Cartoline sfocate dalla Nigeria: reincontriamoci fra vent’anni

Abuja, tarda serata, terrazza del compound. Una birra davanti a ciascuno di noi, alcune bottiglie gia’ sparse sul tavolo, una bottiglia piena di arachidi che passa di mano in mano. Chiacchiere dopo una giornata di lavoro.
Questo paese esplodera’” afferma il capo missione. Non so come siamo arrivati all’argomento, ma ormai ci siamo. Alcuni lo guardano stupiti, non io. “Forse non domani [nonostante le proteste], ma di sicuro’ esplodera’“. Troppi gli squilibri, troppe le questioni irrisolte.
In fondo lo pensa anche un think tank delle forze armate americane, immaginando la Nigeria come un failed state per il 2030 (sebbene basandosi su un’analisi marcatamente influenzata da Huntington che mi pare reggere poco, o perlomento essere troppo forzata su certe premesse). Il dibattito nel paese imperversa. Il Fragile State Index piazza la Nigeria in 14esima posizione fra gli Stati piu’ fragili al mondo, dopo Cameroon, Zimbabwe e Sudan, ma peggio di Mali, Iraq, Eritrea e Niger. Non una posizione incoraggiante.

Certo, nessuno nei circoli “che contano” lo ammettera’ mai apertamente, ne’ in Nigeria, ne’ altrove, che questo stato possa veramente “fallire”. D’altronde la sola idea e’ terrificante. Come scrive il think tank, se la Nigeria dovesse diventare un failed state come la Somalia, creerebbe un “buco nero tale da risucchiare 8 o 9 altri stati attorno”. Una situazione forse paragonabile solo al vuoto venutosi a creare in Congo, o nell’Asia Centrale dopo la caduta dell’URSS (ma li’ le cose si risolsero piuttosto in fretta). Forse, ma peggiore.

D’altronde parliamo di un paese con una popolazione stimata di oltre 200 milioni di persone, con la prospettiva di diventare il terzo piu’ popoloso al mondo (circa 500 milioni stimati). E di questi, la meta’ vive sotto le soglie ufficiali di poverta’, persino piu’ dell’India. L’ultimo paese in Africa ad aver eradicato la polio (2020), sanita’ di base praticamente inesistente, praticamente sempre a pagamento (96 milioni di euro stanziati dal governo federale nel 2020, 76 nel 2021 – 38 centesimi a persona). Corruzione endemica e pervasiva anche nella vita quotidiana: almeno una trentina i posti di blocco, ufficiali o meno, fra Abuja e Ebonyi, a ciascuno dei quali gli agenti presenti ricevono una generosa “donazione” di 2 Euro circa da ogni camion o autobus che passa. Un’economia informale enorme e una capacita’ fiscale minima, addirittura fra le peggiori in Africa. Conflitti aperti praticamente in ogni angolo del paese (a sud, nel Biafra; nel Nord-Est e nel Nord-Ovest; nella fascia centrale… e questi sono solo quelli noti), con il rischio che alcuni di questi si fondano assieme in una miscela incontenibile. Forze armate che da simbolo e garante dell’unita’ (e del prestigio) nazionale, si ritrovano ora overstretched, al limite della propria capacita’ di contenere le varie minacce alla sicurezza (come suggerito dalla strategia dei supercamps nel Borno, che limitano le perdite militari, ma espongono ad enormi rischi i civili).

Qualcuno ha detto petrolio?

Soprattutto, l’altro tradizionale pilastro sul quale lo Stato nigeriano si regge rischia di crollare senza preavviso. O, meglio, senza che si siano individuate alternative. Il petrolio.
Il petrolio ha consentito allo Stato nigeriano di reggersi in piedi con un fiume di denaro che ha permesso spese pazze (si narra di tre agenzie spaziali!), e patronage per comprare preventivamente o placare ogni tensione. Finche’ tutti potevano avere una fetta della torta, nessuno ha avuto motivo di creare problemi, almeno non troppi da sconquassare le regole del gioco (le elezioni si tengono sempre e comunque, anche se non si sa a quanto servano).

Ma gia’ nel 2020, causa pandemia Covid-19, le rendite petrolifere nigeriane hanno subito un brusco calo. Per i prossimi anni, i soldi potrebbero ancora bastare a tenere in piedi un sistema disfuzionale, ma quando la transizione energetica dovesse cominciare (come pare…), la Nigeria si troverebbe terribilmente impreparata, senza fonti di reddito alternative sufficienti da sostenere le enormi spese attuali (senza considerare gli investimenti che sarebbero pure necessari per una transizione economia e sociale).
Cosa accadra’ allora, ad oggi, e’ impossibile prevederlo. Sicuramente la situazione non e’ rosea e il tempo per provvedere sta rapidamente scadendo (si tratta di investimenti a medio-lungo termine, che potrebbero non dare frutti prima dei fatidici 20-30 anni): bisogna ricostruire le infrastrutture, ristabilire la sicurezza in vaste aree del paese, sviluppare un sistema fiscale differente, instituire servizi sociali (assicurazione sanitaria, pensioni, sistema educativo di base) tuttora con gaps enormi. Insomma, una sfida colossale, soprattutto per una classe politica abituata a spartirsi rendite e prebende fra cricche di potere senza alcuna vera forma di accountability politica-elettorale.

Se la Nigeria dovesse fallire, lo scenario potrebbe essere tragico. Le insurrezioni armate gia’ presenti potrebbero prendere il controllo di vaste aree del territorio, forse di interi stati federali, e persino proclamarsi indipendenti (nel Biafra -se potessero- sicuramente; nel Borno e’ probabile visto il modello proposto dall’ISIS in Siria). Altre porzioni di territorio potrebbero diventare “terra di nessuno”, magari replicando l’attuale modello del Borno con le citta’ ancora sotto il controllo del governo ed esercito federali, e il resto della campagna preda di chiunque (un po’ come nel Mozambico della guerra civile). Magari Lagos e la regione circostante potrebbero staccarsi dalla federazione. Il paper americano stima che potrebbero potenzialmente sorgere 8 mini-Stati indipendenti dalla frammentazione della federazione. Le proteste giovanili cui abbiamo assistito nei mesi scorsi potrebbero progressivamente aumentare man mano che vengono meno anche i pochi servizi disponibili, potenzialmente evolvendo in uno scenario simile a quello della Sierra Leone. Persino l’esercito potrebbe spaccarsi.
In tutto questo, probabilmente i servizi essenziali crollerebbero: circa un milione di nigeriani sotto terapia anti-retrovirale sarebbero abbandonati a se’ stessi, cosi’ come quelli che soffrono di tubercolosi. I focolari di epidemie stagionali (malaria, colera, febbre di lassa, febbre gialla…) esploderebbero incontrollati.
Rifugiati potrebbero riversarsi in Cameroon, Niger, Chad, Benin in proporzioni ben superiori a quelle osservate recentemente in Etiopia.

Insomma, reincontriamoci fra vent’anni.

Humanitarians: Nexus and chill

Warning: Il post è progressivamente lievitato in modo abnorme rispetto all’idea iniziale.

Nel mondo della cooperazione internazionale esiste, sin dagli albori, uno scisma fondamentale. Paragonabile forse solo alla divisione fra guelfi e ghibellini. Fra cristiani cattolici e ortodossi. E protestanti. E fra cristiani e mussulmani. E fra monoteisti e tutte le altre religioni… ok, forse questi esempi non funzionano affatto.
Diciamo allora che questo scisma radicale è paragonabile ad una fede di altro genere. E’ paragonibile ad un derby. E non un derby qualsiasi, non un Juve-Toro o un Milan-Inter qualunque. Neanche un Roma-Lazio. Sicuramente su un altro pianeta rispetto a ManU-ManCity. Appena paragonabile a River-Boca, ma solo in finale di Copa Libertadores. O forse al derby di Teheran*.

Una divisione viscerale, filosofica, quasi religiosa. Quella fra humanitarian aid e development aid. Cowboys e indiani.
Da un lato la Banca Mondiale, i miliardi, i vestiti stirati, gli hotel raffinati, gli investimenti in infrastrutture, autostrade, fertilizzanti, scuole, in una parola: lo sviluppo. Dall’altra i “cowboys” sui loro gipponi o a dorso di muli verso emergenze irrangiungibili, le casacche che dovrebbero fungere da scudo e i vestiti dubbiamente lavati, i pacchi di plumpy-nut distribuiti anche sotto le bombe; in una parola: l’emergenza*. Dove c’è la Croce Rossa, difficilmente c’è qualcuno del Fondo Monetario Internazionale. E viceversa.
E, in effetti, guardare un humanitarian in giacca e cravatta è in genere un’esperienza straniante (dico per esperienza). Così come ci appare ridicolo, o perlomeno fuori luogo, un businessman in visita in un campo per sfollati – che pure non mancano.
Mai, assolutamente mai, confondere uno con l’altro. Mai, assolutamente mai, scambiare l’humanitarian worker per qualcuno che lavora nella cooperazione allo sviluppo. Non esiste insulto peggiore.

O, almeno: non esisteva.
Poi qualcosa è cambiato. Qualcuno, in qualche università strapagata di qualche pacifica cittadina occidentale si è detto che, sotto sotto, le cose non sono così distanti; che ci deve essere un nesso: che non puoi rimediare e, soprattutto, prevenire un conflitto senza un pò di sviluppo.
Se l’insurrezione di Boko Haram controlla tanta parte del Borno e la Nigeria non riesce ancora a sedarla, ciò è evidentemente dovuto ad un complesso mix di fattori: non tutti sono terroristi assetati di sangue che vogliono sgozzare occidentali, molti (spesso: la maggior parte) sono ex contadini che causa desertificazione non hanno più di che vivere; ragazzi che non hanno scuole o prospettive di futuro; padri di famiglia incarcerati e torturati (etc. etc. etc) e arrabbiati, sfiniti.


Dunque, se war is development in reverse, lo sviluppo può invertire gli effetti nefasti del conflitto. E prima lo sviluppo comincia, meglio è. Early recovery, baby. Se esiste un collegamento fra conflitto e sviluppo (conflict-development nexus), allora deve esistere anche fra azione umanitaria e sviluppo: humanitarian-development nexus. Vi hanno bombardato l’ospedale? No problem: ve lo ricostruiamo più bello di prima, build back better!
E così è arrivato il nexus. La mela di Newton e l’uovo di Colombo combinati assieme. La risposta, sempre sia lodato!, a tutti i nostri problemi.
Se il conflitto causa sottosviluppo e il sottosviluppo causa conflitto, non potevamo più guardare l’azione umanitaria in emergenza dei chirurghi sotto le bombe e dei bambini affamati in modo separato dalla cooperazione allo sviluppo che costruisce scuole, ponti, centrali elettriche: occorre fare questo e quello, farli assieme, farli in modo coordinato, logico, efficace ed efficente (value for money, baby).
Occorre che la Banca Mondiale parli con le forze armate e con la Croce Rossa, così mentre voi mandate chirurghi e infermiere, noi vi facciamo un ospedale ultramoderno, e un’autostrada per arrivarci, e scuole per formare i futuri dottori. E via dicendo.
D’altronde, diciamocelo, come possiamo garantire a tutti quei poveri disgraziati martoriati dalla guerra appena più che la misera sopravvivenza? Un pediatra non sa costruire pozzi. Un ingegnere non sa arare campi.

Cosa vuol dire il nexus in pratica? Vuol dire che a Maiduguri (Borno) la città deve tornare a vivere, non a barcamenarsi per sopravvivere. Occorre fare spazio per lo sviluppo: addio emergency response, benvenuti piani di crescita! Vuol dire che il problema non è più se ancora ci si spara nel Borno appena fuori da Maiduguri, il problema è che la gente deve tornare a casa, deve svuotare i campi per rifugiati. Non basta più costruire e svuotare latrine, bisogna pensare ad impianti per depurare milioni di litri d’acqua al giorno.

Tutto questo è bellissimo, ovviamente. Un’idea brillante che, come sempre accade quando giochiamo con le vite degli altri, avrebbe dovuto risolvere tutti i nostri problemi, inclusi quelli di coscienza. I loro, chissà.
Eppure, come sempre accade con le idee brillanti, risolto un problema se ne crea un altro. Non necessariamente migliore.
E, ovviamente, ecco subito i sapientoni, le cassandre a ricordare “ve l’avevo detto…
Accade, per esempio che ai cowboys senza colts non piaccia poi tanto farsi accompagnare dai mastini da guardia dell’esercito. O che ai mastini da guardia non vada tanto bene dove questi scapestrati pensano di aprire i loro ospedali da campo.

E’ la politica, bellezza. E la politica è sempre distribuzione [ineguale] di risorse scarse. E in ogni distribuzione di risorse, qualcuno vince e qualcuno perde.
Se alla politica si somma lo schmittiano “politico” del conflitto amico/nemico, il quadro si complica.
E si complica soprattutto per chi nemici non ne ha, o almeno professa di non averne: quegli scapestrati di cowboys senza colt. I freak che si scudano dietro adesivi con gli AK-47 barrati a divieto e dietro i loro principi da anime belle di umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza. Che tanto, quando poi accade qualcosa di brutto, correranno sempre a piangere da mamma, andranno sempre e comunque a rifuggiarsi sotto l’ala armata dell’esercito. Perché, lo sappiamo, quando piove merda le bandiere bianche si smerdano come tutto il resto. E nulla ripara meglio di un fucile automatico.
Ma, che piaccia o meno, i principi da anime belle sono tutto quello che i frichettoni hanno (che poi sono professionisti di tutto rispetto, con master su master e decine di anni di esperienza, oltre ad avere alcuni milioni di budget da spendere, chiaro, pur restando peanuts rispetto alle vagonate di soldi di altri).
Gli humanitarians arrivano dove arrivano a portare vaccini, cibo pediatrico, antibiotici, cloro e altre sciocchezze perché riescono a farsi accettare, non perché un fucile gli apre la strada. E possono farsi accettare solo se dimostrano, coi fatti prima che con le parole, di non fare distinzioni. Di aiutare tedeschi e americani, guelfi e ghibellini, tifosi del Boca e del River.
Non ho ancora capito come c***o facciano, questi humanitarians. Ci credono davvero? E davvero la danno a bere a tutti quelli che incontrano? Per lo più no: nel Borno, le forze armate nigeriane ci accusano di essere complici dei ribelli islamici di Boko Haram e i soldati del califfato ci accusano di essere crociati sotto mentite spoglie, qui per convertire e distruggere la sana morale islamica.

In ogni caso, diventa difficile andare a mettere una garza ad un tifoso del Boca quando sei accompagnato da un gruppo di ultras del River. Almeno così mi dicono, io allo stadio non vado.

Farsi accettare, agire in modo imparziale, significa non guardare in faccia nessuno e guardare solo all’entità dei bisogni (quanto è grave quella ferita?).
Ma nello sviluppo non si ragiona così. Nello sviluppo si guarda al futuro, si fanno scelte basandosi su altre logiche, su altri criteri. Poco importa se quel campo per rifugiati non arriva ad avere i 15 litri d’acqua persona/giorno che gli standard umanitari impongono: quell’acqua serve per irrigare i campi. Con cui magari sfameremo milioni di persone, certo.
E lo sviluppo, come scelta propriamente politica, si regge sulla canna di un fucile – specie in situazioni di aperto conflitto. Il governatore del Borno dice autostrade? L’esercito (o la polizia) svuota i campi, riporta gli sfollati nei loro villaggi natali, costruisce una clinica, una scuola e se ne torna al campo. E gli humanitarians cosa fanno? Si accodano all’esercito per portare pacchi di riso e medici? Insistono per tratterenere i rifugiati nei campi?
Quelli della Banca Mondiale, invece, possono fregarsene in tutta pace dei principi da anime belle: non hanno alcuna professione di neutralità o imparzialità – seguono il vento dello sviluppo: si vuole fare una diga e una centrale idroelettrica? Perfetto, se serve tutti in marcia dietro le colonne dell’esercito*.

Nei paragrafi precedenti ho, evidentemente, calcato la mano. Mi son lasciato prendere dal gusto dell’esagerazione. Ma il problema esiste ed è reale. Cooperazione umanitaria (emergency relief) e cooperazione allo sviluppo (development) sono strettamente collegate, ma strettamente distinte allo stesso tempo. Il confine fra le due spesso si perde (sviluppare nuovi protocolli per trattare la febbre lassa è emergenza o sviluppo?), ma ogni tanto riemerge in superficie, in modo problematico.
Se l’ICRC scrive un piano di sviluppo assieme al governo del Borno potrà ancora garantire la propria imparzialità? O presentarsi come neutrale? Verrà ancora percepita come indipendente dagli abitanti, che magari sotto sotto simpatizzano per Boko Haram? E, di conseguenza, potrà raggiungere quei villaggi sperduti per portare medicine? O, magari, quel piano di sviluppo andrebbe scritto (per assurdo) proprio con Boko Haram? E, nel raggingere quei villaggi, può la Croce Rossa farsi scortare dall’esercito o farsi accompagnare dal presidente? Come verrà percepita? Diventerà solo un altro strumento di propaganda, per vincere hearts and minds da parte di una parte nel conflitto?
Può un’organizzazione umanitaria supportare il programma del governo per svuotare i campi per rifugiati? Come può assistere le persone che tornano a casa? Se il governo dice di costruire pozzi, ma i rifugiati chiedono scuole, a cosa si dà la priorità? E se l’ONG invece ritiene che servano ospedali? E può farlo coi soldi della Banca Mondiale, che magari sostiene apertamente una parte del conflitto?
Gli operatori umanitari verranno ancora distinti dagli ingegneri dell’esercito, che pure loro costruiscono scuole, ospedali, strade per la popolazione?
Dove si traccia la linea? Dove riemerge il confine?

Ogni contesto presenta risposte differenti. Nexus? Sì, no, forse. Parliamone?
Forse discutere di neutralità, imparzialità, indipendenza in modo assoluto non ha senso (ne ha mai avuto?). Ma in modo contestualizzato, rimane inevitabile. Nessuno, oggi, può onestamente negare che un collegamento fra crisi e sviluppo esista, e che abbia implicazioni enormi, che devono essere affrontate. Il problema resta come le si voglia affrontare. Alla fine, le domande su neutralità, imparzialità, indipendenza – in definitiva: le domande sull’accesso– resteranno fondamentali. E irrisolte.

(*quelle sopra sono, ovviamente, semplificazioni ad uso letterario)

p.s.: solo un’impressione mia, o sto diventando bravino con questi titoli?
(Sì, come si dice: me la suono e me la canto da solo)

Recensione 63: “Waiting for the Barbarians”

In un’altra epoca della mia vita, durante una lezione di tedesco ad Hamburg, ho imparato la differenza fra ganz [tutto] e fast [quasi] – ovvero, non l’ho imparata affatto.
Discutevamo di quali libri potessero essere trasposti in film ed io ancora non so se volevo dire che ganz o fast film possono essere trasposti.
Ieri sera, guardando “Aspettando i Barbari” di Ciro Guerra, credo di aver capito la risposta. Assolutamente tutti i libri possono essere trasposti in film, quasi tutti possono essere trasposti bene.
Ad ora, non ho ancora deciso in quale estremo dello spettro ricada il film di Guerra.

Aspettando i Barbari” e’ in se’ una trasposizione abbastanza fedele, piuttosto ben recitata dai tre protagonisti, interessante e di discreto intrattenimento. Eppure, sono uscito dalla visione con un gusto indefinito in bocca, non una piena soddisfazione, non una delusione.
Sono quasi certo che questa percezione sia dovuta al fatto di aver letto il libro di Coetzee pochi mesi fa: continuavo a cercare nelle immagini del film, quelle del libro.

Il film di Guerra mi offre l’occasione per una riflessione collaterale, ma non secondaria. Il libro di Coetzee e’ di meno di 200 pagine, mentre il film (escludendo i titoli di coda) si svolge per circa 1:50 ora (110 minuti). Con una comparazione a spanne (che certo fara’ storcere il naso ai puristi), possiamo dire che ogni pagina del film occupava poco meno di un minuto sullo schermo. Ovvero, che rappresentare visivamente quel che veniva rappresentato letterariamente nel libro in una pagina richiede approssimativamente un minuto. E Guerra ha dovuto tagliare non poche scene presenti invece nel libro.
Questo, credo, ci da’ un’idea della densita’ della letteratura di Coetzee.
Ovviamente non ho idea se un simile raffronto sia stato fatto da altri per altri film o libri.

Torniamo al film.
Innanzitutto, gli attori: personalmente, pur non avendo il physique du role descritto da Coetzee, ho trovato Rylance piuttosto efficace nell’impersonare il protagonista / narratore. Molto efficace nella prima parte, fino all’incarcerazione, poi -come tutto il film- la vividezza del testo di Coetzee, la sua graffiante riflessione, mi pare si sia un po’ persa.
Depp non mi ha convinto nel ruolo del colonnello Joll, mi e’ parso mancare di quell’arroganza e di quel fanatismo che il personaggio richiede. Meglio Pattinson nel ruolo di Mansell, almeno a tratti. Ma, parere mio, nel testo Joll gioca un ruolo assai piu’ importante.

La storia, poi: Guerra cerca di essere fedele al libro, ma deve tagliare non poco. Se nella prima parte (le lunghe sedute del magistrato con la prigioniera) la cosa non influisce troppo sullo sviluppo della trama e sulla sua percezione, nella seconda parte scompaiono passaggi importanti. Troppo importanti per essere omessi con tanta facilita’: la prigionia del protagonista e’ ridotta a pochi momenti, mentre si dovrebbe protrarre per mesi; cosi’ come l’estasi violenta e guerriera della campagna militare e i tormenti successivi (la partenza dei soldati, gli sfollati – completamente omessi). Seppur difficili, in quelle pagine si gioca, a parere mio, il nucleo del testo di Coetzee.
E’ in quello sviluppo vissuto ed osservato attraverso l’esaltazione e la disperazione della violenza che Coetzee lancia la sua critica piu’ fulminante. Ometterlo, secondo me, ha fortemente ridotto la profondita’ della narrazione. Questa evoluzione della violenza, del rapporto dell’uomo con essa, gioca una parte fondamentale nel testo – almeno per me, e’ il messaggio del testo. Purtroppo il film di Guerra sembra coglierlo solo a tratti. Vedasi la scena di Mansell quando gli viene chiesto come riesce a mangiare – un lampo, ma troppo breve, troppo isolato per farci sentire la tempesta; Coetzee, al contrario, pare guidarci attraverso quella tempesta.
Il tempo, probabilmente, ha giocato contro Guerra e la trasposizione del libro. Ma un bravo regista non dovrebbe essere bravo proprio a selezionare cosa trasporre? (Perche’, ad esempio, dedicarsi alla scena della rasatura del protagonista – specie se non si e’ scavato prima nella sua prigionia?)

Non ha caso, la maggior parte delle recensioni concorda con questo giudizio misto.
Un peccato. Peccato, specie considerando l’abilita’ che Guerra aveva mostrato in altri lavori – come “Birds of passage“: snervante nella sua rappresentazione della discesa fra errori tattici, arroganza e corruzione, implacabile, eppure a suo modo accattivante, capace di catturare lo spettatore.
Qualcuno riprovera’ ad affrontare la trasposizione del libro?

Humanitarians: enough, cynicism

Durante quest’ultima settimana ho fatto una cosa che non avrei mai voluto fare: ho visitato un campo “profughi”. O, più correttamente, un campo per rifugiati interni (IDP internally displaced people). Ad essere precisi, molti campi per rifugiati. Alcuni “formali” ed altri “informali” – “di fortuna”, come quelli che fino a qualche tempo fa si sarebbe potuto vedere a Roma o ad Atene, quei campi rispetto ai quali lo Stato chiude un occhio, per non essere costretto ad aprirli entrambi.

Sono a Maiduguri, Borno, signore e signori, l’occhio del ciclone nel conflitto che da un decennio destabilizza il nord-est della Nigeria, quello fra l’esercito nigeriano e la ribellione impropriamente detta di Boko Haram (che in realtà oggi sono due gruppi: Jamā’at Ahl as-Sunnah e lo Stato Islamico dell’Africa Occidentale).
Proprio in quanto occhio del ciclone, Maiduguri è un posto tranquillo: circondata da una trincea, simile ad un castello medievale, la città è un’isola pacifica nel Borno – assieme a poche altre, l’unico post dove gli operatori umanitari possono avere accesso e lavorare. Certo, ci spostiamo solo dall’ospedale al compound e sempre in macchina, ma i rischi sono limitati.

Non è che non volessi visitare quei campi per rifugiati. Fa parte del lavoro, cosi’ come in Ucraina non potevo non visitare gli ospedali per malati di tubercolosi. Piuttosto, non volevo vivere le sensazioni che questa visita provoca.
Non c’è paura, né disgusto, né orrore, né nausea in me. Quelle semmai avrebbero dovuto esserci. Invece, solo fredda osservazione (ricorda qualcosa?). Ed era forse proprio quella che volevo evitare. Il primo sintomo del cinismo
Senza entrare nei dettagli, posso dire che le immagine che comunemente associamo a questi campi corrispondono, purtroppo, al vero.

Come ho potuto non vomitare? Come ha potuto non rivoltarmisi lo stomaco alla vista catapecchie, della spazzatura, delle latrine a cielo aperto, dell’acqua stagnante e putrefatta?
E cosa sarebbe stato peggio – che non abbia vomitato o se l’avessi fatto? Come avrebbero interpretato quella mia reazione incondizionata le persone che vivono in quei campi, come simpatia viscerale o come disgusto?

Prima di visitare quei campi avevo parlato coi rappresentanti di altre ONG che vi lavorano. Alcuni di loro mi avevano detto che la situazione in termine di strutture igeniche è “more or less enough“. Sufficiente, più o meno.
E’ sufficiente condividere una latrina con altre 25 persone? Più o meno. Secondo alcuni standard del settore, si’.
E’ sufficiente dormire per terra, sopra una stuoia? Più o meno.
E’ sufficiente avere l’acqua centellinata, o doverla racattare da fonti insalubri? Più o meno.
E’ sufficiente ricevere un pezzo di sapone ogni tanto, e magari doverlo rivendere perché procurarsi cibo è più importante? Più o meno.

Cosa vuol dire che tutto questo è “sufficiente”? E’ questo il valore che diamo a quelle vite? Kantianamente, è questa la dignità che vi riconosciamo?
“Sufficiente”, uno dice. “Sufficiente” per cosa? Per non crepare di fame, per non portare il tuo bambino all’ospedale per casi di malnutrizione acuta che abbiamo allestito. Eppure non sufficiente, non ancora sufficiente, per evitare di morire di colera alla prossima epidemia (si’: ci sono epidemie di colera, nel Borno). Non ancora sufficiente per farsi una doccia al giorno. Non ancora sufficiente da avere un materasso.
Quando diciamo che qualcosa è “sufficiente” per queste persone, manca un passo nella nostra analisi. Forse l’unico che dovremmo fare. Abbiamo mai davvero provato a comprendere la realtà di queste vite?
Ha nessuno di noi mai provato a dormire su una stuoia sopra la sabbia, circondato solo da teloni di plastica? E non per una sola notte, ma per una settimana intera, magari per un mese?
Ha nessuno di noi mai provato a condividere una latrina – un buco nel cemento circondato solo da lamiere?

No, certo che no. Non l’ho fatto io, di sicuro no. Dovrei? Potrei?
Il fatto stesso che debba pormi queste domande, che debba chiedermi di immedesimarmi fisicamente a tal punto con la loro situatione non è forse un sintomo della mia incapacità di sentire [to feel, erfühlen] senza dover per forza farne esperienza diretta [erfahren]? Del mio fallimento come essere umano? Del mio cinismo.
Quanto a fondo dobbiamo cadere nell’acqua per sentire che stiamo annegando?

Come ho potuto non vomitare non lo so. So solo che non ho sentito neanche i conati. Forse, ripensandoci, avrei voluto. Avrei voluto che le mie viscere prendessero il sopravvento sulla mia mente. Che qualcosa di più profondo di tutti gli studi, di tutte le (poche) esperienze, di tutte le teorie ancora mi dicesse – mi facesse sentire – che sono ancora capace di disgusto. Che qualcosa di più profondo mi ricordasse che sono esseri umani davanti a me, e che lo sono anche io.

Scrivendo questo post, non sono neppure più sicuro dove stia il cinismo. Mi pare sia permeato dapperutto, tanto diffuso da essere indistinguibile dalla realtà. E’ cinismo l’osservazione distaccata, priva di emozioni? E’ cinismo la necessità di immedesimarsi più a fondo?

Lo so che sono meccanismi di difesa, che non potremmo fare un millesimo di quel che facciamo se dovessimo fermarci a piangere di fronte ad ogni bambino malnutrito che arriva all’ospedale. Ma tutta questa sapienza non riesce a frenare la domana: come possiamo non vomitare? Almeno una volta. Per me, per loro. Per noi.

Letteratura, memoria e psicopatia

L’aforisma wittgensteiano “di tutto ciò di cui non si può parlare, occorre tacere” [Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen] è sicuramente uno dei più abusati della filosofia contemporanea, forse di tutti i tempi. Citato a sproposito in quasi ogni occasione. Anche questo post lo cita a sproposito: non discuteremo di Wittgenstein, forse neppure di filosofia o di linguaggio. Ma l’aforisma ci serve come viatico per aprire il nostro discorso.

Di tutto ciò di cui non si può parlare, occorre tacere”, dunque: un invito al cauto silenzio.
Nella mia bulimia di conoscenza, ho recentemente cercato di acquisire qualche fondamento di psicologia. Psicologia collettiva e del trauma, soprattutto, come si conviene a qualcuno che si interessi di violenza (lì dove c’è violenza, è probabile vi sia anche trauma). L’unica cosa che credo di avere appreso in questi primi passi è che il trauma psicologicamente inteso deriva proprio dall’impossibilità di comunicare (definizione, ovviamente, atecnica). I pazienti traumatizzati, in psicologica, sarebbero proprio coloro che non riescono a dire, ad articolare nel linguaggio un’esperienza che trascende, travalica i limiti del simbolo e del linguaggio stesso. Perlomeno, i limiti del loro linguaggio: delle loro capacità espressive, di cio’ che essi sono in grado di codificare e ritrasmettere simbolicamente.
Lo stesso Wittgenstein, d’altronde, usa il verbo [kann, können] – traducibile (come l’inglese “to can“) con “essere in grado di; essere capaci di“, o ancora “know how“: non di un divieto si tratta, dunque, ma di una impossibilità, dell’incapacità da parte del soggetto di formulare ed esprimere un concetto (un simbolo).
Il trauma, dunque, è in un certo senso una frattura del sistema simbolico-linguistico. Infatti (ed i lettori più esperti della materia mi correggeranno se opportuno), tanta parte del lavoro di psicanalisi è proprio dedicata a ripristinare questa capacità simbolico-comunicativa attorno a quegli eventi.
Prendendo il nostro Wittgenstein, dunque, potremmo azzardare (a mo’ di immagine letteraria) che il tacere forzato dà origine al trauma: tutto ciò di cui non si può parlare, causa un trauma (o, esagerando ancora, “tacere causa trauma”).

Questo lampo di riflessione m’è venuto in mente leggendo il bel post di Gaberricci, che mi ha immediatamente richiamato alla mente il lavoro di uno scrittore del quale avevo commentato un interessantissimo testo diversi mesi fa: Georg Sebald.
Nel suo “Storia naturale della distruzione“, lo scrittore tedesco prova ad affrontare la domanda sul “perché nella letteratura postbellica tedesca non si trovano riferimenti riguardo l’immane distruzione che la Germania ha sofferto a causa della guerra aerea fatta di bombardamenti a tappeto e bombe incendiarie portata avanti dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti contro le città tedesche? Perché di questa enorme devastazione non si trova traccia nelle opere degli scrittori tedeschi?” (cito dal mio post di allora).
Sebald propone una risposta in due parti al suo quesito: da un lato, egli evidenzia come questa narrazione, questo tema, questo oggetto di ricordo sia incociliabile con il mutato clima dell’epoca (perché soffermarsi a rinvangare il triste passato invece di focalizzarsi sul futuro, sulla ricostruzione?); dall’altro, parlare di questi eventi era praticamente impossibile, quell’atroce distruzione è sostanzialmente incomunicabile (forse persino incomprensibile).
La letteratura, sembra dire Sebald, è costretta a lasciare il posto agli asettici rapporti autoptici, alla cruda e brutale scienza mortuaria: solo questa, pare avere la forza di addentrarsi nella cruda rappresentazione della violenza, solo lasciando da parte la narrazione (dunque il simbolismo) e immergendosi totalmente nei fatti si puo’ provare a riportare, a trasmettere una realtà che supera la fantasia, la nostra stessa capacità d’immaginazione.
In entrambi i casi, il trauma è tale da rendere impossibile la comunicazione: tanto grande da bloccare il progresso, il naturale fluire, evolvere e dimenticare nella vita individuale e collettiva; troppo grande da poter essere simbolizzato, rielaborato e, di conseguenza, superato. Insomma, il tacere qualcosa crea un “eterno presente”, in cui quanto viene non-comunicato resta silenziato, ma sempre dinnanzi a noi. Onnipresente a noi stessi. Ma, in fondo, (come ci insegnano la psicologia e gli studi sulla memoria collettiva) solo ciò che è propriamente elaborato, metabolizzato, puo’ poi essere in certa misura lasciato alle spalle, dimenticato, superato.

Ma lasciarsi qualcosa alle spalle, significa anche che questo oggetto non deve più essere onnipresente a noi. O, perlomeno, richiede che questo oggetto sia trasposto nel tempo e nello spazio in forme accessibili e accettabili, tollerabili.
La memoria dovrebbe, se l’immagine m’è consentita, operare come un vaccino: una forma depotenziata ed edulcorata del male, ridotta ad un livello tale da poter essere accettabile dal nostro organismo (la nostra psiche), ma ancora sufficiente per attivare una risposta.
Anche questo dovrebbe essere il ruolo del linguaggio, e in definitiva della letteratura. Per una qualche “distorsione” neuronale (termine atecnico), le nostre memorie sono prevalentemente e preponderatamente in forma linguistica, narrativa. Cioran amava dire che “senza il dominio del concetto, la musica avrebbe soppiantato la filosofia” – forse, in quella realtà, la musica (o l’olfatto) avrebbe avuto il dominio delle nostre memorie. In ogni caso, per noi sapiens sapiens il preservare e il trasferire concetti, storie, avvenimenti, sensazioni, avviene soprattutto per il tramite del linguaggio, dunque della letteratura come strumento privilegiato. Soprattutto la scrittura: concretizzazione del linguaggio durevole, dunque anti-temporale (o trans-temporale) per eccellenza.
Codifichiamo i nostri pensieri in linguaggio per poterli comunicare e li comunichiamo per dargli durevolezza. Il linguaggio è dunque il primo strumento del perdurare, del transitare per restare: transitare oltre l’individuo, per restare nella collettività. Trans-temporale, dunque anti-temporale: trascendere il tempo significa scontrarsi contro esso, opporsi al il suo fluire.
Questa realizzazione ci porta un passo oltre, ci porta ad osservare che una funzione della letteratura è proprio garantire (o, perlomeno, offrire la possibilità di) un domani ai nostri pensieri, alle nostre sensazioni, al nostro vissuto e alle nostre emozioni. La letteratura è una sfida al tempo.

Questa constatazione è stata il lampo che mi è sorto leggendo il post di Gaberricci. Egli parla di silenzi “involontari” che definirei “ambientali”: quelli che, cito dal suo post, “esistono solo perché, dove e quando uno scrittore ha concepito una certa opera, certi concetti erano talmente quotidiani che non ha sentito il bisogno di dover spiegare o giustificare determinati passaggi” [enfasi nell’originale].
Ma quel dove e quando sarebbe, azzardo, proprio ciò che la letteratura ambisce a superare! Non si dice forse di ogni buon testo letterario che “ci parla” anche se son trascorsi secoli da quando fu scritto? Non lodiamo forse questa abilità di alcuni testi nel comunicarci qualcosa di noi stessi pur partendo da una realtà ormai superata?
I tedeschi del 1945 – 1960 (e oltre) non avevano alcun bisogno che Sebal, o chi per esso, riesumasse gli orrori dei bombardamenti alleati: essi erano ben chiari sotto i loro occhi – maledettamente evidenti nelle macerie delle loro città che solo poco a poco andavano in quegli anni cicatrizzandosi. In maniera simile, all’epoca gli orrori della Shoah erano risaputi a prescindere dagli scritti di Primo Levi (anche qui, esistevano i rapporti militari a supplire al silenzio). Certo, quanto (e dove) tutto ciò fosse conosciuto puo’ essere oggetto di discussione, ma almeno in una certa misura essi rappresentavano un sapere piuttosto diffuso, comune.
Tuttavia, se prendiamo per buona l’idea di cui sopra che la funzione (o una funzione) della letteratura sia quella di trasporre nel futuro alcune realtà, dovremmo allora riconoscere che uno scrittore dovrebbe dire anche ovvietà nell’oggi, per trasferirle e preservarle nel domani.
Eppure, seguendo il ragionamento di cui sopra, lo stesso tacere alcuni elementi li fossilizza, ne rende impossibile il superamento. Quegli impliciti, quei non-detti restano presenti proprio in quanto non detti. E, in quanto non detti, possono essere fonte di trauma, per i contemporanei e per il futuro (trauma trans-generazionale).
Forse Levi scrisse per sé e per i suoi contemporanei, molto più probabilmente, sebbene inconsciamente, egli scrisse per noi (an die Nachgeborenen, per dirla con Brecht: a coloro che verranno).

In quelle pagine, dunque, Sebald sembra aprire una crepa sull’idea stessa di letteratura, sul suo “ruolo”. Pare volerci avvisare che anche per la letteratura, per l’arte del linguaggio, esiste un limite oltre il quale la comunicazione diventa impossibile. Esiste un livello traumatico oltre il quale il linguaggio perde senso.
Ma, al contempo, esiste una necessità di sfidare quel limite, l’esigenza perlomeno di tentare di trascenderlo, di trovare forme e modi per comunicare l’incomunicabile. Questo ri-portare qualcosa nel linguaggio, significa dunque porlo nel e oltre il tempo. In un certo senso, significa, dunque, anticipare un bisogno futuro (il bisogno di memoria – che è sempre un bisogno futuro) e, così facendo, sfidare l’implicito, l’ovvietà dell’oggi. E sfidare l’implicito dell’oggi significa anche offrire una possibilità di ri-elaborazione, di metabolizzazione e, in fondo, di superamento di qualcosa che altrimenti (se tenuto sotto silenzio) rischia di tramutarsi in un penso, in una fonte di trauma. Dire certe ovvietà dell’oggi significa anche, in qualche modo sfidare quel “tacere forzato” ad origine del trauma.
In fondo è questo il senso della memoria e della transizione [giustizia di].
Questo risponde anche alla domanda che mi ponevo in quel post su Sebald: perché soffermarsi a rinvangare il triste passato invece di focalizzarsi sul futuro, sulla ricostruzione? Perché solo parlandone oggi potremmo liberarcene, e al contempo parlarne ancora domani. Solo così potremmo sopravviere a noi stessi, in molti sensi.

Gli scritti di Levi, come quelli di Sebald (o, forse in modo ancora più evidente, il diario di Anna Frank) sono dunque, cosciamente o meno, atti di doppia trascendenza: trascendono i limiti del poter dire [dicibile passato], di quanto può essere concettualizzato e trasmesso simbolicamente a discapito del trauma passato e trascendono i limiti del dover dire [dicibile futuro], di quanto in quel dato momento si considera necessario preservare e tramandare.

Humanitarians – continuazione, sospensione

E cosi’ ci risiamo. Sono ripartito. E sono arrivato, di nuovo, ad una nuova destinazione che per qualche mese non sarà solo “casa“, ma anche e sopratutto “tema”. Il luogo di questi viaggi di lavoro non e’ solo un luogo geografico, è anche una specifica questione cui dedicarsi, nella quale immergersi e rispetto alla quale cercare di ottenere dei risultati.

Questo è un aspetto della professione che ho scelto cui non avevo pensato prima. Anzi, un aspetto che sta emergendo alla mia mente solo nel momento in cui comincio a scriverne: per noi “operatori umanitari”, spostarsi di luogo in luogo, di missione in missione, non vuole dire semplicemente spostarsi da un spazio, un punto fisico-geografico ad un altro, ma altresi’ spostarsi, ri-posizionarsi su uno specifico problema.
Significa doversi ri-formare ogni volta riguardo una specifica problematica.
Molti, forse col passare del tempo, fanno l’errore di enfatizzare le somiglianze fra i problemi che affrontiamo (e ve ne sono); ma questi restano irrimediabilmente differenti. Ogni nuova missione, ogni trasferimento, è dunque un inizio in tanti sensi: nel ricostruire uno spazio domestico, nel ricostruire legami (professionali e non), e nel padroneggiare il tema che si va ad affrontare.

Ma non è questo l’aspetto su cui stavo riflettendo quando ho immaginato questo post. Ancora una volta, il tema è personale.

Se ripenso alla mia vita degli ultimi 10-15 anni, penso di essere stato (comparativamente) molto “nomade”, rispetto perlomeno alla maggioranza dei mei coetanei coterranei. Dai 18 anni ho vissuto in 8 città e 7 stati differenti, lavorato o visitato temporaneamente molti di più.
Cambiare, insomma, è stata una relativa costante.
In questa costante del cambiamento, nutrivo l’impressione che ogni “capitolo”, ogni nuovo spostamento, fosse un pezzo a sé stante. Quasi letteralmente “una nuova vita” che si apriva e si chiudeva assieme alle valige che di volta in volta preparavo, nell’atterrare o ripartire da un nuovo aeroporto. Ognuno di questi capitoli era rimasto in qualche modo autonomo, separato dagli altri, concluso in sé stesso. Una sequenza di parentesi da aprire e chiudere senza nesso fra loro, almeno non radicale.

Rinchiuso nella mia quarantena ad Abuja, già nel luogo dove vivro’ per i prossimi mesi e già immerso nella missione che mi attende, ma al contempo ancora in qualche modo separato, diviso da essi, sento forse per la prima volta che ora è diverso.
Forse questa sensazione è data dalla relativa brevità di questa missione rispetto ai “capitoli” precedenti (oltre un anno a Londra, 18 mesi in Ucraina). O forse dal fatto che, essendo la seconda, questa missione instaura una ripetizione, si inserisce in un qualche ciclo più grande e non puo’ essere vista come un capitolo interamente a sé stante. O forse qualcos’altro.
In ogni caso, sento una sospensione di quella che era la mia routine del cambiamento, la sensazione che questa parentesi è in realtà qualcosa di diverso. La sensazione che c’è un filo che ora lega questa parentesi, questo capitolo con quello prima e con quello dopo. Sento una continuità diversa. Sento che ho portato qualcosa con me, qui ad Abuja, qualcosa di più immateriale eppure più “pesante” delle camicie, degli scarponi. E allo stesso modo intuisco che mi sto caricando addosso qualcosa che portero’ più avanti.

C’è, insomma un insieme di tendenze contrastanti: da un lato, la sensazione che siamo qui in Nigeria “a scadenza”, per pochi mesi (talmente pochi che si possono contare i giorni passare); dall’altro, la percezione che questa tappa si inserisce in un percorso più ampio.
Da un lato, la sensazione di una “sospensione” dell’ordinario – almeno di quale supposto “ordinario” che era rappresentato dalla vita in Italia (comunque, nonstante tutte le fughe, le pause, il luogo in cui ho vissuto più a lungo in vita); dall’altro, l’impressione che forse un nuovo “ordinario” (una nuova normalità?) sta prendendo forma. Eppure non capisco ancora che forma stia prendendo.

Non capisco, insomma, qual’è la “normalità” che si sta profilando; che tipo di ordine sto costruendo: un ordine ancora centrato, seppure sempre meno, sull’Italia? Un ordine con un centro altrove (chissà, magari trovero’ un appartamento a Bruxelles, o perché no a Berlino, magari a Lisbona…)? O un ordine praticamente senza centro fisso? Una normalità “nomade”?
Questa domanda – apparentemente puramente geografica – mi pare in realtà contenere in sé molto di piu’. Contiene un tempo (di più: contiene il tempo!)*, una storiografia, una filosofia perfino. Contiene in fondo anche un’identità: essere un Berlinese è differente dall’essere un cittadino di Lisbona – i luoghi che abitiamo, inevitabilmente, ci cambiano: ci espongono ad una cultura diversa, ad un’alimentazione differente, a suoni e lingue differenti, ad idee differenti…

Se mi fermassi a vivere ad Abuja non sarei la stessa persona che se decidessi di tornare a Kyiv. E non sarei la stessa persona se decidessi di non fermarmi in nessun luogo.
Eppure, qualcosa di me sarebbe sempre lo stesso. Continuerei a portare con me qualcosa che è stato, ed è stato cambiato, ad Abuja, a Kyiv, a Londra, a Lyon… Anche se cosa esattamente non saprei.
Saprei di volere/dovere cercare quel ristorante vietnamita non lontano da St. Pancras; oppure lo scantinato dove cucinano noodles giapponesi vicino all’Arsenale di Kyiv. Conoscerei il sapore dei melograni ucraini e il freddo piovoso delle primavere amburghesi. Saprei godere del sole estivo nei parchi londinesi, oppure nelle spiagge di Hamburg o Kyiv. Saprei dove poter correre lungo il Regent’s Canal o dove passeggiare nel giardino botanico – ma tutte queste cose potrebbero sparire prima che decidessi di tornare (o di restare) in ciascuno di quei luoghi… (ok, probabilmente Regent’s Park non scomparirà a breve). Saprei quando indossare gli scarponi da neve in Ucraina e dove comprare il vino migliore a Lyon.
E tutto questo perché sono stato in ciascuno di questi luogo, l’ho vissuto (abbastanza a lungo); ma non sono rimasto, non sono diventanto di nessuno di quei luoghi.
Ciascuno di essi, preso in sé, rappresenta una parentesi: un episodio compiuto e concluso, malamente ma pur sempre legato agli altri. E presi tutti assieme, costituiscono un quadro astrattato, in cui la trama comune diventa sempre meno chiara.

Qual’è la continuazione? Qual’è la sospensione?

*Sento riecheggiare un certo Kant in questo pensiero – ne sarà contenta la mia prof di filosofia al liceo.

Recensione 62: “Il Paradosso della Bontà”

Da alcuni anni mi sono affidato a Corrado Augias come segnalatore di libri “che meritano di esser letti”, per la precisione (se non erro) da quando raccomando’ questo: una lettura intelligente, educativa, affascinante e gradevole. Mix perfetto.

Saldo su questa coscienza, quando Augias ha recensito e bollato come meritevole “Il paradosso della bontà” di Richard Wrangham, ho provveduto a procurarmelo e leggerlo il prima possibile.
Il libro aveva tutte le premesse per rivelarsi una lettura memorabile o quasi (come -sempre su avviso di Augias- fu “La lingua colora il mondo“). Tendenzialmente sarebbe bastato il tema a convincermi: la violenza. Purtrppo, su questo tema persino chi lo tratta professionalmente e con cognizione di causa spesso scrive boiate. La cautela era quindi d’obbligo.

Wrangham si pone una domanda di enorme importanza: perche’ l’uomo e’ allo stesso tempo altamente socievole e pacifico e altamente violento? E prova a darvi risposta mettendo a disposizione e collegando assieme una vasta mole di materiali, per lo piu’ ancora non accessibili al grande pubblico (ovvero: lettteratura ancora scientifica e specialistica), materiali che spaziano dalla psicologia, all’archeologia, all’antropologia e alla biologia.
Con tutto questo materiale a disposizione, l’antropologo e primatologo inglese riesce a proporre una risposta articolata e per lo piu’ convincente. Risposta che, dato il suo background professionale (lo studio di scimpanze’ e bonobo), Wrangham approfondisce nel confronto coi primati a noi piu’ simili.

Secondo l’autore, infatti, gli essere umani beneficerebbero di una bassa aggressività reattiva, ma di un’alta aggressività proattiva (in confronto ai primati, ma anche rispetto ad altre specie animali). Distinzione, quella fra le due tipologie di aggressività a lungo sconosciuta e non analizzata.
Secondo Wrangham, in estrema sintesi, l’essere umano e’ meno propenso a regire violentemente quando provocato (aggressitivà reattiva), ma piu’ propenso a pianificare “a mente fredda” atti violenti (aggressività proattiva).

Dato questo per appurato (su basi che non sto a ripetere), seguendo un modello adattivo (darwiniano) Wrangham si dedica dunque a ricercare le cause dei diversi livelli di aggressività.
Nella seconda parte del libro, quella dedicata all’aggressività reattiva, effettivamente le prove a disposizione appaiono fortemente convincenti (magnifico lo studio sulle volpi di Belyaev): l’uomo si sarebbe addomesticato. Ovvero, in un processo millenario, agli individi piu’ violenti sarebbe stato impedito di riprodursi, favorendo la proliferazione di tratti meno aggressivi. I dati biologici (prima ancora che psicologici) a supporto della tesi sono stupefacenti (non solo per l’uomo, ma per molte altre specie).

Posto che nessun essere terzo ha addomesticato l’uomo, si pone dunque la questione di come questo processo sia potuto avvenire.
La risposta che Wrangham propone e’ che si sarebbe trattato di un processo di auto-addomesticazione, nel quale gli stessi esseri umani avrebbero progressivamente (specie all’epoca dei primi homo sapiens) eliminato violentemente gli individui (alfa) piu’ aggressivi. A contrario di bonobo e scimpanze’, questo processo sarebbe stato possibile per l’uomo grazie ad un “semplice” fattore: il linguaggio.
Il linguaggio avrebbe consentito all’uomo preistorico di organizzare coalizioni, di programmare l’uccisione di un individuo da parte di un gruppo, il quale in virtu’ del numero soverchiante, avrebbe avuto una forza schiacciante e non avrebbe dovuto temere sconfitta o danno.

Questo passaggio costituisce il trait d’union che lega la bassa violenza reattiva con l’alta violenza proattiva.
Scoperto questo “potere” coalizionario del linguaggio ed i vantaggi “militareschi” che ne derivano, l’aggressività proattiva sarebbe divenuta ancora piu’ importante per l’essere umano che non per altri animali (primati inclusi).
La teoria, seppure affascinante e relativamente fondata (o, perlomeno, credibile e plausibile), a mio avviso qui comincia a vacillare un po’. L’autore riconosce che le prove, soprattutto per questo passaggio, sono assai incerte e richiedono ulteriori ricerche (mentre, azzardei, per la domesticazione vi sono elementi piuttosto forti), tuttavia ho avuto l’impressione che, ad eccezione della logica, nessun argomento portato da Wrangham si riveli di per se’ piu’ probabile delle teorie alternative che egli passa in rassegna per confutarle. V’e’, nel compesso, una varietà di possibili spiegazioni, di fattori relativamente persuasivi, che la fermezza del ragionamento vacilla un po’.
Wrangham commette qui, a mio avviso, l’errore di fidarsi un po’ troppo della propria teoria e volerne spingere la validità tramite argomenti logici fino al suo limite ultimo. La logica regge, ma appare un elemento troppo debole.
Egli arriva cosi’ ad affrontare una molteplicità di ambili scientifici assai vasta (specie sul tema della guerra), del quale forse non ha una conoscenza e una compresione altrettanto approfondita come nel proprio campo, e a respingere teorie potenzialmente meritevoli (e magari complementari).

In ultima, avrei trovato il libro piu’ convincente se si fosse fermato un passo prima; a volte piu’ leggibile se i rimandi interdisciplinari fossero stati piu’ contenuti. Nel complesso, resta un testo affascinante per chi voglia approfondire da una prospettiva nuova e diversa il tema della violenza.

Humanitarians – tempi interessanti

Benvenuti in tempi interessanti” scriveva Slavoj Zizek. Poi uno puo’ crederci o meno.
Certo, qualcosa l’abbiamo visto muoversi intorno a noi in questi due decenni del XXI secolo, non sempre nella direzione sperata (diciamo l’elezione di Trump?). Occupy questo o quello; Fridays for future; Black Lives Matter; le proteste a Hong Kong; il conflitto in Ucraina e le elezioni in Bielorussia… Tanto movimento, ma poca sostanza.
Le cose appaino sempre fisse, immobili. Almeno fino a che non ci sei dentro.

Sono in Nigeria da 20 giorni esatti, un terzo dei quali passati in quarantena, uno su un gippone bianco a correre per le “autostrade” accidentate che collegano Abuja col resto del paese. E poco piu’ di un altro terzo in visita ad uno dei progetti che l’organizzazione per cui lavoro ha nel sud del paese, nello stato di Ebonyi. Nel mezzo di una rivolta che pare smuovere veramente le cose.
Ebonyi e’ uno stato prevalentemente rurale nel sud della Nigeria, relativamente immune dalle agitazioni politiche che hanno coinvolto la regione (il Biafra) anche negli anni recenti.
Eppure, anche qui ora si sente un vento che spira piuttosto forte. Un vento abbastanza forte da spingere svariati stati, fra cui Ebonyi, ad imporre un comprifuoco totale.

Tutto questo e’ partito mentre io ero ancora bellamente isolato nella mia quarantena. Il movimento diventato noto come “End SARS” e’ cominciato prima come una campagna on-line, per poi diventare rapidamente una serie di proteste di piazza: gia’ il mio primo giorno in ufficio era diventato un tema di discussione, e di riflessione, non secondario.
Ma nessuno aveva visto arrivare la tempesta: non noi, non certo il governo della Nigeria. Probabimente neppure varie organizzazioni internazionali.

La Nigeria ha una lunga tradizione di “legge ed ordine”, almeno in superficie: la corruzione e’ pervasiva, tanto pervasiva che diventa quasi impossibile distinguerla da “normali” pratiche di cortesia (ma cos’e’ la normalita’?); sicuramente ha gruppi criminali transnazionali di tutto rispetto; gli scontri, anche violenti, sono regolari non solo nel Nord-Est dove imperversa Boko Haram, ma in tutto il paese (proteste nel Biafra e nel Delta; ma soprattutto scontri “etnici” fra pastori ed agricoltori in tutta la fascia centrale del paese). Tuttavia, queste scosse telluriche, queste tensioni profonde della societa’ Nigeriana non paiono essere mai arrivate a scuotere le fondamenta dello Stato.
Lo Stato, in Nigeria, e’ sempre apparso come un monolite piuttosto solido, sebbene poco presente e poco efficiente nel fornire servizi ai propri cittadini (educazione e sanita’ sono fra le peggiori al mondo, le persone in poverta’ assoluta persino piu’ dell’India), ma pur sempre un monolite inscalfibile, retto sulla dicotomia esercito / petrolio. Il primo, come garante dell’ordine, della sicurezza, dell’unita’ e del prestigio nazionali; il secondo come fonte della re-distribuzione delle risorse, elemento di ri-equilibrio fra gli squilibri regionali, etnici, religiosi, politici (soprattutto fra Nord e Sud, cristiani e mussulmani). Un monolite al quale non si poteva chiedere molto, ma pur sempre temuto e rispettato.

Improvvisamente, ora qualcosa pare essere cambiato. Improvvisamente, e’ arrivato “End SARS”.
Difficile, almeno ora (nel mezzo della tempesta) dire cosa sia accaduto. Il fattore prossimale, scatenante, e’ stato il video dell’ennesima (apparante) uccisione extra-giudiziale compiuta dalla famigerata unita’ di polizia SARS.
Ma non era certo la prima. Le malelingue, e chi scrive fra esse, potrebbero chiedersi se non vi sia altro (qualcosa, qualcuno?) sotto. Ma in questo momento non ho risposta.
La scintilla, in ogni caso, e’ stata quella.
Da li’ sono partite le proteste, prima nelle metropolidi di Lagos e Abuja, poi progressivamente espandendosi in tutto il paese: Delta, Anambra, Abia, Osun, Rivers, Edo, Enugu, Ebonyi… Soprattutto al sud – la regione apparentemtente piu’ vessata dalle violenze della polizia (il Nord, mi dicono, guarda all’unita’ SARS come un valido aiuto nel conflitto con Boko Haram).
La risposta dello Stato – la promessa di epurare l’unita’ SARS e riformare la polizia – non e’ bastata: troppe vane promesse negli ultimi anni hanno sottratto ogni credibilita’. Le proteste sono continuate, a volte anche in modo violento: bloccando strade e aeroporti, incendiando stazioni di polizia e proprieta’.
Ora la risposta dello Stato si fa piu’ dura: sempre piu’ stati impongono un comprifuoco; pare che le forze di sicurezza abbiano cominciato a sparare sui manifestanti. Certo, non una novita’, tutto sommato, in un paese come la Nigeria – abitutato ai colpi di stato militari e alle reazioni dure, militaresche. In ogni caso, difficile prevedere i prossimi sviluppi.

La novita’, semmai, e’ la forma che sta prendendo la protesta. Pare, per la prima volta, che siano superate le divisioni settarie (anche se resta una considerevole differenza fra Nord e Sud nelle reazioni). Pare, per la prima volta, di assistere ad un movimento generazionale, un movimento che pare non riconoscere piu’ l’autorita’ e l’autorevolezza delle istituzioni nigeriane – prima fra tutte l’esercito. Anzi, un movimento pronto a sfidarle.
Un movimento le cui domande vanno crescendo: non piu’ solo la riforma della polizia, ma altresi’ una redistribuzione del potere, una diversa gestione dello Stato. All’hashtag #EndSARS ora segue quello #EndBadGovernance.

Although the composition of the Nigerian political elite has evolved over the last 60 years, it has remained ideologically consistent in drawing a line between an economically and politically privileged few who enjoy the full benefits of citizenship and the majority who are socially excluded in several ways. In the performance of its duties, the Nigerian police has served as the gatekeeper of that line. As such, police brutality is not arbitrary or accidental. Instead, it is part of a wider systemic attempt by the political elite to keep socially and economically marginalised Nigerians under their control.

Come diceva un amico intervistato qualche giorno fa: potrebbe essere un momento che conduce a cambiamenti radicali nel paese.

Almeno ora, agli albori della protesta, sembra una “primavera” Nigeriana: ricorda in qualche modo quanto accadde nel Nord Africa circa un decennio fa, soprattutto nella dimensione generazionale dello scontro. Resta da vedere con quali sviluppi, con quali conseguenze.
Proprio come per i giovani arabi di allora, ho parecchie domande su dove andranno a finire queste proteste.

In ogni caso, viviamo in tempi interessanti.

Quarantenato (2)

Il settimo giorno penso’ che ne aveva gia’ avuto abbastanza. E l’ottavo giorno usci’.
Nulla di rivoluzionario, nessun atto di ribellione: era gia’ tutto previsto. A quanto pare, in Nigeria una quarantena di 7 giorni e’ sufficiente. D’altronde, di che puo’ lamentarsi un paese che registra (ufficialmente) circa 150 casi al giorno, e solo nei giorni peggiori.
Detto in franchezza, i dati lasciano il tempo che trovano: possibile che in una citta’ da 1,2 milioni di abitanti come Abuja ieri si sia registrato un solo caso? O al covid-19 non piace il clima caldo, oppure direi che qualcosa non quadra. Ma non divaghiamo.

L’ottavo giorno sono uscito, dunque. Le regole per la quarantena prescritte dalla Port Health Authority nigeriana sono ambigue su questo punto, ma non diciamoglielo: test covid-19 ripetuto il 7imo giorno dopo la quarantena e libera uscita all’8ttavo. Nessuna precisazione se si debba aspettare il risultato del test PCR o meno.
Io ho prenotato il test per l’8ttavo giorno, quindi fatto quello me ne sono gia’ uscito dall’isolamento.

Alle 9:30 l’autista dovrebbe passarmi a prendere proprio per andare a fare il test. Penso sia meglio aspettarlo nel piazzale, piuttosto che chiuso in camera.
Esco.
Gia’ il solo gesto di metter il piede fuori dalla porta della stanza e nel corridoio mi pare sovversivo, rivoluzionario. Mi sento quasi inebriato dalla liberta’ che sto conquistando, per quanto minuscola essa sia.
Attraverso il corridoio, passo dalla porta sul retro dalla quale ero entrato otto giorni fa e mi ritrovo all’aperto, in mezzo all’aria, sotto il sole, non piu’ richiuso fra quattro mura, con la loro afa e l’oscurita’ che si faceva opprimente.
Arrivo al piazzale e non so che fare. Attendo, ma mi prendono i dubbi: posso attendere qui? Non dovrei aspettare in stanza fino a che qualcuno non mi fa segno che si’, posso muovermi?
Torno dentro. Poi torno fuori.
Non so esattamente che fare, dove dovrei stare. Per quanto breve, una settimana privo di liberta’ ha avuto un qualche effetto anche sulla mia autonomia decisionale, a quanto pare.

Alla fine aspetto fuori, cammino un po’ per il piazzale, gustando la sensazione delle gambe che possono distendersi senza restrizioni, gustando la brezza (poca), il sole (tanto) e la vista dei colori non alterati da inferriate, zanzariere e neon.

L’autista arriva di li’ a poco, mi conduce al luogo dove faro’ il test e mi riporta a casa.
Nuovo dubbio: devo di nuovo aspettare qui fino al risultato? Dall’ufficio decidono di no e mi autorizzano a spostarmi. Liberazione, prendo possesso di una nuova stanza – pressoche’ identica, ma chissa’ perche’ mi pare radicalmente diversa.

Nel pomeriggio decido di passare anche in ufficio, faccio un primo saluto ai colleghi e rientro a casa dopo un paio d’ore.
Appena a casa mi infilo le scarpe da correre e provo un giro del quartiere (l’unica parte della citta’ dove ci e’ concesso muoverci a piedi): i primi 2,5 km da oltre una settimana. Le gambe, ovviamente, sono durissime. Il tempo mediocre, il caldo pesante. Ma che bellezza!

Per il fine settimana sono in uno stato ambiguo: il risultato del test arriva gia’ sabato e mi “libera” ufficialmente dalla quarantena. Ma le restrizioni di movimento restano.
Chiedo di accompagnarmi ad un supermercato, unico luogo in citta’ ove possiamo recarci (ah, bellezza del consumismo!), compro due cose (soprattutto crema solare che -genialmente- ho dimenticato di mettere in valigia) e torno al compound.
L’appartamento e’ parte di un palazzo di quattro piani, interamente occupato dalla’organizzazione per cui lavoro, recintato da un muro di un paio di metri con filo spinato in cima e guardia al cancello (una prassi che ho visto ovunque, qui ad Abuja). Ha una piscina e un terrazzo.
Stanco di restare rinchiuso, alterno le mie ore fra la piscina e il terrazzo, sempre premunedomi di evitare di stare al sole, ma rifiutandomi ostinatamente di stare al chiuso fra la luce artificiale e l’aria condizionata. La sento davvero come un’esigenza, un imperativo: stare all’aperto, costi quel che costi!

Che la prigione abbia cambiato forma e dimensioni, ma non sostanza? Sara’ interessante capirlo.

Questione di stile (recensioni)

Ho riflettutto a lungo se addentrarmi o meno in queste recensioni che vi propongo. Per la prima volta, infatti, trattero’ non di film o di libri, ma di telefilm – o, come mi pare piu’ corretto chiamarle, miniserie.
Da quanto per fattori esterni alla mia volonta’ ho cominciato ad avere accesso a Neflix, il mio consumo (sic) di questo tipo di prodotto culturale (sic) e’ aumentato nettamente.
Forse lo stile-miniserie come stile del XXI secolo meriterebbe una riflessione, ma non la faro’ qui.
In ogni caso, non ero convinto di voler recensire questo tipo di produzione. Forse per snobismo, forse perche’ non saprei inquadrarla artisticamente (? culturalmente?, mediaticamente?). O forse senza vera ragione. Alla fine, come vedete, ho ceduto.
Ho ceduto perche’ la visione di alcune produzioni mi ha motivato a riflettere piu’ in profondita’ sulla loro qualita’ e meritevolezza, che sono in definitiva i tratti delle recensioni. Perche’ no?, dunque.

Recensione 59: “Giri/Haji” (“Dovere/Vergogna”)
Co-produzione anglo-giapponese per questo telefilm (pardon: miniserie) crime poliziesco ambientato fra Tokyo e Londra, fra yakuza e Scotland Yard.
Lo inserisco nella lista perche’ ho particolarmente apprezzato alcuni aspetti, oltre ad una buona trama con buoni intrecci e senza sentimentalismi: la recitazione (per quel che ne posso capire), la commistione di stili e di vedute fra oriente e occidente (bella l’idea di includere tratti a fumetti, quasi dei manga).
Storia di due fratelli divisi da incomprensioni (quanto gioca la cultura in questa serie – e quanto bene viene presentata) e dalle professioni (uno poliziotto, l’altro gangster) e ri-uniti da un piano criminale che si dipana fra le due metropoli. Spesso l’uno contro l’altro, tirati lontano da contrapposte lealta’ e doveri che collidono; altrettanto spesso avvicinati da tratti comuni. Un gioco di costante tensione fra opposti, un tira/molla che affascina e cattura.
Pure gli altri personaggi, le altre storie “collaterali” e intrecciate riescono a mantenere uno spessore e un interesse non da poco. Caratteri che evolvono, riflessioni sul rapporto fra crimine e polizia. Un po’ eccessivamente violento a tratti, ma forse questa scelta si giustifica se inserita nello stile manga. Nel complesso, un bel mix.
Menzione speciale, infine, per la scena del balletto. Spettacolare, magnificamente montata e dolcissima.
Consigliato, specie per provare un senso dell’incrocio trans-culturale, anche criminale. Meno entusiasta il Guardian.

Recensione 60: “Black Earth Rising
Avevo sentito grandi cose di questa miniserie e quando, bloccato qui in quarantena, ho finalmente deciso di affrontarla, ne avevo grandi aspettative. Purtroppo, largamente deluse.
Forse le mie aspettative erano troppo grandi, o forse erano semplicemente male orientate. Puo’ essere, ma non credo. Alla fine, ho trovato questa miniserie piuttosto banale, debole nel legare assieme alcuni protagonisti, ancor piu’ debole nell’approfondirne gli sviluppi.
Storia di enorme potenziale: Kate Ashby, una ragazza sopravvissuta al genocidio ruandese del 1994 e adottata da un’avvocata inglese e’ costretta a riaffrontare il proprio passato quando si ri-aprono dei casi giudiziari legati a quegli eventi. Il tutto mentre attorno a questi casi e su questi casi (dunque attorno a lei e su di lei) si svolgono trame politiche, e geopolitiche (il Grande Gioco).
Purtroppo, a mio giudizio, il grande limite di questa miniserie e’ quello di attenersi troppo agli eventi. Alla fine, “Black Earth Rising” non offre molto di piu’ che un compendio artistico del genocidio e di quel che ne e’ seguito (ad esempio, il Ruanda che sotto Kagame e RPF passa dalla sfera francese a quella inglese). Va appena oltre solo alla fine, quando inserisce la dimensione economica (lo sfruttamento delle risorse minerarie del Congo), ma anche qui da’ veramente poco a chi conosca gia’ almeno un po’ la regione.
Notevole il coup de theatre finale che coinvolge la protagonista (e che fa da fil rouge sottostante a gran parte della trama), ma resta un punto piuttosto isolato e che, date le premesse (il trauma della protagonista Kate Ashby) avrebbe meritato uno sviluppo ulteriore. Qualche tocco di white guilt da parte degli occidentali che “non capiscono” l’Africa (ma quasi nessuna riflessione sul quale parte giochino gli africani trapiantati altrove in questo). Brava Michaela Coel nel ruolo principale.
Deludente, invece (almeno a gusto mio) l’intreccio dei personaggi, persino eccessivo a volte nei continui ritorni e legami fra tutti i protagonisti che danno quasi l’impressione di una “storia privata” del gruppo, piuttosto che collettiva: scelta giustificata, a sottolineare la duplicita’ di carattere e i sotterfugi, i legami sotterranei che unisco; ma mi e’ parsa abusata. Decisamente sprecata la scena e la suggestione dell’incontro fra Kate e il genocidiario Ganimana (il potenziale qui era enorme, ma non si e’ visto traccia di nessuno degli spunti narrativi che potevano emergere).
Valutazione opposta ed entusiastica del Guardian – forse la mia storia personale influenza troppo la mia percezione.
Giudizio personale: guardatelo se non conoscete la storia del Ruanda post-1994 e i suoi molteplici sviluppi o se sentite il bisogno di rinfrescarne la conoscenza. Altrimenti e’ evitabile, purtroppo.

Recensione 61: “Collateral
A meta’ strada fra le due miniserie di cui sopra, posizionerei “Collateral“. Con la precisazione che il mio giudizio, giunti a questo punto, soffre probabilmente un bias in favore delle produzioni britanniche. E, in questo caso, anche di weak spot verso Carey Mulligan.
Altra serie crime, questa volta incentrata sulla migrazione nel Regno Unito e sui traffici che la sostengono. La trama e’ forse la piu’ debole fra quelle delle tre serie qui recensite, arricchita da alcuni caratteri secondari che non aggiungono molto, ma offrono alla storia nel complesso un discreto spessore (politica, militari, chiesa… mancano, mi pare, i media).
Come per “Black Earth Rising“, anche in questo caso il tocco migliore nella storia arriva alla fine, con una proposizione che dovrebbe farci aprire gli occhi e riflettere molto piu’ di quanto in realta’ non riuscira’ a fare (o di quanto non siamo disposti). A dispetto di quella serie, tuttavia, direi che “Collateral” offre (nella sua semplicita’) uno svolgimento piu’ lineare, ma al contempo piu’ accattivante, navigandoci attraverso il sistema e le sue diramazioni piu’ perverse, pur mantenendo un tono persino delicato nel modo in cui la detective Kip Glaspie (Mulligan, appunto) ne solleva il lerciume.
Qui il Guardian e il sottoscritto arrivano ad un giudizio condiviso: godibile, intelligente. Merita.