eccellenti dilettanti

Domenica si giocava la semifinale del campionato di Eccellenza di rugby fra Petrarca Padova e Calvisano: visto che lo seguo abbastanza, ho pensato fosse buona cosa andarla a vedere…

Premetto che non mi era ancora mai capitato di guardare una partita del massimo campionato nazionale, l’Eccellenza… Purtroppo, il risultato è stato deprimente!

Già conoscevo gli impianti del Petrarca, cui nulla si può rimproverare: tanti campi per l’allenamento ed una sola tribuna per gli spettatori. Ma si sa, il rugby in Italia non fa grandi numeri di pubblico. Infatti la tribuna era sì piena (vogliamo dire 3.000 persone esagerando?), ma dubito lo fosse altrettando per tutte le altre partite di campionato. E comunque non v’era gente in piedi accalcata attorno al campo.
Già questo dato sarebbe abbastanza deprimente di per sé ed un ottimo indicatore dello stato del rugby nel nostro paese….

Ma anche “meglio”, se possibile, è stata la partita… Poco intensa atleticamente, con svariati errori di gioco ed un arbitraggio (quello di Marius Mitrea, unico arbitro internazionale italiano) carente… Non voglio entrare nei dettagli delle singole giocate, quello che mi interessa constatare è il basso livello complessivo di quel che dovrebbe essere il massimo campionato nazionale.
Un livello sostanzialmente semi-dilettantistico, in cui anche le prime quattro squadre (Petrarca, Rovigo, Mogliano, Calvisano) non sono assolutamente all’altezza di una “Serie B” francese o inglese. E tutto questo si vedeva, palesemente, dalla partita. Partita che quasi mai ha offerto momenti di “alto agonismo”.

Certo, si dice, poi ci sono le due franchigie in Pro12 (Celtic League)… ma da dove trovano giocatori queste, se non dai campionati nazionali? Inutile stupirsi, dunque, dei magri risultati che arrivano anche lì.
Cosa ancora più assurda se poi si pensa che nelle squadre nazionali militano parecchi giocatori stranieri (neozelandesi, francesi, australiani… ma anche nazionali rumeni!): questo alza il livello del campionato? Non pare affatto…

Davvero una base preoccupante per il rugby nazionale.

beach, 3:00 am-6:30 am

Non è ancora suonata la sveglia, lo intuisco, provo quindi ad afferrare la coperta e riaddormentarmi immediatamente, nonostante il brivido di freddo che viene dal mare e che mi ha fatto svegliare. Ma dura pochissimo, come mi aspettavo: neanche un paio di minuti dopo aver chiuso gli occhi, sento il telefono che comincia a squillare. E’ ora.
La prima cosa che noto è che non ho mal di testa. Strano. Bene.
Forse semplicemente il freddo m’ha congelato il cervello. Meglio così.
Vado alla finestra e vedo la giornata grigia, senz’alba apparente. La pioggia, sottile ma fitta, ha oscurato anche il sole che dovrebbe sorgere e dalla stanza si vedono solo due colori: le sfumature di verde dei pini e del prato e un grigio fumoso e variegato che copre tutto il cielo.
Ma non c’è un incendio a causare quel fumo. Non lì fuori.
La tentazione sarebbe quella di tornarmene a letto, tanto il proposito di correre col sole che sorge è ormai comunque fallito. Ma so già che comunque non riuscirei a riaddormentarmi? E, se anche vi riuscissi, comunque dovrei essere in piedi fra un’ora e mezza.

Allora non resta che tirar fuori la maglietta verde dell’Irlanda, indossare i pantaloncini, assicurarmi di avere le chiavi e l’ipod, infilare le scarpe ed uscire.
Darsi un senso. Darsi un contegno.

Per quanto la corsa come sport non mi abbia mai attratto particolarmente, ho sempre trovato qualcosa di affascinante nel correre nelle peggiori condizioni atmosferiche possibili. Neve, soprattutto, ma anche con la pioggia.

Allora esco. Scendo i due piani di scale che mi portano all’ingresso, lascio che la porta a vetri mi si apra davanti e mi trovo sotto le gocce di pioggia.
Per un momento ho un tentennamento: quella porta si riaprirà poi al mio ritorno? La notte è stata bloccata e il pensiero di restare sotto la pioggia sino a che qualcuno non scenderà ad aprirmi non mi entusiasma. Vorrei fare una prova, ma a questo punto sono comunque chiuso fuori: cosa cambierebbe? Twende, andiamo.

Attraverso il prato che circonda l’edificio prima di arrivare alla spiaggia e poco dopo sento sotti i piedi quella sensazione data dal terreno pastoso della sabbia bagnata, stabile ma plastico. Una sabbia che assume quasi un colore di ruggine.
Poche falcate e sono di fronte al mare.
Non conosco questo tratto di costa, quindi la scelta su quale direzione prendere è affidata al caso. In ogni caso non è importante.

La spiaggia è ancora deserta, frutto della fortunata combinazione fra la mattina ancora fredda, la pioggia e l’orario che dissuade i più. Eppoi non è stagione per turisti. Potrebbe partire in lontananza il ritornello “mare mare /non ti posso guardare così…“, ma non è la mia colonna sonora.
Quella la affidiamo alla selezione dell’ipod.

Comincio a mettere le falcate in fila, spingendo i piedi uno dietro l’altro mentre mi godo “Guiding light” nelle orecchie e l’acqua che mi batte in faccia: sembra la scena con Forrest Gump che descrive la pioggia che gli arriva da ogni direzione, ma è esattamente quel che cercavo. Chissà perché poi.

Probabilmente non dovrei abusare della canzone dei Television, ma l’umore è quello delle situazioni che la rendono necessaria. Eppoi ancora non sento il suo effetto positivo venir meno. Strano non abbia pensato a Springsteen… Forse è stato l’abbinamento con la successiva “True Blue” a convincermi, forse. Forse perché anche io mi chiedo “Darling, darling /do we part like the seas? The roaring shell, /The drifting of the leaves“. Forse perché cerco di convincermi che tutto è ridotto a “Standing by your mate, when he’s in a fight /oh, she’ll be right“.
Le falcate continuano a sussegguirsi, mentre lentamente smetto di esser stupito del fatto di non aver mal di testa.

Mi pare incredibile: forse è il freddo, forse l’ossigeno puro della spiaggia deserta spazzata da un vento marino a non farmi sentire né l’alcool che devo avere ancora in corpo, né il sonno. Ma la spiegazione non mi convince… Sarebbe troppo semplice.
Ieri sera abbiamo chiuso alle 3:00. Cioè: questa mattina abbiamo chiuso alle tre. In realtà l’unico ad aver chiuso alle 3:00 son stato io… In ogni caso, questo significa che in corpo ho poco più di tre ore di sonno, molta vodka, abbastanza rum e una certa dose di assenzio. Più un cocktail del quale non ricordo esattamente cosa contenesse, ma di cui ho chiaro in mente il colore blu brillante come il mare caraibico e un certo gusto di cocco.

Sto pensando a tutto questo mentre corro? Certamente no.
Non sto pensando affatto, probabilmente è anche per questo che ho scelto di andare a correre. Perché sì, questo tempo da cani che ad Hamburg chiamerebbero “una bella giornata” tira fuori quel lato nordico e folle che c’è in me e che si esalta coi grigiori del cielo, col vento contro, ma una corsa del genere -in queste condizioni improbabili- ha anche il non secondario vantaggio di cacciar via qualsiasi pensiero.
Forse l’unico pensiero che ho ancora in testa è non urlare troppo forte le canzoni che mi rimbalzano dalle cuffie: sia perché è presto, sia perché corro comunque davanti a degli alberghi e un minimo di ipotetica reputazione ancora mi preoccupo di conservarla.
Forse…

Di certo, fra la musica, le falcate coi muscoli che cominciano a sentire la tensione e la maglietta che si fa pesante e fredda dalla pioggia, di certo in tutto questo non sto pensando né all’ora in cui sono andato a dormire, né ai drinks che mi hanno tenuto sveglio, né alle discussioni che mi hanno fatto incazzare e venire conati di vomito, né a chi mi ha tenuto compagnia, né a perché ho cercato di tracannare alcool come fossi appena divenuto diciottenne, né al perché abbia scelto di espormi alla vergogna di continuare a bere al punto che gli altri si abbiano a domandare di cosa stia cercando di punirmi.

Sarebbero troppe cose cui pensare, se anche cercassi di farlo.
Ma il bello è che non devo neppure sforzarmi di evitarlo… le falcate lo fanno per me.

Certo, ora che sono rientrato in stanza, ora che i vestiti bagnati e l’acqua che mi scende dai capelli coprendomi la faccia cominciano a diventare più un fastidio che un piacere, ora che attendo che dalla doccia esca acqua calda e comincio a maledire la pessima idea della corsa mattutina, ora qualche pensiero su ieri sera mi torna in testa.

Parte di me comincia anche a pensare che uno shot di vodka potrei farmelo subito, dopo la corsa e prima della colazione. Magari uccide l’hangover, preventivamente. O magari uccide me. Non credo di voler rischiare. Forse è solo uno strascico di ieri notte, ancora quella volontà di star male, quasi a punirsi. Dev’essere così per pensare a bere di prima mattina. O così, o sono un alcolizzato.
Ma i pensieri ora son qui.
E la vodka resta lì, forse mi guarda male, forse con sollievo. Ma per me o per lei?

Non ho neanche lontanamente voglia di tornare a pensare al tema del dibattito, all’esame fallito. Anzi, spero di non pensarci proprio mai più. Di non sentirlo più in vita. Mi fa solo venire nausea. E son certo che non è causata dall’alcool.
Non posso tuttavia evitare di pensare ad un paio di cose…
Perché cerchi di punirti in questo modo?” mi aveva detto mentre sorseggiavo assenzio dalla fiaschetta e acqua tonica. Più acqua tonica che assenzio, alla fine. Non avevo affatto pensato di punirmi, anzi: ero semplicemente convinto che nella vita di un uomo vi debbano essere dei momenti nei quali bere, bere e bere. Anche senza motivo. E poco importa cosa ne sarebbe stato della mattina dopo.
Un motivo un pò l’avevo: pensavo sarebbe stato divertente. Ma il divertimento, se mai è cominciato, è finito molto tempo fa… almeno quando hanno ripescato la dannata discussione sull’esame.
E perché son qui a bere con un pubblico? Perché pensavo che così avremmo almeno bevuto in due! Bere da soli è triste, ma bere con un pubblico dev’essere addirittura uno spettacolo patetico. Lezione per il futuro.

Avrei dovuto prender nota delle stanze delle studentesse e presentarmi da loro con la bottiglia di vodka… No, decisamente meglio non averlo fatto. Nella scala del patetico accettabile, quello sarebbe stato un gradino di troppo. In effetti, non era neppure fra le possibilità contemplate.
Il che restringeva di un bel pò le opzioni rimaste.

In effetti, probabilmente un pensiero non detto, una motivazione chiara ma taciuta per chiederle di passare per il “bicchiere della staffa” c’era. Booty call, perché detto in inglese può sembrare comunque altro.
Eppoi, davanti a quel cocktail troppo tropicale per il mare di una primavera ancora fredda e piovosa, qualcuno l’aveva detto. Sagacia, forse. Allucinazione. O provocazione: “Da quanto state assieme voi due?“. Chissà in quanti l’hanno sentita. Io l’ho sentita. O l’ho sognata? E da dove arrivava quella domanda così? Se di intuito si trattava, da dove derivava quell’intuizione? Un’intuizione per la quale meno che mai credevo di aver lasciato tracce; della quale io stesso non avevo un’idea chiara…
Booty call.
Perché forse le intuizioni non necessitano poi di tanti indizi. Né di chiarezza. Né di un proposito logico. Né di un orizzonte onesto.
Forse chiamarla booty call era solo il modo per sviare me stesso prima di tutti.
Ma se di booty call si trattava, avrei dovuto fare qualcosa diverso rispetto a sorseggiare alcool.

Ho risposto alle mie domande mentre cerco di convicermi a chiudere l’acqua calda che dovrebbe lavarle via? Non credo, ma dovrò uscire dalla doccia prima o poi.
Chiudo dietro di me la porta della stanza, rifaccio le scale per la terza volta e mi avvio all’ingresso. Davanti a me ci sono due delle studentesse che guardano fuori per stimare la pioggia che le separa dalla mensa dove dovremmo fare colazione. Incrocio i loro sguardi e penso con sollievo che non ho bussato alle loro porte ieri notte. Chissà loro cosa vedono nella mia faccia, le occhiaie da poco sonno e mal di testa incipiente o lo sguardo fresco di chi è stato abbastanza strong willed da alzarsi per correre di prima mattina?
Decido di ignorare il problema, varco la soglia e mi avvio verso la mensa senza curarmi di tirar su il cappuccio sopra la testa.

Troppa gente al tavolo. Troppa. Evito qualsiasi sguardo e mi dirigo al thermos di thé bollente. La vista del cibo mi dà fastidio, ma il thé posso reggerlo. Anzi, ne ho proprio bisogno.
Con la tazza non zuccherata in una mano, afferro una sedia. Il capo di fronte a me, leggermente a sinistra, chiacchera con gli studenti e guarda altrove. Lei immediatamente a destra.
Avevo pensato a trovare un posto a sedere più lontano, ma parte di me voleva la sedia più vicina, parte di me proprio quella al suo fianco. Quasi vi fosse un senso, un’intimità ancora da segnare dopo troppo alcool e discorsi troppo volgari, troppo intimi e troppo insensati.

Oltre ad una nuova tazza di thé, l’unico pensiero in testa è quello di non aprire bocca. Un pensiero che si combatte con quello di mettere in chiaro che il mio spettacolo decadente resti fra noi.
Uno studente dice d’essere stato piacevolemente sorpreso nell’averci visto uscire per un drink la sera. “You know nothing“, riesco a mormorare con un mezzo sorriso. E quattro sguardi complici. Due più complici degli altri.

I miei pensieri ancora duellano. Fortunatamente lei si alza prima che arrivino allo scontro diretto.
Ancora una tazza di thé. Fra mezz’ora il dibattito.
Ancora una tazza di thé, sperando nel frattempo di aver ritrovato almeno contegno.

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Il nazista e la regola dei tre secondi (pillole di giustizia)

Un nazista che ricorre in tribunale per la lesione dei suoi diritti umani?
Altro che superuomo: Anders Breivik è un poveraccio.

i discutibili

Ha suscitato scalpore, per non dire scandalo, la decisione di un Tribunale norvegese di riconoscere all’assassino nazista di 77 persone Anders Breivik un risarcimento di circa 35.000 Euro per violazione dei propri diritti umani.
Io stesso posso dire di non essere rimasto totalmente immune allo sdegno.
Certo, con qualche conoscenza giuridica alle spalle non era difficile comprendere il ragionamento della giudice norgevese. Permane tuttavia una sensazione di sgomento per gli standard applicati e per la disparità fra questi e tante situazioni simili che accadono quotidianamente in tutta Europa (basti pensare alle carceri italiane: chi fra i nostri detenuti gode di una cella di 31 metri quadrati? Oppure, provocatoriamente, quando mai un immigrato potrà fare ricorso alla CEDU per le condizioni in cui è trattenuto nel CARA di Mineo o ad Indomeni?).

Nondimeno, non mi sentirei affatto di sentenziare che il giudice “ha sbagliato” nell’applicare l’art. 3 della Convenzione Europea…

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let’s build a new one

thesilverpepperofthestars

let’s build a new one
let’s start from scratch
let’s throw away the manuals
and work from first principles

let’s begin in hope
and proceed with persistence,
and trust in our strength and wisdom

let’s make good appointments and
reward good works

let’s agree and disagree
and everything in between

we will be fair
and reasonable
and open and free

and we will build a new on

we will remember
what led us to this moment
and we will forget to strive for perfection

we will raid the archive
for advice
and we will consider suggestions
both tested and untested

we will admit
when we are wrong
and we will not be ashamed

and we will build a new one

let’s throw it all out
and start again

let’s find the fundamental fixities
that allow enough for flexibility
where necessary

and we will build a new one

and we will…

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io volevo andare in montagna…

E invece sono andato a votare.

Qualche personale riflessione sul referendum del 17 aprile:

  1. Smettiamola di dire che il quesito era troppo tecnico
    Intanto perché è un’assurdità che i cittadini si possano/debbano pronunciare solo su questioni di principio (divorzio, aborto….), che saranno pure più semplici come comprensione immediata, ma hanno implicazioni molto più profonde e complesse.
    Ma, soprattutto, smettiamola perché il quesito del 17 aprile era appena difficile, ma certo non impossibile: volete concessioni all’infinito oppure no?
  2. Il voto diventa personale solo se lo si rende tale
    Ho trovato davvero errata la personalizzazione di questo voto da parte di Renzi (e di molti suoi antagonisti). Perché non dovrebbe esserolo, in primo luogo, e perché trasformare ogni voto in un “plebiscito” personale a) ne distorce il senso; b) comporta implicazioni politiche abnormi rispetto alla singola decisione in oggetto.
    E se si fosse raggiunto il quorum, Renzi si sarebbe dimesso? Certo che no! Non sarebbe accaduto nulla… Allora, perché calcare tanto la mano ed esagerare le implicazioni?
    Perché non cominciano a capire che è lecito sbagliare?
  3. La spallata?
    Davvero non capisco se certe persone del PD siano così deficienti come fanno sembrare… Speranza crede che i voti del referendum siano stati contro Renzi e sa di poter contare su di loro per “scalare” il PD?? Ma non ha capito nulla di come sono andare le cose??? Lui come Renzi prima di lui.
    Tanti, tantissimi, non hanno affatto votato contro Renzi, ma ben coscienti del tema.
    Se conta su quei voti per liberarsi di Renzi, è destinato ad un altro fallimento… e questa sarebbe la sinistra interna del PD?? Disperazione
  4. Nel merito
    Dicono tanti che il quesito era -fondamentalmente- “una cazzata” di poca rilevanza. Forse.
    Non di meno, ora posso dirlo senza che nessuno rinfacci alcunché, il quesito era abbastanza semplice da comprendere e personalmente credo nel merito vi fossero ampissime ragioni per sostenere la tesi del “sì”: le concessioni infatti, una volta scadute, sarebbero state rinegoziate ai sensi dell’art. 9 l. 9/1991. Con buona pace di chi paventava rischi per i posti di lavoro e gli investimenti…
    Peccato non si sia proprio riusciti ad affrontare la questione con un minimo di senno….

televisione & affitti

Due pensieri al volo, senza troppi fronzoli né argomentazioni:

  1.  Vespa: personalmente, non sono contrario all’idea di invitare il figlio di un boss mafioso in un programma televisivo.
    Il problema, semmai, è che contenuti questa persona offre.
    Che poi è un dibattito sul ruolo degl giornalista…. E del pubblico.
    Se Vespa avesse “messo alle strette” il malfamato ospite, offrendo cos’ dei veri spunti di riflessione, di critica al fenomeno mafioso, la cosa sarebbe persino potuta essere accettabile.
    Un pò come fece Floris con Berlusconi nel 2013. O Frost con Nixon.
    Ma se il giornalista si limita ad offrire a questi soggeti una platea dalla quale possono esprimere concetti contari ai valori costitzionali, ciò non è accettabile.
    Ancor meno accettabile -e vengo qui al ruolo del pubblico- è che fra quelli presenti in studio nessuno abbia sentito l’esigenza o il dovere (l’igiene morale) di ribellarsi a quella scandalosa pantomima.
  2. Questione affitti alla Reggia di Caserta: aldilà degli specifici punti critici della vicenda (vale anche per Roma, sulla quale tuttavia credo occorrerebbe aprire una riflessione riguardo la necessità di garantire spazi pubblici accessibili alle associazioni in centri storici sempre più fuori portata), il punto a mio avviso interessante è come questo fatto sia un riflesso del tipico atteggiamento italiano.
    Quello che viene spesso definito “l’arte di arrangiarsi”, dove tuttavia spesso l’arrangiarsi è aiutato da altri.
    In un certo senso, l’Italia è il paese dell’ “arte nel creare eccezioni”: è il paese in cui costantemente, invece di cercare e attuare soluzioni generali  a problemi comuni, si creano tante soluzioni ad hoc, spesso in violazione delle leggi.
    A Caserta, invece di creare alloggi decenti a prezzi e condizioni (distanza dal luogo di lavoro) accettabili, alloggi che potessero servire per tutta la popolazione, si è creato uno “status” speciale per i dipendenti della Reggia. I quali – non può sorprendere- ovviamente ne hanno ben goduto ed ora non sono disposti a rinunciarvi.
    Mi sembra tanto il riprodurre la logica medievale in cui il sovrano concedeva “patenti” alle città esentandole da questo o quel dovere generale, sempre secondo un modello di eccezioni non coordiante fra loro, senza alcuna sistematicità.
    E’ la logica del “favore”, della peculiarità che si distingue sempre -senza ragione strutturale- dal resto del sistema sociale.

Terrorismo, aggiornamento: economia di guerra

Una cosa vorrei chiedere a tutti coloro che blaterano di “guerra” contro il terrorismo e di “scontro di civiltà”. Una sola. Almeno per ora mi accontenterei di una.

Perché non parlano mai di “economia di guerra” quando predicano le loro violenze?
Perché non dicono mai che -visto che tutti sappiamo che si dovrebbero tagliare i finanziamenti ai terroristi (ovvero agli Stati che finanziano il DAESH)- che dovremmo cominciare a consumare meno petrolio?

Perché nessuno dice che prima di tutto dovremmo cominciare ad usare meno l’auto? A spegnere molte luci?

Vogliamo la guerra, ma nessuno vuole doverne sopportare i costi.
Siamo proprio la “società dei consumi”.

Eppure, settantanni fa durante la Seconda Guerra Mondiale, anche negli stessi Stati Uniti non era affatto così….

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Non credo di avere molto, almeno non molte cose intelligenti, da aggiungere a quanto tanti (troppi) commentatori dicono e ripetono nei vari salotti deputati a queste analisi.
Tuttavia mi stupisce che non si siano dette almeno due cose:

  1. Da almeno la seconda metà del ‘900 (ma anche prima), il terrorismo è stato una costante in Europa e non solo.
    Ora tutti si agitano per Parigi e Bruxelles, come prima ci sia944655_10209475115338659_1658111589110066447_nmo agitati per Londra e Madrid. Giustamente. Ma nessuno ricorda che in Italia, Francia, Spagna, Germania, Regno Unito etc. etc. etc. il terrorismo è stato una costante, anche con attacchi dinamitardi, per tutti gli anni ’60-’70-’80-’90. Vogliamo fare qualche nome, per rinfrescarci la memoria? ETA, IRA, BR, Ordine Nuovo & vari fascisti italiani, RAF, indipendentisti corsi…
    Alzando appena lo sguardo, è facile notare come furono terroristi (di destra!) ad uccidere un capo del governo in carica, in Israele nel 1995: Rabin; sempre nel 1995 vi fu il più grave atto terroristico con armi chimiche: la metropolitana di Tokyo.
    E non sono forme di terrorismo i vari pazzi armati di Columbine o di altre stragi americane?
    Temo sinceramente che questa attenzione morbosa per il terrorismo contemporaneo sia dovuto a ragioni squisitamente ideologiche: l’Islam.
    Qualcuno mi ha obbiettato che questo terrorismo colpisce “persone che non c’entrano nulla“. Vero: ma forse i ragazzi che andavano nei bar di Londra colpiti dall’IRA c’entravano qualcosa? C’entravano forse qualcosa le persone in banca a Piazza Fontana o alla manifestazione in Piazza della Loggia? E quelle alla stazione di Bologna? No. Il terrorismo non colpisce mai “chi c’entra”.
    Storicizzare tutto“, diceva un saggio. Se storicizziamo il terrorismo presente fa molta meno paura.
  2. Una giornalista, ieri sera in tv, lamentava di non sentirsi sicura nonostante le camionette della polizia e dell’esercito in strada nella sua via di residenza a Roma.
    Ma crediamo veramente che siano le persone armate in strada a poter fermare in terrorista? Nel momento in cui questo arriva in strada armato, è già troppo tardi: riuscirà già raggiungere il suo scopo.
    Il terrorismo va fermato prima.
    E, se è così, non è un pessimo impiego delle risorse avere tutte queste forze dell’ordine in strada, anziché a fare lavoro di indagine? Io credo di sì…
  3. Sempre in un servizio tv di ieri (culla del sapere…) venivano intervistati residenti di una grande città italiana: alla domanda se avessero paura, tutti hanno risposto di sì.
    Ora, non voglio fare lo spaccone: se mi trovassi in un attacco, probabilmente urlerei come un porco mentre lo macellano. Ma, nonostante questo, non ho paura. Non ora, almeno.
    Certo, vivo in un posto che non ha subito attacchi. Ma non ho avuto paura neanche quando ero a Londra o a Parigi.
    Il punto, secondo me, è che non dobbiamo e non possiamo avere paura: non dobbiamo, perché così facendo, favoriamo il loro folle gioco alla militarizzazione (che non porta a nulla) e magari finiremmo per chiuderci in casa; non possiamo, perché ancora oggi sono maggiori le probabilità di schiantarsi in auto che quelle di essere ammazzati da un terrorista.
    Voi avete paura di schiantarvi al punto di non prendere più l’auto?
    Può sembrare un ragionamento ridicolo, lo comprendo. Ma la nostra mente deve anche selezionare quali sono gli elementi rilevanti per regolare la nostra vita.
  4. Qualcuno dice che questa è una “guerra dispari” perché loro, i terroristi, sono disposti a farsi ammazzare.
    Non concordo affatto.
    A parte che questa non è una guerra: la guerra, il conflitto armato, ha luogo per definizione fra forze con un comando responsabile, chiaramente identificabili, che occupano un territorio. Il terrorismo non risponde a nessuna di queste definizioni: certo, ha un comando, ma questo comando non è gerarchico ed in totale controllo delle azioni; sicuramente non è chiaramente identificabile e non porta uniformi; sicuramente non mira ad un controllo del territorio (non qui in Europa, almeno).
    Ma, aldilà di questo, la guerra non è dispari perché i terroristi sono disposti a suicidarsi nei loro attacchi: anche i kamikaze giapponesi lo facevano, ma nessuno avrebbe mai pensato di qualificare la guerra USA-Giappone come “dispari”.
    Lo scontro col terrorismo è dispari perché il terrorismo, per definizione, è figlio di un’azione individuale, potenzialmente irrintracciabile: il terrorismo è il gesto di un singolo (organizzato in gruppo magari, ma alla fine il suo gesto è singolo), esattamente come quello del piccolo criminale.
    E come la criminalità va affrontato.
    Ma per la lotta alla criminalità esistono precise regole e limiti! O vogliamo forse immaginare una società in cui ogni porta, ogni mezzo pubblico è dotato di metal-detector o body-scanner? Io no.

Chi mi legge sa che non rientro fra coloro che dicono “no” ad ogni intervento militare a prescindere: credo, ad esempio, che una missione con un mandato chiaro in Libia potrebbe essere opportuna.
Ma credo, prima di tutto, che per vincere questa sfida dobbiamo continuara a dimostrarci solidali, come avevo già scritto in passato: restiamo umani. Come questo ragazzo:

images.duckduckgo.com

Un ragazzo che noi lasciamo fuori dall’Europa, magari con la scusa che “potrebbe essere un terrorista” (!!). Sarà, ma a me questa affermazione ricorda molto quella della donna-cecchino di Sarajevo riportata da Gino Strada nel suo “Pappagalli verdi” che dopo aver sparato ad un ragazzino di 6-8 anni risponde “fra dieci anni ne avrà 16“. Sottointeso: e sarà un soldato. Ulteriore sottinteso: è già un nemico.
E invece uno diventa “nemico”, non ci nasce: lo diventa a Molenbeek, così come quarant’anni fa lo sarebbe potuto diventare in un’officina FIAT.
Ma aveva ragione Pasolini quando scriveva che dovevamo sforzarci di capire “perché un ragazzo diventa fascista” negli anni ’70. Dobbiamo sforzarci di capire, non di militarizzare.

Pillole di giustizia: un nuovo reato, se ne sentiva la mancanza…

i discutibili

Premetto, fin da subito, che sono molto critico riguardo l’introduzione del reato di “omicidio stradale”: in sostanza, considero questa scelta un perfetto esempio di “lobbysmo” da parte di alcune (legittime) associazioni che hanno focalizzato tutta la loro attività di pressione riguardo un tema importantissimo come la sicurezza stradale su un solo aspetto, quello della sanzione penale (al punto che esiste persino un sito dedicato…).
Peraltro, ne avevamo già parlato in alcuni vecchi post….

Provo a spiegare le ragioni delle mie critiche.
La legge recentemente approvata introduce dunque nel codice penale un nuovo art. 589-bis, rubricato appunto “omicidio stradale”. Sin da subito è interessante notare la collocazione della nuova norma, dopo l’art. 589 dedicato all’omicidio colposo.
La norma pare introdurre due fattispecie di reato, ovvero:

1. Chiunque cagioni per colpa la morte di una persona con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale è punito con…

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rugby, non c’è due senza tre

I tifosi di rugby della domenica si erano messi a declamare che “dobbiamo vincere contro la Scozia per evitare il cucchiaio di legno”, per poi arrivare esterrefatti a domandarsi come sia stato possibile perdere contro la Scozia.
I tifosi del lunedì, magari, avranno invitato ad andarsi a vedere che risultati ha fatto all’ultima RWC la Scozia… e a scoprire, esterrefatti, che per un soffio gli highlanders non sono arrivati in semifinale.

Si poteva vincere, certo. Ma non era affatto scontato.
Infatti, non abbiamo vinto: consoliamoci nel veder confermata l’antica saggezza del proverbio che avvisa “non c’è due senza tre“.

Credo di non essere il solo a cominciare a non tollerare più certe prestazioni del XV azzurro.
Ovviamente sarebbe ingiusto generalizzare e accusare tutta la squadra di prestazioni immeritate: Parisse ha fatto l’ennesima partita magistrale (ma ne sbaglia una?); Gori si coferma; i ragazzi nuovi sono promettenti… tutto bene, ma perdiamo.
Eccome perdiamo!
Almeno ben tre volte l’Italia si è trovata ad attaccare “en masse” ed organizzata dentro i 22 metri scozzesi. Almeno una di queste persino in superiorità numerica.
E solo una volta siamo riusciti a segnare!

Dal canto suo, la Scozia ha fatto quel che doveva: ha sfruttato i nostri errori, ha segnato i suoi punti e nel finale ha potuto persino dilagare finendo con un 20-36 di sofferenza.
Mentre, per la cronaca, le ragazze vincono…
I giocatori parlano di una “buona reazione” nel secondo tempo dopo lo svantaggio. Certo: ottima reazione, almeno dal punto di vista psicologico. Ma dal punto di vista dei risultati resta un disastro.
Sembra di rivedere la “Cavalta dei Seicento“: tanto orgoglio, ma finale in tragedia. Una tragedia costruita solo con le nostre mani, dall’incapacità di mettere a segno punti fondamentali. In condizioni, peraltro, relativamente semplici.

Comincio sinceramente a pensare che davvero non ci meritiamo di partecipare al Sei Nazioni: no, non più. Perché certi errori alla mano fanno inorridire anche i profani.
E non si dica che questa è solo la presunzione di chi mai s’è cimentato nel gioco… è la percezione di tanti che almeno un pò di questo sport ne masticano.

Lungi da me accusare di incapacità (o altro) i nostri giocatori, che sono solo gli ultimi responsabili di un percorso disastroso che dura ormai da anni.
No, i problemi sono davvero radicali: mancano allenatori, mancano squadre vere, manca un campionato che sia allenante… Manca una Federazione con un progetto!
Negli ultimi 4 anni abbiamo provato almeno tre mediani d’apertura: Allan, Haimona, Canna (e già i cognomi dicono qualcosa), senza riuscire a prepararne uno veramente all’altezza (belle speranze Canna). Eppure abbiamo un’ “Accademia” dedicata al ruolo!

Ma bastasse l’Accademia!
I rugbyman devono giocare e devono giocare a livelli altissimi per migliorare… Invece cosa abbiamo? Abbiamo un campionato d’ “Eccellenza” a livelli praticamente ridicoli, infatti non esiste una nostra squadra che in Europa ottenga risultati.
E abbiamo due franchigie in Celtic League che non si capisce a cosa servano: devono vincere la Celtic League? O devono formare i giovani per la nazionale?

Non ci siamo, semplicemente non ci siamo. O il movimento comincia a cambiare rapidamente, o i risultati peggioreranno ancora. E al peggio potrebbe non esserci fine…

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