Cartoline sfocate dall’Ucraina – comedy time (parte 9)

Domenica 21 aprile si e’ votato per il secondo turno delle elezioni presidenziali in Ucraina.
Come ampiamente previsto dagli analisti (tutti quelli che ho avuto modo di leggere), il comico-divenuto-politico Volodymyr Zelenskiy ha facilmente vinto il ballottaggio col presidente uscente Poroshenko, con una vittoria landslide che va dagli oblast [regioni] del Donbas fino alle regioni piu’ occidentali, con la sola esclusione della regione di Lviv (con l’esclusione, ovviamente, delle auto-proclamate repubbliche di Donetsk e Luhansk e la Crimea).

Dekoder.de

Anche la ripartizione del voto non sorprende, sebbene difficilmente mi aspettassi un risultato cosi’ marcato e uniforme. La regione di Lviv e’ storicamente la culla del nazionalismo ucraino, anche piu’ violento (tipo l’OUN, a tratti alleato anche coi nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale), un nazionalismo che Poroshenko ha cercato di mobilizzare e cavalcare ripetutamente durante gli ultimi mesi di presidenza e campagna elettorale). Poroshenko ha vinto anche in alcuni distretti elettorali del Donbass, sostanzialmente quelli vicino alla linea di contatto. Anche questo dato non sorprende particolarmente, visto che un elettorato fortemente vicino al presidente uscente sono proprio i militari.

L’altro dato interessante e’ come la vittoria di Zelenskiy pare aver rotto, almeno in parte quella divisione est/ovest che ha caratterizzato le elezioni ucraine nella storia recente: sebbene anche Poroshenko nelle elezioni presidenziali del 2014 (in maggio) avesse vinto praticamente in tutto il paese, le successive elezioni parlamentari di ottobre avevano sottolineato ancora una volta questa divisione, con l’Opposition bloc a vincere nelle regioni a maggioranza russofona dell’est e del sud (Odesa). Sara’ fondamentale capire se e come Zelenskiy riuscira’ a conquistare un consenso nazionale diffuso. E, sopratutto, se potra’ contare su una maggioranza parlamentare.

Le reazioni a questa elezione sono disparate, anche fra i colleghi: Sasha (1) dice di aver votato per Zelenskiy, sopratutto in protesta contro il nazionalismo dominante nelle recenti politiche di Poroshenko, sebbene stamattina mi dica (senza una punta di rimorso) che il programma di Zelenskiy e’ “water“; Sasha (2) lamenta “abbiamo eletto un comico!”. In effetti, l’Ucraina era veramente divisa fra un desiderio di cambiamento e lo sconcerto che l’unica prospettiva in questo senso debba venire da una figura che di politica non sa nulla.
Similitudini con l’Italia, in effetti. Similitudini che non sorprendono.
Cosi’ come non sorprende in cosa si concretizzi questo desiderio di cambiamento, ovvero soprattutto “piccoli” miglioramenti delle condizioni quotidiane e protesta contro la corruzione:

  • Decrease utility tariffs – 39.1%;
  • Introduce bills to parliament to cancel immunity of MPs, judges, the President – 35.5%;
  • Start/speed up investigations into the most resonant corruption crimes – 32.4%

fonte: Euromaidanpress

Insomma, cose rispetto alle quali il presidente (di per se’) ha poco potere, in quanto non rientrano nelle sue competenze o sono vincolate ad accordi che egli non puo’ modificare tout court (come i prestiti del Fondo Monetario Internazionale, che avevano appunto per condizione l’aumento delle tariffe).
D’altro canto, alcune posizioni di Zelenskiy espresse in campagna elettorale sono perlomeno incoraggianti, come (ad esempio) riguardo la riforma del sistema sanitario e il supporto al presente ministro (facente funzione) della salute. Sebbene la riforma non sia perfetta, il sistema e’ bloccato in un modello disfunzionale da troppi anni per non aver la necessita’ di un profondo rinnovamento, e quella in corso pare essere l’unica possibilita’ di vederlo realizzato in tempi relativamente brevi (ripartire da zero significherebbe probabilmente affossare tutto per altri 5 anni…).

Il rischio e’ quindi che questa speranza si trasformi presto in delusione. In quel caso, difficile prevedere oggi cosa potra’ accadere: molto dipendera’ dalla coalizione che uscira’ dalle elezioni parlamentari. Di fronte a una serie di insuccessi, diventa persino difficile prevedere se Zelenskiy restera’ in carica per tutto il mandato.

Intanto Ivan Bakalov “braccio destro” del presidente-eletto dice in un’intervista a Repubblica che non bisogna paragonare Zelesnkiy a Grillo perche’ la strategia del comico ucraino e’ diversa, fondata sullo “smascherare” i politici disonesti e “il nostro primo obiettivo e’ stato essere onesti“. Sara’, ma tutta questa differenza non la vedo… Per quanto occorre riconoscere che il tipo di campagna elettorale e’ stata assai diversa da quella sbraitata di Grillo (anche se certo non sono mancati i colpi di teatro). In fondo, restiamo nell’alveo del populismo per cui la disillusione e’ tanta che le politiche [policies] e i loro contenuti contano meno del semplice buonsenso e per cui la popolarita’ diventa un criterio politico di per se’ (Schmitt si sta probabilmente rivoltando nella tomba…).

Annunci

Dans le feu

Il coinquilino mi invita a giocare una partita a Go, sono piuttosto distratto e preferirei rifiutare… ma mi pare ingiusto, dopo che l’ho introdotto io a questo gioco.
Inizio a porre le pedine svogliatamente sul goban e intanto guardo le ultime notizie sul telefonino, quando d’un tratto vedo apparire sullo schermo la sagoma inconfondibile di Notre Dame circondata da un colore che non le appartiene: un rosso troppo vivo e troppo concentrato per essere semplicemente il tramonto.

Infatti, il titolo recita: Notre Dame in fiamme.

Per qualche minuto, il pensiero si illude credendo si tratti di una piccola fiamma, un principio d’incendio che puo’ essere rapidamente domanto, certo: lasciando danni, ma senza devastare la cattedrale.
Poi arriva la razionalita’: se la notizia e’ sui giornali, non e’ una fiammella da spegnere con gli estintori (perche’ ci sono gli estintori a Notre Dame, vero?). E, soprattutto, tutta la volta di quella chiesa e’ legno, vecchio di secoli: una fiammella non si fermera’ davanti a niente.

Sapete che non sono religioso. Non ho nemmeno un attaccamento profondo per Notre Dame. Eppure, il mio cuore cominciava a piangere.
Perche’, come ha scritto qualcuno su Facebook, “a che vale esser sazi se Notre Dame brucia?” Specie quando si legge che i pompieri di Parigi non sanno se potranno salvare alcunche’ della cattedrale.

Eppure, allo stesso tempo, altri pensieri si accavallano al primo.
Innanzitutto, quello che pretendo (forse in inglese: pretend) essere il mio materialismo marxista: e’ una chiesa che brucia. Meglio una chiesa che decine di persone, no? O sono cosi’ borghese?
Ma quella chiesa e’ -almeno un po’- anche per noi atei e’ un po’ di piu’ di un luogo di culto. E’ un pezzo di storia.
Un amico, francese, ripubblica sempre su Facebook queste parole: “l’unica chiesa che illumina, e’ quella che arde in fiamme“. E, generalmente, sarei abbastanza d’accordo con lui (magari non fino al punto di appiccare il fuoco ad una chiesa… ma a chiuderla o trasformarla in granaio, anche si’).
Ma non abbiamo forse provato tristezza, un senso di smarrimento, quando abbiamo letto dei Buddha di Bamyan abbattutti a colpi di mortaio? Non abbiamo sentito che qualcosa in noi veniva meno? O quando abbiamo letto di Palmyra, saccheggiata?
O forse quegli atti ci oltraggiavano tanto soprattutto perche’ erano intenzionali? Ma la differenza vale davvero?

Quando diciamo, eufemisticamente, che nessun uomo e’ un’isola dimentichiamo che questo pensiero non e’ solo sincronico, nel presente, ma anche diacronico: nessun uomo e’ solo, perche’ prima di lui ve ne sono stati altri. L’uomo non e’ solo perche’ si situa in una storia, umana per definizione. Nessuno, neache l’immenso Camus, e’ il primo uomo.

Inevitabilmente, ho pensato presto anche all’incendio che qualche decennio fa ha colpito il Teatro la Fenice a Venezia. Ma ero ancora troppo piccolo per sapere cosa ne pensassi. Posso rifugiarmi nel “non capivo”? Forse.
Poi il pensiero e’ tornato a Samarcanda, all’Uzbekistan: al ricostruire di nuovo edifici diroccati dal tempo. In fondo, il tempo e’ proprio questo: cambiamento, che include (forse non solo, ma soprattutto) decadimento, consunzione, distruzione. E rinnovamento, un rinnovarsi diversamente.
Forse, almeno per me, tanta sofferenza causata dal vedere Notre Dame in fiamme e’ data proprio dal tempo, dal pensiero che quelle fiamme stanno cancellando qualcosa che era li’ da secoli e secoli, che stanno eliminando dal futuro (dove tutti ci attendavamo ancora di trovarli) oggetti che appartengono al passato. Ma la permanenza e’ eccezione, non regola! Una mitizzazione, potremmo dire con Jesi.
In qualche modo, quelle fiamme hanno rotto l’illusione (ripeto: sopratutto occidentale e europea) di poter conservare ancora e ancora. Hanno riportato la storicita’ nelle nostre vite, hanno rotto una bolla nella quale credevamo di poter conservare Notre Dame vi hanno riportato l’idea stessa dello scorrere del tempo.
La storia e’ distruzione, e ricostruzione. Non conservazione, nella storia non esistono bolle. E quella dell’eterno presente e’ una balla (un mito, appunto).
E forse anche questa era una differenza con la Fenice: nell’assurdo ragionamento, quel teatro, costruito a fine 1700 rispetto al 1200 di Notre Dame, valeva meno tempo. Perche’, in fondo, questa bolla altro non e’ che una mitizzazione del tempo in se’ stesso.

Poi e’ seguito un momento -se cosi’ posso chiamarlo- metafisico: ho pensato alla speranza.
Stavo per rinunciare a seguire la diretta, mentre i pompieri di Parigi diramavano un comunicato dicendo che la prossima ora sarebbe stata cruciale per sapere cosa si sarebbe potuto salvare. E ho pensato a Benjamin di Angelus Novus (che poi e’ proprio l’angelo della storia): “solo per chi non ha piu’ speranza, ci e’ data la speranza“. Ma citare Benjamin per una chiesa? Buttare la speranza per Notre Dame?
In soccorso, ho dovuto ricorrere a Camus: “l’espoir, au contraire de ce qu’on croit, équivaut à la résignation. Et vivre, c’est ne pas se résigner” [“la speranza, al contrario di quel che si crede, equivale alla rassegnazione. E vivere, non e’ rassegnarsi”]. Soprattutto col pensiero rabbioso che a me non restava altro che la rassegnazione: io non potevo essere li’ a vivere contro quelle fiamme (pur sapendo benissimo che, anche fossi stato sull’Ile de la Cite’ non avrei comunque potuto far nulla). Fossi stato religioso, forse avrei pregato (ma pregare per una chiesa, davvero???) e forse quelle preghiere sarebbero state il mio modo di reagire. Ma non avevo questa possibilita’: non m’era concesso altro che l’attesa.
Confesso che ho provato una certa vergogna in questi pensieri.

Ultima riflessione, forse ancora piu’ ardita delle precedenti: prima di cedere al mio nulla, ho letto che un pompiere e’ rimasto gravemente ferito nel cercare di contenere l’incendio. Ovviamente non spetta a me, ne’ comunque potrei, inferire le sue motivazioni (senso del dovere? dedizione? protezione verso altri uomini? religiosita’?…), ma una cosa mi ha colpito: in ogni grande tragedia che colpisce oggetti inanimati (ma puo’ una tragedia esser diretta verso oggetti?), v’e’ sempre una spinta dell’uomo al rischio e al sacrificio, al rischio fino ad un sacrificio che potrebbe apparire persino eccessivo, per salvare l’inanimanto. Praticamente ogni corso di soccorso ripete allo sfinimento di non mettere a rischio la vita dei soccorritori, specie per salvare dei beni materiali. Eppure questa regola viene cosi’ spesso disattesa.
Forse questa e’ solo prova di indottrinamento (di “sovrastruttura”, direbbe Marx; di “egemonia”, direbbe Gramsci). Forse e’ cupidigia. Forse e’ dissennatezza.
O, forse, e’ il segno che esiste, o almeno: che cerchiamo, qualcosa di piu’ grande di noi. Qualcosa che dia un senso alla nostra vita. Meglio: un gusto. Qualcosa che ci dica: la vita e’ migliore se posso guardare ancora Notre Dame (o Palmyra, o i Buddha di Bamyan…).
No, non sto parlando di dei o spiriti. Assolutamente. Almeno non per me. Per me, potrebbe essere la storia e la bellezza che essa incarna, la bellezza che ognuno di quegli oggetti inanimanti in realta’ racchiude in se’ le storie (il tempo!, la cura, la passione) che un uomo vi ha messo per crearli. Forse, in fondo, e’ il riconoscimento che siamo piccoli rispetto a qualcuno che e’ stato piu’ grande di noi, e’ l’ammissione della nostra ammirazione.

Standing in the -Stans: Samarcanda e Karimov (parte 7)

Lasciamo alle nostre spalle piazza Registan e per prima cosa ci saluta un monumento a Islam Karimov, primo presidente dell’Uzbekistan indipendente post-Unione Sovietica. Ritorneremo su questo rapporto un po’ ambiguo per noi occidentali fra l’Uzbekistan e il suo ex presidente piu’ avanti, quando la guida ci condurra’ al suo mausoleo (ebbene si’, anche i leader contemporanei non disdegnano i mausolei).

Per ora andiamo verso la moschea di Bibi Khanym, moglie di Amir Timur. Enorme.
La moschea si presenta a noi con un immenso portale, ovviamente decorato dalla immancabili maioliche blu e azzurre, tanto alto che da lontano oscura persino la vista di piazza Registan. Alle spalle di questo primo portale, dietro il cortile interno, un secondo, dal quale l’imam recitava le proprie preghiere. All’interno, la moschea e’ qualcosa di completamente diverso dai modelli cui siamo abitutati a pensare: si tratta semplicemente di un cortile aperto (come altre gia’ a Bukhara), circondato da mura e pieno di alberi. Semplicemente, i fedeli pregavano all’interno di questo cortile, in passato coperto da teli. Agli altri lati del cortile si stagliano due padiglioni minori, con le classiche cupole azzurre.
Il nostro appetito per la bellezza e’ forse rovinato dopo piazza Registan, ma questo edificio resta meraviglioso, non solo per le classiche raffinate decorazioni – ma altresi’ per l’armonia che si percepisce nel cortile alberato.

Decidiamo di concederci una pausa per pranzo, prima di proseguire e perderci nel mercato cittadino. Visitare i mercati espone sempre a qualche piccolo incoveniente da turisti, ma offre anche una magnifica vista delle realta’ quotidiane, degli stili e dei gusti. Insomma, per me una tappa obbligata. Cosi’ ci perdiamo fra le montagne di frutta secca, uvetta, albicocce, pistacchi, noci, melograni e spezie, e poi oltre: attraverso i vicoli zeppi di vestiti, sciarpe, prodotti per bellezza… quasi inevitabilmente ci facciamo contaggiare da un po’ di shopping, ma sarebbe un peccato non gustare ancora quell’uvetta dolcissima essiccata al sole.

Di fronte al mercato si trova infine il mausoleo di Islam Karimov, un complesso con la tomba dell’ex presidente presso la quale prega ogni giorno un imam assunto appositamente a tal fine, e una piccola moschea.

La figura di Karimov merita ora una digressione. Karimov fu presidente dell’Uzbekistan dall’indipendenza nel 1991 sino al 2016 (costantemente rieletto fino alla morte – e con percentuali “bulgare” sebbene gli osservatori internazionali abbiano criticato la trasparenza delle elezioni). La durata di questo mandato non deve sorprendere: quasi tutti i leader dell’Asia Centrale post-sovietica sono rimasti al potere per decenni e la longevita’ al potere e’ tuttora percepita come segnale di stabilita’ e tranquillita’ (un amica mi ha raccontato che quando il presidente kazako Nazarbaev si e’ dimesso poche settimane fa, alcuni kazaki si sono sentiti letteralmente perduti e spaventati per il futuro loro paese – aperto, a loro dire, all’instabilita’ e confusione delle elezioni “competitive”).
Le persone con cui ho parlato di Karimov (per lo piu’ guide turistiche) sembravano abbastanza unanimi nel lodarne le politiche. E, in effetti, in Uzbekistan si vive piuttosto bene oggi e l’economia e’ in enorme crescita: nella periferia di Tashkent si stanno costruendo enormi quartieri/citta’ di allori ad affitto calmierato per i meno abbienti (della cui qualita’, ovviamente, non sono in grado di giudicare), per non parlare delle infrastrutture. Certo, tutto questo e’ aiutato dai giacimenti di gas…
In particolare, a quanto mi e’ stato detto, Karimov rifiuto’ almeno in parte le politiche “suggerite” dal Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, inclusi i loro prestiti (per tenersi le mani libere): tuttora in Uzbekistan alcune importazioni, tipo macchine, sono tassate al 100% – cosi’ la produzione nazionale (e lo stabilimento di industrie, anche estere) e’ incentivato: in giro, difatti, si vedono quasi esclusivamente Chevrolet Lancetti, prodotte nello stabilimento locale (ed esportate fino in Russia).
Solo una volta, a Khiva, ho sentito una mezza critica a Karimov, posta con grande cautela dicendo che “col primo presidente non potevamo criticarne le scelte o discutere di politica, col secondo ora possiamo“. Stop.
Giova notare che, sebbene “il secondo presidente” stia seguendo politiche economiche leggermente diverse dal predecessore (piu’ liberiste), e’ un esponente dello stesso partito di Karimov (per quel che conta) ed e’ stato primo ministro fin dal 2003. Voci vogliono che la scelta del successore sia avvenuta entro un “comitato ristretto” di esponenti di primo piano del regime, che includeva anche la moglie del defunto Karimov (memento per quel che sta accadendo in Algeria).
Ma la reputazione di Karimov non e’ tutta splendente, vi sono anche alcune macchie di non poco conto.

Come in tutti i regimi, Karimov limito’ moltissimo la liberta’ di stampa e nel 2005 pare abbia ordinato il massacro di Andijan, nell’Uzbekistan orientale, dove la versione ufficiale parla organizzazioni terroristiche islamiche avessero organizzato una rivolta. Amnesty International continua a riportare di torture e sequestri, anche all’estero ed in particolare per chiunque fosse legato ai fatti di Andijan. Ma di questo i miei interlocutori non hanno parlato, e non puo’ sorprendere. L’unico riferimento a quegli eventi li ha ricordati come una specie di sollevazione/protesta da parte di gruppi islamici radicali.

Insomma, quella di Karimov appare una figura quantomeno controversa. Per quanto le politiche di sviluppo economico proposte da quest’ultimo meritino attenzione e un’analisi imparziale, le violazioni dei diritti umani (passate facilmente sotto silenzio nel contesto della “Guerra al terrorismo” e invasione dell’Afghanistan) meritano altrettanta critica. Bilanciare sviluppo economico e rispetto dei diritti umani e’ sempre difficile, anche (anzi: forse persino di piu’ nei giudizi ex post). Dove tracciare la linea e che giudizio dare, dunque, lo lascio a voi (con questo giochetto mi pare sempre di ricadere nello stesso modello del giudizio che Mao diede di Stalin: 30% male, 70% bene – una logica dalla quale dovremmo provare a sottrarci).

Fine dell’intermezzo.

Dopo il mausoleo di Karimov, ci dirigiamo verso alcuni laboratori di artigianato alla periferia di Samarcanda: un laboratorio di tappeti (joint venture uzbeko-afghana) dove possiamo osservare le varie fasi di produzione di un tappeto. Per quanto (al contrario del mio compagno di viaggio) non sia appassionato alla materia, resta comunque estremamente interessante scoprire i vari passaggi e le tecniche. Soprattutto, e’ stato importante capire il valore finale di un tappeto artigianale, alla luce di tutto il lavoro che vi sta alla base (ogni giorno, le lavoratrici piu’ esperte riescono ad annodare pochi centimetri). Una considerazione che dovrebbe spingerci a rivedere la mania di andare nei paesi del terzo mondo per comprare “a ribasso”. Segue un laboratorio di produzione di carta dalla corteccia di gelso (in un’economia che potremmo definire “circolare” attorno alla produzione di seta), anche questo abbastanza interessante.
Probabilmente avremmo dovuto dedicare maggiore attenzione a queste forme di artigianato, che sono preziose e vanno giustamente valorizzate – ma (come l’intarsio del legno a Khiva) non hanno catturato la mia passione e, da turista, mi domando che senso abbia visitare questi laboratori. Domanda in realta’ enormemente stupida, me ne rendo conto io stesso: questo artigianato rappresenta la vita quotidiana di molte persone, oltreche’ probabilmente il loro principale reddito. Ha quindi un valore culturale come le maioliche delle madrase e vederlo in atto e’ certo meglio che accontentarsi di rappresentazioni museali. Ma continua a rimanermi la sensazione che qualcosa stoni, che un’organizzazione diversa di queste visite sarebbe auspicabile.

Finisce cosi’ il primo giorno a Samarcanda.

Torniamo in albergo, riposiamo un paio d’ore ed usciamo poi per cena. Purtroppo scopriamo che, essendo la vigilia della festa della donna, i ristoranti sono tutti prenotati: la scoperta ci complica la serata (camminiamo ancora a lungo prima di rassegnarci a cenare in una specie di bar), ma mi pare un bel segno di rispetto (anche se, ovviamente, non so nulla dire degli altri 364 giorni dell’anno).

Standing in the -Stans: Samarcand, finally (parte 6)

Samarcanda! E’ forse il nome carico di esotismo a rendere questa meta cosi’ carica di aspettative? O forse la pubblicita’ che gode nei cataloghi del turismo internazionale?
Arriviamo a Samarcanda la sera del 7 marzo, penultima tappa di questo viaggio nell’Asia Centrale, ma di fatto sembra sa gia’ sia l’ultima. Cosa potra’ offrirci l’Uzbekistan dopo Samarcanda? Samarcanda e’ il culmine dell’arte, della bellezza, dell’impero.

Lasciamo rapidamente le valigie in stanza e decidiamo di dirigerci subito verso piazza Registan, il cuore da cartolina di Samarcanda.
Contrariamente a Bukhara, ci rendiamo presto conto che Samarcanda e’ una citta’ di ben altra stazza: sebbene anche qui i monumenti principali siano relativamente concentrati in una distanza tutto sommato camminabile, a Samarcanda lo sviluppo recente (la citta’ conta circa 600.000 abitanti) ha dilatato le dimensioni e le distanze in modo significativo. In qualche modo, l’impressione e’ che un vero “centro” a Samarcanda non vi sia: ad un capo della grande avenue dove alloggiamo sorge piazza Registan, il mercato e altri monumenti, dall’altro invece si trovano i ristoranti, centri commerciali, l’universita’… quasi due poli opposti.

Fortunatamente, la distanza dalla leggendaria piazza non e’ eccessiva, cosi’ possiamo concederci la prima vista delle moschee con le loro immancabili maioliche azzurre all’imbrunire. Forse non la scelta migliore, perche’ l’oscurita’ che scende non rende onore alle raffinate decorazioni, infatti la mia memoria di una vista teoricamente tanto maestosa non ha un sapore particolare.
Continuiamo ancora un po’ lungo il viale, fino a deciderci a prendere un taxi verso il ristorante che ci ha consigliato l’albergo, dove ci concediamo un’altra cena a base di un delizioso agnello e vino uzbeko. Vino che, peraltro, sebbene non ai livelli di un pinot noir altoatesino si difende bene.
La classica cena uzbeka, apprendiamo, sarebbe accompagnata da musiche e balli tradizionali (un po’ come a Tashkent), ma preferiamo concentrarci sul cibo in una saletta piu’ tranquilla.

La mattina seguente comincia il tour vero e proprio.
Per prima visitiamo la tomba di Amir Temur (Tamerlano). Il complesso di Gur-e-Amir era in realta’ stato pensato da Amir Timur solo per divenire mausoleo del maestro del sovrano, ma dopo la morte di quest’ultimo non fu possibile completare il memoriale che egli aveva previsto per se’ stesso fuori citta’ e la moglie decise quindi di seppellirlo ai piedi del maestro. Nel mausoleo furono successivamente sepolti anche discendenti di Amir Timur, come il nipote l’astronomo Ulugh Beg.
Leggenda vuole che il 19 giugno 1941 su ordine di Stalin l’archeologo e antropologo sovietico Gerasimov abbia aperto la tomba di Amir Timur (cercando oro, si dice) sulla quale appariva incisa l’iscrizione “la guerra e’ sepolta qui” (Tamerlano, come Gengis Khan, era infatti soprattutto dedito ad espandere militarmente il suo impero). Tre giorni dopo, il 22 giugno 1941, comincio’ l’operazione Barbarossa. La leggenda vuole anche l’inflessibile leader sovietico, influenzato forse dal precedente, autorizzo’ il sorvolo di un aereo contenente copia del Corano e della Bibbia prima di una decisiva operazione militare fin li’ fallita (forse Leningrado?).

Artisticamente, due cose colpiscono del complesso di Gur-e-Amir: prima di tutto la complessa volta, esternamente decorata non solo con le consuete maioliche azzurre, ma altresi con un complesso sistema di scanalature (mai viste altrove). L’effetto e’ al contempo di una complessita’ e di un equilibrio sorprendenti.
Internamente, nel cuore del mausoleo, il livello delle decorazioni lascia semplicemente sbalorditi. Dopo Bukhara, ero francamente preoccupato che -nonostante la sua fama- Samarcanda non avrebbe potuto aggiungere molto nella nostra scoperta dell’arte uzbeka. Come mi sbagliavo. Ogni centimetro della sala e’ coperto con complesse decorazioni, in stili sempre differenti. Non sapessi che the best is yet to come, probabilmente non sarei mai uscito dalla sala.

Procediamo quindi verso l’iconica piazza Registan, con le tre madrase ad incorniciarne lo spazio. Qui confesso che tuttora, nonostante la raffinatezza delle costruzioni, la complessita’ delle decorazioni e la loro innegabile bellezza, fatico a trovare in me quella sensazione di ammirazione che avevo provato dinnanzi ad altri monumenti.
Forse tutto qui e’ semplicemente troppo.

Come avevo cominciato a domandarmi all’inizio di questo viaggio: fin quanto si puo’ stare ad osservare queste meraviglie? Di cose da ammirare ce ne sarebbero ancora tantissime, fra le tre madrase (quella di Ulugh Bek, di Cher Dor, e quella di Tilya Kori): si potrebbero osservare pressoche’ all’infinito i dettagli, le raffinate geometrie, l’evoluzione degli stili e le unicita’. Si potrebbe contemplare la madrasa di Cher Dor, ad esempio, l’altro unico monumento con raffigurazioni di esseri viventi: due splendide tigri arancioni che si stagliano fra le mattonelle blu scuro; si potrebbero fissare i dettagli delle colonne scanalate che paiono un’interminabile treccia a contorniare l’arco d’ingresso della madrasa di Tilya Kori; o il riaffacciarsi del giallo fra i colori delle maioliche, stavolta con tonalita’ piu’ intense, tendenti all’arancione; o l’apparizione di colori nuovi, il verde e il nero; oppure si potrebbe perdersi nell’inesauribile complessita’ delle geometrie che riempiono i soffitti delle volte, creando labirintiche sovrapposizioni di angoli, stelle, steli che paiono cadere a terra nei riflessi di luce (murqarnas o ancora piu’ complessi).
Si potrebbe fare tutto questo. Anzi, se si viene fin qua, si dovrebbe. E lo si fa. E gli occhi si perdono ancora e ancora. Fino a perdersi completamente e quasi perdere il gusto dell’ammirazione, dell’incanto, della meraviglia che queste meraviglie incarnano.

Ecco, questo accade a piazza Registan a Samarcanda. O, almeno, questo sento e’ accaduto a me.
E forse, ripensandoci settimane dopo, mi sento ancor di piu’ un uomo piccolo, un uomo bulimico che ha voluto afferrare troppo e invece non e’ riuscito a gustare l’essenza e la profondita’ di quello che gli veniva offerto. Tutto questo, specie pensando che potrebbe trattarsi di un viaggio irripetibile, oltreche’ tanto cercato. Un’occasione buttata, a Samarcanda?
E mi viene da ripensare, invece, al senso profondo, all’emozione che ho provato dinnanzi a qualcosa di apparantemente tanto semplice come Uluru, l’emozione che tuttora mi colpisce dentro quando ripenso a quelle luci prima dell’alba e al quel blocco che diviene sempre piu’ rosso e immenso. Che confronto insensato.
O magari la memoria tradisce, classifica e ordina gli stupori susseguenti, semplicemente mettendo piazza Registan un gradino piu’ in basso nell’ordine delle bellezze che l’Uzbekistan ci ha offerto. Immeritatamente, forse. O invece la memoria e’ piu’ veritiera della meraviglia momentanea?

Ma l’opulenza di Samarcanda si sapra’ far perdonare, ancora una volta, con le sue meraviglie.

Prosegiuamo oltre Piazza Registan, ma il post si e’ fatto gia’ troppo lungo. Il resto, un’altra volta.

Standing in the -Stans: Drums in the morning (parte 5)

Arrivati a Bukhara la sera prima e alloggiati in un hotel centralissimo, decido di andare a fare una corsetta mattutina.
Sapendo che il tour ci condurra’ attraverso le principali attrazioni storico-turistiche, scelgo intenzionalmente un itineriario che me ne tenga lontano e mi porti invece a scoprire parti della citta’ che altrimenti non avrei modo di vedere.
Purtroppo il tempo e’ poco, quindi mi limito ad una corsa di poco piu’ di venti minuti: da una piazza centrale, giro dentro un vicoletto di quelli che la sera chiameresti “poco raccomandabile” per uscire circa un kilometro dopo lungo un viale alberato, forse circondato da scuole.
Da una di esse sento un suono di tamburi, forse una qualche classe di musica locale. Sarei tentato dal fermarmi ad ascoltare l’armonia per intero, ma non voglio far aspettare gli altri, quindi mi limito a spegnere la musica e rallentare il passo.

Appena la guida ci raggiunge, provvediamo finalmente a cambiare degli euro in valuta locale (50 euro ci vengono rifiutati perche’ sulla banconota c’e’ una scritta a biro), abbastanza da avere un po’ di buffer e non doverci preoccupare costantemente di cambiare di nuovo. Poi, finalmente, il tour di Bukhara puo’ cominciare.

Ripensandoci “a mente fredda”, forse Bukhara e’ stata la citta’ che piu’ mi e’ piaciuta: piu’ variegata di Khiva, col suo centro troppo concentrato, ma ancora piccola e accessibile in confronto a Samarcanda. Nonostante i tanti bazaar di tappeti, Bukhara conserva un’atmosfera meno turistica di Samarcanda, ma soprattutto offre un insieme di attrazioni, una stratificazione culturale che si nota assai meno nelle altre citta’.
Samarcanda e’ soprattutto la gran capitale di Amir Timur (Tamerlano), Khiva (nonostante i secoli di signorie che vi si sono succedute) sembra una piccola perla isolata dallo scorrere del tempo. Bukhara, al contrario, consente di osservare diverse fasi della storia di questo paese. Va aggiunto che la nostra guida e’ abilissima nel condire le descrizioni dei magnifici edifici con quel pizzico di fascino da storie esotiche.

Cominciamo dunque il tour di Bukhara dal mausoleo di Ismail Samani, semplicemente un gioiello di architettura samanida con un’infinita’ di forme utilizzate nella sua costruzione che catturano lo sguardo pur nella (relativa) semplicita’ delle decorazioni. Impossibile non restare affascinati dalla bellezza di questa struttura, tanto bella nonostante l’assenza delle maioliche colorate che riempiono le facciate degli altri edifici.
Affascinante anche la storia di questo mausoleo: coperto di sabbia dagli abitanti al tempo dell’invasione mongola per preservarlo dalla distruzione, e’ rimasto coperto fino agli scavi condotti nel 1934 dai sovietici!
Proseguiamo poi verso il Chasma Ayub mausolem, all’interno del quale c’e’ una piccola mostra sull’irrigazione nella regione, con tanto di analisi sulla tragedia del lago d’Aral. C’e’ anche una fonte, dicono miracolosa: la guida ci invita a provare l’acqua e la scopriamo salata. Tutto il terreno nella regione soffre di infiltrazioni saline dal sottosuolo, infiltrazioni che corrodono i primi metri degli edifici e profondamente aggravate dopo il prosciugarsi del lago d’Aral.

Breve giro nel mercato e proseguiamo verso la moschea Bolo Hauz. Un altro gioiello, coi pilastri di legno a sorreggere un soffito di legno incavato e dipinto. E’ il primo esempio di questo stile che vediamo durante il viaggio e probabilmente il piu’ affascinante (ve ne saranno molti altri a Samarcanda, ma come dimenticare quella prima impressione?). Di fronte ad essa, si erge la cittadella di Bukhara, l’Arca un tempo sede governatore locale (khan). Forse il palazzo in se’ non e’ tanto affascinante, o forse siamo troppo abituati a visitare i vari castelli e fortezze che pullulano l’Europa per apprezzarlo appieno, ma appena tornati ai piedi della fortezza, la vista delle enormi mura lascia senza fiato.

Di qui ci dirigiamo verso il complesso di Kalyan, un insieme costituito da moschea, madrasa e dal relativo minareto, un altro gioiello. Leggenda vuole che il minareto di Kalyan sia l’unico edificio salvato dalla furia distruttrice di Ghengis Khan, il quale osservandolo dal proprio cavallo e avendo troppo inclinato la testa perse il cappello e fu costretto a chinarsi per raccoglierlo. Quando i propri soldati si apprestarono ad appiccare il fuoco al minareto, leggenda vuole che il Khan li fermo’ dicendo loro: “non mi piego dinnanzi a nulla, eppure questo minareto mi ha fatto inchinare” e ordinando quindi loro di preservarlo.
L’interno della moschea e’ altrettanto bello: ricompaiono le maioliche colorate, con toni dal verde chiaro fino quasi al nero, ma meno invadenti che in altre strutture. Come dira’ il mio compagno di viaggio, forse il complesso piu’ armonico che abbiamo visitato durante il viaggio: possente e al tempo stesso delicato, ornato ma al contempo spazioso da lasciare lo sguardo vagare senza inciampare costantemente in qualche intricata decorazione. In fondo, infonde una certa spiritualita’ delicata. Eppure, anche qui, non manca lo spettacolo delle maioliche azzurre, sopratutto nelle due grandi cupole che si stagliano nel cielo, in totale contrasto con la creta gialla dei mattoni che dominano il complesso.

Nel pomeriggio concludiamo il tuor con una visita al complesso di Lyab-i Hauz (due madrase e una moschea che circondano lo stagno per l’acqua artificiale), con uno dei due soli edifici islamici in Uzbekistan con rappresentazioni di esseri viventi (altrimenti proibite nell’islam, mi dicono) e la moschea di Maghoki-Attar, la piu’antica dell’Asia Centrale – anche questa preservata dall’invasione mongola perche’ nascosta sotto la sabbia (per altro, un interessante esempio di stratificazione architettonica – con l’edificio storico che ora si trova 3/4 metri sotto il piano stradale).

Il giorno successivo, partendo per Samarcanda, ci fermiamo a vedere il complesso di Baha-ud-Din Naqshband Bukhari, uno dei padri del sufismo, e il palazzo estivo degli emiri di Bukhara, un interessante connubio di architettura islamica e europea (russa in particolare), con i grandi saloni dipinti di bianco e specchi.

(provero’ a caricare le foto nei prossimi giorni, ma intanto volevo almeno pubblicare l’articolo…)

Cartoline sfocate dall’Ucraina – election time (parte 8)

Domenica in Ucraina si e’ votato per il primo turno delle elezioni presidenziali. Nonostante una partecipazione superiore al 63% e oltre 39 candidati, da mesi sembrava che di fatto fosse un gioco a tre con praticamente una sola domanda da risolvere: chi fra Timoshenko e Poroshenko sarebbe andato al ballottaggio.
Un gioco che ha lasciato molti piuttosto delusi: fra i colleghi, diversi hanno decisamente scelto di non andare a votare. Altri sono andati, ma con poca convinzione.

I giochi si potevano ridurre a tre candidati: Poroshenko, il presidente uscente, Yulia Timoshenko (la pasionaria delle proteste del 2004) e il comico Zelenskiy. Di fatto, tuttavia, il grande dibattito era Poroshenko-si’ o Poroshenko-no: almeno al primo turno, i voti contro il presidente in carica si sono dispersi fra vari candidati, ma con ogni probabilita’ si ricompatteranno (se non tutti, per lo meno in larga parte) al secondo turno. E, in realta’, l’alto numero di candidati ha forse fatto gioco soprattutto a Poroshenko, che e’ riuscito a conquistare un posto al secondo turno con meno del 3% di voti in piu’ di Yulia Timoshenko (la quale, non ha caso, ha denunciato brogli e, inizialmente, annunciato ricorsi). A margine di queste elezioni, dovremmo riflettere sul wear and tear della candidata Timoshenko (come la Clinton?).

Ma, ad ora, per il secondo turno non pare esserci storia: un’analisi del voto suggerisce che la larga maggioranza di coloro che hanno votato candidati esclusi dal ballottaggio preferisce Zelenskiy a Poroshenko, con l’unica eccezione del candidato della coalizione ultranazionalista (para-fascista), il quale ha tuttavia ottenuto meno del 2% dei voti.

La retorica e la politica di Poroshenko, fondata su una forte attenzione alla difesa nazionale nel conflitto con la Russia ed il nation building (nei due pilastri di religione e lingua), pare proprio non avere pagato. Addirittura fra i militari impegnati nel Donbas (una constituency che dovrebbe essere fortemente a sostegno del presidente in carica) il discatto fra i due candidati sarebbe pressoche’ nullo.

Insomma, pare prorprio che il 21 aprile l’Ucraina sia destinata ad aggiungersi al piccolo club di Stati governati da un comico, visto che fino a poco tempo fa Zelenskiy era noto esclusivamente per aver interpretato il ruolo di presidente in una serie tv (una versione ucraina del nostro “Benvenuto Presidente“) nella quale affrontava la corruzione in politica, non di rado armato. Non so esattamente chi sia incluso in questo club, visto che Berlusconi non e’ piu’ al governo da noi e tecnicamente Grillo non ha alcun ruolo istituzionale. Tecnicamente.
Sostanzialmente, tuttavia, dovremmo probabilmente comunque conteggiare anche gli Stati Uniti (The Donald in fondo e’ un pessimo comico) e la Gran Bretagna (Theresa May non sara’ comica di per se’, ma e’ la protagonista indiscussa di una barzelletta).

Non sorprende dunque che le motivazioni di chi supporta Zelenskiy ricordano temi gia’ sentiti di frequente anche in Italia (o negli USA), tipo: e’ ricco, quindi non avra’ motivo da farsi corrompere; e’ nuovo/outsider, quindi non e’ ancora corrotto dal sistema…
Temi che, e’ stato fatto notare, ricordano esattamente quelli della campagna di Poroshenko nel 2014.

Piu’ di tutto, sembra che questa campagna per il ballottaggio si dividera’ in due leitmotivs: 1) non si puo’ votare per Zelenskiy, che e’ “troppo stupido” / marionetta dell’oligarca Kolomoisky che ne ospita il programma in tv vs 2) basta, in ogni caso, votare contro Poroshenko e la sua politica nazionalista nella difesa, negli affari religiosi (il tomos di autonomia dal patriarcato di Mosca) e riguardo la lingua. O semplicemente una forte voglia di cambiamento.

Improbabilme, in ogni caso, che Zelenskiy riesca a replicare nella realta’ la trasformazione radicale che prospetta nel proprio show tv: i gruppi finanziari-politici continueranno a dominare la scena, con forme di corruzione piu’ o meno evidenti.
Anche in politica estera, i buoni propositi di Zelenskiy potrebbero essere frustrati. Qui, semplicemente, nessuno in Ucraina ha l’iniziativa strategia o il potere di imporre la propria soluzione: a meno di non concedere il Donbas e la Crimea (soluzione improponibile, specie col nazionalismo montante), le carte continuera’ a darle Putin dal Cremlino. E difficilmente Putin accettera’ qualsivoglia condizione posta da Kyiv: in fondo, a lui questa situazione va benissimo (fintantoche’ il conflitto prosegue, l’Ucraina non potra’ entrare nella NATO).

Standing in the -Stans: Desert-stan (parte 4)

La mattina dopo lasciamo Khiva in direzione di Bukhara, la prossima tappa. La strada fra le due citta’ ripercorre in pratica le rotte carovaniere dell’antica via della seta attraversando il deserto delle “sabbie rosse” (Kyzyl Kum). Ci serviranno circa 7 ore in auto per attraversarlo.

Avremmo potuto evitare questa traversata, o perlomeno sensibilmente ridurne la durata, se avessimo scelto di prendere il treno veloce che da alcuni anni collega Khiva e Bukhara. Ma ho intenzionalmente deciso di fare anche questo tratto in auto per poterci gustare appieno il paesaggio desertico ed eventualmente fermarci dove preferiamo.
Fortunatamente, il tratto maggiore della strada e’ stato asfaltato abbastanza di recente ed e’ liscio e tranquillo. Solo all’uscita del deserto, ormai prossimi a Bukhara, la strada diventa veramente piena di buche e fastidiosa.

Il Kyzyl Kum in realta’ e’ abbastanza diverso dall’immagine che comunemente abbiamo dei deserti: e’ si’ una distesa sabbiosa e arida, ma e’ ben lungi dall’essere completamente priva di vegetazione, anzi. Per la maggior parte, lo vediamo abbastanza coperto di arbusti, sebbene rinsecchiti.
Il tragitto ci offre qualche piccolo spettacolo di tutto rispetto, che purtroppo non sono riuscito a catturare con la macchina fotografica: un uccello rapace, presumibilmente un falco, in acrobazia affianco alla nostra auto; un signore locale che emerge dal deserto a dorso d’asino (un’immagine d’altri tempi, commovente) e l’enorme figura di un trasporto super-eccezionale, un qualche componente di una nuova raffineria in costruzione fra Bukhara e Samarcanda. In quanto paese double-landlocked, tutti i trasporti in Uzbekistan devono esser fatti su ruota o in aereo, inclusi questi molossi.

Dopo oltre 5 ore di viaggio e ormai prossimi a Bukhara, decidiamo di fermarci per pranzo in una “oasi” lungo la strada. Questa frase e’ in realta’ piena di eufemismi: il tour operator ci aveva proposto questa possibilita’, ma durante il tragitto non ne abbiamo mai discusso e l’autista ha semplicemente parcheggiato arrivati ad una specie di ristorante: anche in questo caso, la realta’ non risponde affatto all’immagine comune di oasi come piccoli angoli verdi e ricchi d’acqua in mezzo al nulla. Piuttosto, di tratta di una baracca con una veranda chiusa con teloni di plastica, all’interno della quale e’ stata imbastita una cucina.
Il mio compagno di viaggio, giustamente preoccupato dal rischio di spiacevoli incovenienti intestinali, e’ inizialmente restio all’idea di mangiare. Ma l’autista ordina per tutti, sarebbe troppa scortesia rifiutare, eppoi non avendo mangiato nulla dalla colazione siamo piuttosto affamati… accettiamo quindi di correre il rischio. Il piatto si presenta assai bene: una zuppa di verdure e carne (agnello) all’interno della quale galleggiano pezzi di grasso fuso, accompagnata da del pane locale. Probabilmente, la zuppa piu’ buona che ho mangiato da parecchio tempo.
Come gia’ a Tashkent, a volte il rischio e’ ben giustificato…

Pacificamente rifocillati, ripartiamo per Bukhara.
Arriviamo nel tardo pomeriggio, col sole ancora abbastanza alto nel cielo, e decidiamo di andare a zonzo per la citta’ per un po’.
O, meglio: questo sarebbe stato il mio desiderio. Ma il mio compagno di viaggio ha, sin dalla partenza, un pensiero fisso: tappeti. Cosi’, una camminata senza meta si trasforma immediatamente in un tour fra i vari negozi locali e le intermiabili esposizioni di tappeti, descrizioni delle lavorazioni…. Dovendogli fare da interprete e non avendo alcuna passione per la materia, per un po’, ho veramente rischiato di scoppiare. Ma in qualche modo mi sono trattenuto.
In realta’ bisogna riconoscere che la produzione di tappeti (molti importati dal vicino Turkmenistan) e’ un artigianato importante e di una certa bellezza. Se si ha un certo interesse per la cosa.

Ma il tappeto piu’ bello lo vedremo il giorno successivo, in una specie di mercatino delle pulci all’interno di una madrasa…

Finito il tour fra i tappeti, e’ ora di cenare. Ma prima cerchiamo di prelevare un po’ di valuta locale. E qui arriva la tragica scoperta (anche se in un modo o nell’altro riusciremo comunque a cavarcela sempre). Come a Khiva, i bancomat non funzionano. O, meglio: funzionano solo con carte VISA (che non abbiamo). L’unico bancomat che accetta il nostro tipo di carte e’ rotto e gli uffici di cambio sono chiusi a quest’ora del giorno. Fortunatamente, anche qui il ristorante accetta Euro. L’inconveniente si ripeterà anche nei giorni successivi, ma ormai ci abbiamo preso le misure e alla prima occasione cambiano qualche centinaio di euro in So’m, la valuta locale, trovandoci con un pacco di banconote degno delle scene di qualche film sulla mafia americana: il so’m ha sofferto per anni di un’inflazione stellare e, nonostante esistano banconote di grande taglio (500.000 so’m, circa 500 euro) quelle più piccole continuano a essere le più diffuse (1000 so’m o persino 500).

La sera si solleva un certo vento, piuttosto freddo, che si insinua fra i vestiti e ci fa raggelare: durante il giorno, col sole che batte, fa abbastanza caldo (io riuscirò anche a scottarmi in qualche modo), ma circondati come siamo dai deserti, appena il sole sparisce la temperatura cala sensibilmente.

Ma le piazze cambieranno qualcosa?

Premessa triste e anche un po’ inutile
Dopo le manifestazioni dello “sciopero per il clima”, il mondo dei commentatori si e’ sostanzialmente diviso in due macro-gruppi: gli entusiasti che vedono in questa presa di posizione della gioventu’ (quasi globale) un barlume di speranza per la terra e, con essa, per il genere umano; e i critici-negazionisti che, al solito, hanno in vario modo etichettato questi giovani come dei pazzi (alla meglio) o degli scansafatiche che volevano solo evitarsi un giorno di scuola.
A scanso di equivoci, qualora ve ne fosse bisogno, preciso che le mie simpatie vanno alla prima interpretazione.
Tuttavia, faccio fatica a condividerne l’entusiasmo.

Svolgimento
Non dubito affatto della necessita’ di affrontare radicalmente (e pure un po’ brutalmente) il tema del cambiamento climatico e non dubito neppure delle migliori intenzioni dei tanti partecipanti alle manifestazioni di venerdi’.
Putroppo, tuttavia, il mio timore e’ che stiamo riponendo troppe speranze sull’evento sbagliato, come se quelle piazze potessero di per se’ sole cambiare veramente il trend globale.
Ripeto: sono un segnale interessante e che da’ qualche speranza, il segnale di una coscienza giovane che puo’ orientare il dibattito e le scelte negli anni a venire, potenzialmente. Ma ancora non sono nulla di piu’ di un potenziale.
D’altronde, che le piazze non siano di per se’ risolutive dovremmo averlo imparato con la “primavera araba” (e con decine di altri esempi, a partire dalle proteste in occasione dei vari G8 fino alle manifestazioni contro la guerra in Iraq).

E che siamo ben lontani dal comprendere l’esatta dimensione del problema che dobbiamo affrontare, lo si vede dalle pubblicazioni giornalistiche che per “salvare il pianeta” suggeriscono ancora micro-azioni come cambiare le lampadine con lampade a basso consumo, usare l’autobus o la bicicletta… etc etc etc. Tutte azioni utili a livello individuale, ma lontanissime dall’avere un impatto sulla reale mole della sfida che ci attende.

La dura verita’ e’ che se anche tutti i partecipanti domani decidessero di lasciare in garage la macchina per andare a lavoro e cambiare tutte le lampadine con altre a maggiore efficienza, ancora il problema sarebbe lontanissimo dall’essere risolto. Anzi.
La dura verita’ e’ che tutte queste azioni sono, individualmente e collettivamente, pressoche’ inutili.

Perche’ la dura verita’ e’ che siamo ben oltre questo tipo di micromanagement, siamo dinnanzi alla necessita’ -radicale- di ripensare un sistema economico alla base. Siamo al punto in cui dobbiamo ripensare totalmente il sistema produttivo mondiale e, con esso, la totalita’ dei nostri consumi. Pensiamo, tanto per fare un esempio, all’enorme produzione e consumo di cemento.
Siamo al punto, per dirla in pratica, in cui dobbiamo domandarci se davvero ci servano tre telefonini e, di conseguenza se siamo disposti a rinunciare a due di essi. O piu’, molto di piu’: i tre telefonini sono una minuscola punta dell’iceberg.
Purtroppo, temo tanti in quelle piazze non siano affatto pronti a simili riflessioni.
Perche’, diciamocelo, il nostro stile di vita ci piace.

Sopratutto, siamo al punto in cui queste decisioni devono essere prese ed imposte a gruppi di potere consolidati, industriali e politici, che non ne vogliono sapere di accettare una diminuzione del loro benessere e del loro potere. Siamo al punto in cui queste decisioni devono essere imposte a persone come Donald Trump, Dick Cheney prima di lui, ai gruppi petroliferi mondiali, alle monarchie del Golfo, a gruppi industriali e automobilistici….

Forse la sfida e’ immane e non ha neppure senso parlarne, forse. Ma se crediamo valga la pena, occorre che tutte le persone “di buona volonta’” che sono scese in piazza la smettano immediatamente di pensare a spegnere le luci di casa e comincino prima di ieri a ripensare i proprio consumi e, con esso, a pensare come organizzarsi politicamente per imporre simili scelte, vincolanti, a livello globale.
Perche’ e’ totalmente inutile vedere Juncker fare il baciamo a Greta Thunberg e non facciamo in modo che Juncker utilizzi tutto il suo peso politico per cambiare drasticamente l’approccio al problema del cambiamento climatico.

Provo una simpatia enorme per Greta e per tutti i giovani che si sono messi in moto, e capisco che non e’ possibile pensare di chiedere a una ragazzina di sedici anni di imporre decisioni politiche. A lei e ai suoi coetanei, no.
Ma a tutti coloro che hanno 18 anni, si’.

Nella storia recente, le piazze non hanno mai cambiato nulla. Non illudiamoci adesso che esse possano bastare, commetteremo lo stesso imperdonabile errore che abbiamo commesso troppe volte.

Standing in the -Stans: deep-stan? Touri-stan (parte 3)

Finita anche l’ultima incombenza di lavoro, posso dedicarmi al mio viaggio. Seconda tappa (la prima è pur sempre Tashkent) è Khiva.

Sveglia alle 5:00, trasferimento all’aeroporto dove ci attende il volo per Urgench, dalla quale l’autista (partito, ci dicono, due giorni fa da Tashkent!) ci porterà all’antica città di Khiva.
Come tutte le tappe di questo viaggio, anche Khiva era un tempo un importante centro carovaniero. Tutte queste città erano originariamente dei punti di sosta e scambio lungo le rotte delle carovane che collegavano Cina e India da un lato con l’Europa ed il Medio Oriente dall’altro.
Controllando i luoghi in cui era possibile fermarsi, questi centri potevano controllare il transito delle carovane ed arricchirsi col commercio.

Sorvolando un paio di deserti, l’aereo ci porta a circa 1.000 km ad ovest da Tashkent. L’autista ci conduce poi a Khiva, una città che conta ora circa 60.000 abitanti, di cui appena un terzo nella “città vecchia” tuttora circondata dalle mura.
La geografia della distanza farebbe pensare di trovarsi nell’Uzbekistan “profondo”, quello piu’ intatto e meno toccato dalla modernittà e dal turismo di massa. Sebbene la stagione aiuti (e’ ancora freddino, specie la mattina, e il picco turistico arriverà solo fra un mese) ci rendiamo presto conto che non e’ esattamente cosi’.

La definzione piu’ precisa che credo di poter dare di Khiva e’ quella di una piccola Venezia nel deserto: come Venezia, si tratta di un città che deve le sue fortune al commercio, una città che per qualche motivo e’ stata almeno in parte preservata dal cambiamento urbanistico come una piccola reliquia e una città marcata dal turismo. Non solo vediamo parecchie comitive (per fortuna, per lo piu’ locali) che affollano il viale centrale della città vecchia, ma quello stesso viale lo troviamo pieno di bancarelle con prodotti tipici (ceramiche e soprattutto i magnifici cappelli di pelliccia).

L’impressione piu’ forte di Khiva alla fine rimane proprio questa “dissociazione” fra il centro murato e il resto della città. Il centro in se’ e’ veramente bello e affascinante, con gli edifici in argilla gialla e le maioliche azzurre che spuntano quasi all’improvviso a decorarne alcuni. Ma sembra irreale nel suo essere preservato e staccato dal resto della citta’. Tant’e’ che alla fine del giro turistico chiediamo in albergo se ci sanno indicare la città nuova e se vi sia niente che consigliano di vedere, ottendendo una risposta di totale stupore.
Se a Venezia puo’ aver senso passare una giornata intera senza metter piede nei “nuovi” quartieri di Mestre sulla terraferma, a Khiva ho avuto l’impressione che questo si giustificasse assai meno. Parlare di “ripetitivita’” dei monumenti sarebbe ingiusto (anche perche’, probabilmente, e’ proprio questa relativa uniformità a conferire al centro il suo fascino), tuttavia non sarebbe neppure giusto negare che questo centro storico e’ in se’ abbastanza piccolino.

Già a Khiva ho cominciato a meditare su due riflessioni che mi accompagneranno in questo viaggio in Uzbekistan:
1) il concetto di “ristrutturare“: molti edifici storici in Uzbekistan (specie a Samarcanda) sono stati abbastanza radicalmente ricostruiti, certo seguendo stili e techniche quanto piu’ possibilmente vicine a quelle originarie (o comunque sotto stretto controllo UNESCO). Comincio a pensare che questa “mania di preservazione dell’originale” senza alterazioni sia soprattutto una cosa occidentale, forse derivata dallo studio reverenziale dell’antichità tipico del Rinascimento (vedasi filologia).
2) quanto a lungo si possono osservare le meraviglie? In Uzbekistan la bellezza di certi monumenti, la ricchezza dei dettagli nelle decorazioni e’ spesso semplicemente sorprendente e verrebbe da fissarli per ore. Fissare i dettagli, osservare l’insieme: ci sarebbe da guardarli per un tempo lunghissimo e probabilmente ancora non si riuscirebbe a cogliere tutto. Ma quanto a lungo si puo’ sostenere questo “sforzo”?

Standing in the -Stans: conference-stan (intermezzo)

I successivi due giorni si svolgono quasi interamente al chiuso della sala conferenze dell’hotel dove siamo alloggiati. Per due giorni assistiamo a presentazioni sugli sviluppi della cura della tubercolosi, sulle sfide e sulle soluzioni che ogni Stato ha sperimentato per cercare di affrontare con successo questa malattia, particolarmente complicata da trattare.

Menzione a parte per la presentazione the romantic disease dell’artista Anna Dimitriu che esplora in maniera innovativa il tema della tubercolosi: diverse opere paiono weird at best – per non dire decisamente borderline con l’offensivo verso panzienti e medici -, tuttavia la ricostruzione storica della tubercolosi, considerata nel 1800 una “malattia da artisti” che stimolava la creatività (“Keats never wrote anything interesting before getting tuberculosis“) e, in quanto tale, “desiderata” e’ stata decisamente interessante.

Le giornate troppo piene, il lavoro troppo intenso, combinati con la città troppo grande e troppo nuova non concedono di fatto occasioni per estemporanee esplorazioni di Tashkent al di là di quanto mostratoci durante il tour del primo giorno. Non sorprende dunque, che i rappresentanti nazionali di qualche delegazione (inclusa quella ucraina) decidano di approfittare di alcune sessioni per concedersi un giro di shopping.
Cosa che farà, giustamente, indispettire un poco gli organizzatori…

L’ultima sera ci viene offerta una cena di gala, accompagnata da danze tradizionali e musica uzbeka (ma non saprei dire di quale regione… come ogni Stato, anche l’Uzbekistan ha una propria diversità interna abbastanza marcata ma pressoché invisibile agli stranieri). Al termine di questa ultima cena del simposio, una dottoressa filippina della missione uzbeka (dio la benedica) pensa bene che sia cosa buona e giusta farmi impazzire sulla pista da ballo, mentre le colleghe ucraine scommettono su quanto tempo le vorrà prima di darmi una sberla.

Purtroppo la mattina dopo ad alcuni di noi attende ancora una giornata conclusiva di discussione per programmare le attività nella regione e il simposio dell’anno prossimo. Abbandoniamo quindi le danze e ci arrendiamo al sonno, almeno i piu’ fortunati.
Personalmente, mi sono dovuto recare all’aeroporto per accogliere il mio compagno di viaggio che non padroneggia ne’ il russo, ne’ l’inglese e, sebbene gli avessi prenotato un taxi fino all’albergo, non mi fidavo affatto a lasciarlo arrivare da solo. E per fortuna sono andato… il suo bagaglio era perso all’aeroporto di Mosca e comprendere come ottenerlo non e’ stato affatto semplice.
Morale della favola, sono arrivato in albergo alle 5:00 e ho dormito un paio d’ore prima della giornata di discussione. Inutile dire che il mio contributo e’ stato minimo, ma fortunatamente non ci si attendeva comunque granche’…