Riflessioni venete (dall’esito del voto anche ligure)

Seconda puntata delle riflessioni post-elettorali. Passiamo al Veneto (con un occhio, come dice il titolo, alla Liguria).

Perché Luca Zaia ha vinto?
1) perché era più conosciuto della Moretti: potrà sembrare strano, ma fino al tour in tutti i 571 comuni, la Moretti era conosciuta solo in televisione e poco dalla popolazione veneta. Come ben detto da Patrizio Donnini che ne ha curato la campagna “se non ti conoscono, non ti votano“.
2) perché “non ha fatto disastri” (ed è pure uscito pulito dagli scandali): la linea politica del PD e della Moretti in questa campagna elettorale è stata “Zaia posa il calice” (riferito al Vinitaly), ovvero: non ha governato, non ha fatto programmazione. Vero, ma troppo poco e troppo astruso per convincere gli elettori ad andare a votare e a votare per il cambiamento. In fondo, basta che il presidente uscente sia stato “un bravo toso“.
3) perché ha dettato i temi della campagna elettorale: sempre Donnini, disse che il tema chiave era quello del lavoro e, infatti, la Moretti lanciò svariate proposte per l’occupazione. Ma tutte proposte troppo complesse (come tutto il programma del centrosinistra), troppo razionali… Zaia ha pubblicato per un paio di settimane un sacco di manifesti diffusi in tutto (tutto!) il Veneto con i “risultati” della sua giunta, ha approvato una finanziaria con 50 mln di “markette” per piccoli interventi nelle parrocchie a poche settimane dal voto e, dulcis in fundo, nelle ultime settimane ha potuto comodamente cavalcare la polemica sugli sbarchi e sui clandestini.
Moretti kaputt.

Perché Moretti ha perso?
Oltre a tutto quanto esposto sopra, ci sono un paio di punti sulla gestione della campagna elettorale che (col senno di poi…) credo di poter criticare.
1) Il primo riguarda il tour fra tutti i comuni del Veneto: ottima idea, in teoria. Pessimamente realizzata in pratica: il tour serviva a far conoscere la candidata e a prendere contatto col territorio, ma è stato gestito male. I passaggi a gennaio son stati rapidamente dimenticati e non hanno alimentato l’entusiasmo necessario alle ultime settimane di campagna elettorale: alla fine di maggio, alcuni territori erano “dimenticati” e si erano dimenticati della Moretti. Inoltre, con il tour si sono sacrificate altre tappe “ufficiose” come fiere e sagre, fondamentali per incontrare persone al di fuori dei circuiti tradizionali del partito. Zaia di sagre non ne ha persa una.
2) candidato sbagliato: quando Alessandra Moretti è passata nel mio comune, ricordo uno scambio di battute emblematico che già allora diceva tutto sulla sua difficoltà: un signore le ha rivolto la parola in dialetto veneto, per poi passare all’italiano nel timore che lei non capisse. Alessandra Moretti gli ha risposto in dialetto dicendogli di parlare pure così “che xo veneta anca e mi e ze capimo“… ecco, quella risposta suonava involontariamente artefatta, falsa. La risposta di una che abitualmente non parla in veneto. E che così non appare autentica.
Da questo punto di vista, sarebbe stata migliore la candidatura di una persona come Simonetta Rubinato, ex sindaco nella provincia di Treviso ed attuale senatrice del PD, più vicina al sentire e allo stile della “gente comune”.

E qui facciamo un passo indietro nel tempo (anche tenendo a mente quanto detto a proposito della Liguria), alle primarie con le quali Alessandra Moretti è stata scelta quale candidata del centro sinistra.
Quelle primarie di dicembre 2014 sono state un piccolo caso politico per il PD veneto, perché tutta la dirigenza locale (tranne i trevigiani) davano già per assodato che Moretti fosse la candidata in pectore del PD. Solo la cocciutaggine del PD trevigiano e di Simonetta Rubinato hanno “costretto” a fare le primarie (poco partecipate, probabilmente anche per la sensazione di ineluttabilità della vittoria di Alessandra Moretti: 40.000 persone circa).
Ma anche con le primarie, tutta la dirigenza locale si è schierata compatta in favore di Alessandra Moretti, con una serie di endorsement che, se da un lato hanno reso la sua vittoria quasi certa, dall’altro hanno inquadrato la sua candidatura dentro i vecchi, soliti, schemi delle scelte di partito calate dall’alto per “fedeltà” e cursus honorum d’apparato (o, peggio, di correnti).

Non credo che al 31 maggio gli elettori veneti non abbiano votato Alessandra Moretti per questa ragione (anche se sicuramente qualcuno avrebbe votato Rubinato e non ha votato PD). Credo tuttavia che questa “incoronazione” d’apparato abbia “bloccato” il meccanismo delle primarie, scegliendo un vincitore designato e in qualche modo falsando il confronto: non so se Simonetta Rubinato avrebbe vinto senza questi endorsement, probabilmente no.
Ma gli endorsement hanno rafforzato gli apparati locali: li hanno rassicurati nella loro tranquillità di non esser scossi dal basso, di poter scegliere un candidato che li rappresentasse e che non andasse a stravolgere i delicati equilibri inter-provinciali del PD veneto (asse Padova-Venezia).
Così, quegli stessi apparati hanno potuto nei mesi successivi preparare liste provinciali a loro immagine e somiglianza, prevenendo ogni forma di rinnovamento spontaneo o di dibattito interno.

L’analisi di SWG Analisi_flussi_elettorali_Veneto_Pd-e1433250909432.png.pagespeed.ce.ZxgnAzjbzXdei flussi elettorali del PD in Veneto (rispetto alle europee 2014) ci dice che in PD perde voti sostanzialmente in tre grandi direttrici:  “governativa” Lega-Zaia 4,4%; astensione 7%; e “rinnovamento” M5S-Tosi 5,5%.
Il flusso verso Zaia e la Lega è facilmente spiegabile, perché il governatore uscente raccoglie sempre voti anche dalla parte politica avversaria, in nome della continuità.
Più complessa è la valutazione dei flussi verso M5S, Tosi e astensione: a chiunque si chieda, nel PD veneto, si avranno risposte diverse e variegate: colpa di Renzi o non abbastanza Renzi la dicotomia dominante (come in tutta Italia). Io credo, piuttosto, che questo variegato 12% di elettori andati verso M5S- Tosi ed astensione abbia considerato l’offerta del PD locale non adeguata rispetto alle proprie esigenze, che sono evidentemente esigenze di cambiamento dell’amministrazione regionale (altrimenti avrebbero votato Zaia).
Perché? Sicuramente, le dinamiche sono differenti di provincia in provincia (i collegi elettorali sono provinciali). Per quella di Padova, azzardo a dire questo:1) rispetto alle elezioni regionali precedenti (Zaia/Bortolussi), il Partito Democratico perde 4 punti, sia a livello regionale che nel comune di Padova (dal 20 al 16% regionale, dal 28 al 24% a Padova-circa 8.000 voti); 2) i due consiglieri eletti perdono, in termini di preferenze, circa 5.000 ciascuno (qui i dati della regione).
Quest’ultimo dato, soprattutto, mi interessa: se per il secondo (“renziano”) la perdita di voti è ampiamente spiegata dal sovraffollamento di candidati “renziani” in lista (dei quali, in particolare, il primo dei non eletti con 4.000 preferenze) o di altri candidati che si occupano delle stesse tematiche (1.900 preferenze); più difficile è spiegare la perdita del primo, favorito da una lista costruita a sua immagine e somiglianza, senza altri candidati che potessero chiaramente pescare dal medesimo bacino elettorale “di sinistra” classica (area Zanonato): Piero Ruzzante.

Ecco, come già detto riguardo la Ligura, personalmente credo che parte della spiegazione di questa sconfitta vada ricercata tutta nel mancato rinnovamento dell’apparato locale, che non ha nulla a che vedere con le politiche (nel bene o nel male) di Renzi. Sicuramente anche queste politiche hanno contato (e, per lo più, hanno contato in negativo), ma non credo che abbiamo determinato lo spostamento di decine di migliaia di voti a livello provinciale.
Questo anche considerando che normalmente, l’elettorato di sinistra è di un livello particolarmente informato. Informato, dunque, sia sulle scelte nazionali, che su quelle locali.
Insomma, credo poco (e ho pochi motivi per credere) che la fuoriuscita di voti e preferenze rispetto ad un candidato che s’è sempre presentato come “di sinistra” quale Ruzzante dipenda dalle politiche di Renzi: se qualcuno avesse voluto “protestare” contro tali politiche, il voto a Ruzzante sarebbe stata un’opzione. Invece non è andata così.
Se anche un candidato “di sinistra” e “d’apparato” come Ruzzante perde tutti quei voti, aldilà di tutte le considerazioni del caso, credo una parte non marginale della spiegazione vada ricercata in una generale insoddisfazione nei confronti del sistema locale del Partito Democratico (che a Padova, proprio renziano non è).

Un’analisi simile è ribadita anche Christian Raimo su Internazionale, il quale scrive che “ la vera difficoltà di Renzi non è quella di tenere a bada la minoranza riottosa, ma l’incapacità di governare i potentati locali: il partito della nazione, una compagine che sembra forte al centro ma debole in periferia“.
Continua Raimo: “Le primarie, anche perché incapaci di aprire alla sinistra più radicale, hanno fatto emergere la forza delle clientele, che del resto, a loro volta, probabilmente hanno considerato il Pd scalabile in periferia. Non è tanto una questione di “presentabilità” dunque quanto di fiducia in un partito che sia l’espressione di un’idea di società che segni una trasformazione; e il Pd non lo è“.

Riflessioni liguri

Premessa: non sono ligure e non ho votato in Liguria.
Credo comunque di poter provare a trarre alcune riflessioni interessanti dall’esito di quel voto.

Il PD e Raffaella Paita hanno perso. La domanda vera è perché?
Alcuni all’interno del partito, accusano la “spaccatura” di Pastorino e Civati di aver sottratto quei voti determinanti per la vittoria (-7%) rispetto a Toti. Pastorino e Civati ribattono dal canto loro che quegli elettori comunque non avrebbero sostenuto Paita.
A mio modesto giudizio, la verità sta nel mezzo: non so in che percentuale, ma sicuramente qualcuno avrebbe votato Paita e qualcuno sarebbe rimasto a casa o avrebbe votato altri. In ogni caso, dubito fortemente che del 9,4% di Pastorino 2/3 (40.000 voti circa, ovvero il distacco fra Toti e Paita: SWG attribuisce un 4% passato dal PD a Pastorino) avrebbe votato la candidata del PD.

Piuttosto, sono propenso a credere che la sconfitta del Partito Democratico in Ligura dipenda da altro.
Da molte ragioni, più o meno radicate nell’elettorato: la pessima gestione delle primarie con Cofferati; i guai giudiziari della Paita; le qualità politiche e personali della Paita… Ma una più di tutte, a mio giudizio, incide: dopo dieci anni di amministrazione Burlando (che, seppure non ha fatto disastri, certo non ha brillato, specie a sinistra), c’era voglia di rinnovamento.

Sarà un paragone stupido, ma a me la sconfitta in Liguria ricorda molto quella di un anno fa a Padova: entrambe maturate dopo decenni di amministrazione PD-Ulivo-“sinistra”; entrambe maturate in una tornata elettorale dove comunque il PD ha ottenuto buoni risultati.
A Padova, il PD perse contro la Lega Nord e Bitonci candidando il vice-sindaco reggende uscente, Ivo Rossi, che per anni era stato il braccio destro di Zanonato ed aveva vinto delle primarie contestate (un pò nel conteggio dei voti, molto nella successiva gestione del programma comune) contro una lista civica più a sinistra (Padova 2020).
Come per Zanonato a Padova, la gestione politica di Burlando in Ligura rappresentava -a mio modesto giudizio- una sinistra legata a schemi un pò “vecchiotti” (da “industria pesante”, mi viene sempre da dire) e che non ha avuto difficoltà ad adottare anche politiche “di destra” (via Anelli, cementificazione): insomma, una sinistra molto governativa, alla quale è mancata l’elaborazione politica tipica delle minoranze, il ripensarsi radicalmente.
Una sinistra che sceglie di candidare in continuità (questo ragionamento forse potremmo estenderlo anche a Livorno).

Ma dopo 10 anni, gli elettori sentono forte l’esigenza di cambiare e la continuità paga poco.
L’esigenza di “cambiare” spesso si ferma all’immediato, non necessita di grandi elaborazioni sui programmi, anzi: può essere relativamente semplice dettare i temi del cambiamento (la sicurezza ed i furti a Padova nel 2014, ad esempio, sebbene non rappresentavano elementi statisticamente determinanti).
A mio modesto giudizio, in situazioni simili, soprattutto a sinistra, c’è una fortissima esigenza di tornare a ridare spirito e idealità alla politica: proporre un rinnovamento non solo di persone, ma soprattutto di programmi e di visioni (cosa che, logicamente, non può esser fatta dalle stesse persone che hanno governato).

Non so -nessuno di noi lo sa- se Luca Pastorino candidato ufficialmente da tutto il PD avrebbe vinto in Liguria o se avrebbe potuto vincere Cofferati: Analisi_elettorale_Liguria_SWG_PD-e1433245628802è difficile dire se quel 6% di astensione del PD sarebbe andato a votare.
Tuttavia, credo fortemente che un’impostazione diversa della campagna elettorale (focalizzata su un altro modello di regione) avrebbe favorito il PD.

Capitolo Civati- Pastorino- Possibile: 9,4% mi pare un pò pochino per cantare vittoria.
Per quanto il risultato sia stato ottenuto in tempi veramente ristretti e senza appoggi significativi, mi azzardo a dire che siamo lontani da un radicamento territoriale necessario per sopravvivere ed evitare che questa sia solo un’esperienza spot.  Anche perché si è ottenuto un solo seggio in regione, troppo poco per lavorare.
Vedremo.

Riflessioni para-giuridiche sul giudizio della Corte Costituzionale

Non accade di frequente (e certo non accadeva con tanta frequenza) che i giudizi della Corte Costizuonale diventino materia di discussione pubblica e titoli di giornale.
Non intendo addentrarmi in una valutazione della sentenza 70/2015 (reperibile sul sito della Corte) relativa al blocco della rivalutazione monetaria delle pensioni disposta dal governo Monti, tuttavia le circostanze mi spingono ad alcune riflessioni “para-giuriche” su questa sentenza. O, meglio, su come vi si è pervenuti.
Riflessioni “istituzionali”, azzarderei.

Scopro, con non poca sorpresa, il presidente Criscuolo avrebbe dichiarato al Corriere della Sera che i giudici che parteciparono alla deliberazione (12 su 13 attualmente in carica) erano perfettamente “spaccati”: 6 favorevoli alla dichiarazione di incostituzionalità e 6 contrari (sarei curioso di sapere come erano divisi ed in particolare che posizione aveva la prof.ssa De Pretis…).
E scopro anche che la dichiarazione d’incostituzionalità è passata per il voto favorevole del presidente Criscuolo stesso,  ai sensi dell’art. 17 delle Norme integrative sul giudizio dinnanzi alla Corte Costituzionale  (come riviste nel 2008) “In caso di parità di voti, il voto del Presidente prevale“.

Parlo di “sorpresa” perché sarei portato a dire che questa sentenza ci mostra come anche in una materia che richiederebbe un altissimo grando di ponderazione e riflessione esista in realtà un  qualcosa di imponderabile ed imprevedibile: uno spazio lasciato al caso.

Perché dico questo?
Perché i giudici in carica nella Corte Costituzionale sarebbero attualmente 13, ma uno di loro (Lattanzi) non ha partecipato al giudizio in oggetto: se lo avesse fatto, il voto del Presidente non avrebbe prevalso.
Perché uno dei giudici della Corte era il Presidente Sergio Mattarella: se il Parlamento non l’avesse eletto Presidente, la Corte probabilmente non si sarebbe spaccata in questo modo….
Perché dei 15 giudici previsti in Costituzione, ne sono attualmente in carica solo 13 ed il Parlamento non ha ancora eletto 2 dei 5 giudici di propria nomina (le discussioni vanno avanti da mesi).
Insomma, non voglio parlare di una “tempesta perfetta”, ma certo di una serie interessante di coincidenze (o, come nel caso del Parlamento, di carenze).

Una serie di coincidenze che ci dovrebbe far riflettere non poco, soprattutto noi giuristi, sull’impatto che il caso ha anche nella formazione del diritto e nell’orientare i destini dello Stato. Financo sullo stesso valore delle sentenze della Corte Costituzionale.
Ragionando al limite dell’assurdo: se il presidente fosse stato un altro? O se Lattanzi avesse partecipato al voto?

Al netto di queste considerazioni, mi preme aggiungere un altro elemento di riflessione: in un convengo di diritto costituzionale, il presidente emerito della Corte Gustavo Zagrebelsky (professore di diritto costituzionale) argomentava come, durante la propria esperienza, i giudici adottavano la prassi di cercare decisioni quanto più condivise possibili e -come egli stesso scrive anche ne “La virtù del dubbio“- evitare simili spaccature. Di più: evitare anche spaccature con voti 8 a 7 (nel plenum).
Piuttosto, argomentava Zagrebelsky, stante la sensibilità e delicatezza di ogni decisione in materia di costituzionalità, la Corte rinviava la decisione alla ricerca di una maggiore condivisione e consesus.
Insomma, la Corte rifiutava una stretta applicazione del principio di maggioranza.

Non voglio, ovviamente, contestare la legittimità o liceità di questa decisione della Corte Costituzionale (né, certamente, potrei). Tuttavia, non posso fare a meno di evidenziare come essa rappresenti un elemento di frattura importante rispetto ad una prassi consolidata e -trovo- assolutamente ragionevole.
Anzi, azzardo: doverosa.

Ancor più curioso che un giudice (Giuliano Amato) affermi espressamente di aver votato contro la sentenza. Già è abbastanza sorprendente che lo faccia il presidente….

Comunque, nota conclusiva, caro Cazzullo, scrivere in un articolo che il presidente della Corte Costizionale “è tra i più potenti d’Italia, ma non lo conosce nessuno” rasenta la porcata.
Chapeau, invece, al presidente Criscuolo per la dichiarazione sui “diritti acquisiti”: «La definizione di diritti acquisiti, che non possono essere toccati, non è esatta. In Italia è possibile che una legge intervenga anche su situazioni già disciplinate in passato; purché lo faccia con criteri di razionalità».

a votazioni finite: costituzionalisti; over/under confidence; nel merito

Negli ultimi mesi, ho volutamente ed accuratamente evitato di entrare nel merito della proposta di legge elettorale c.d. “Italicum“. Lo avevo fatto in passato, quando si trattava ancora di una proposta preliminare.
Soprattutto, l’improvvisa moltiplicazione di esperti costituzionalisti usciti dalle nostre facoltà di Giurisprudenza mi ha profondamente dato fastidio.
Robe che neanche stessimo parlando della formazione della nazionale: da 60 milioni di C.T. a 60 milioni di esperti costituzionalisti.

Perdo un secondo su questo paragone, chi vuole passi al paragrafo successivo dove affronterò il tema della fiducia.
Parlando di nazionale, credo sia anche divertente e legittimo che ognuno possa dire la sua riguardo la propria formazione ideale. Peccato che la legge elettorale sia questione appena più seria.
Il difetto maggiore è che, mentre parlando di formazione calcistica entrano in gioco dozzine di variabili (forma dei giocatori, qualità tecniche…), parlando di legge elettorale si pensa ad un sistema. Sarebbe come se discutessimo del modulo da adottare per una squadra di calcio: meglio 3-5-2 o 4-4-2?
(Questo paragone mi offre anche l’occasione per un’altra riflessione: il funzionamento della legge elettorale, in quanto sistema, dipende poi inevitabilmente dalle persone cui è affidato. Suppongo dunque che entusiasmi e/o preoccupazioni sull’Italicum dipendano in larga parte anche dal giudizio sulle persone).

Over/under confidence
Personalmente, considero un errore istituzionale e politico da parte di Renzi quello di apporre una mozione di fiducia sulla legge elettorale.
Un errore istituzionale, perché la legge elettorale costituisce uno dei cardini del sistema politico democratico e, in quanto tale, una legge para-costituzionale che andrebbe affrontata con cautela. Questo rientra nella lista di “stratti” istituzionali cui Berlusconi prima ed ora Renzi ci stanno abituando. Non è affatto positivo: in uno Stato di diritto, alcune tradizioni costituzionali ed il rispetto delle regole formali sono fondamentali.
Un errore politico perché dimostra la debolezza di Renzi, che si sente probabilmente accerchiato e ricorre a scelte frettolose e sbagliate: con ogni probabilità, la legge sarebbe passata comunque e, sicuramente, in caso contrario Renzi avrebbe potuto rassegnare le dimissioni. Forzare la mano in questo modo, esaspera i rapporti interni al PD e alla maggioranza, dimostrando che Renzi non ha (o teme di non avere) il controllo dei parlamentari che lo sostengono.
Nei giorni scorsi, sono apparse diverse analisi sulla legittimità dell’apposizione della mozione di fiducia rispetto ai Regolamenti della Camera. Poiché si tratta di materia molto complessa, mi astengo da giudizi tranchant, tuttavia credo andrebbe verificato meglio nel dettaglio il funzionamento della richiesta di voto segreto (è ammesso d’officio?). Escluderei radicalmente incostituzionalità ex art. 72 Cost. Altre valutazioni, le trovate qui.

Italicum
Dunque, ormai lo sapete tutti: il c.d. “Italicum” è un sistema elettorale proporzionale, ovvero basato su collegi plurinominali (anche detti circoscrizioni) nei quali saranno eletti circa 6 deputati. Il territorio italiano è dunque suddiviso in 100 circoscrizioni.
Delle liste elettorali, il capolista è “bloccato”, ovvero non soggetto ad un voto di preferenza: se la lista raggiunge il quorum legale (ed effettivo), il capolista sarà eletto. Per tutti gli altri candidati in lista si potranno esprimere preferenze (due, di genere diverso).
Il riparto dei seggi avviene su base nazionale, con una soglia di sbarramento del 3%.
Infine, la legge prevede che al partito che ottenga il 40% dei voti validi sia attribuito un premio di maggioranza pari al 55%: 340 seggi alla Camera dei Deputati. Nel caso in cui nessuna lista raggiunga la suddetta soglia, si procederà ad un ballottaggio fra le liste più votate.
La legge elettorale si applica solo alla Camera, non al Senato in vista della riforma costituzionale in discussione.
Questa la mera descrizione.

Nel merito
Qualcuno mi ha contestato di non essere entrato prima nel merito della legge elettorale. In realtà, questa è stata una precisa scelta da parte mia: non vedo perché dovrei mischiare la mia voce in mezzo alle urla di migliaia di persone che evidentemente ne sanno molto più di me in questa materia così complessa.
Ho preferito ascoltare.

E’ questa la migliore legge elettorale possibile? Certamente no. E’ una legge liberticida? Certamente no.
Non scordiamoci, vi prego, che (nonostante tutto!) abbiamo votato per ben tre volte negli ultimi 10 anni con quella “porcata” della legge Calderoli.

Cominciamo ora un’analisi della legge, con la necessaria premessa che in materia elettorale ogni analisi è, evidentemente, “astratta” e l’esito si conoscerà solo dopo il voto.
Credo sia opportuno iniziare dai profili di incostituzionalità sanciti con riferimento alla legge c.d. “Porcellum” dalla sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale. Vedasi la pronuncia_1/2014.
Premio di maggioranza: con riferimento al premio di maggioranza, la Corte Costituzionale ne ha sancito l’incostituzionalità non in senso assoluto, bensì in quanto “non subordinato al raggiungimento di una soglia minima di voti“. Tale (mancata) previsione si risolve, secondo la Corte in una lesione del diritto d’uguaglianza (art. 3 Cost.) perché consentirebbe di trasformare una maggioranza relativa anche di un solo voto in una vastissima maggioranza. Scriveva la Corte:

Il meccanismo di attribuzione del premio di maggioranza prefigurato dalle norme censurate, inserite nel sistema proporzionale introdotto con la legge n. 270 del 2005, in quanto combinato con l’assenza di una ragionevole soglia di voti minima per competere all’assegnazione del premio, è pertanto tale da determinare un’alterazione del circuito democratico definito dalla Costituzione, basato sul principio fondamentale di eguaglianza del voto (art. 48, secondo comma, Cost.). […]
Le norme censurate, pur perseguendo un obiettivo di rilievo costituzionale, qual è quello della stabilità del governo del Paese e dell’efficienza dei processi decisionali nell’ambito parlamentare, dettano una disciplina che non rispetta il vincolo del minor sacrificio possibile degli altri interessi e valori costituzionalmente protetti, ponendosi in contrasto con gli artt. 1, secondo comma, 3, 48, secondo comma, e 67 Cost. In definitiva, detta disciplina non è proporzionata rispetto all’obiettivo perseguito, posto che determina una compressione della funzione rappresentativa dell’assemblea, nonché dell’eguale diritto di voto, eccessiva e tale da produrre un’alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica, sulla quale si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente.

Orbene, la legge elettorale c.d. Italicum pone rimedio a tale situazione prevedendo due condizioni alternative: a) il raggiungimento da parte di un partito/coalizione di una soglia pari al 40% dei voti espressi; b) un ballottaggio fra le due liste più votate.
La domanda dovrebbe dunque divenire: la “soglia” del 40% prevista dalla legge c.d. Italicum è “ragionevole”?
Personalmente, mi pare che un premio di maggioranza che dal 40% dei voti assegni il 55% dei seggi comporti una distorsione relativamente contenuta. E, soprattutto, prevedibile.
Questo alla luce degli argomenti della Corte. Altri argomenti (come quelli di Volpi) che negano in toto la legittimità del premio di maggioranza hanno un loro fondamento logico, politico e giuridico. Ma la Corte Costituzionale non li ha affrontati e non possiamo sapere se e come lo farà in futuro, restano quindi (almeno per ora) argomenti politico-istituzionali, più che giuridici.
Giova altresì ricordare che anche nelle altre democrazie europee la soglia del 40% dei voti è raramente raggiunta da un partito, il che -credo- potrebbe essere considerato indice della sua particolare rappresentatività popolare.
Circoscrizioni e preferenze: la censura costituzionale della Corte relativa alla mancata previsione delle preferenze per i candidati in lista era strettamente legata alla possibilità di scelta dei candidati, ovvero della loro “effettiva conoscibilità” e selezione.
In particolare, la Corte Costituzionale criticava il meccanismo delle liste bloccate in quanto

è la circostanza che alla totalità dei parlamentari eletti, senza alcuna eccezione, manca il sostegno della indicazione personale dei cittadini, che ferisce la logica della rappresentanza consegnata nella Costituzione. Simili condizioni di voto, che impongono al cittadino, scegliendo una lista, di scegliere in blocco anche tutti i numerosi candidati in essa elencati, che non ha avuto modo di conoscere e valutare e che sono automaticamente destinati, in ragione della posizione in lista, a diventare deputati o senatori, rendono la disciplina in esame non comparabile né con altri sistemi caratterizzati da liste bloccate solo per una parte dei seggi, né con altri caratterizzati da circoscrizioni elettorali di dimensioni territorialmente ridotte, nelle quali il numero dei candidati da eleggere sia talmente esiguo da garantire l’effettiva conoscibilità degli stessi e con essa l’effettività della scelta e la libertà del voto“.

Anche in questo caso, la legge c.d. Italicum prevede alcuni correttivi: innanzitutto, le circoscrizioni elettorali sono assai più ridotte di quelle del c.d. Porcellum. Nella legge disegnata da Calderoli, infatti, le circoscrizioni prevedevano in media l’elezione di oltre 20 deputati, in territori particolarmente vasti (in Veneto 1, le provincie di Padova, Vicenza, Verona e Rovigo; la Toscana formava un’unica circoscrizione). Al contrario, l’Italicum prevede l’elezione da 3 a 9 deputati, in circoscrizioni che variano da 300.000 a 900.000 abitati, ovvero la dimensione di una media provincia italiana, poco più, poco meno.
Peraltro, è interessante notare come anche nel Mattarellum i collegi uninominali variassero attorno ad una popolazione di circa 100.000 abitanti (una proporzione che sarà poi mantenuta anche con la c.d. legge Calderoli). Altresì ricordiamo che pure per la legge Mattarella, il sistema proporzionale (25%) si applicava su circoscrizioni assai vaste -oltre 2 mln di abitanti-, con liste bloccate.
Come già detto, all’interno di queste circoscrizioni dell’Italicum, solo il capolista è esente dal sistema delle preferenze, che si applicano a tutti gli altri candidati.
Anche in questo caso, pare evidente come sia assai più semplice conoscere personalmente 6 persone che ci candidano in ambito territoriale ristretto (ovviamente, questo richiede un minimo impegno da parte degli elettori…).

Premio di lista: ennesimo punto fortemete criticato è l’attribuzione del premio di maggioranza alla lista anziché alla coalizione.
Il punto mi pare piuttosto capzioso, per le seguenti ragioni: innanzitutto, come d’abitudine sotto il c.d. Mattarellum, le liste per ottenere la maggioranza nel collegio tendevano ad includere al loro interno candidati con provenienza diversa. La medesima cosa potrà avvenire nelle circoscrizioni dell’Italicum.
In secondo luogo, gli ultimi anni (anche con il c.d. Porcellum ed il suo premio di maggioranza) ha dimostrato una vivissima capacità di critica ed opposizione interna (non sempre giustificata) all’interno degli stessi partiti di maggioranza.
Ben memori delle esperienze passate, è evidente che l’intenzione perseguita da chi ha disegnato la legge elettorale c.d. Italicum era esattamente quella di ridurre il proliferare di piccoli partiti in Parlamento, consolidando una lista ed una maggioranza forti. Pare superfluo ricordare qui le tristi fini dei governi Prodi e quanto quei governi avrebbero pututo fare per il bene del paese se li fosse lasciati lavorare.
Certo, questo si sarebbe potuto fare meglio con una soglia di sbarramento più elevata (tipo al 5%…) ma le opposizioni sul punto sono ben note.

Premio di maggioranza & soglie di sbarramento: alcuni ritengono che il combinato disposto di queste due previsioni sia illegittimo, in quanto ridurrebbe la rappresentanza politica dei partiti di minoranza a gruppi numericamente ridotti. L’argomento non mi convince, perché se non si prevedesse una soglia di sbarramento, l’opposizione sarebbe ulteriormente frazionata in svariati partitini inconsistenti e privi di capacità d’azione politica (ovvero di controllo sull’operato del governo).
Più fondato l’argomento che vuole evidenziare come la soglia di sbarramento comporti già di per sé una distorsione maggioritaria a favore dei partiti maggiori (e, dunque, di quello di maggioranza). Argomento corretto, non v’è dubbio. Tuttavia, ritengo che una soglia di sbarramento del 3% non sia tale da precludere il pluralismo politico, né da operare una distorsione intollerabile, anche se coordinata col premio di maggioranza.
Diverso sarebbe stato se il premio fosse più consistente o lo sbarramento più elevato.

Ora, si potrà contestare che tutta questa argomentazione si basa su variazioni numeriche (più o meno candidati, più o meno circoscrizioni…), ma in materia elettorale tutto è basato su simili variazioni!

Piuttosto, personalmente mi lascia perplesso la previsione di una soglia di sbarramento e la ripartizione nazionale dei seggi, anziché in base alle circoscrizioni. A mio avviso, questo riduce la rappresentatività locale delle circoscrizioni, ma probabilmente era inevitabile con la previsione di un premio di maggioranza.

Ora, c’è chi parla di collegi uninominali, come nel c.d. Mattarellum. Personalmente, sono da sempre contrario al sistema dei collegi, perché: a) non garantisce una maggioranza (vedasi India e Inghilterra recente); b) non è rappresentativo: viene eletto chi ottiene anche un solo voto in più, pure se non raggiunge una maggioranza nel collegio.
Ricordiamo altresì che nel previgente sistema del Mattarellum, su 475 collegi uninominali, almeno 100 di essi erano altamente competitivi, ovvero era imprevedibile dire chi avrebbe vinto. Logico che in un contesto simile, le maggioranze fossero molto variabili ed instabili. Non a caso, si ricorreva a liste che inglobavano chiunque.
Inoltre, i collegi uninominali hanno altri difetti: innanzitutto, con essi, molto spesso alcune zone esprimeranno sempre la medesima rappresentanza politica (in Emilia sempre PD-SEL; in Lombardia sempre FI-LN…); in secondo luogo, in un paese dalla lunga tradizione di partiti di massa come l’Italia, il voto è più frequentemente espressione di un’aderenza politico-ideale che non della preferenza per una persona candidata (altrimenti detto: anche se il mio partito candida un pirla, piuttosto che votare altri…).

Riguardo i capilista bloccati, personalmente trovo non sia affatto l’infamia che ci vogliono far credere. Chiunque viva da vicino un’elezione col sistema delle preferenze, avrà modo di rendersi conto degli sporchi giochi che esse comportano (senza rinvangare la tradizionale opposizione della sinistra per l’eventuale voto di scambio e corruttela).
Ma, soprattutto, le preferenze privilegiano in modo anche esagerato la rappresentanza territoriale, anche a scapito di eventuali competenze dei candidati. Ovviamente, la cosa non è affatto scontata, ma personalmente trovo positivo che i partiti abbiano modo di proporre e portare in Paralmento persone magari poco conosciute, ma fortemente competenti in alcune materie (un nome a caso: Ilaria Capua). Certo, questo comporta anche il rischio di eleggere emeriti incompetenti… Non lo nascondo.

Qui una critica, ben argomentata, di Mauro Volpi con argomenti molto interessanti riguardo il doppio turno ed il premio di maggioranza.
Qui un parere positivo sulla legge, di Augusto Barbera.

Come dicevo, le critiche di Volpi mi paiono ben argomentate. Esse, tuttavia, mi pare si pongano più dalla prospettiva della costruzione istituzionale (pregiatissima) e della contestazione radicale del premio di maggioranza, che non da quella della legittimità costituzionale in sé della legge in oggetto.

Detto questo, logicamente, né io né altri ben più qualificati commentatori della legge elettorale siamo nelle menti dei giudici costituzionali, dunque esprimere una previsione certa (o quasi) sull’esito di un suo eventuale vaglio da parte della Corte non è possibile.
Personalmente, ritengo che entro il perimetro delle censure sollevate con la sentenza 1/2014, la legge c.d. Italicum potrebbe superare il vaglio di costituzionalità. Non di meno, è impossibile prevedere se la Corte valuterà esclusivamente questi profili o condurrà oltre il ragionamento già sviluppato.

Tanti 25

Il tuo compleanno…
Ommioddio, avevo intenzione di chiamarti ieri!
Buon compleanno!!

Così mi scrive la mattina del 26 aprile un’amica dagli Stati Uniti.
Purtroppo, ho dovuto spiegarle che il 25 aprile non era il mio compleanno.
Non esattamente, per lo meno.

Ad ogni modo, non ho potuto fare a meno di sorridere e ringraziarla per questi auguri fuori stagione. Fuori stagione, forse, ma perfettamente azzeccati.
E, in fondo, è pure azzeccato l’augurio di un “buon compleanno”…
…ricordate quella canzoncina idiota che si cantava -stupidamente- da piccoli? “il 25 aprile è nata una….“. Beh, epiteto a parte, un pò c’aveva azzeccato: il 25 aprile è nata.

Potremmo allora anche chiamarlo “Natale della Repubblica” o “Natale della Costituzione” o “Natale della Libertà” questo benedetto 25 aprile.
Che c’è dannatamente bisogno in questa nostra Italia d’un pò di religione civile.

Ho passato due intense giornate di commemorazione e celebrazione di questo 25 aprile: sabato e domenica. E devo dire che, come pochi anni a mia memoria, quest’anno le celebrazioni sono state davvero significative.
Abbiamo cominciato a Santa Lucia di Piave, un piccolo comune del trevigiano, dove l’amministrazione comunale (leghista) ha deciso di non tenere alcuna commemorazione: allora l’abbiamo fatta noi, spontaneamente. Un amico ha organizzato tutto, una cosa semplice, ma molto efficace: tutti convocati in piazza, con una copia della costituzione ed un libro da leggere. Molto bello l’intervento del presidente dell’ANPI di Treviso, Umberto Lorenzoni
Personalmente, ho letto un brano di Eduardo Galeano, “Celebrazione del coraggio/3” a ricordo di un altro fascismo e di un’altra resistenza, nella persona di José Toha. Oltre, ovviamente, all’immancabile “ricordo“. Magari sul ricordo torno dopo.

La sera sono passato ad un altro comune della zona, cena con amici. Anche in quell’occasione, qualcuno ha letto dei brani sul 25 aprile (diciamocelo: forse “Agnese va a morire” è un pò abusato), ma più di tutti ho trovato bellissimo e molto interessante i passaggi di un libro di storia locale che rievocava la resistenza nei nostri comuni, nelle nostre frazioni, nelle nostre strade. E’ stato molto formativo e credo dovremmo proporlo agli studenti.
Non avevo idea, per esempio, di come la resistenza avesse coinvolto anche tante persone e tante famiglie del mio paese, di come si fosse svolta in modo tanto capillare. Credo sia fondamentale poter calare la storia nel quotidiano, portarla (metaforicamente e non solo) ai nostri piedi e permetterci di ricostruire vivamente quello che è stato.

Infine, la domenica si son tenute le celebrazioni vere e proprie. Non chiedetemi come mai, ma per una tradizione vecchissima, da me le celebrazioni del 25 aprile si son sempre tenute la domenica successiva.
In questo caso, oltre al solito discorso delle autorità (ho impressione che il sindaco usi sempre lo stesso da tre anni… e perché devono fare presenza i candidati alle regionali?), è stato molto bella la scelta di consegnare a tutti i neo-diciottenni una copia della Costituzione.
Spero la leggano.

Ecco, quando dico che avremmo bisogno di religione civile nel nostro paese, intendo esattamente questo: avremmo bisogno di calare la storia in paradigmi a noi noti e prossimi, di sentirla viva e accessibile. E, di qui, di maturare rispetto e venerazione per i prodotti dell’azione (l’arenditiano handel, politicamente inteso) umana nella storia.
Prodotti come la Repubblica, la Liberazione, la Costituzione.

Phnom Penh calling

Originally posted on i discutibili:

I Khmer Rossi hanno lanciato un’offensiva su Phnom Penh, l’Agenzia France-Presse riporta di infiltrazioni nel quartiere di Toul-Kork, nel nord-ovest della città, provocando il panico” – Le Monde, 16 aprile 1975.
Archivio storico Le Monde

Phnom Penh è libera. L’intera Cambogia, dopo cinque anni e 29 giorni di guerra, è libera. Le forze armate popolari di liberazione nazionale sono entrate questa mattina nella capitale da tutte le direzioni” – L’Unità, 18 aprile 1975.
Archivio storico L’Unità
Qui un reportage di Repubblica del 2005.

Cambogia L’Unità – 18 aprile 1975

Ricorrenze. Commemorazioni.
40 anni fa esatti, i Khmer Rossi di Pol Pot, Noun Chea, Ieng Sary e Khieu Samphan entravano nella capitale cambogiana Phnom Penh, “liberandola” dalla dittatura di Lon Nol.
Così, mi accingevo a scrivervi un post. E, mentre raccoglievo le idee, mi sono soffermato un secondo. Cattiva idea, perché in quel momento…

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Metafora della maratona e delle scarpe

Ieri sera mi son nuovamente trovato a discutere con amici della minoranza del PD sulle leggi in discussione in Parlamento. Non dirò quali, perché -purtroppo- il discorso vale per qualsiasi riforma.

Due i vizi radicali della legge in oggetto, a loro giudizio: 1) la qualità della legge ed i suoi potenziali vizi di incostituzionalità; 2) il fatto che la legge non sia stata adeguatamente discussa, con la minoranza.

Dopo avergli esposto gli argomenti sul perché la legge non sarebbe incostituzionale, mi è stato risposto che “comunque a me non piace“, argomento certamente legittimo, ma non propriamente politico.

Questo si collega direttamente col secono punto, perché giunti a ciò ho replicato agli interlocutori che le loro obiezioni andavano sollevate e fatte valere sin da subito, mentre -ahinoi- la minoranza (salvo le solite, ostracizzate, eccezioni) ha continuato imperterrita a votare tutto, ivi inclusa la legge elettorale.
Per illustrare il concetto, che a quanto pare era particolarmente ostico da comprendere, sono dovuto ricorrere ad una metafora: la metafora della maratona e delle scarpe.

Supponiamo che vi accingiate a correre una maratona. Per farlo, ovviamente, vi procurate un paio di scarpe. Magari queste scarpe vi sono consigliate dal venditore, magari non siete neppure troppo convinti che quel modello acquistato sia il migliore, ma lo comprate lo stesso e lo indossate.
Correte dunque la maratona con queste scarpe, magari lamentandovi costantemente che non vi vanno bene. Ma correte.
Correte, correte.
Arrivate dunque al 41, forse 42 kilometro. Mancano ormai poche centinaia di metri. E le scarpe continuano a farvi male….
Vi togliereste le scarpe al 42esimi km?

Ecco, quello che la minoranza (certa minoranza) ha fatto nel PD riguardo questa ed altre letti è stato continuare a lamentarsi che le scarpe gli erano scomode. Però le acquistate, le ha indossate, vi si è adattato per un bel pò.
Personalmente, trovo che vi siano poche cose più errate di pretendere (perché, francamente, a questo punto non è una richiesta: è una pretesa) di voler cambiare qualcosa quando si è praticamente in dirittura d’arrivo.
Con argomenti, peraltro, a dir poco pretestuosi.
Come ho detto e ribadito, quello che mi irrita di questo atteggiamento è la sua incapacità di cogliere le differenze fra una critica a monte ed una a valle di un progetto, un progetto qualsiasi.
Vogliamo fare un’altra metafora? Immaginate di fare una camminata con amici e di seguire, vostro malincuore, un sentiero scelto da altri: vi impuntereste sul cambiare strada al punto da tornare indietro da soli quando praticamente giunti alla meta?
O, ancora, se anziché discutere di una legge, le parti negoziassero un contratto, credete tutto questo sarebbe accettabile?
No, non lo sarebbe.

Se davvero questa strada era così sbagliata da non esser praticabile, se davvero questo progetto non era accettabile, andava detto sin dall’inizio. E, alle dichiarazioni, dovevano seguire i fatti. In tedesco si dice essere konsequent: far seguire alle parole, i fatti.
Se dopo una prima presa di posizione si continua ad agire in contraddizione con quanto si è detto, questo implica, infine, un’accettazione (o, perlomeno, accondiscendenza) alle idee altrui. E  ritornare sull’argomento iniziale dopo la strada fatta non è corretto.

Perché la strada si fa per arrivare ad una meta.
Non per il piacere di girare in tondo.

Si chiamano onestà e coerenza: senza l’una e l’altra, non si sta in un gruppo.
L’una e l’altra si fondano sulla premessa di un confronto onesto.

Giunti al termine della discussione, è emerso l’argomento ultimo: “se si arriverà alla spaccatura, non sarà colpa nostra“. E di chi altri, di grazia?

45. Eduardo Galeano

“Ricordare: Dal latino re-cordis, ripassare dalle parti del cuore.”

Eduardo Galeano – “Il libro degli abbracci”

Come un pugno

Originally posted on i discutibili:

Ci prese come un pugno, ci gelò di sconforto..

Sono veramente bloccato, mentre cerco di scrivere queste parole.
E lo so che, in buona parte, potrebbe essere solo retorica. Ma il senso psicologico e fisico di oppressione e di malessere è reale.
Non mi sentivo così dalla scomparsa del generale Giap.
Il senso di sapere che da oggi in questo mondo siamo tutti un pò più soli, più poveri, più ignoranti, più brutti. E più tristi.

Potevo soprassedere alla morte di Guenter Grass.
Potevo… ‘che ognuno c’ha i suoi fondamenti, i suoi riferimenti, i suoi pilastri.
Ma alla notizia della morte di Eduardo Galeano, veramente, faccio fatica a gestirla, ad interiorizzarla. A superarla, in un certo senso.

Lo so che è ingiusto, che nello stesso istante in cui lamento la scomparsa di Eduardo Galeano, tantissimi altri stanno piangendo altre vite che si spengono. E che le classifiche…

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Come siamo arrivati fin qui- appunti sparsi sul PD

Una brillante vignetta su Repubblica di oggi illustrava come il PD sia in procinto di spaccarsi.

Sebbene non condivida ancora questa previsione, credo di poter fare alcune riflessioni sullo stato del Partito Democratico.
Una premessa a questi ragionamenti è, a mio personale giudizio, che oggi ci siamo beccati Matteo Renzi come leader della “sinistra” in conseguenza di tutto quello che la sinistra non ha fatto negli ultimi vent’anni.
E’ un pò che medito di scrivere in proposito, spero di riuscire a farlo presto.

Ciò detto, ecco alcune riflessioni:11082523_10206630445343307_5531454149411089566_n
1) Italicum: trovo ridicolo, sì addirittura ridicolo, che la minoranza si attacchi con tanta veemenza contro la legge elettorale, quando per tanti anni abbiamo avuto un orrore come il Porcellum e non si son mai particolarmente dati da fare per cambiarlo.
Inoltre, ricordiamoci che la battaglia contro le preferenze è sempre stata una battaglia della sinistra. E chi vi scrive, vivendola direttamente per le prossime elezioni regionali, può testimoniarne tutti problemi.
Come ho già scritto, l’Italicum non è perfetto (quale legge elettorale lo è?), ma è una discreta legge: supera e risolve le principali censure mosse dalla Corte Costituzionale al Porcellum (sebbene non lo faccia nella direzione da molti auspicata, ma non era certo una direzione obbligatoria).
2) Ordine delle priorità
Oltre alle critiche di contenuto, trovo altresì ridicola un’altra questione sollevata dalla minoranza interna contro la legge elettorale, ovvero il fatto di accanirsi tanto contro la legge elettorale quando hanno votato la riforma costituzionale.
Anche riguardo la legge costituzionale, personalmente non sono tragico come altri, ma se crediamo di doverci opporre a queste riforme, forse dovremmo aver chiaro qual’è la più grave.
Pensare sia la legge elettorale, è una svista colossale. A volerla chiamare svista.
3) La goccia…
… che fa traboccare il vaso della sopportazione? Trovo curioso che repentinamente (e ripeto: su una questione che forse non è proprio la più centrale) la minoranza interna ora sollevi obbiezioni così forti e problemi “di principio” tanto irrisolvibili.
Fino a ieri dov’erano?
A me, tutto questo sa molto -troppo- di pretesto.
4) Ma votano tutto!
In una sua intervista di ieri a La Stampa, la brava eurodeputata Elly Schlein ha ricordato una cosa fondamentale riguardo quella parte della minoranza interna genericamente definita “bersaniana” che al congresso faceva riferimento a Cuperlo e oggi -ancora- a Bersani & co (Fassina…): fino a ieri hanno votato tutto!
Con che faccia vengono oggi a dire che quelle riforme, che in larga parte hanno votato, non vanno più bene? Solo perché prima erano “obbligate” dal patto del Nazareno? Mi sembra un argomento un pò debole, se parliamo di contenuti.
Le battaglie si fanno con coerenza, o non si fanno.
Sebbene su alcuni punti (su alcuni giudizi di merito) dissenta dalla posizione di Civati riguardo le riforme, credo che a Civati e al gruppo che a lui fa riferimento vada riconosciuto per lo meno il merito di essere stati sempre coerenti sulle riforme.

Questa ultima cosa mi irrita oltre misura, perché è sempre stato il classico atteggiamento del Partito Democratico e, prima, dei DS.
Tutti fedeli alla linea, ligi agli ordini di partito, senza mai aprire una discussione sul merito e sul metodo, salvo poi lamentarsi o fare battaglie che passano (a buon diritto) come “di corrente”. O, peggio, come imboscate parlamentari, tradimenti e doppiogiochismi. E ogni volta che qualcuno solleva un’obiezione, come ha fatto Civati in questi mesi, subito passa come un pericoloso estremista, un fondamentalista…
Dovremmo invece riconoscere il merito della franchezza, che è la prima premessa per il confronto e per la fiducia reciproca.

In questa sinistra manca una qualità basilare: la capacità di un confronto serio, franco e ragionato.
Finché non vi sarà questo, inevitabile restare alle battaglie che si risolvono in pugnalate alle spalle, a piccoli tradimenti.

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