Certi commenti

La cosa peggiore (e quella che mi inquieta di più) della già pessima dichiarazione di Di Maio su Renzi come Pinochet “in Venezuela non è tanto il paragone enormemente fuori luogo e offensivo; nemmeno l’enorme ignoranza di fatti storici che dovrebbero essere insegnati e noti sin -se non dalle elementari- dalle medie; neppure l’eufemismo distorto e altrettanto offensivo di Pinochet che “occupa la cosa pubblica” (golpe, Di Maio: ci chiama golpe!).

No, la cosa peggiore è che in molti gli danno ragione e continueranno a ritenere che, certo con tutte le precisazioni del caso, il paragone è corretto.

Scusate le conclusioni frettolose e d’istinto, ma credo che possiamo dire un paio di cose su Di Maio dopo questa affermazione:
– è un ignorante (io tutto capisco, ma errori così marchiani sul Cile e Pinochet mi sono intollerabili. Specie da uno che è vice presidente della Camera dei Deputati!);
– che è un politicante da quattro soldi, perché un paragone fra una dittatura militare con gente ammazzata, fatta sparire e torturata ed un governo legittimo (pienamente legittimo!), per quanto dai modi poco ortodossi nel gestire la dialettica politica (ma anche questi, perfettamente legali) è un’enormità inaccettabile, una sparata propagandistica di bassissima lega, indegna di un uomo che vorrebbe essere di Stato.
E forse ce ne sarebbero altre, ma per il momento mi fermo qui.

Riforma, sinistra e progresso

Non credo di aver mai parlato in questo blog del referendum costituzionale che ci attende nei prossimi mesi. Non l’ho fatto per svariati motivi: noia, in parte; ma soprattutto la stanchezza nel sentire troppe voci che non hanno nulla da dire e la convinzione che aggiungervene una non avrebbe portato ad alcunché.

Forse con un pò di presunzione, credo che rispetto a tanti (autorevoli e non) che si sono espressi pro o contro la riforma, personalmente qualcosa di sensato da dire l’avrei. Se non altro perché, per formazione, sono abituato a confrontarmi con questi temi e perché, per interesse, ho qualche termine di paragone.

Ma credo continuerò con il mio silenzio sul tema, d’altronde non sarà questo blog a modificare i destini d’Italia.

Per caso mi è comunque capitato di trovare un articolo sulla partecipazione di D’Alema alle Feste dell’Unità, dove ha patrocinato la causa del “no” al referendum, in esso mi ha colpito molto un passaggio di D’Alema: “Andiamo ad un referendum in cui per il sì c’è Marchionne, confindustria e le grandi banche. Per il no ci sono l’Anpi e la Cgil. È normale per un partito di sinistra?
Ognuno, ovviamente, pensi quel che vuole di D’Alema e di questa sua domanda. Tuttavia, personalmente credo vi siano almeno un paio di punti da approfondire e verificare in essa.

Il primo: la divisione tracciata.
D’Alema mette da una parte (per il sì) “Marchionne, Confindustria e le banche” e dall’altra (per il no) “ANPI e CGIL”, come se volesse dire: da una parte il capitale, dall’altra i lavoratori e partigiani. Da una parte la destra (liberare o reazionaria), dall’altra la sinistra. Tant’è che poi conclude con la sua domanda retorica sul partito, perché la risposta deve essere scontata.
Trovo questa divisione abbastanza errata: innanzitutto, per quel che riguarda l’ANPI. Tralasciando le polemiche giornalistiche se sia giusto o meno per l’associazione schierarsi nel referendum [anche sì] e con queste modalità tranchant che porta sino all’espulsione dei (non pochi) dissidenti [anche no], si omette sempre di considerare che una parte non piccola dell’ANPI si è espressa a favore della riforma costituzionale.
Solo che non ha lo stesso risalto mediatico di chi si esprime per il no….

Questo, incidentalmente, dovrebbe essere un grande tema di dibattito mediatico sul referendum: per i due schieramenti, sono riportati nei media solo alcune precise categorie di persone, come se si volessero rappresentare gli schieramenti come comparti omogenei, per fortuna non è affatto così!

Potrei menzionare un centinaio di iscritti e dirigenti dell’ANPI favorevoli alla riforma, quindi la frattura non è così netta.
Lo stesso dicasi anche per lo schieramento del sì: D’Alema omette di ricordare che, se anche alcuni imprenditori si son espressi a favore, non tutta la “classica” categoria di “destra” lo ha fatto. Molti esponenti politici conservatori, anzi, si son detti contrari… potremmo trovare parecchi industriali o imprenditori che in realtà sono contrari alla riforma. Tanto per dirne uno: Berlusconi.

Ma v’è un altro punto che trovo assai più interessante. Un punto che D’Alema non esplicita chiaramente nel suo ragionamento: l’idea che ANPI e CGIL rappresentino la “sinistra” che lo facciano “nel modo giusto” (mentre questo PD no).
E’ un pò la storia dei “veri partigiani” della ministra Boschi, girata dall’altro lato della medaglia.
Prima di tutto, questo schematismo è triste: triste, perché omette tutte le sfaccettature e la varietà di posizioni che pure vi sono; triste, perché pretende di poter trovare un elemento “essenziale”, una verità intrinseca; triste, perché non considera minimante che la sinistra di oggi non può corrispondere alla sinistra di trent’anni fa.

Non solo: è ottuso, perché nella sua semplicità, rifiuta di vedere tutta una serie di evoluzioni che non possiamo non considerare quando parliamo di “sinistra”.
Potremmo fare moltissimi esempi riguardo la capacità (o meno) di questa CGIL di cogliere l’evoluzione sociale e proporvi rimedi adeguati, personalmente mi basterebbe ricordare la situazione sulle pensioni o sulle partite IVA, entrambi punti rispetto ai quali il sindacato si è dimostrato incapace di pensare nuove forme di tutela per nuove categorie deboli, riadattando un sistema che si è dimostrato per alcuni tratti iniquo.
E’ questa la “vera” sinistra? Questa CGIL?

Non voglio, né posso, dire che la CGIL è diventata totalmente una forza “di conservazione” che non fa gli interessi delle classi più deboli: in non pochi casi, è tuttora un elemento importante nello stimolo del progresso sociale. Ma, impressione mia, sempre più arretra nella tutela dell’esistente, dei “diritti acquisiti”, senza meditare se questi diritti siano ancora giustificati e sostenibili e -soprattutto- senza orientarsi verso l’esigenza di creare nuovi diritti e nuove tutele, magari in conflitto con quelle passate…

Anche in questo, credo, passa la domanda sulla riforma costituzionale.

Gory story

Ci sono notizie che preferirei non commentare. Tuttavia continuo a sentire un irrefrenabile impulso ad alzare la voce quando le cose diventano per intollerabili.
Quindi spenderò poche parole su due fatti relativamente recenti.

Il buon Matteo
Salvini ha parlato ormai diversi giorni fa di procedere ad “una sorta di pulizia etnica controllata e finanziata” quando dovesse salire al governo.
La risposta è arrivata dai sindacati di polizia, indignati perché Salvini parlava indossando una polo delle forze dell’ordine: i giornali hanno riportato solo questo aspetto della polemica.
Siccome per me le parole hanno un peso, ed alcune anche più di altre, trovo la cosa ripugnante.
Ripugnante in due sensi: il primo, perchè le parole “pulizia etnica” dovrebbero essere bandite dal discorso politico occidentale, almeno da parte di qualcuno che ambisce a governare un paese civile.
Il secondo, perché non si può riportare una notizia simile focalizzandosi sull’abbigliamento del pazzo che fa simili dichiarazioni anziché sul loro contenuto. Non si può indirizzare la polemica (ed un doveroso dibattito) su elementi, francamente, marginali.

Il terremoto
Nulla da dire, ovviamente, sul terremoto in sé.
Ciò su cui dovremmo veramente discutere a lungo è il modo in cui i giornali e telegiornali stanno affrontando il tema e riportando le notizie….
Anche qui, siamo scivolati lungo una china davvero orribile: uno stile che, se non può essere definito splatter per rispetto dei morti, certamente rappresenta un’espressione gory della peggior specie.
Pornografia delle emozioni, potremmo dire: un’esibizione esasperata di situazioni che vogliono smuovere gli spettatori ad ogni costo, esponendo anche aspetti che per loro natura meriterebbero pudore e riserbo.
Vogliamo qualche esempio?
I salvataggi di bambini, con tanto di servizi dedicati e appositi passaggi per farci “vivere” nel TG delle 20:00 gli applausi dei soccorrittori alla vista dei bambini tirati fuori dalle macerie;
oppure la lettera scritta da un vigile del fuoco con le “scuse” ad una bambina per non essere arrivati in tempo per salvarla…. (badate, gesto di una sensibilità infinita, ma proprio per rispetto a quella sensibilità, quella lettera sarebbe dovuta rimanere fuori dai media di massa);
oppure ancora la triste situazione degli animali nelle zone colpite dal terremoto, con tanto di servizi dedicati alle mucche da latte che “devono essere munte due volte al giorno” e siccome le strutture son danneggiate ciò non è sempre possibile;
per non dimenticare ovviamente gli speciali su quelli che “erano a L’Aquila nel 2009 [sono sopravvissuti] ed ora sono ad Amatrice” per una sorta di “lascia o raddoppia” della disperazione;
oltre agli immancabili servizi di approfondimento sulle vite delle vittime, per farci addentrare appieno nella loro storia.
Non ho sinceramente idea di che limiti deontologici l’ordine dei giornalisti ponga, ma nutro fortissimi dubbi sul fatto che questo genere di notizie sia eticamente accettabili. Abbiamo perso qualsiasi senso del pudore e, per dirla tutta, anche di rispetto dei morti (eppure esiste anche un reato a tutela della pietà e sentimento dei defunti!).
Tutto questo è gory, una descrizione emotivamente e psicologicamente violenta di fatti che meriterebbero riserbo.

Not so Olympic

Complici le ferie e la sovraesposizione mediatica (un canale RAI dedicato praticamente in esclusiva…), sto guardando parecchie gare delle Olimpiadi in questi giorni. Il che mi ha portato ad alcune riflessioni.

Quanto “olimpici” sono questi Giochi Olimpici?
Osservando molte gare (tiro a segno, tiro al volo, scherma, judo, tuffi…), una delle cose che mi ha maggiormente impressionato è la volubilità e volatilità dei risultati. E’ ovvio che una prestazione fatta durante le qualifiche non può di per sé essere garanzia di una medaglia in finale. Tuttavia colpisce come frazioni di punteggi/secondi/gesti siano decisive nell’assegnare un titolo olimpico. Potremmo liquidare il tutto con la battuta “è lo sport“, ma sarebbe giusto? Ovvero: esiste davvero una differenza considerevole (ovvero, degna di considerazione) negli zerovirgola punti che decidono alcune gare? Ovviamente sì: esiste ed è misurabile (almeno in alcuni sport anche in modo oggettivo, in altri decisamente meno). Ma sono giustificate a livello sportivo queste differenze millimetriche?
Comincio a pensare di no: comincio a credere che 0,x non sia un valore degno di considerazione nelle prestazione sportive. Certo, è utile per attribuire il premio, ma davvero dopo aver sparato 15 colpi praticamente perfetti il 16° shot-off dev’essere quello determinante?

Personalmente troverei più corretto e più in linea col motto olimpico ridurre la precisione di queste misurazione e ricorrere piuttosto ad ex-aequo: in fondo, la differenza fra gli altleti non sarebbe tale da avere un impatto così grande nella loro futura legacy sportiva (e, in fondo, anche personale).

Le fratture della Brexit

Quello sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea è un voto che dovremmo studiare con attenzione.
Non solo (o non tanto) per il risultato e per le sue conseguenza, ma per come vi si è arrivati.

La vittoria del “leave”, infatti, è frutto di un mix di cross-cutting cleavages socio-politici fino ad oggi troppo sottovalutati.
La maggioranza “silenziosa” che alla fine ha votato contro la permanenza nell’Unione Europea si è rivelata essere assai composita e, specie per il partiti di sinistra, la sua formazione e coagulazione attorno ad un tema così palesemente reazionario dovrebbe essere oggetto di attenta analisi.

Provo quindi qui a raccogliere alcuni topoi ricorrenti fra questi cleavages:

In realtà, parrebbe che alla fine questi segmenti dell’elettorato possano essere riassunti in due macrocategorie: “quelli che avevano qualcosa da perdere” e “quelli che non avevano nulla da perdere”.
I primi hanno votato “remain”, i secondi “leave”.
I primi erano -logicamente- recettivi rispetto al messaggio dei sostenitori della permanenza del Regno Unito nell’UE, basato sugli enormi rischi che il “leave” comportava: crisi economica, perdita di posti di lavoro, perdita di investimenti e servizi…
I secondi, al contrario, si sono dimostrati sordi a questo messaggio: perché erano ormai persuasi che la loro situazione fosse già quanto di peggio possibile. Per contro, si sono lasciati sedurre dai messaggi di “speranza” (anche illusoria) di riprendere il controllo, di poter eliminare le cause del proprio malessere (immigrati, spese pazze per l’UE…).

Paura contro speranza, quindi.
Certo, questa è un’ulteriore esagerazione. Ma credo sia interessante provare a tracciarla, se non altro per il curioso parallelismo con un altro voto risoltosi si questa dicotomia: quello del referendum su Pinochet ben rappresentato dal film “No”.
Curioso ed inquietante, tuttavia, come la speranza in questo caso si sia dimostrata reazionaria.
Ma, forse, la chiave di lettura principale sulla speranza non è tanto la sua direzione (progresso/reazione), quanto la sua contrapposizione allo status quo: nel caso Brexit come per Pinochet, quello che contava era cambiare.

Non posso certo dire che gli elettori avrebbero votato “qualsiasi” cambiamento: con ogni probabilità un referendum come quello recentemente proposto in Svizzera per un rapporto fisso fra il reddito massimo di un dirigente e quello di un operaio non sarebbe passato.
Ovviamente, nella costruzione della coalizione elettorale del leave è stata determinante la decennale incubazione culturale di “euroscetticismo” britannico.
Ma non solo quella.

Un aspetto solo in parte paradossale è come queste fratture siano state in realtà create dalle politiche “neoliberiste” di una certa destra degli anni ’80 (la Sig.ra Thatcher in Inghilterra), che hanno distrutto un tessuto socio-economico che offriva alcune fondamentali garanzie alle fasce più deboli.
L’apparente paradosso risiede nel fatto che gli elettori colpiti da queste misure (“quelli che non avevano nulla da perdere”) per “punire” i governi che le hanno attuale (e quelli successivi) ora votino esattamente gli eredi di coloro che le adottarono, ovvero la destra più estrema.

Il che, sempre come apparente paradosso, ci porta anche a concludere che non solo la sinistra non è stata in grado di rivedere, cambiare e correggere in profondità quelle politiche, ma di fatto le ha anche accettate, diventandone in parte una rappresentante.
La sinistra si è limitata a smussarne gli aspetti più gravi, quando v’è riuscita. Ma non ne ha mai contestato l’impianto di fondo.
Ecco allora che non può sorprenderci come gli elettori indetifichino questa stessa sinistra come una forza dello status quo che li ha distrutti e che ora vogliono distruggere. Scrive infatti Federico Camagna:

In questo periodo di riflusso della globalizzazione, stiamo assistendo al passaggio di marea che segue la frantumazione degli stati-nazione nei loro due elementi costitutivi: lo stato e la nazione. La disintegrazione dello stato compiuta dal neoliberismo di marca anglosassone, ha portato alla resurrezione violenta del concetto di nazione, inteso come l’ultima frontiera possibile di aggregazione sociale. Nei discorsi di tanti populismi destrorsi, da Trump al M5S Italiano all’Inglese UKIP, lo stato, mutilato dal neoliberismo, viene sempre più identificato con una burocrazia pesante e assurda, dalla quale la nazione ha bisogno di liberarsi per non soffocare. Non la società, non l’umanità, ma la nazione. Oppressa non dal capitale, non dalla polizia (sempre più privata, come con G4S in UK), ma dallo stato. Quello stato o ‘superstato’ – nel caso dell’UE – che è percepito, in fondo, come il vero responsabile delle storture del capitalismo finanziario e il corruttore di sistemi come quello bancario che, se originassero direttamente dalla nazione, non potrebbero in alcun modo rivoltarlesi contro. Una volta rimossa l’influenza nefasta della burocrazia, il capitalismo rivelerebbe il suo volto umano, sorridente verso il popolo della nazione. Se negli anni ’30 del ‘900 il rigurgito nazionalista si alleava con la forma stato contro il capitale, diventando nazional-socialismo, oggi l’alleanza è tra nazione e capitale, nella direzione di un nazional-capitalismo al contempo neoliberale e identitario. In questo scenario, il ‘superstato Europeo’ non può che essere identificato proprio con quella burocrazia corrotta che si oppone all’estasi d’amore tra capitale e nazione, tra finanza e etnia.

Un passaggio ulteriore nell’ottimo articolo Federico Camagna su doppiozero aggiunge un punto troppo spesso dimenticato alla discussione:

Il problema è l’idea stessa di Europa, intesa come un superstato senza nazione, un’area culturale prima che politica, che favorisce il cosmopolitismo e la migrazione interna. Un’Europa che, come gli ebrei di Weimar, è al contempo sporca e pidocchiosa, e stravagantemente cosmopolita.

Credo di aver già scritto altrove -o forse è sempre rimasto in bozze- che l’Europa dovrebbe impegnarsi fortemente per costruire politiche sociali comuni. Queste politiche potrebbero rappresentare la risposta a due questioni: a) la tutela delle fasce più deboli; b) dare un senso di tutela all’UE.

[il post era già pronto poche settimane dopo il voto, purtroppo è rimasto in bozze a lungo… ritengo comunque utile pubblicarlo]

Acqua

Crespi Enrico from Nepal (and Asia)

acquaSembra strano parlare di mancanza d’acqua, adesso, quando ne arriva anche troppa per il monsone (80% del fabbisogno annuo per l’agricoltura). Però le piogge contribuiscono  a far crescere mais e riso Ora in Nepal piove e l’acqua fa crescere mais e riso, i principali prodotti agricoli che compongono la base della dieta dei nepalesi.  Può sembrare strano ma, dopo quasi 60 anni di progetti agricoli finanziati dalla comunità internazionale, il cibo dei nepalesi dipende ancora dalla clemenza del monsone e  dalle preghiere fatte a Machendranath perché siano né troppe né poche.

La dipendenza dalle piogge, la parcellizzazione dei terreni (specie nelle colline), l’assenza di moderne tecniche agricole e di irrigazione e, nell’ultimo decennio, la migrazione rendono il Nepal in crescente dipendenza dalle importazioni di generi alimentari (crescita del 2% annuo medio negli ultimi 10 anni).

L’allagarsi delle aree costruite accresce il problema alimentare e ne somma un altro, quello della…

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Europa: premessa, svolgimento

Per quale ragione esiste l’Unione Europea?

Forse rispondere a questa domanda potrebbe essere il primo passo veramente utile per capire come uscire dalla situazione confusa in cui -da decenni- la stessa ha finito per trovarsi.

In un primo momento, secondo la “Dichiarazione Schuman” il progetto europeo nacque con il proposito di evitare ulteriori conflitti nel continente. Da qui la condivisione della gestione di risorse come carbone ed acciaio.
Il giudizio sulla riuscita di questo obiettivo non è totalmente univoco: sebbene all’interno dell’Unione non vi siano stati conflitti militari, al suo esterno non ne sono mancati (ex-Jugoslavia, Ucraina…). Possiamo tuttavia ragionevolmente sostenere che l’UE sia risuscita ad adempiere a tale proposito.
Riuscitavi talemente bene che lo stesso ha quasi perso senso, specie agli occhi delle giovani generazioni.

Da allora, tuttavia, l’Unione Europea si è necessariamente evoluta. Da strumento di pace, l’UE ha assunto altri compiti e -soprattutto- un’altra funzione: essa è divenuto strumento per la gestione di problemi globali cui i singoli Stati nazionali da soli possono offrire un contributo minimo, se non irrilevante.
Altrimenti detto, l’Unione Europea è diventata un forum di sintesi continentale fra gli Stati europei per affrontare in modo coordinato problemi comuni (che, in epoca di globalizzazione, sono aumentati esponenzialmente… se non sono diventati tutti effettivamente tali). In sostanza, l’UE funge da semplificatore internazionale, anticipando ad un forum ristretto decisioni che in sede allargata potrebbero divenire troppo complesse.

Poste queste premesse, si può tentare di ragionare sul tema “Brexit” con un’ottica differente.
Infatti, se l’UE è uno strumento di “problem-solving” (un forum di sintesi), occorre valutare se detto strumento funzioni meglio tanto quanto più riesce ad essere inclusivo o quanto più riesce ad essere coeso, sintetico. In entrambe le ipotesi, si tratta di misurarne l’efficienza: è essa maggiore quanti più sono i partecipanti al forum o quanto più gli stessi riescono ad addivenire ad una posizione comune.
In un certo senso, è un problema tipico delle associazioni o dei sistemi di rete.

E’ il problema (che da decenni affligge l’UE fra widening e deepening).
Infatti, è indubbio che una maggiore estensione del gruppo offra maggiori risorse in termini materiali ed ideali per affrontare un problema. Tuttavia, è anche noto come l’estensione comporti il rischio di aumentare i conflitti interni e, con esso, la possibilità che non si arrivi ad alcuna soluzione.
L’Unione Europa è stata un perfetto esempio di ciò in molteplici settori (gestione della crisi bancaria, Grecia, migranti…).

In altri termini, qual’è la dimensione ottimale dell’UE? Quanti e quali Stati membri sono utili (anche in termini marginali) alla soluzione delle questioni globali o, per lo meno, regionali?

Ora, credo sarebbe troppo pretendere di selezionare retroattivamente i membri dell’UE in base a questa interpretazione. Tuttavia la stessa potrebbe e dovrebbe essere un valido criterio per le future adesioni.
Un quarto criterio oltre ai “criteri di Copenhagen” (presenza di istituzioni politiche stabili- Ungheria?; presenza di un’economia di mercato solida; adesione all’acquis comunitario, ovvero alla normativa dell’Unione), che potremmo definire come la disponibilità (willingness) ad attenersi a decisioni comuni, anche se queste potrebbero vedere lo Stato interessato in minoranza.
Personalmente, trovo piuttosto grave che non si sia mai proceduto ad una valutazione del genere prima di valutare le domande di adesione.
Forse la “Brexit” ce la saremmo evitata….

saggezza popolare sulla Brexit

La signora sull’autobus discerne di Brexit con una sua conoscente: “Sono voluti uscire? Bene, adesso che facciano da soli…“. Ed io penso che, sì: ha ragione signora! Dio stramaledica gli inglesi! E che ci diano indietro Gibilterra, i fregi del Partenone, i quadri di Giorgione, le Malvinas…
L’idea degli inglesi felloni, vigliacchi e fedigrafi, si fa strada dopo il voto sul referendum riguardo la permanenza nell’UE. Ed è un’idea che ha un suo fascino. Perché, in fondo, tutti sappiamo che gli inglesi hanno fatto una colossale cavolata.

Poi l’autobus si ferma, le signore scendono ed il loro discorso cambia su chissà quale tema della quotidianità. Ed io comincio a chiedermi come si comporterebbero queste stesse signore se domani si ponesse la questione della permanenza dell’Italia nell’Unione Europea; se un qualche Salvini o Farage di turno venisse a chiedere a loro cosa ne pensano -perché “il popolo è sovrano”-; come reagirebbero se qualcuno ripetesse alla nausea di tutti i soldi che mandiamo a Bruxelles o se girasse con un autobus dipinto con la promessa di investire tutta quella montagna di soldi nei nostri ospedali…
In realtà non mi so dare risposta. Perché a parte una piccola percentuale di persone con le idee chiare (o meglio: decisi, in un senso o nell’altro, magari senza avere affatto chiaro il tema della discussione e le sue implicazioni); la grande maggioranza di noi e, credo, di quasi tutti gli europei non ha affatto una posizione granitica riguardo l’UE.
Potrebbe bastare assai poco per spostare gli equilibri in un senso o nell’altro e il fascino di “riprendersi la propria sovranità” è grande; così come l’illusione che in quella sovranità si nascondano le risposte a tutti i problemi che adesso i nostri Stati non sanno risolvere.

Il fascino di questo ragionamento è enorme, e non potrebbe essere altrimenti, specie vista la sua lapalissiana semplicità: i cittadini sono in crisi perché lo Stato non funziona; lo Stato non funziona perché non ha il potere di fare le cose; lo Stato non ha il potere di fare le cose perché è legato da troppi vincoli e troppi poteri esterni. Dunque, riprendiamoci il potere!

Difficile, forse inutile, spiegar loro che così facendo non riprendono alcun poter. Semmai, si riducono ad abdicarvi definitivamente, visto che nessuno Stato può pensare di risolvere da solo i tanti problemi che coinvolgono la comunità globale.
Tanto per fare un esempio, le imprese del Regno Unito post Brexit sarebbero con ogni probabilità comunque tenute a rispettare le normative comunitarie per poter esportare i loro prodotti in Europa. Senza che i parlamentari britannici possano mettervi parola!

Anche per questo, e considerando gli sviluppi degli ultimi giorni, comincio a maturare l’idea che alla fine non vi sarà alcuna Brexit.
Giustamente, per parte sua l’Unione Europea sta usando il “pugno duro” con gli inglesi per dirgli di fare in fretta, che non aspetterà giochetti, e mettendo in chiaro che non vi saranno mezzi accordi commerciali di comodo. Soprattutto, i leader europei non concederanno all’UK di rimanere come membri di un “mercato comune” (l’unica interpretazione da sempre accettabile per i britannici dell’UE). In questo senso, è veramente ridicolo il voto di M5S con Le Pen e Farage per dilatare i tempi degli accordi d’uscita. Se questo è il modo in cui pensano di “riformare l’UE dall’interno”, non hanno capito nulla.
Ma non solo: pure la Scozia si muove per evitare di lasciare l’UE, con un potenziale secondo referendum sull’indipendenza che causerebbe una crisi costituzionale profonda per il Regno dis-Unito ed i cittadini di sua maestà si mobilitano. Posto che il referendum era meramente consultivo, il Guardian invita i britannici a spingere perché i parlamentari votino contro l’attivazione dell’art. 50 TFUE. L’ipotesi era già nota, ma alla luce dell’esito del voto potrebbe prendere consistenza: i parlamentari di diversi mandamenti potrebbero essere spinti a votare contro l’uscita-così come quelli del Labour.
Tutto questo senza considerare gli aspetti economici: Standard & Poors ha già proceduto ad un doppio downgrade del rating del debito del Regno Unito da AAA ad AA ed outlook negativo. Enorme pressione per il rischio finanziario che potrebbe far riconsiderare a cittadini e parlamentari le scelte fatte.

Se così non fosse, continuo a rimanere dell’avviso che per l’Unione Europea questo non sarà una tragedia. Con ogni probabilità, ci attenderanno un paio di anni “ballerini” con tensioni sui mercati. Ma non possiamo dire che sarebbe una novità…
Anzi, come ben scritto sempre nel Guardian, in definitiva l’addio del Regno Unito potrebbe essere un vantaggio: potrebbe spingerci ad una maggiore integrazione politica a livello europeo e, soprattutto, rimuoverà un grosso ostacolo a questo necessario dibattito. Cito:

Had remain won the referendum, the EU would have become hostage to British sabotage. Future British prime ministers would veto any fundamental change involving the transfer of sovereignty, arguing, correctly, that their people had voted only for the current set-up of the EU. Britain would continue to demand ever more opt-outs and concessions – playing to the fantasy that membership is a British favour to the rest of Europe. […]
The problem with Britain was not that it was critical of the EU. The problem was bad faith and delusional thinking. As the referendum debate has shown, the country has not come to terms with its own global irrelevance – hence its refusal to pool sovereignty. It continues to believe that as a sovereign nation it can get everything it had as an EU member, and more. When Europe’s democrats talk about “EU reform” they mean putting arrangements in place to make Europe’s pooling of sovereignty democratic. Britons mean the rollback of that very pooling of sovereignty.

Quello che l’Europa dovrebbe fare per superare “indenne” questo scossone è riaprire un ragionamento mai veramente affrontato sulla sovranità continentale e, con esso, sul contenuto e direzione da dare a questa sovranità.
Luyendijk sul Guardian parla della necessità di un “forum europe” per le politiche che riguardano tutto il continente (un passo in questo senso è stato fatto con le candidature delle ultime elezioni del parlamento europeo, ma è ancora troppo poco): occorre accettare che alcune cose dovranno essere decise a Bruxelles ed occorre fare in modo che la decisione avvenga in modo politico, democratico e transnazionale, ovvero con dibattiti veramente continentali e comuni a tutti gli Stati membri, orientati in modo coerente. Occorre, insomma, scavalcare i confini.
Questo comporta altresì un confronto sui contenuti delle decisioni: sarà necessario che Bruxelles divenga, come Berlino, Roma, Parigi, Madrid… veramente luogo di visioni contrapposte, dibattito e sintesi. Non di accondiscendeza pacifica, sommessa e timorosa. Sarebbe forse troppo pensare di adottare un “Italicum” a livello europeo, ma sarebbe necessario che anche nel Parlamento Europeo finalmente si arrivasse ad una maggioranza politicamente definita: progressita o conservatrice; non più al patto “all inclusive” fra popolari e socialisti che, di fatto, lascia fuori solo gli “anti-europeisti” à la Farage-Salvini-Le Pen. Il semplice dibattito austerità/flessibilità (oltre a essere sbagliato nei contenuti) è sbagliato nella direzione: riguarda sempre gli Stati nazionali. Un vero dibattito politico europeo dovrebbe riguardare il bilancio UE, dove indirizzare gli investimenti e quali politiche privilegiare (imprenditoriali-sociali?).

Le signore ormai si sono allontanate. Il dubbio che anche noi non siamo del tutto immuni alla retorica semplice, quello resta.

Amministrative e Brexit

Ho aspettato talmente tanto a scrivere delle elezioni amministrative italiane che mi trovo già tutti a commentare sul referendum “Brexit” britannico.
Ne verrà fuori un calderone…. ma provo comunque a raccogliere alcuni punti.

1) Delle amministrative italiane non mi colpisce poi molto il risultato di Roma, per quanto ci sarà da studiare attentamente cosa accadrà con l’amministrazione Raggi e che sviluppi potrà avere M5S.
Il risultato, secondo me, era ampiamente prevedibile: il PD, come a Napoli, aveva fatto tutto il possibile non solo per perdere, ma per rovinarsi completamente in quelle città.  Branca sta lavorando, vedremo anche lì cosa riuscirà ad ottenere.

2) Mi colpisce molto di più il risultato di Torino (e in certa misura di Milano): lì l’amministrazione uscente aveva un “record” positivo, non c’erano stati scandali e i risultati ottenuti erano buoni.
Il fatto che Fassino sia stato scalzato da Appendino è quindi, a mio giudizio, il segnale politico più importante di questa tornata elettorale, la cartina di tornasole che indica come il consenso per M5S si stia significativamente espandendo. Almeno potenzialmente. Ma ovviamente è presto per parlare delle politche.

3) Ho citato Milano, perché credo che questa vada letta in parallelo con Torino: al ballottaggio PD-M5S vince M5S, in quello PD-destra, vince il PD.
Azzardo questa conclusione: gli elettori di destra sono disposti a votare M5S (con una prossimità ideale che sostengo da tempo); quelli di M5S mai destra, neanche se per scalzare il PD.
Il che, purtroppo, rischia di spingere il centro sinistra sempre più verso il centro: verso gli unici che si dimostrano almeno un pò recettivi. Ma pronti a voltare le spalle…

4) Su Brexit ho detto da tempo che trovavo ridicole e inaccettabili le condizioni offerte dall’UE a Cameron per il suo impegno a favore del “remain” (neanche per evitare il referendum!). Quindi non mi scandalizza il fatto che abbia vinto “leave”: ci siamo evitati un pericoloso ricatto.

5) Non mi sorprende neppure troppo il risultato del referendum: da tempo i sondaggi davano “leave” in testa e questa vittoria è figlia: a) di giravolte politiche di bassa lega da parte di Cameron (leave-remain-referendum sì/referendum no…); b) di un fronte “leave” più compatto e mobilitato; c) di un populismo dai contenuti insulsi, ma più concreti e facili da trasmettere…

6) Il problema vero per la Gran Bretagna e per l’UE è ora vedere cosa farà Cameron: come è stato ben scritto, il referendum è meramente consultivo, quindi il paralmento britannico potrà ancora fare quel che crede. E in sede parlamentare c’è una maggioranza a favore della permanenza,
Tuttavia, se come anticipato Cameron si dimetterà, il prossimo governo potrebbe spingere con decisione per l’uscita dell’UE: sia in caso di elezioni, sia con l’attuale maggioranza, i tories potrebbero essere spinti a calvare l’onda euroscettica per non perdere consensi. Specie se guidati da Johnson, che ha fatto campagna per il “leave”.
Insomma, per quanto sia brutto da dire, le dimissioni di Cameron potrebbero essere una mossa politico-istituzionale persino peggiore del referendum….

Pensieri sparsi, come dicevo.

Ultimo Europeo? – un racconto collettivo

Senza tanti riguardi, mi permetto di segnalare a tutti i lettori di questo blog un progetto cui alcuni amici stanno lavorando….

Trattasi di l’Ultimo Europeo, un racconto collettivo sulla storia e prospettiva dell’Europa a partire dai campionati europei di calcio che si stanno attualmente svolgendo in Francia.

Un progetto a più voci, per provare a raccontare (e magari capire) cos’è e dove sta andando questa Europa, calcistica e non.

Qui una presentazione.

ultimo europeo mappa

La mappa del progetto ad oggi