Post-ambientalista

Cara Greta,
innanzitutto, lasciami dire quanto ti sia grato per aver, almeno per un po’, doverosamente e prepotentemente portato il tema dell’ambiente al centro del dibattito pubblico
. Nutro qualche sincera perplessita’ sul reale impatto che questo movimento potra’ avere (e anche da questo e’ motivata questa mia lettera). Essendo una persona intelligente, certo comprenderai tu stessa che il dibattito deve essere trasportato su un altro livello, ben oltre rispetto alla sola riduzione dei consumi (e.g. non prendere voli non necessari) – se, per inciso, cosi’ non fosse, ti prego di smetterla sin d’ora con questo ambientalismo inutile: distoglierebbe solo l’attenzione dai problemi piu’ profondi.
Ma tutto questo e’ solo premessa.

Veniamo allora al nucleo del problema.
Trovo enormemente corrette le tue parole sul fatto che la generazione dei “decisionmakers” non debba sforzarsi di rassicurarci, quanto condividere le nostre paure.
Tuttavia, e qui sta la grande differenza fra noi che mi spinge a scriverti, se ben comprendo le tue parole, mi pare esse siano dirette come un invito ad agire per salvare l’umanita’, per consentire alla tua generazione (e a quelle successive) di vivere una vita serena e accettabile su questa (non nostra) terra.
Ecco, questo – personalmente – non lo condivido. Non piu’, perlomeno.
Gia’ qualche tempo fa (ben prima che la tua protesta prendesse piede, a dire il vero) alla domanda se volessi figli rispondevo, forse un po’ sarcasticamente, che si’: mi piacerebbe tantissimo un giorno avere un figlio cui insegnare ad amare Camus, a rispettare le donne, a placcare a rugby, a cucinare e a gustare un buon vino… o una figlia cui insegnare ad essere forte e dolce al tempo stesso, ad apprezzare un uomo che le apra la porta ma molto di piu’ un uomo che lavi il pavimento, a giocare a go e a fare equitazione. Mi piacerebbe tantissimo, e forse e’ una delle cose piu’ belle che si possa sperimentare nella vita. Ma non lo faro’, perche’ non posso prendermi la responsabilita’ di condannare qualcuno a vivere in un mondo in cui i cambiamenti climatici imporrebbero una vita tremenda. Non penso solo ad una vita in cui Venezia potrebbe affondare o gli orsi polari scomparire. Penso ad una vita in cui acquazzoni, trombe d’aria, periodi di siccita’ sarebbero all’ordine del giorno, ma imprevedibili.
E, ancor peggio, penso ad un mondo in cui i rimedi contro tutte queste situazioni sarebbero garantiti solo ad una fetta strettissima della popolazione: una manciata di ricchi, ricchissimi, o super ricchi – gli unici in grado di permettersi contro-misure ad ogni costo. Una fascia di popolazione alla quale non potrei garantire a questi miei figli di appartenere, esponendoli dunque a tutto il tragico rischio di questi cambiamenti, possibilmente anche a sofferenze terribili.
E’ egoismo, vero, ma e’ anche un grande senso di responsabilita’.

La seconda considerazione che mi spinge a questa riflessione e’ constatare l’inutilita’ delle campagne contro il cambiamento climatico. Tu, Greta, non lo sai, ma io appena un paio di settimane fa sono stato in Iran. Un paese bellissimo, davvero, ma un paese nel quale si accendono impianti di condizionamento lasciando le porte spalancate (oh, magari funziona: proviamo tutti a bloccare il surriscaldamento globale a forza di condizionatori!). La stessa cosa la fa il mio coinquilino egiziano, oppure gli ucraini d’inverno: riscaldamento ad oltre 25C e finestre aperte.
Ma questo non cambia il sistema!, dirai. Certo, hai ragione. Ma basta come esempio ad indicarci quanto in ritardo siamo nell’affrontare il problema.
Forse ben piu’ che i dati sulle plastiche negli oceani, sull’impatto devastante del cemento, o sull’assorbimento di CO2 da parte degli oceani. Forse sono piu’efficaci perche’ ci ricordano l’impatto delle azioni di ciascuno di noi. Anche se ovviamente quelle azioni individuali hanno un impatto incommensurabile rispetto al sistema complessivo.

La terza ed ultima considerazione e’ risvegliata dalla recente serie televisiva su Chernobyl, nella quale si vede la natura “riprendere il sopravvento” e riuscire in qualche modo a progredire con un suo equilibrio.
Anche questo non e’ nulla di nuovo, ma e’ importante ricordarlo: la terra, gli alberi, gli animali, potranno benissimo sopravvivere senza l’uomo. Anzi: sopravviveranno molto meglio. Il sistema terra e’ sempre stato un sistema in equilibrio evolutivo, in un costante ma lentissimo cambiamento che solo noi uomini abbiamo scombussolato con le nostre accelerazioni.
L’umanita’ e’ solo un ingranaggio relativamente piccolo in questo sistema complesso. Un ingranaggio che ha preso il sopravvento e un impatto spropositato, ma pur sempre solo una parte del sistema. Una parte della quale il resto potrebbe verosimilmente fare a meno, come ci dimostra Chernobyl (ma anche i deserti o le profondita’ degli abissi).
Senza di noi, quindi, la terra ha qualche chances. Con noi uomini ancora in giro a fare danni, probabilmente no.

Allora, cara Greta, ecco perche’ dissento da te e dai tuoi compagni ambientalisti, che pure stimo e ammiro con tutto il cuore: voi volete salvare l’uomo nella terra. Io penso che per l’uomo non ci sia piu’ speranza, per la terra forse si’.
Quindi, dico io: inquinate a volonta’! Forse saremo l’ultima generazione a poterlo fare: l’ultima generazione a depositare plastica in cima all’Everest, l’ultima a viaggiare su jet privati intorno a globo, l’ultima a produrre plastica. (Nella migliore/peggiore delle ipotesi potrebbero esservene ancora una o due, sebbene in condizioni assai piu’ estreme).
Après nous le déluge!
Ed e’ bene cosi’! La terra e’ prossima al punto di rottura, se non l’abbiamo gia’ sorpassato. Tornare indietro e’ impossibile. Allora, abbracciamo la catastrofe! Godiamoci questo mondo per quel che (ci) resta.
Dopodiche’ saranno tsnunami, siccita’, carestie e – finalmente – la scomparsa dell’umanita’. La fine di questo pessimo esperimento chiamato antropocene. E’ evidente che come uomini non abbiamo fatto un buon lavoro, quindi che diritto abbiamo di avanzare pretese di sopravvivenza?
Ma la terra restera’ dopo di noi. Lentamente tornera’ a vivere, trovera’ un suo equilibrio (post-apocalittico, forse).

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Irresistibilmente Iran – lezioni di taroof nel deserto (parte 4)

E’ gia’ tempo di salutare Shiraz.

Di mattina presto faccio il check up dall’albergo e un taxi mi accompagna alla stazione degli autobus dove prendero’ il bus per Isfahan. Arrivo in stazione con largo anticipo, abbstanza per dare un’occhiata in giro, chiedere quel minimo di informazioni per trovare il mio autobus e comprare un faloodeh per colazione.

Il controllo dei biglietti prima di salire a bordo procede laboriosamente ma senza incidenti e finalmente il bus si avvia a lasciare Shiraz. Ci attendono circa 6 ore di viaggio prima di arrivare a Isfahan.
Poco dopo la partenza ci viene offerto un pacchetto-colazione. Avrei un libro con me, ma ben presto mi lascio cullare dal traffico e mi addormento.
Mi risveglio dopo un tempo indefinito, forse un paio d’ore, osservando fuori dal finestrino il paesaggio arido che circonda l’autostrada. Non si tratta di un vero deserto, per come comunemente lo immaginiamo con dune e distese sabbiose, piuttosto rassomiglia ad una savana, povera di acqua ma comunque piena di arbusti. Spesso incrociamo il letto inaridito di un fiume, difficile capire se si tratti di torrenti stagionali o fiumi completamente rinsecchiti, ma altrettanto spesso vediamo scorrere affianco a noi tratti verdeggianti, con alberi relativamente rigogliosi, sebbene sempre sporadici.

Quello dell’acqua in Iran e’ abbstanza un paradosso: indubbiamente e’ un bene scarso (tanto che la guida a Shiraz mi spiegava come le fontane nei cortili fossero anche un segno di benessere), ma quasi mai se ne nota una mancanza grave. Almeno non all’occhio del viaggiatore occasionale. Anzi: a Isfahan mi racconteranno che le pioggie abbondanti degli ultimi 4-5 anni hanno praticamente ricreato un fiume che era praticamente scomparso.

Poco dopo il mio risveglio due ragazze sedute dal lato opposto mi offrono della frutta, senza ragione apparente. Avendo letto prima di partire del taroof iraniano e dell’estrema gentilezza e ospitalita’ degli iraniani, capisco ben presto che non ha senso rifiutare. Provo, in modo piu’ cerimoniale che altro, a dire di no, che non e’ necessario, ma resistance is futile. Accetto dunque la gentile offerta, prendendo un paio di frutti dall’arancione tenue, simili a piccole mele. Scopro solo ora che si tratta di Japanese plums (che wikipedia identifica anche come nespole), noti in Iran come azgil. Confesso di non averli mai provati prima.
Continuo a leggere senza troppa convinzione e ad osservare il paesaggio fuori dal finestrino, fino a quando le ragazze nuovamente non mi fanno cenno, stavolta per invitarmi a provare una specie di biscotti. La cosa sembra eccessiva, ma ancora una volta rifiutare mi pare praticamente impossibile. Dunque accetto nuovamente, mentre comincio a meditare che l’unica cosa che posso condividere sono le pesche che ho nello zaino, ma al contempo non posso prenderle solo per offrirle senza mangiarle io stesso: temo la cosa appaia troppo sfacciata e non conforme all’etichetta persiana.

Passano ancora un paio d’ore e il bus si ferma per pranzo. Personalmente, semplicemente non ho appetito: fra il faloodeh, le merendine del pacco-colazione, frutta e biscotti, davvero non sento appetito.
Almeno non abbastanza dal volermi prendere la briga di spiegare in mezzo inglese (mezzo, perche’ purtroppo la conoscenza delle lingue straniere fra chi non lavora nel turismo e’ veramente minima) cosa vorrei ordinare. Prima penso di restare in bus a leggere, ma mi invitano a scendere; poi provo a passeggiare a zonzo mentre attendo di ripartire, ma e’ veramente troppo caldo e c’e’ troppo sole per restare all’aperto: sarebbe semplicemente follia. Non mi resta altro da fare, dunque, che sedermi ad un tavolo del locale, una specie di autogrill iraniano, senza sapere esattamente come altro impiegare il tempo prima di ripartire.

Poi una signora mi si avvicina alle spalle, richiama la mia attenzione mi porge un panino.
Imbarazzo alle stelle.
Stavolta provo ad insistere nel rifiutare, dicendo che veramente non e’ necessario, non c’e’ bisogno che si prenda il disturbo. Ma e’ inutile. Prendo il panino, senza sapere davvero che fare: lasciarlo li’ senza mangiarlo sarebbe probabilmente offensivo, restituirlo anche… dopo un minuto che sembra durate un’eternita’ mi decido ad alzarmi e chiedere alla signora (sempre in mezzo inglese) se posso perlomeno offrirle da bere. La comunicazione non funziona, non riesco a spiegarmi e preferisco desistere piuttosto che infilarmi in una situazione ancora piu’ imbarazzante. Mangio dunque anche il panino, mentre decido che appena ritornati in bus offriro’ a lei e alle ragazze la frutta che ho in zaino: fare domande o cercare di “negoziare” e’ inutile, se non decisamente impossibile. L’unica opzione realistica a mia disposizione e’ metterle “davanti al fatto compiuto” e forzare loro un po’ la mano nel farle accettare che ricambi la cortesia.
E cosi’ e’: appena risalgo a bordo estraggo la borsetta con la frutta e mi dirigo prima verso la signora, poi verso le ragazze, insisto appena perche’ mi lascino contraccambiare e alla fine desistono anche loro, accettando di prendere una pesca.
Mi sento ancora enormemente in debito, ma almeno un po’ meno.

Il viaggio in bus prosegue. Adesso da un televisore stanno trasmettendo un film, probabilmente brasiliano mi viene da pensare sentendo le parole in portoghese tradotte solo in parte. E’ una qualche commedia con storia criminale e d’amore, la gente ogni tanto ride.
E di nuovo le ragazze accanto a me richiamano la mia attenzione: hanno preparato una specie di piadina, del pane piatto e morbido arrotolato con una qualche salsa. E di nuovo si ripete la scena precedente, con io che provo diligentemente a rifiutare e loro che pacatamente insistono. Ovviamente io cedo di nuovo.

Se questo non e’ un corso intensivo di taroof fra la savana iraniana, davvero non so cosa sia.

Mi sento riaddormentarmi di nuovo, ma intuisco che stiamo entrando in una citta’. Con un pizzico di fortuna intuisco trattarsi di Isfahan e scendo. Non so dove sarei finito altrimenti, visto che altri passeggeri sono rimasti nel bus.
Recupero la valigia e mi dirigo verso i taxi. Memore del problema con l’indirizzo a Shiraz, stavolta mi sono preparato: anche stavolta l’indirizzo dell’albergo sulla prenotazione e’ diverso da quello effettivo e mostro direttamente google maps ai tassisti. I quali tuttavia non capiscono proprio dove sia la strada… il loro smarrimento mi fa pensare che non abbiano mai visto google maps.
In mio aiuto arrivano nuovamente le ragazze, delle quali tuttora ignoro il nome, che verificano nuovamente l’indirizzo sull’app e lo dettano al tassista. Per qualche ragione costui si scrive anche numero di telefono dell’albergo (ok, sebbene ce l’abbia io stesso), dell’agenza di viaggi che l’ha prenotato, ed il mio…
Il taxi mi conduce all’albergo senza problemi, esattamente la’ dove gli avevo indicato che avrebbe dovuto essere. Faccio il check in e crollo in una stanza caldissima. Laboriosamente riesco a chiudere la porta finestra e accendere il condizionatore, mi trattengo in stanza per un po’, tempo di rilassarsi, estrarre due cose dalla valigia e rinfrescarsi. Infine decido di uscire: sono le cinque passate e penso che il sole dovrebbe ormai calare abbastanza da consentirmi di andare alla scoperta di Isfahan.

Anziche’ andare direttamente verso il centro turistico e cittadino di Imam Square, proseguo lungo la strada verso piazza Kohneh, un grande spazio rettangolare vuoto circodato sui quattro lati dal bazar. Percorro il bazar per due lati della piazza, fino a che non decido di uscirne e dirigermi verso Imam Square / Naqsh-e Jahan Square (secondo il nome pre-rivoluzione). Anche questa e’ circondata da un bazar e mi rendo conto di esservi arrivato solo quando quasi improvvisamente fra i vicoli del bazar compare un’apertura che da’ su un grande arco dipinto, dinnanzi al quale appare il verde dei giardini della piazza.
La percorro a zonzo per un po’, passando di fronte prima ad un palazzo poi ad un altro, fino a che decido di concedermi un po’ di riposo sedendomi accanto alla grande fontana.

Mentre sono li’ seduto a godermi la vista un ragazzo mi si affianca, chiedendomi di chiacchierare un po’ con me per esercitare il suo inglese. Li’ per li’ la cosa mi sta bene, ma inizia purtroppo a farsi seccante quando passa all’invitarmi a vedere il negozio dei suoi genitori. Sarei anche disposto ad andare, ma la stanchezza e la sua insistenza tramutano la mia percezione della chiacchierata nella classica situazione “acchiappaturisti” e preferisco desistere.
Il sole comincia ora a scendere e prima di cercare un ristorante dove cenare voglio vedere piu’ da vicino la Moschea dell’Imam (o Shah Mosque). Sono davanti al portale maiolicato e la scena si ripete, stavolta con un ragazzo che attacca bottone non appena scopre che sono italiano. L’insistenza nel portarmi a vedere il negozio di tappeti proprio all’angolo conferma la spiacevole sensazione che avevo avuto pochi istanti prima.

Con un’incredibile fortuna, ecco di nuovo le ragazze che avevo incrociato in bus comparire davanti a me. Visto che ci mettiamo a chiacchierare, lui e’ costretto a lasciarmi andare. E io penso che occasione migliore di questa per ricambiare la loro gentilezza non potrei avere, quindi cautamente mi informo se posso invitarle a prendere un the o comunque offrire loro qualcosa da bere. La domanda e’ dettata, lo ammetto, anche da un certo timore nell’infrangere i precetti della morale islamica.
Accettano, forse un po’ confuse? imbarazzate?, ma anche stavolta sono loro ad invitare me! Torniamo al portale dal quale ero sbucato dal bazar sulla piazza, saliamo sulla terrazza bar/museo e appena faccio per mettere mano al portafogli per pagare l’ingresso la cassiera mi fa notare che non e’ necessario, in quanto sono ospite [delle ragazze]. Quindi visitiamo la piccola esposizione e beviamo uno sharbat allo zafferano, una bevanda zuccherata a base di acqua di rose e spezie (in questo caso, zafferano). Deliziosa. Chiacchieriamo un po’, fino a che non propongono di dirigersi verso il ponte di Si-o-se pol, una delle attrazioni turistiche di Isfahan.
Sono francamente sorpreso dalla semplicita’ con cui si dimostrano amichevoli verso uno sconosciuto, soprattutto perche’ credevo i precetti islamici severamente imposti avessero inculcato una ben maggiore riservatezza nei rapporti fra i due sessi. Questa e’ una piacevolissima sorpresa.

Con Z. e K. passiamo dunque la serata a chiacchierare presso Si-o-se pol e poi a cena, dove (stavolta insisto!) finalmente riesco a pagare io.
Scopro che Z. ha studiato arte all’universita’ e si e’ davvero preparata per questo viaggio (molto meglio di me!), con una lista di cose da vedere a Isfahan che non esista a raccomandarmi. La fortuna di questo incontro e’ davvero difficile da misurare.

E’ quasi mezzanotte e, tutti provati dalla giornata di viaggio, concordiamo sia tempo di salutarci.

Irresistibilmente Iran – profondo nord, profondo sud (parte 3)

Per il secondo giorno a Shiraz ho in programma due visite che reputavo imperdibili: Persepoli e Pasargarde. Ma la mia minima (zero) preparazione per questo viaggio mi ha portato a scoprire solo il giorno prima della partenza il lago colorato poco fuori citta’: inizialmente, dopo questa scoperta, non avevo pensato di includerlo fra le mie visite, ma la vista dall’aereo mi ha fatto cambiare idea.
La cosa complichera’ non poco la vita all’agenzia turistica e alla guida che mi accompagnera’ in questa visita: il lago, infatti, si trova ad una ventina di kilometri a sud di Shiraz, mentre Persepoli e (soprattutto) Pasargarde) sono a nord, lungo la strada che porta a Isfahan.

Questa complicazione e’ dovuta anche al fatto che, oltre all’imminente fine del ramadan (eid) e conseguente festivita’ nazionale, nei prossimi giorni in Iran si celebrera’ anche l’anniversario della morte dell’Imam Khomeini – altra festa nazionale in occasione della quale molti monumenti saranno chiusi. Cosi’, il mio desiderio di aggiungere tappe al viaggio si scontra con il restringersi del tempo disponibile per visitarle: inizialmente era previsto che avrei dovuto passare un giorno in piu’ a Shiraz e visitare Persepoli durante il trasferimento in taxi verso Isfahan.
In ogni caso, l’agenzia si e’ dimostrata sempre estremamente flessibile e disponibile.

La guida arriva di prima mattina in albergo, mangio qualcosa al volo e alle 8:00 siamo gia’ per strada. Poco fuori Shiraz ci troviamo bloccati nel traffico causato da improvvisi (??) lavori di riasfaltatura e comincio a temere che il piano di riuscire a fare tutto in un giorno fallira’ miseramente.
Per fortuna ce la caviamo abbastanza rapidamente e usciamo dal traffico cittadino mentre alla mia sinistra noto per la prima volta una grande base militare che osservero’ meglio al ritorno.

Dopo circa un’ora di strada arriviamo a Persepoli, o Takht-e Jamshid com’e’ chiamata in persiano. Pur trattandosi di rovine, la vista e’ maestosa: la citta’ sorge sopraelevata di circa 12 metri rispetto al piano campagna e la prima vista che si ha e’ quella di un muro di massi che stacca completamente rispetto alla campagna, per addossarsi alle montagne alle sue spalle.
Ma una volta salite le prime scalinate cerimoniali, la vista e’ ancora piu’ impressionante, con colonnati di circa 20 metri d’altezza che costituiscono la prima sala d’aspetto. Poco oltre, la porta con gli immancabili leoni alati, anche questi alti parecchi metri e imponenti dinnanzi a noi. Segue quello che doveva essere un lungo corridoio, un’ala del palazzo e infine l’ascesa verso la sala del trono.
Occorre sempre un po’ di immaginazione, quando si visitano queste rovine, per rendersi almeno in parte conto di cosa dovevano essere all’apice dello splendore. Occorre immaginarsi tutte le decorazioni sui muri dipinte, i bassorilievi lucenti e colorati. Ma, sopratutto (ed e’ la cosa piu’ difficile), occorre immaginare che un tempo tutto questo spazio ora aperto alla vista nel quale svettano isolate colonne era una stanza chiusa sui quattro lati e sormontata da travi che sostenevano il tetto a decine di metri d’altezza. Si trattava, insomma, di vere e proprie stanze racchiuse fra enormi massi coperti di bassorilievi. L’impressione doveva essere imponente.
Non a caso, leggenda (o storia) vuole che quando Alessandro Magno sacchegio’ Persepoli e la rase al suolo, l’incendio scatenato prosegui’ per circa tre mesi.

Purtroppo la mia richiesta di andare anche al lago a sud costringe a contingentare i tempi e devo rinunciare all’idea di incamminarmi verso le tombe scavate nella montagna dietro la citta’, cosi’ come alla possibilita’ di passeggiare ancora per un momento fra le rovine. Ma va bene cosi’, sto gia’ tirando troppo la corda e devo accettare che non sempre si puo’ aver tutto quel che si vuole (ah ah).

Prossima tappa: le tombe di Naqsh-e Rostam, a pochi minuti di strada dalla citta’. Ero un po’ scettico rispetto all’idea di visitare una necropoli, pensando (chissa’ perche’) che non potesse avere nulla di particolare da offrire.
Ovviamente mi sbagliavo.
Pur nella loro relativa semplicitia’, le quattro tombe scavate lungo il fianco della montagna sono maestose, forse impressionanti quanto Persepoli – se non altro perche’ (al confronto) piu’ intatte e richiedono meno sforzo dell’immaginazione: ad alcune decine di metri d’altezza, incavati nella roccia si scorgono prima bassorilievi che rappresentano episodi significativi delle vite dei sovrani, poco sopra colonnati e ancora piu’ in alto altre decorazioni. Se lo scopo era di far sentire piccoli i visitatori, costretti a fissare le tombe con lo sguardo all’insu’, questo e’ sicuramente riuscito.

Il tempo e’ ancora tiranno e procediamo dunque verso il paesino di Saadat Shahr, dove ci fermeremo per pranzo presso una famiglia locale.
Entriamo in quello che dovrebbe essere una specie di bed & breakfast (almeno mi pare di ricordare che fosse annunciato cosi’), ma in pratica si presenta assai di piu’ come una comune casa. L’atmosfera e’ gradevolmente familiare, con la padrona di casa che ci fa accomodare nel cortile adombrato, vicino all’immancabile piccola fontana, e ci offre un abbondante pranzo tradizionale. La mia guida si intrattiene con le ospiti e, sebbene non comprenda alcunche’ di quello che si dicono, la sensazione di ospitalita’ e’ gradevolissima. Forse per l’ambiente, forse per cortesia delle ospiti, ma davvero pare di essere a pranzo in una famiglia qualsiasi.
Ci trattendiamo circa un’ora e mezza, in tutta tranquillita’, unico momento di semi-imbarazzo quando al momento di partire mi sincero del conto: della cosa pare non curarsi nessuno – forse per via dell’estrema ospitalita’ iraniana o del taroof?-  e non fosse stato per il mio scrupolo, avrei rischiato una figura davvero meschina. Purtroppo mi confondo con gli importi: da qualche anno, l’Iran ha (in)formalmente adottato una nuova moneta, il toman, pari a 10 rial (valuta risalente al tempo dello scia’). Ma le banconote sono ancora tutte in rial e quando dicono un importo, non si capisce mai a quale valuta si riferiscano. Ovviamente sbaglio banconota, credendo invece di lasciare un notevole mancia. Chiarito rapidamente l’inghippo, ci ridiamo sopra, saldo il tutto e ripartiamo.

Infine, via verso Pasargarde. Questa si rivela forse la parte peggiore della giornata: per quanto l’immaginazione dell’immenso giardino fiorito consenta di comprendere abbastanza perche’ secondo gli iraniani la parola “paradiso” derivi proprio da questa antica citta’, i resti difficilmente giustificano la visita – specie dopo esser stati a Persepoli (forse invertire l’ordine delle visite?). Al di la’ della tomba di Ciro il grande, dell’antica citta’ imperiale non resta granche’: poche rovine sparse a grande distanza l’une dalle altre, difficilmente restituiscono la bellezza e la vastita’ dei palazzi.
Pasargarde, purtroppo, mi e’ parsa quasi una truffa del turismo “da grandi nomi”.

Durante il viaggio di ritorno verso Shiraz posso osservare meglio la base militare che avevo notato all’andata. Innanzitutto, non e’ una base dell’esercito, bensi’ dei guardiani della rivoluzione. In secondo luogo, davanti alle due basi (si’, sono due, a poca distanza l’una dall’altra) si trova la riproduzione di un gommone. Il che mi richiama alla memoria l’incidente navale che alcuni anni fa aveva coinvolto alcuni soldati americani proprio al largo dell’Iran, con loro conseguente arresto e (fortunatamente) rapido rilascio. In questo, l’immagine dell’Iran sempre pronto alla propaganda anti-americana si conferma abbastanza vera (per quanto riferita esclusivamente ai pasdaran, non certo all’intera popolazione). Sicuramente una vista interessante, che non potro’ ovviamente immortalare.
Per quanto ho conosciuto gli iraniani in questi pochi giorni, non immagino certo che i militari americani siano stati accolti con cesti di frutta, ma non credo neppure siano stati soggetti a chissa’ quali indicibili torture (caveat: ovviamente non lo so, e trattandosi di pasdaran, potenzialmente indottrinati, non posso neppure escluderlo).

Ri-attraversiamo Shiraz per dirigerci stavolta verso sud. Tre cose mi colpiscono in particolare:
– i poster con Cristiano Ronaldo, alla faccia dell’isolamento, della globalizzazione e dell’operazione calcistico-commerciale realizzata dalla Juventus;
– gli onnipresenti ritratti dei “martiri” caduti durante la guerra fra Iran e Iraq degli anni ’80 (e forse anche di conflitti successivi – tipo in Siria);
– i frequenti poster col numero “113”: inizialmente credevo fossero per la celebrazione di chissa’ quale anniversario, ma la guida mi spieghera’ che e’ il numero di alcune forze di polizia / intelligence “per denunciare spie o delatori”. Curisosamente, questi poster li vedro’ di frequente a Shiraz, una sola volta verso IKIA, ma curiosamente mai a Isfahan o altre citta’.

 
video non mio

Arriviamo infine al lago, il Maharloo lake, poco fuori Shiraz: dall’autostrada che corre lungo le montagne si aprono spiragli di rosa. Il paesaggio che ci appare davanti e’ un trittico di colori con l’azzurro del cielo, il marrone arido delle montagne e il rosa del lago che si alternano a sprazzi.
L’autista accosta lungo la riva e scendiamo, ora oltre al rosa riusciamo a distinguere anche il bianco del sale sulle rive. Camminando proprio sul sale solidificato in superficie, riusciamo ad addentrarci un po’ verso il centro del lago. Lo spettacolo e’ quasi indescrivibile: minuscoli insetti rossi (artemisia shrimp, mi dice la guida) una volta morti colorano l’acqua di rosa. Praticamente tutto intorno a noi vediamo dunque questa superficie rosa, dinnanzi una striscia marrone irregolare disegnata dai monti che circondano il lago e sopra il cielo azzuro quasi senza nuvole. Solo di rado due nuvole sparse si riflettono dall’azzuro al rosa, creando immagini quasi magiche.

Mi tratterrei ancora a lungo, ma la guida ha guidato tutto il giorno e la sua giornata probabilmente non e’ ancora finita. Raccolgo quindi il mio desiderio di restare ancora (per vedere il tramonto: sara’ per il prossimo viaggio in Iran, mi dico).
Ritorniamo infine a Shiraz, ringrazio di cuore la guida che parte prima che abbia il tempo neanche di offrirle una piccola mancia.
Rientro in albergo, ma mi fermo solo un momento: domattina presto devo prendere l’autobus per Isfahan e voglio comprare un po’ di frutta da mangiare durante le sei ore di viaggio. L’impresa si rivela abbastanza ardua, perche’ mi perdo nel Vakil bazar senza trovare esattamente negozi di frutta. In effetti, a parte alcuni centri commerciali, di supermercati in Iran proprio non ne ho visti: solo piccoli chioschi che vendono prodotti vari, ma quasi mai freschi (tipo frutta o verdura). Non mi resta che comprare dunque alcune pesche da una bancarella, in verita’ l’unica che ho visto.
In compenso noto due cose interessanti: negozi di biancheria femminile e un ragazzo con un tatuaggio di Che Guevara sul braccio. Splendido, questo. Avrei voluto fermarlo e chiedergli di quel tatuaggio, ma vedo che sta lavorando e forse l’argomento e’ un po’ troppo sensibile per una conversazione per strada.
Senza voler fare il voyeur, trovo invece interessante constatare dei negozi di biancheria, presenti e visibili praticamente a chiunque, in quanto (come per il breast-feeding in aeroporto) immagine piu’ semplice ed evidente di un Iran che va ben aldila’ della rappresentazione ultra-conservatrice che spesso se ne da’ (non tanto per la loro esistenza in se’, cosa abbastanza banale e scontata, quanto per il fatto che non siano in alcun modo nascosti alla vista).

Ripasso un’ultima volta a godermi le magiche vetrate di Shah-e Cheragh, rientro in albergo per cenare e lavorare un po’ (ci hanno invitato a parlare ad una conferenza al mio ritorno e devo concordare il tema dell’intervento) e mi butto a dormire.

Irresistibilmente Iran – Shiraz (parte 2)

A Shiraz, l’unica cosa che manca e’ un buon syrah.

Comicio la mia scoperta di Shiraz, e con essa dell’Iran, dirigendomi verso la moschea di Nasir-ol-Molk, detta anche la Moschea Rosa. Come moltre altre strutture in Iran (cosa che scopriro’ nei giorni successivi) la moschea si presenta con un cortile interno, relativamente piccolo, adornato con una vasca per l’acqua e alcune piante, e due ali: una per l’inverno ed una per l’estate.
E’ proprio all’ala estiva, alla destra del cortile, che la moschea deve il suo soprannome rosa. In primo luogo (anche se e’ il dettaglio che si nota successivamente), le volte del soffitto sono decorate con motivi floreali, rose d’un delicato colore (appunto) rosato, che si alternano su sfondi azzurri e gialli. Ma la celebrita’ del luogo deriva dalle vetrate colorate che, specie di prima mattina, riflettono i propri motivi colorati sul pavimento, immergendo letteralmente il visitatore nelle luci colorate. L’effetto fotografico e’ stupendo e secondo la guida, specie di prima mattina, v’e’ lettearlmente la coda all’ingresso.
La guida chiacchiera con un collega e io ne approfitto per sedermi un po’ e gustarmi, dopo gia’ diverse foto, in pace l’atmosfera della moschea. Proseguiamo dunque verso il lato opposto del cortile per visitare l’ala invernale, assai piu’ spartana ma molto interessante nella concezione delle soluzioni architettoniche.

Terminata la visita alla moschea, attraversiamo la strada per visitare la dimora di Bagh-e Naranjestan, una lussuosa residenza che ci accoglie con un giardino di aranci amari. Ma la parte piu’ strabiliante della casa e’ senza dubbio il padiglione rialzato sul lato di fronte all’ingresso. Da lontano questo padiglione non presenta alcunche’ di speciale, ma una volta entrativi e’ impossibile non rimanere stupefatti: ad eccezione di una vetrata affacciata sul giardino e del pavimento, l’intera superficie e’ coperta di elaborate decorazioni ottenute con mosaici di specchi. L’effetto e’ paragonabile a entrare in un negozio di cristalli, eccetto per il fatto che i riflessi di luce e le decorazioni sono infinitamente piu’ complessi. Pare di essere circondati da diamanti, per cosi’ dire.
La guida mi spiega che questo stile nacque dall’esigenza di recuperare i pezzi di specchi rotti durante il trasporto (erano spesso importati dall’Europa), cosi’ gli architetti pensarono di riutilizzarli come elementi di decoro, creando effetti straordinari (magici, potremmo dire).
Prima di pranzo visitiamo ancora l’adiacente dimora privata collegata al Bagh-e Naranjestan, anche questa con decorazioni simili ottenute da specchi e travi dipinte.

La guida osserva il digiuno per il ramadan, quindi mi lascia al ristorante mentre si ritira a pregare. Terminato il pranzo prendiamo un taxi verso la Cittadella di Karim Khan. Sebbene esteriormente l’Arg si presenti come una spartana fortezza, la sua funzione e’ sempre stata quella di palazzo di rappresentanza e una volta all’interno siamo nuovamente accolti da un giardino d’aranci, adornato da maioliche e affreschi. Alcune foto nelle stanze interne illustrano lo stato dell’Arg durante il regno dell’ultimo scia’ Reza Pahlavi, durante il quale la cittadella venne utilizzata come prigione. Come per piazza Registan a Samarcanda, le immagini del degrado cui era ridotta l’Arg appena trent’anni fa lasciano tristemente sbalorditi. Fortunatamente i lavori di restauro procedono, sebbene difficilmente potranno rimediare a danni subiti.

Dalla cittadella ci incamminiamo verso il complesso di Vakil: per prima cosa visitiamo l’hammam, da li’ verso la moschea, una moschea che nello stile ricorda abbastanza quanto visto in Uzbekistan (specie con lo stile di Bukhara – forse per collegamenti legati allo zoroastrismo e all’impero sassanida?), con facciate prevalentemente in mattoni chiari spoglie di decorazioni, tendenti all’ocra, e maioliche gialle e turchese. La mia guida si trattiene a pregare e posso godermi la pace che traspira da questo luogo in tutta calma.
Concludiamo infine il tuor nel bazar di Vakil: per me, i bazar sono sempre in must in ogni visita, luoghi non solo affascinanti, ma soprattutto perfetti esempi della vita locale quotidiana.

La guida mi riaccompagna all’albergo, ci salutiamo e mi concedo un’oretta di riposo, la prima dopo quasi due giorni interni fra viaggio e visita di Shiraz.
Ma non resto in albergo a lungo: un amico mi ricorda del complesso di Shah-e Cheragh, un santuario (shrine) che la stanchezza mi stava spingendo a tralasciare. Fortunatamente non cedo alla tentazione della stanchezza, mi sforzo di uscire e visitare il santuario: gia’ esternamente la vista e’ splendida, con una grande piazza circondata dagli edifici decorati con le immancabili maioliche. Ma la sorpresa, l’estasi oserei dire, e’ interno, dove le decorazioni di specchi gia’ viste in mattinata raggiungono vette incredibili: nelle stanze centrali, l’intera superficie (ad eccezione del pavimento coperto di tappeti per pregare) e’ coperta di mosaici di specchi che creano un gioco di luce e riflessi indescrivibile. Ancora una volta, pare di addentrarsi in un diamante, o (meglio) in qualche ametista verde, visti i colori delle luci che tingono alcune stanze come una giungla di cristalli. Stupefacente, forse persino meraviglie come la Basilica di San Pietro faticano a competere con la bellezza di questi luoghi (ma e’ tanto tempo che non visito San Pietro). Invitano quasi a convertirsi all’islam shiita.

Proprio nel cortile di Aramgah-e Shah-e Cheragh comincia la mia brutta abitudine di canticchiare Battiato mentre in Iran. Peraltro, ricordando solo quel unico verso dell’intera canzone.

Dal santuario prendo infine un taxi verso la tomba del poeta Hafez, dall’altro lato della citta’. La tomba e’ raccomandata come una delle principali attrazioni di Shiraz, utile anche a comprendere il carattere nazionale degli iraniani. Devo confessare che, per me, questa visita e’ stata forse il punto piu’ deludente di Shiraz. Forse per via della stanchezza accumulata, forse per le troppe meraviglie viste durante il giorno, la tomba del poeta si presenta ai miei occhi come un complesso gradevole, con un bel giardino e qualche struttura architettonica, ma nulla di piu’.
Interessante invece osservare i turisti iraniani in visita, la loro passione per i selfie.

Ormai “cotto” dalla stanchezza, prendo un taxi per tornare all’Arg: la guida mi ha indicato un negozio proprio all’angolo dove a suo avviso fanno il miglior faloodeh di Shiraz, un tipico dessert iraniano simile ad un sorbetto fatto di vermicelli e acqua di rose semi-congelata, che gli iraniani mangiano abbinato al gelato allo zafferano: dolcissimo e delizioso, mi pare un’ottima conclusione della mia prima giornata in Iran e cerchero’ di assaggiarlo quanto piu’ spesso possibile anche nei giorni successivi.

Ritorno in albergo e crollo a dormire, visto che domani partiamo di prima mattina per visite fuori citta’, ma il mix di stanchezza ed eccitazione mi terra’ sveglio ancora un po’.

Irresistibilmente Iran – brividi (parte 1)

Sono seduto nella sala d’attesa dell’aeroporto di Kyiv, aspettando l’imbarco del mio volo per Teheran decido di cenare e gustarmi un’ultima birra: per i prossimi giorni sara’ astinenza dall’alcool e questa ha un sapore tutto speciale.

Nel volo quasi nessuna donna indossa il velo, ma tutte provvederanno a coprirsi “adeguatamente” quando il pilota annuncera’ l’inizio delle procedure d’atterraggio. Dovremmo atterrare a Teheran IKIA verso l’1:30 di mattina, quindi vorrei dormire quanto prima per arrivare almeno un po’ riposato, ma il proposito fallisce: prima non ho sonno, poi voglio guardare il nero sotto di noi macchiato solo di rado da qualche cittadina (sopra cosa stiamo volando ora?), infine una signora seduta affianco a me decide di rivolgermi la parola.

E’ un’iraniana di circa trent’anni, vive in Germania da quando ne aveva sei e ora torna a Teheran con suo marito per la luna di miele. Chiacchieriamo un po’ di Europa, immigrazione, del fatto che secondo lei non possiamo accogliere tutti (“ok i richiedenti asilo, ma non i migranti economici” mi dice), del fatto che la sinistra non sa dove andare ne’ in Italia ne’ in Germania (ha sempre votato SPD, ma questo giro… forse addirittura AfD?).
Poi passiamo all’Iran. Non me la sento di fare domande troppo dirette, ma mi avvisa che sto andando in un paese islamico proprio durante il mese di ramadan e durante questi ultimi giorni di digiuno dovro’ evitare anche io di bere o mangiare durante il giorno, almeno non pubblicamente per rispetto verso chi digiuna. Secondo lei, potrei bere in qualche stradina secondaria, prestando attenzione a non essere visto, e se la polizia dovesse fermarmi, dovrei insistere sul fatto di essere un turista e non parlare alcuna parola di iraniano.

Questi resoconti effettivamente mi preoccupano.

Sono anche preoccupato dai controlli che potrei incontrare una volta arrivato ad IKIA: vorranno vedere il telefono? il pc? Esiste un divieto di importare alcunche’ di contrario alla morale islamica o nazionale e non sono certo di rispettare appieno questo precetto, ne’ per la verita’ so fin dove il divieto si spinga.

In realta’, atterrati a IKIA nulla di questo avviene: le procedure per ottenere il visto sono abbastanza lunghe e laboriosoe (controllo dell’assicurazione di viaggio, qualche modulo da compilare, pagare una tassa e poi la solita burocratica attesa), ma tutto si svolge senza intoppi. Nulla di diverso da tanti altri paesi.
Anche il bagaglio e’ arrivato e l’autista che mi deve portare all’altro aeroporto e’ effettivamente li’ ad attendermi.
Mi aiuta a cambiare qualche decina di euro per le prime spese prima che il bancomat turistico sia attivato, a comprare una carta SIM e poi ci dirigiamo verso l’aeroporto di Mehrabad, altro scalo di Teheran a circa un’ora di strada.

Mi attendono circa tre ore prima del volo verso Shiraz e, ancora preoccupato di non poter mangiare dopo il sorgere del sole, ordino qualcosa al bar.
Ora il sonno e la stanchezza del giorno precedente comincia veramente a farsi sentire: vorrei dormire almeno un po’, ma con la valigia non riesco veramente a prendere sonno. Poi, verso le 6:00 di mattina si apre il check-in, consegno il bagaglio e procedo verso la sala d’attesa.
Mi attende un controllo di sicurezza con due canali distinti, per uomini e donne, e un gruppetto di giovani seri e barbuti. Potrebbero essere Guardiani della rivoluzione (pasdaran) e il loro sguardo sembra confermare quanto mi diceva la signora: un paese severo, dove i precetti religiosi sono ancora profondamente fatti rispettare.
Ma anche qui tutto passa tranquillamente.

Nella sala d’aspetto, caricature di vari leaders mondiali in qualche modo opposti all’Iran; poster di propaganda contro Israele o che invitano le donne a coprirsi il capo.
Ma una volta saliti in aereo, con una mia certa sorpresa, ci viene servita la colazione. Forse non e’ tutto cosi’ come me lo stavano raccontando.
Mi concedo di prendere finalmente sonno, la stanchezza ora e’ davvero troppa. Ma dopo poco mi sveglio: giusto in tempo per osservare sotto di noi una macchia d’un rosa vivido apparire nel deserto: un lago colorato. La vista e’ mozzafiato.
Ma quante ancora volte ripetero’ queste esatte parole nei prossimi giorni…

Atterriamo dunque a Shiraz, un aeroporto relativamente piccolo ma in grado di accogliere voli internazionali (anche diretti dall’Italia, mi pare). Il bagaglio viene consegnato, con mio grande sollievo, e uscendo mi colpisce un poster in persiano e inglese che supporta l’allattamento al seno descrivendo come l’aeroporto sia “a breast feeding friendly place“, seppure in un’apposita stanza.
L’Iran inizia a sorprendermi.

Sono appena le 8:00 di mattima, ma appena esco immediatamente i 30 e piu’ gradi di temperatura mi avvolgono, mentre un sole fortissimo colpisce e abbaglia ogni cosa intorno. Penso che i prossimi giorni potrebbero essere durissimi, se questo e’ solo il primo assaggio di quel che mi aspetta. Purtroppo si va verso l’estate, per gli stranieri non e’ piu’ stagione turistica per via del caldo (l’agenzia italiana mi aveva avvisato), ma ormai c’e’ poco da fare: non resta che abbondare con la crema solare.
Prendo un taxi verso l’albergo, la cosa si rivela piu’ complessa del previsto, perche’ ho un indirizzo errato, ma arrivo a destinazione senza grandi complicazioni. La guida e’ gia’ li’ ad aspettarmi: tempo di alleggerire lo zaino e cominciamo il tour di Shiraz.

Irresistibilmente Iran – che i pezzi prendano il loro posto (parte 0)

Ho parecchi pensieri per la testa mentre il volo che mi deve riportare in Ucraina lascia l’Aeroporto Imam Khomeini di Teheran. Pochi di questi sono ordinati o coerenti.
Il primo e’ sicuramente quanto sono contento che la polizia o i pasdaran non mi abbiano mai fermato durante questi sei giorni in Iran.
Il secondo, e’ che, a dispetto di tutta la propaganda, di qualche paura infondata, non c’e’ mai stato motivo, ne’ occasione per cui la polizia mi avrebbe potuto importunare.
Il terzo, e’ la constatazione che continua a rimbalzarmi nella testa, praticamente dal primo giorno, quel verso di Battiato “l’ayatollah Khomeini per molti è santità / abbocchi sempre all’amo“. E mi e’ andata bene che nessuno l’ha capita, mentre la ripetevo, la mormoravo camminando per le strade di Shiraz o Isfahan.
Il quarto, e’ la certezza di quanto la propaganda o le mistificazioni a riguardo dell’Iran siano sbagliate. Di quanto piu’ profondo, complesso e in cambiamento sia questo paese rispetto a quel che comunemente si crede.

Ma il quinto, il quinto e’ il piu’ importante: e’ la conclusione di tutto. Ed e’ il pensiero che sicuramente io in Iran voglio tornare. E vi tornero’.

Ma dopo questo salto alle conclusioni e’ forse bene fare alcuni passi indietro, tornare all’inizio di questo viaggio.
In realta’ e’ difficile dire dove inizi questa storia. Come sempre, ogni inizio e’ arbitrario (c).
Il prologo potrebbe essere che in Iran io ho sempre voluto andare, ma non ho mai avuto il tempo, i soldi, il coraggio, l’occasione. O forse, forse ho sempre avuto troppe scuse.

Poi, lo scorso dicembre ho conosciuto una collega, L., che lavora a Teheran e sara’ li’ fino a luglio. E da li’ e’ partita la pazza idea: perche’ non andarla a trovare?
Da dicembre in poi, tanti mesi nei quali il pensiero e’ rimasto sopito. Fino quasi a marzo, quando tutto ha improvvisamente (ri)cominciato a correre: riprendere i contatti con L., prendere ferie, contattare agenzie di viaggio… per mesi, fino quasi al 15 maggio, sono rimasto in balia dell’incertezza: andro’ o non andro’ in Iran? Poche settimane prima di partire l’agenza di viaggio italiana cui mi sono affidato latita e non da’ risposte, fino a quella che pare una sentenza definitiva: troppo caldo, non si organizzano piu’ tours nel sud delle citta’ storiche (Shiraz, Isfahan…). Si potrebbe ancora volare a Teheran e tentare la sorte da soli, ma il rischio e’ tanto. Troppo?
Riscrivo a L., la quale mi mette in contatto con un’agenza iraniana che in poche ore mi prepara una bozza di viaggio.

Lap of faith: prenoto i voli. O meglio, chiedo al datore di lavoro di prenotarmi un volo di ritorno da Teheran a Kyiv. Ancora non ho il biglietto d’andata (lo sistemero’ pochi giorni dopo, con un enorme sollievo). Il visto ormai non potro’ piu’ richiederlo in ambasciata, i termini sono troppo stretti: dovro’ rassegnarmi a fare domanda una volta atterrato a IKIA, sperando non me lo rifiutino.
I pezzi cominciano a prendere i loro posto, come nei puzzle di Perec: il mio viaggio in Iran, pure nel caldo dell’estate che avanza, sta per avverarsi.

In tanti iraniani nei giorni successivi mi chiederanno perche’? Perche’ ho voluto visitare il loro paese. A tutti ho risposto che ho sempre voluto vedere l’Iran e mi bastava solo trovare l’occasione giusta. Ma se avessero investigato un po’ piu’ a fondo, chiedendomi ancora una volta perche’?, non credo avrei saputo dare una risposta precisa.
Non e’ per Persepoli, Isfahan o Teheran. Non e’ Dario il Grande, non e’ Shah Abbas, non e’ Reza Pahlavi e non e’ certo neppure Khomeini che vado cercando fra le strade assolate. Non e’ per tappeti persiani, pistacchi o zafferano che sono qui. Non cerco deserti, moschee, praterie o montagne innevate.
E’ per tutte queste cose al contempo e nessuna di esse: e’ per l’Iran in se’ stesso. Forse e’ la volonta’ di vedere coi propri occhi, di andare oltre alle storie di giornali e propaganda. Forse questo desiderio, questa curiosita’ e’ alimentata soprattutto dall’alone di mistero che circonda l’Iran: un po’ come per l’Uzbekistan, e’ l’ignoto a chiamarmi.

Scusa mamma, adesso vado in Iran.

Standing in the -Stans: la Svizzera Tashkent (parte 9)

L’ultima notte in Uzbekistan si rivela un po’ deludente, soprattutto per via del ristorante dell’albergo che impiega ore a servirci. Spiacevole, ma nulla di tragico.

La mattina dopo la guida viene a prenderci per un ultimo tuor fuori citta’: abbiamo il volo a meta’ pomeriggio e invece di fare un altro giro di Tashkent, ho chiesto qualche possibile meta alternativa. Ci ha proposto un breve giro presso i monti la localita’ di Chimgan (un resort montano), il bacino artificiale di Charvak Reservoir e le Chatkal mountains, presentate come “la Svizzera uzbeka”.

La definizione pareva francamente un po’ eccessiva, ma dopo un tuor tutto nel deserto, l’idea di cambiare completamente scenario mi affascinava.

Appena fuori citta’ vediamo i nuovi quartieri che il governo sta costruendo, edilizia agevolata ci spiega la guida, che il governo dà in affitto-acquisto a canone agevolato per circa 15 anni. Un intero nuovo quartiere che sara’ collegato al resto della capitale da una metropolitana. Qualche dubbio sulla qualità del quartiere viene (vi saranno servizi? impossibile dirlo).
Vedere tutte le gru al lavoro mi fa pensare all’adagio italiano secondo il quale “quando l’edilizia tira, tutta l’economia tira“. Niente di piu’ falso, penso: vero, semmai, il contrario: quando tutta l’economia tira, anche l’edilizia tira.

Dopo circa un’ora di strada da Tashkent cominciamo quindi la salita verso le montagne, dove durante la notte -con nostra sorpresa- ha nevicato.
Il paesaggio cambia completamente, e restiamo francamente sorpresi di come in un lasso di tempo tanto breve si sia passati da una pianura semidesertica ad un paesaggio che ricorda veramente quello alpino. Affascinante.
Dopo svariati tornanti arriviamo a Chimgan, destinazione turistica gia’ in epoca sovietica, dove dovremmo prendere una funivia per salire sino in cima alla montagna. Il mio compagno di viaggio si rifiuta, probabilmente intimamente terrorizzato dallo stato di manutenzione della struttura. Anche io sarei abbastanza timoroso, ma non me la sento di dire di no (specie dopo aver approvato il tour). Ci avviamo cosi’ alla funivia, salvo scoprire che la neve della notte ne ha bloccato l’operativita’.
Sul momento tiro un sospiro di sollievo, ma a ripensarci a distanza e’ stata una sfortuna.

La guida appare profondamente dispiaciuta per non riuscire a offrirci quanto concordato. Credo anche come gesto di scuse, propone di farmi assaggiare delle palline di yogurt salato solidificate, a quanto pare un prodotto tradizionale della regione, particolarmente saporito, che acquista in una bancarella a bordo strada.
Sono abbastanza scettico, ma non me la sento proprio di rifiutare: mi porge il sacchetto che ha acquistato per me e, risalito in macchina, ne metto in bocca una. Per me, che detesto i formaggi sin da quando ero bambino, e’ praticamente una tragedia. Il gusto è esattamente quello di un latticino salato e fermentato e copre ogni papilla gustativa appena messo in bocca. Il primo pensiero è quindi quello di addentarlo, ridurlo in pezzi sufficientemente piccoli da poterli inghiottire e cercare sollievo quanto prima con una gomma da masticare. Purtroppo la scelta non aiuta, rompere coi denti quella pallina di yogurt ne sprigiona ancora di più il gusto, neppure la menta della gomma aiuta per lunghi tratti.

Arriviamo dunque al reservoir di Charvak, un lago artificiale costruito sia per garantire l’afflusso d’acqua, sia come centrale idroelettrica. La vista dei monti che lo circondano è davvero affascinante.

Al ritorno rientriamo verso Tashkent e ci dirigiamo verso un mercato: il mio compagno di viaggio ha ancora qualche acquisto da fare. Lungo la strada possiamo ancora osservare il boom dell’economia uzbeka: in costruzione vediamo la metropolitana sopraelevata (progetto e fondi cinesi, ci spiegano); nuovi svincoli autostradali; un intero nuovo ospedale alle porte della citta’…
Tutto pare in fermento, e in qualche modo sembra l’Italia di quaranta/cinquanta anni fa. O la Cina di dieci/venti. Il mio compagno di viaggio osserva che una volta queste infrastrutture, anche all’estero, le avremmo realizzate noi occidentali. Probabile.
Ma soprattutto non posso evitare di pensare quando the wheel of history -la ruota della storia- tornera’ a spingere per questo tipo di sviluppo anche da noi? E chi lo sosterrà? Saranno imprese cinesi a costruire nuove autostrade in USA ed Europa, o magari (ironia della storia) africane?

L’aspetto piu’ curioso in tutto questo marasma di costruzioni, tuttavia, e’ la pubblicita’ che circonda le barriere attorno al cantiere del futuro ospedale. Dei poster dallo sfondo azzurro presentano futuri dottori e pazienti, tutti ovviamente sorridenti e circondati da apparecchi modernissimi. Sopratutto: tutti dai tratti occidentali, capelli chiari, volti bianchi… A quanto pare, almeno nell’immagine l’egemonia occidentale persiste.

Completiamo dunque l’ultimo shopping, e ci dirigiamo all’aeroporto. Tutto si svolge liscio e non ci resta che attendere un paio d’ore nella spoglia sala d’aspetto: quasi sconcertante, se paragonato ai grandi hub occidentali (Gatwick, Schipol, Charles De Gaulle…) quanto sia vuota. Non solo piccola, ma decisamente vuota: non più’ di duecento posti a sedere, appena due caffè/bar aperti e due striminziti negozi di souvenir. Nessun gran varietà (o nessuna grande varietà) di duty-free con mille prodotti alcolici, tecnologici, vestiari, cosmetici e altro… Persino in confronto all’aeroporto di Almaty (che aveva appena tre negozi, forse quattro) quello di Tashkent appare ancora più spoglio. Curioso, ma un’altra occasione per riflettere sullo stile occidentale di viaggio e sulle differenze che ancora persistono in questa parte del mondo. Chissà se è solo questione di relativo isolamento dalle masse turistiche o ancora retaggio post-sovietico.

Ipotesi sul fascismo contemporaneo

Forse e’ un po’ colpa del SOAS, che ha cacciato lezioni sul gender in ogni corso (non inteso come lo interpretano quattro idioti in Italia e altrove)*, o forse di alcuni amici che hanno fatto della sensibilita’ sui gender roles un loro tratto distintivo ed un po’ contagioso, in ogni caso questa attenzione al gender come lente d’analisi e’ diventata un po’ anche mia.

* Ovvero, il senso accamedicamente corretto del termine, che mira a scrutinare e criticare la costruzione e divisione dei ruoli fra uomo/donna e rintracciarne le origini storiche.
Purtroppo, a mia conoscenza, la lingua italiana non ha un equivalente vocabolario per tali questioni – quindi (in assenza di meglio) continuero’ a ricorrere ai termini inglesi, me ne scuso coi lettori.

Non sono tuttora un fan di questo modello interpretativo e credo che a volte si tenda ad applicare questa teoria un po’ forzatamente in ogni contesto. Nondimeno, credo anche possa essere uno strumento utile ad aprire prospettive differenti.

Uno dei migliori esempi (nella mia, limitatissima, esperienza in questo settore) e’ l’analisi di Chris Dolan sulle “collapsing masculinities” durante il conflitto in Uganda [“crollo della mascolinita’”], nel libro Masculinities matter!“.
In questa ricerca, Dolan analizza come il conflitto in Uganda abbia creato delle condizioni socio-economiche che facevano venir meno i presupposti sui quali la classica (e tuttora dominante) idea di “mascolinita’” si reggeva. Questa idea, molto riduttivamente e senza pretese di completezza, pretende di individuare e attribuisce all’uomo [maschio] un ruolo di “provider and protector“, responsabile del sostentamento e della protezione della donna e della famiglia.
Dolan dimostra dunque come durante il conflitto entrambi questi attributi vengono meno: l’insicurezza generata dai raids del LRA o dagli attacchi dell’esercito implicano che nessun uomo e’ veramente in grado di difendere la propria famiglia; similmente, i forced displacement e l’impossibilita’ di coltivare i campi o badare al bestiame comportano la perdita dei sistemi di sostentamento.
Venendo meno questi attribuiti, la mascolinita’ degli uomini ugandesi e’ minata e per riaffermarla, gli uomini ricorrono spesso a forme di violenza (spesso sessuale e non di rado anche verso altri uomini).

Ridotto ai minimi termini, e ben conscio che si tratta ovviamente di una mutilazione di una teoria ben piu’ complessa, potremmo dire che:
1) i ruoli di genere tradizionalmente intesi vedono nell’uomo una figura “forte” con specifiche responsabilita’ sociali e familiari, in particolare nel difendere e mantenere la famiglia
2) questi ruoli sono in realta’ frutto di un processo socio-politico (fossilizzatosi attorno al XIX secolo) e andrebbero storicizzati e criticati
3) quando questi [fittizzi] ruoli sono minati, specialmente dal lato maschile si ricorre alla violenza per riaffermarli (che poi, come ha ben scritto altrove Gaberricci, si tratta di riaffermare privilegi).

Secondo me, questo e’ esattamente quel che sta avvenendo in Italia (e forse altrove) con i vari movimenti neo-fascisti.
La cosa mi pare quasi intuitiva: in primo luogo, il fascismo e’ di per se’ un’ideologia politica che rafforza la fossilizzazione dei ruoli di genere e la separazione fra essi. Alle donne spetta il ruolo di madri e mogli (o amanti, ma sempre li’ si torna); agli uomini tocca imbracciare la spada e difendere il solco (o varcarlo, quando si tratta di reclamare spazi vitali altrui). Ma questo non e’ tutto.
In quanto ideologia radicalmente violenta (non fa nulla per nasconderlo), il fascismo offre ai poveri maschi italiani frustrati, cui neanche piu’ la nazionale di calcio da soddisfazioni, una valvola di sfogo per riaffermare la propria presunta virilita’ e superiorita’, insomma: per ritagliarsi un ruolo entro gli stretti confini fissati proprio dalla distinzione di genere. Esattamente come le violenze sessuali nel caso ugandese studiato da Dolan (ci sorprende, dunque, che un insulto/minaccia lanciato da questi fascisti sia proprio “ti stupro”?).
Per il fascismo e’ impensabile che un uomo [“vero”] possa trovare un senso nella propria vita, chesso’, nel badare ai figli. Questo era gia’ stato magnificamente rappresentato da Scola. Ma le similitudini fra le analisi non terminano qui.

In un periodo di crisi economico-sociale, un periodo nel quale e’ difficile trovare lavoro e dunque mantenere la famiglia; in un periodo in cui tutto ci parla di aumento della criminalita’ (sebbene non sia vero!) e dunque si enfatizza un senso di minaccia e violenza constante – ebbene, in un simile momento storico i due capisaldi della mascolinita’ tradizionale appaiono traballanti: l’uomo disoccupato non e’ in grado di provvedere al mantenimento della famiglia e i TG che continuano a parlare di criminalita’ confermano che non e’ neppure in grado di difenderla!
Il neofascismo offre dunque a questi uomini occasioni e strumenti per riaffermare il proprio ruolo: difendere la famiglia, la [madre]patria (che e’ sempre donna). Il neofascismo crea l’occasione, individuando nella supposta “invasione” la necessita’ di ricorrere alla violenza in difesa; e offre anche gli strumenti: in quanto ideologia radicamente violenta accetta di buon grado l’oppressione e la violenza sul prossimo. Il fascismo crea ed offre a questi maschi una vittima perfetta sulla quale sfogare le proprie frustrazioni (qualcosa di simile l’ha individuato anche James Gilligan): una vittima che non e’ solo “lecito” ma persino “doveroso” attaccare (immigrati, rom, etc…) in quanto “invasori” e “minacciosi”, ma al contempo una vittima sostanzialmente indifesa rispetto a queste violenze, una vittima che raramente [mai] sara’ in grado di rispondere e reciprocare alle violenze subite, insomma una vittima “play it safe” contro la quale sara’ facile “averla vinta” e prendere di essere enormemente forti e valorosi.
La logica e’ relativamente semplice: donne/famiglie “minacciate” da un’ “invasione” > ricorso alla violenza > giustificazione del ruolo tradizionale dell’uomo in societa’> superiorita’ maschile.

In questo post volevo limitarmi ad abbozzare una prospettiva di analisi, prospettiva che ovviamente merita ben piu’ approfondita ricerca (e spero qualcuno la stia facendo). Ma credo a questo punto sia utile fare anche un passo oltre, ovvero (ripetendomi) tornare ad essere strutturalisti! (il che, a tutto dire, e’ abbastanza bislacco, visto che la gender theory e il femminismo sono post-marxiani…)
In estrema sintesi, per superare questo stato di cose, esistono due vie -entrambe necessarie:
– da un lato, occorre smantellare la pretesa costruzione dei ruoli di genere e ribadire che esiste uno spazio per l’uomo anche al di fuori del modello “provider and protector” (i.e. lavorare sulle internal preferences)
– dall’altro, occorre creare opportunita’ nelle quali anche questo modello possa continuare ad esprimersi, ovvero creare opportunita’ di lavoro dignitoso e adeguatamente remunerato che consentano all’uomo di poter svolgere il proprio ruolo nel mantenere la famiglia (i.e. rendere accessibili gli external incentives)

Standing in the -Stans: Samarcanda, tutto e’ perdonato (parte 8)

Non pensavo, quando ho cominciato questa serie, che avrei dedicato ben 3 parti a Samarcanda. Questo probabilmente non rende giustizia a Khiva e Bukhara (sopratutto Bukhara, per me che ne sono rimasto affascinato). Forse questo tradisce anche la fretta con cui ho liquidato i post su quelle citta’, che magari dovro’ rivedere.

Ma, come anticipavo nel primo post su Samarcanda, la capitale di Tamerlano sapra’ farsi perdonare per avermi in qualche modo deluso con la sua piazza Registan (sebbene non ne abbia colpa, a onor del vero).
L’ultimo giorno prima di rientrare a Tashkent ci restano sostanzialmente quattro cose da fare: gustare il celebre plov di Samarcanda, a detta di molti il migliore dell’Uzbekistan; visitare l’osservatorio di Ulugh Bek, la tomba del profeta Daniele e la necropoli di Shah-i-Zinda.
Cominciamo da quest’ultima.

Una delizia.

Shah-i-Zinda e’ forse, presa da sola, la cosa per me piu’ bella vista in Uzbekistan. Una necropoli costruita durante l’impero timuride (da Amir Timur/Tamerlano) per ospitare personalita’ illustri dell’impero, parenti del regnante e, cosa notevole, i loro servi e maestri (anch’essi in raffinati edifici maiolicati). Entrando a Shah-i-Zinda pare di tuffarsi in un mare di turchese e lapislazzuli: praticamente ogni singolo edificio e’ coperto, quasi interamente, da queste maioliche (gli unici punti non coperti sono di fatto quelli ove gli archeologi non sono stati in grado di determinare i motivi originali -ristrutturati- delle decorazioni). Tanto sono stretti fra loro i singoli mausolei contenuti nella necropoli che queste maioliche attorniano il visitatore da ogni lato.
Anche qui, come a piazza Registan, il sussegguirsi degli stili e delle epoche offre una varieta’ di decorazioni praticamente infinita, della quale e’ impossibile assorbire tutto. Ma, al contrario della piazza, qui e’ tutto concentrato in uno spazio ristretto, quasi ammucchiato, e ogni dettaglio delle decorazioni arriva direttamente sotto gli occhi del visitatore, che non deve fare altro che fermare lo sguardo per un’istante per coglierne e apprezzarne i dettagli, senza doverli cercare lungo le vaste pareti delle madrase.
Certo, anche qui il sussegguirsi delle decorazioni pare non aver fine e porta il visitatore a perdersi fra i motivi e i colori, frustrato pur ben sapendo di non poter assorbire tutto. Ma per qualche ragione, qui la sensazione è differente. Forse e’ stata proprio l’imponenza a rendere la vista di piazza Registan cosi’ difficile da gustare fino in fondo. O forse la sorpresa, la mancanza di aspettative ha lasciato intatto il gusto per la meraviglia (ma in realtà aspettative ne avevo, avendo visto la foto in copertina sul nostro piano di viaggio…).

Tutto e’ perdonato. Shah-i-Zinda mi ha riappacificato con l’idea, o forse il sogno, che avevo di Samarcanda.

Col senno di poi, vi avrei dovuto passare piu’ tempo. Ma, forse, anche questo e’ stato l’errore che non mi ha fatto apprezzare fino in fondo piazza Registan: insistere nel cercare di godersela ancora di piu’, di catturare ancora un dettaglio, ancora qualcosa.

Lasciamo quindi Shah-i-Zinda, lasciamo che la sua memoria prenda il sopravvento sulla meraviglia del momento. Lasciamola in quello spazio dei sogni che ricreiamo dentro di noi e andiamo oltre, verso l’osservatorio di Ulugh Bek.

Contrariamente al nonno Amir Timur, Ulugh Bek preferi’ dedicarsi alla scienza e all’educazione piuttosto che alle campagne militari. In particolare, divenne un astronomo eccezionale, conosciuto gia’ all’epoca fino in occidente assieme a Keplero e Galileo.
Purtroppo dell’osservatorio originario resta solo una minima parte, ma assieme alla visita al piccolo museo, basta a darci un’idea della raffinatezza e complessita’ dei calcoli che questi scienziati erano in grado di elaborare con strumenti rudimentali, ma efficacissimi: un semplice specchio montato su un carrello per scorrere lungo binari su un arco di 90 gradi a seguire l’inclinazione del sole (praticamente un enorme sestante) ha consentito a Ulugh Bek di identificare centinaia di stelle.

Da qui procediamo verso la tomba del profeta Daniele (Khonja Doniyor). Non mi e’ chiaro se Tamerlano abbia deciso di trasferire qui il corpo di Daniele, come ci dice wikipedia, o se si sia limitato a portare a Samarcanda la terra che lo circondava (in quanto spostare il corpo sarebbe stato sacrilego). E, a dire il vero, la cosa non suscita troppo interesse. Per quanto interessante come luogo santo per tre religioni (islam, cristianesimo, ebraismo), il mausoleo non cattura la mia fascinazione e preferiamo goderci la vista da quel che resta della cittadella di Samarcanda.
Piu’ interessante farci raccontare lungo la strada che porta al mausoleo delle grotte scavate nella collina alla base della cittadella ed il loro uso nei secoli.

Concludiamo quindi l’ultima giornata a Samarcanda con un plov, un piatto di riso tipo un pilau indiano con uvetta, carote, agnello e spezie. Delizioso. I nostri accompagnatori uzbeki non lo considerano il migliore, ma noi ci possiamo accontetare e goderci il piatto…. la portata e’ enorme e dispiace moltissimo lasciarne nel piatto, ma finirlo e’ impossibile.
Il plov resta forse la cosa migliore assaggiata in Uzbekistan, un piatto che sarei felice di mangiare nuovamente, ancora e ancora.

Avremmo a disposizione guida e autista ancora per qualche ora, prima di prendere il treno che ci riportera’ a Tashkent. Ma l’autista deve guidare ancora almeno quattro ore per tornare anche lui alla capitale e preferiamo lasciarlo andare, ringraziandolo ancora una volta per il suo supporto. La guida, gentilissima, insiste per stare con noi ancora un paio d’ore almeno, ore che trascorriamo in un caffe’ del centro, prima di accompagnarci alla stazione e assicurarsi che prendiamo il nostro treno. Le mance non sono dovute, ne attese, ma purtroppo il vile denaro è l’unico modo che troviamo per esprime la nostra gratitudine ad entrambi per la solo cortesia e supporto.

L’ultima ora a Samarcanda trascorre, un po’ tristemente, nella stazione in sovietica (la cui architettura e’ comunque gradevole da osservare). Forse avremmo potuto passeggiare in centro ancora un po’,  cercare di succhiare ancora qualcosa dal midollo di Samarcanda e della sua bellezza, ma probabilmente siamo sopraffatti dalla stanchezza e la fine del viaggio comincia a farsi sentire. Desistiamo.
Tutto considerato, questi treni veloci rappresentano un’ottima opzione per spostarsi fra le citta’ uzbeke e, sebbene un temporale ci colga appena il treno entra a Samarcanda e il cielo all’imbrunire oscura il paesaggio, riusciamo a goderci qualche scorcio della campagna uzbeka. In circa 3 ore il treno ci riporta quindi a Tashkent, dove l’agente di viaggi che ha organizzato tutto ci viene a prendere per accompagnarci in albergo.

Cartoline sfocate dall’Ucraina – commedy time (parte 9)

Domenica 21 aprile si e’ votato per il secondo turno delle elezioni presidenziali in Ucraina.
Come ampiamente previsto dagli analisti (tutti quelli che ho avuto modo di leggere), il comico-divenuto-politico Volodymyr Zelenskiy ha facilmente vinto il ballottaggio col presidente uscente Poroshenko, con una vittoria landslide che va dagli oblast [regioni] del Donbas fino alle regioni piu’ occidentali, con la sola esclusione della regione di Lviv (con l’esclusione, ovviamente, delle auto-proclamate repubbliche di Donetsk e Luhansk e la Crimea).

Dekoder.de

Anche la ripartizione del voto non sorprende, sebbene difficilmente mi aspettassi un risultato cosi’ marcato e uniforme (commento). La regione di Lviv e’ storicamente la culla del nazionalismo ucraino, anche piu’ violento (tipo l’OUN, a tratti alleato anche coi nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale), un nazionalismo che Poroshenko ha cercato di mobilizzare e cavalcare ripetutamente durante gli ultimi mesi di presidenza e campagna elettorale). Poroshenko ha vinto anche in alcuni distretti elettorali del Donbass, sostanzialmente quelli vicino alla linea di contatto. Anche questo dato non sorprende particolarmente, visto che un elettorato fortemente vicino al presidente uscente sono proprio i militari.

L’altro dato interessante e’ come la vittoria di Zelenskiy pare aver rotto, almeno in parte quella divisione est/ovest che ha caratterizzato le elezioni ucraine nella storia recente: sebbene anche Poroshenko nelle elezioni presidenziali del 2014 (in maggio) avesse vinto praticamente in tutto il paese, le successive elezioni parlamentari di ottobre avevano sottolineato ancora una volta questa divisione, con l’Opposition bloc a vincere nelle regioni a maggioranza russofona dell’est e del sud (Odesa). Sara’ fondamentale capire se e come Zelenskiy riuscira’ a conquistare un consenso nazionale diffuso. E, sopratutto, se potra’ contare su una maggioranza parlamentare.

Le reazioni a questa elezione sono disparate, anche fra i colleghi: Sasha (1) dice di aver votato per Zelenskiy, sopratutto in protesta contro il nazionalismo dominante nelle recenti politiche di Poroshenko, sebbene stamattina mi dica (senza una punta di rimorso) che il programma di Zelenskiy e’ “water“; Sasha (2) lamenta “abbiamo eletto un comico!”. In effetti, l’Ucraina era veramente divisa fra un desiderio di cambiamento e lo sconcerto che l’unica prospettiva in questo senso debba venire da una figura che di politica non sa nulla.
Una delle migliori analisi lette finora su queste elezioni riassume cosi’ il confronto elettorale: “neither of the candidates actually represented himself during the electoral campaign. Poroshenko was a ‘candidate against Putin’, while Zelensky was a ‘candidate against Poroshenko’“.
Similitudini con l’Italia, in effetti. Similitudini che non sorprendono.
Cosi’ come non sorprende in cosa si concretizzi questo desiderio di cambiamento, ovvero soprattutto “piccoli” miglioramenti delle condizioni quotidiane e protesta contro la corruzione:

  • Decrease utility tariffs – 39.1%;
  • Introduce bills to parliament to cancel immunity of MPs, judges, the President – 35.5%;
  • Start/speed up investigations into the most resonant corruption crimes – 32.4%

fonte: Euromaidanpress

Insomma, cose rispetto alle quali il presidente (di per se’) ha poco potere, in quanto non rientrano nelle sue competenze o sono vincolate ad accordi che egli non puo’ modificare tout court (come i prestiti del Fondo Monetario Internazionale, che avevano appunto per condizione l’aumento delle tariffe).
D’altro canto, alcune posizioni di Zelenskiy espresse in campagna elettorale sono perlomeno incoraggianti, come (ad esempio) riguardo la riforma del sistema sanitario e il supporto al presente ministro (facente funzione) della salute. Sebbene la riforma non sia perfetta, il sistema e’ bloccato in un modello disfunzionale da troppi anni per non aver la necessita’ di un profondo rinnovamento, e quella in corso pare essere l’unica possibilita’ di vederlo realizzato in tempi relativamente brevi (ripartire da zero significherebbe probabilmente affossare tutto per altri 5 anni…).

Il rischio e’ quindi che questa speranza si trasformi presto in delusione. In quel caso, difficile prevedere oggi cosa potra’ accadere: molto dipendera’ dalla coalizione che uscira’ dalle elezioni parlamentari. Di fronte a una serie di insuccessi, diventa persino difficile prevedere se Zelenskiy restera’ in carica per tutto il mandato.

Intanto Ivan Bakalov “braccio destro” del presidente-eletto dice in un’intervista a Repubblica che non bisogna paragonare Zelesnkiy a Grillo perche’ la strategia del comico ucraino e’ diversa, fondata sullo “smascherare” i politici disonesti e “il nostro primo obiettivo e’ stato essere onesti“. Sara’, ma tutta questa differenza non la vedo… Per quanto occorre riconoscere che il tipo di campagna elettorale e’ stata assai diversa da quella sbraitata di Grillo (anche se certo non sono mancati i colpi di teatro). In fondo, restiamo nell’alveo del populismo per cui la disillusione e’ tanta che le politiche [policies] e i loro contenuti contano meno del semplice buonsenso e per cui la popolarita’ diventa un criterio politico di per se’ (Schmitt si sta probabilmente rivoltando nella tomba…).