ma non credevo proprio questo nome esistesse, cioè: qualcuno lo adoperasse davvero, ancora. Pensavo, tutto sommato, che Asia come nome fosse morto con “Asja” [Lacis, per i profani].
Che, in realtà, non è esattamente la stessa cosa. Ma tanto basta.

L’irreale è diventato reale. Il simbolo persona. E basta, tutto qui.
Niente simbolismi stavolta, niente pseudonimi, niente storie. Nulla di tutto questo. Anzi: niente di niente.
Ma, intato, qualcosa si è rotto… nel bene, credo. Ma pur sempre rotto.

Forse dovrei smetterla coi simboli…tendono a rompersi. Eppoi non si sa mai cosa ne viene fuori. Ma chissenefrega: è stato bello.

a fine frenzy

Mi prudono le dita stanotte. Sarà perché vengo da qualcosa come cinque ore filate a battere, inspirato, sulla tastiera per un essay che dev’essere pronto entro domenica.
Ancora circa 1.500 parole to go, ma raggiungere il numero non è mai stato un problema. Basta non dover tagliare, troppo.

A writing frenzy, insomma.
Anche per questo sono qui a riempire di contenuti inutili il web. Prometto che scriverò sui risultati del referendum. Lo prometto. Non che cambi qualcosa, ma voglio buttar giù un paio di pensieri che mi hanno inseguito dal quattro dicembre, mentre voi andavate alle urne. Cecherò, anche ex post di tenermi lontano dai giudizi. Ad ogni modo, non sarà stasera.
Magari proverò anche a dire due parole su Aleppo, visto che tutti sentono di doverne parlare ora. Ricordatemelo…

Stasera è solo frenzy, quasi flusso di coscienza mentre mi prendo una pausa dai doveri universitari (oddio, che strano scriverlo). Potrei, forse, parlare di una little red-haired girl, ma che senso avrebbe? Nessuno. Eppoi son troppo vecchio per queste cose.
Potrei, forse, parlare dei 21. I 21 kilometri che qualche settimana fa ho scoperto le mie gambe possono reggere. Non avevo mai preso la corsa come un’attività cui dedicarmi seriamente… ma, partito un pò per … boh, non so sinceramente perché sono partito. Perché pensavo di fare un pò di attività fisica, così (maledetta governmentality biopolitica!). E’ proseguita perché un’app mi costringeva ad uscire ogni mattina. Perché prima arrivare ai 10, poi ai 15, infine ai 21 era una sfida sempre maggiore… e, in fondo, porcaputtanaeva, l’idea di aver messo sotto le scarpe una mezza maratona è davvero tanta roba!

Boh, vabbè.

In realtà l’unica che cosa che volevo scrivere qui stasera. No, le uniche due cose che volevo scrivere sono:
Agamben is the answer (!)– porca miseria, l’uomo è un genio! Non mi stancherò di riperterlo, le sua analisi sono così profonde, così valide, così praticamente politiche e così attuali che è come il sale… immancabile in ogni ragionamento serio. Vorrei non scordarmelo mai…

L’altra cosa, che è poi la ragione prima per cui batto tasti ora, è semplicemente you look so beautiful tonight….
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Non so cosa ve ne possa fregare, poco immagino. E lo foto, diciamocelo, fanno abbastanza schifo. Ma è tutto parte di questo frenzy, la sensazione che sia stata una grande serata e – alla fine (?) di questa serata la biblioteca del SOAS appaia davvero bella anche di notte (per quanto un casermone da paura).

E comunque, coi casermoni dell’artiglieria antiaerea ad Hamburg ci hanno fatto delle cose davvero fighe…

‘Notte, credo tornerò a battere tasti per l’essay. Anche perché è meglio batter tasti ora, prima di farsi prendere da panico della scadenza.

in un paese civile

Vabbè, stasera volevo studiare, ma forse le 23:30 non sono l’orario più appropriato per farlo.
Allora ne approfitto per rimpolpare di contenuti questo blog, che langue.

Mi sono impegnato parecchio per non parlare di riforma della Costituzione, di sì o di no, per evitare di entrare in una polemica terribilmente scadente (specie in rapporto alla sua importanza). Devo dire fino ad ora vi sto anche relativamente riuscendo.
E ormai mancano pochi giorni, quindi potrei anche uscirne indenne.
Certo, la distanza aiuta. E comunque io il mio voto l’ho già spedito.

Non che la discussione non meriterebbe una voce in più, specie se estranea alla polemica; né non abbia qualche opinione modestamente informata…. Semplicemente, la polemica mi ha stancato.
Vi potesse essere un dibattito serio, magari vi ripenserei.

Ad ogni modo, cercherò di tenere fede al mio proposito anche stasera e parlerò solo di questioni collaterali.
Collaterali tipo:
– improvvisa moltiplicazioni di culturi del diritto costituzionale in Italia! Oggi, praticamente chiunque (ri)scopre di aver letto, studiato e approfondito i tomi di Zagrebelsky, Onida e compagnia.
Son contento per loro, davvero: la materia è splendida e merita tutta la nostra attenzione. Mi pare tuttavia che più di qualcuno ci abbia capito poco… Ma è solo una mia impressione.
– domanda del secolo: tutti quelli che ora sentono l’imperativo categorico di difendere la Costituzione, prima l’hanno letta?
Lo so, sono uno spocchioso arrogante. Cosa ci volete fare, malattia da “intellettuali”….
Però, davvero, quanti fra tutti quelli che oggi si alzano sulle bariccate della difesa costituzionale appena ieri si preoccupavano di questo tema? Mi piacerebbe davvero saperlo.
– campagna elettorale. Poteva essere peggiore di quelle appena viste? Poteva. E non è ancora finita.
Non voglio assolutamente perdermi in una cernita degli orrori cui abbiamo assistito e cui stiamo assistendo. Ma suno su tutti, a mio giudizio, svetta in questa classifica dell’indecenza: l’accusa a tutti coloro che votano “sì” al prossimo referendum di essere dei “serial killer” (addirittura “dei nostri figli”). Che è praticamente parlare di genocidio…
Ma, dico, ci rendiamo conto dell’aberrazione che sentiamo? Ce ne rendiamo conto?
Io credo che questo passi il limite dell’accettabile in un paese democratico: un amico dice che dovremmo introdurre qualche norma sugli “hate speech” anche in Italia, personalmente dico che una causa per diffamazione a questo figuro ci starebbe tutta.

Sicuramente c’è ancora qualcosa da dire su questa sporca storia. Ma mi fermo qui, ne ho già avuto abbastanza: mi metto a studiare.
Resta la domanda: quando diventeremo un paese civile?
Magari quanto tutti gli altri avranno cessato di esserlo, in quel caso siamo sulla buona strada….

Buona fortuna, Italia.

That weird feeling

Mi scuso se scrivo pochissimo, purtroppo (per fortuna!), il master è veramente impegnativo e il tempo per ogni altra cosa, blog in primis, è davvero ridotto….

Spendo tuttavia qualche secondo sottratto alla scrittura degli essays per scrivere qui una piccola, curiosa, cosa appena avvenuta in biblioteca al SOAS.

Prendo in mano “Why did they kill?” di Alexander Laban Hinton, un magnifico saggio antropologico sul genocidio in Cambogia che è uno dei miei riferimenti in materia da anni (dal 2009, cioè da quando andai in Cambogia…) e cosa vi trovo in copertina? Un post-it giallo.
La cosa in sé non ha alcun valore, se non per il fatto che quel tipo di post-it non l’ho ancora visto in giro qui a Londra…. e, guarda caso, è esattamente il tipo di post-it che ho usato per anni mentre studiavo.
In effetti, quel libro l’ho ripreso in mano l’ultima volta nel luglio 2015, proprio durante la summer school qui al SOAS… e, in effetti, ho sempre avuto l’abitudine di attaccare in copertina i post-it che staccavo temporaneamente dalle pagine…

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Che sia proprio uno di quelli che ho lasciato oltre un anno fa? Non lo saprò mai con certezza e di sicuro è altamente improbabile…. ma, nondimeno, possibile e relativamente credibile come ipotesi.
Che un post-it sia “rimasto ad aspettarmi” su un libro del SOAS, ricollegando idealmente il mio passato e il  mio presente (e, chissà, il mio futuro)?

Bizzarrie della vita….

Ora, domanda, dovrei staccarlo e portarlo con me per vedere dove sarà la prossima tappa o lasciarlo qui?

Fra l’altro, nessuno ha preso in mano quel libro da luglio dello scorso anno???