These trees are made of blood- English review

Our pain is our strength: it reminds us
this should never happen again

Some plays, you like them because of the story. Some, because of the acting.
Some, you like them simply because you can’t do otherwise, for no apparent reason.

Can cabaret be a form of act apt to convey deep historical and political messages? To my surprise, yes, it can.

I decided to go see “These trees are made of blood” simply because of the topic it deals with: Argentina’s military dictatorship and the desaparecidos. Once I saw the title of the play, I immediately decided I would go and see it: the topic has been (and still is) crucial in my education as a lawyer, in my interest for international criminal law and in my political ideals for too long. I felt it was inevitable.

Despite this decision, given my limited appreciation for ‘musical cabarets’, I was sincerely skeptical about the potential outcome.

Yet, not only the play was worth watching, it was actually both a very enjoyable experience and a moving play.

While the first act was perhaps a bit too much funny for my personal taste and given the topic, I shall recognize that the choice of using a cabaret style, involving the public in several parts of the play (applauding upon request, as a support for the military; illustrating how a selection of people to be purged with a simple game of looking at different air balloons: pink, greens, or reds should be eliminated; hypnotising us like torturers or politicians persuade their supporters) revealed itself to be a smart idea indeed. Smart and funny. Or at least, so it seemed.
The same participation we complacently engaged it during the first half, turned into (at least) a passive resistance during the second one, after the crimes of the military junta were not simply revealed to us (I assume most of the public was already aware of them before), but perfectly re-enacted before us.
This re-enactment allowed us to realize our personal rejection of any complicity with the acts of the military. It was without doubt a masterstroke, and it could not have been achieved without our previously amused participation during the first half.

If there is any description of what the role of a theatrical play in shaping consciousness should be, that was it.

Yet, the second half had much more to offer.
It was a collection of emotional strokes, a sequence of hammering representations of the suffering, of the courage, of the memory of the Argentinean people who resisted or simply suffered because of the dictatorship. Such an intense sequence that it would be hard to name which part was the most moving: by mentioning just one, I’d feel I was mistreating and under-evaluating others.
This half opens with a burlesque-style dancing of a military officer over the sound of people narrating their own experiences of being tortured, but perhaps the most evocative moment comes immediately afterwards, with a girl miming being tortured with electric shocks at the rhythm of a music the same officer pretends to play, not to mention the waterboarding, so terribly similar to a fellatio. Personally, I almost jumped on my chair the first time one of the Mothers de Plaza de Mayo shouted “Presente!” as response to the name of the desaparecida girl. Also the reference to the role of the United States (School of the Americas) recalled with a strip-tease was very evocative.

If there is any description of a theatrical play demonstrating the power of a physical portrait in shaping emotional responses of the public, this sequence of torture was it.

A quick representation of the trials to the military dictators follows (slightly historically imprecise and not doing complete justice to Alfonsin’s presidency, in my opinion), leading to the conclusion: an intertwining of the stories of the “disappeared” girl, her mother and her daughter, which closes the play.
Perhaps this conclusion was the most touching moment of the entire piece: through the image of cooking empanadas, previously used as metaphor for retiring into private life and avoiding political activism, the women reconnect their stories.
“I never taught my daughter to cook empanadas” says the mother, wearing the white scarf symbol of the Madres de Plaza de Mayo.
“I never got to cook empanadas with my mother”, says the girls who had been kidnapped, tortured and murdered by the military, “even thought I wanted to”.
“I will never cook empanadas with my mother”, says her daughter (born as consequence of the rape suffered while in jail), “but I will with my grandmother”.

While I expected to like this play because of its underlying story, I was rather skeptical whether cabaret would be the appropriate narrative choice. Yet, I had to change my mind: the entire acting was not only technically very well performed, but also perfectly in line with the complex topic illustrated. It entirely captured not just my attention, but my feelings as well.
A play you simply like because you can’t do otherwise.

These trees are made of blood

Our pain is our strength: it reminds us
this 
should never happen again

Siccome sono un ca****e, le cose le faccio per lo più da ca*****e.
Così, se decido di andare a teatro, lo decido d’istinto, senza troppo curarmi dei dettagli di quello che andrò a vedere.
Anche questo è stato il caso di “These trees are made of blood“: ho letto che trattava della dittatura militare argentina, dei desaparecidos ed ho deciso che l’avrei visto.
Peccato non avessi letto la nota sottostante: a political musical cabaret. Un cabaret politico musicale.

Ora, se ci sono due cose che -artisticamente parlando- faccio fatica a sopportare e ad apprezzare sono i musical ed i cabaret. Entrambe rispettabilissime forme artistiche, ma decisamente non le mie preferite.
Così quando A., che sorprendentemente ha accettato di accompagnarmi a vedere la piece, mi dà questa -secondaria- informazione, non mi resta che play it cool e pretendere che lo sapessi. Ovviamente. Ma poco importa: avevo deciso che l’avrei visto quando ho letto che parlava dell’Argentina sotto la junta militar e questo non avrebbe cambiato i miei piani.

Certo non ora che ho il biglietto in mano e sono con A. a bere un Moscow Mule prima di entrare (minuto 2:00).

Arcola Theatre

Il primo atto introduce la storia della dittatura in stile decisamente cabaret con simpatiche interazioni fra gli artisti sul palco ed il pubblico, balletti con piume di struzzo e stile burlesque (geniale l’ufficiale -uomo- in corsetto di pelle che chiamato sul palco dal collega risponde “praticamente nulla” alla domanda su cosa stia indossando e lo strip-tease al contrario con cui si mette l’uniforme- anche qualche interessante suggestione psicanalitica, qualcosa che fa tornare in mente il pasoliniano “Salò): a piccoli passi quasi goliardici e scherzosi, ma molto ben congegnati (come il giochetto dei palloncini colorati ad indicare diverse idee politiche o soggetti invisi alla junta o quello dell’ “ipnosi” per simulare la persuasione non violenta messa in atto dai torturatori) gli attori illustrano cos’è la dittatura argentina. Ma tutto passa sotto traccia, in modo quasi divertente e -soprattutto- con la compiacente collaborazione del pubblico: inizialmente, in puro stile cabaret siamo invitati ad applaudire con diversa intensità a seconda dell’indicazione che El General ci fa con la mano, dove il livello più alto -a braccio teso in un velato richiamo al saluto romano- è pari al “giubilo per Maradona che segna un gol nella finale mondiale” (sic).
Col senno di poi, non potrebbe essere più evocativo (tant’è che poi ci riproverà nel secondo atto a farci applaudire “a comando”, ma stavolta non funzionerà più).

Fin qui quello che mi sentivo di dire -con le parole di A.- è un plauso per il modo leggero eppure preciso e mai volgare con cui si affronta il tema.
Ma, per me che son troppo serio di natura, la cosa suona tanto come quella barzelletta raccontata da Steve McQueen nei “I magnifici sette: fin qui tutto bene.

Il secondo atto cambia tutto.
Tutto.
Il nostro bravo ufficiale torna sulla scena col suo corsetto e, prima, balla su tavolo mentre in sottofondo si odono le registrazioni delle testimonianze di tortura.
Poi, mentre la madre di una ragazza desaparecida insiste a chiedere informazioni su sua figlia, le viene mostrato quel che è stato: la ragazza, anche lei in corsetto in pelle decisamente provocante, viene portata sulla scena, e mentre il nostro ufficiale fa finta di suonare uno strumento musicale, appoggiata ad un tavolo simula le convulsioni di un corpo attraversato dalle scariche elettriche della picana al ritmo della musica. Ma non è finita. I bravi militari argentini avevano appreso anche altro, alla School of the Americas avevano appreso quello che poi sarà noto come waterbording, questo simulato con il deepthroat (come un mangiatore di spade) di un palloncino blu.
Quando un attimo dopo la madre incontra un’altra donna, un madre de Plaza de Mayo e questa al nome della ragazza risponde “Presente!” per poco non sono saltato sulla sedia.

Eppoi la ricerca del cadavere, la guerra delle Falkland-Malvinas, il processo alla junta, la rivelazione della CIA (forse l’unico passaggio non totalmente incastonato alla perfezione nella trama, ma ottimo l’abbinamento con lo spogliarello e le ferite simulate sul corpo dell’attrice che appaiono mentre la stessa si spoglia come una lap-dancer), la rivelazione dell’ESMA, del ruolo della chiesa e dei voli della morte.
Fino alla vergogna più terribile di tutte (se una scala è possibile): le storie dei figli dei desaparecidos adottati dalle famiglie dei militari. Sucísima.

Finito il processo, sintesi breve (ed un pò ingiusta a mio avviso nei confronti di Alfonsin: avercele le palle che ha avuto lui) dei processi e delle amnistie e dietro il palco appaiono le foto dei desaparecidos. Di nuovo, il momento più toccante è l’intrecciarsi fra il cucinarempanadas delle storie della madre, della figlia sequestrata, torturata ed uccisa e la propria figlia/nipote: “Non ho mai cucinato empanadas con mia madre” dice la ragazza andata alla manifestazione invece di cucinare “anche se avrei voluto“; “Non potrò mai cucinare empanadas con mia madre,” dice sua figlia “ma potrò farlo con mia nonna“.

Vorrei dirvi ancora tanto altro su questa piece, vorrei dirvi dei processi per la verità, del ruolo che la giustizia -anche la peggior giustizia da tribunali- può giocare nel cicatrizzare le ferite e ricomporre i pezzi di una società e vorrei dirvi degli amici che hanno contribuito a quei processi; vorrei dirvi e dirvi ancora di quanto noi stessi (in questo sporco Occidente) abbiamo fatto guerre sporchissime mentre puntavamo il dito sui vari dittatorelli in Africa, Asia o altrove; vorrei dirvi della P2 e della junta; vorrei dirvi del Parque della Memoria, dei nomi incastonati sulla pietra, di chi mi ci ha accompagnato e raccontato di tanti di quei nomi, del monumento in mezzo al Rio de la Plata; vorrei dirvi di guardare “Garage Olimpo“; vorrei dirvi di leggere Verbitsky e -già che ci siamo- pure William Blum; e vorrei dirvi che non è finita, che Nunca mas resta troppo spesso solo sporca retorica.
Vi sarebbe tanto da dire ancora su questa -e altre come questa- sucísima storia. Ma questo post è già troppo, troppo lungo.

Concludo dunque dicendovi solo che, se ne avete l’occasione, andate a vedere “These trees are made of blood“.

canzone per le persone che se ne vanno

Che una canzone non è.

Quando ero piccolo, nei viaggi in auto per le vacanze estive o nelle domeniche a casa, ricordo che ogni tanto risuonava anche questa canzone di Guccini:

Ora, Guccini -per habitus familiare- è entrato nel mio DNA musicale e sostanzialmente non saprei nominare una sua canzone che non mi piace. Tuttavia, possiamo dire che questa canzone non è esattamente “facile” da apprezzare, almeno per qualcuno della mia generazione già troppo marcatamente pop, mentre tutto l’album “Stanze di vita quotidiana” (e questa canzone in particolare), non solo è densissimo di contenuti che richiedono un ascolto attento, ma è anche lento, orecchiabile ma certo non una melodia che invita alla spensieratezza.

E forse proprio per questo la canzone (e il titolo) ben si presta a questo momento.

Se una costante delle vicende umane è il cambiamento, questo nei rapporti fra persone si declina in due fasi: scoperta e separazione.
Per ogni individuo, per ogni gruppo, esiste una fase iniziale in cui il due “microcosmi” personali cozzano (più o meno duramente) l’uno con l’altro e -col progressivo scontrarsi ed incontrarsi- arrivano sempre più ad amalgamarsi ed una fase nella quale la massa comune che si era formata -sotto la stessa spinta- arriva a sciogliersi e scomporsi in altre parti autonome.
Come due molecole (o due atomi) che spinti da una forza cosmica su due rotte opposte ma destinate a collidere, impattano, si fondono e proseguono poi per la propria strada.

“One by one, we all stand up and leave“. Questo era un appunto che mi ero scritto anni fa osservando gli amici e colleghi dell’ICTR andarsene l’uno dopo l’altro.
Quando qualcuno parte, in una certa misura è bello salutarlo con un momento collettivo ed emotivo, con parole di ricordo e di augurio, ma nel caso della Tanzania la mia esperienza è stata quella di andarsene per ultimo, chiudere il mitico ufficio K-108 dietro di me, nessun party d’addio, nessuna chocolate cake (il nostro rito d’addio) ad attendermi. C’est la vie. Ma è un’esperienza completamente diversa.

Questo momento comincia a ripetersi ora, ora che gli esami al SOAS sono finiti e resta solo la dissertation da scrivere e lentamente ognuna delle persone con cui ho condiviso questo anno comincia a rimettersi sulla propria strada, a riprendere il proprio percorso.

Ad uno ad uno, tutti ci alziamo e ce ne andiamo.
Separarsi da un gruppo di persone che si è arrivati a considerare amici è sempre un’esperienza destinata a cambiarci, specie quando il tempo passato assieme è relativamente lungo e intenso, come un master nel Regno Unito.
E, in fondo, a forza di rivivere questa esperienza, capisco quel che mi dicevano in Cambogia: ad un certo punto, uno smette di fare nuove amicizie con persone destinate a ripartire di lì a poco.

Non è tristezza quella che provo, almeno non in misura preponderante. Piuttosto, è la consapevolezza che i rapporti si testano davvero nella distanza. E, con essa, la consapevolezza che alcuni di questi rapporti costruiti in questi mesi, probabilmente non reggeranno.
Potrei, probabilmente, già indicare quali.
Perché mi conosco -sto imparando a conoscermi- e, in fondo, nella stessa vita passata assieme in questi mesi intravedo la stessa trama dei legami, la differente trama di quelli più o meno fitti, la differente trama di quelli destinati a sfilacciarsi.
Rivedo, nei momenti condivisi e non, nelle foto scattate e non, nelle storie comuni e non, quanto profondamente e quanto a lungo questo atomo si è fuso con altri e comprendo quanto forte è il legame che ne risulta.

Comprendo -fin troppo bene- che alcune di queste persone le rivedrò raramente, magari fra cinque anni (come A, che è venuta a Londra il mese scorso dopo la Tanzania… ed è stato quasi un miracolo essere rimasti così in contatto tutto questo tempo). O magari mai più.
Comprendo che molti di loro li sentirò raramente, magari una volta a mese o meno. Magari solo per gli -inutili- auguri di Natale o Buon Anno. Inutili, perché non è su queste formalità che si tiene viva un’amicizia.
Ma allora, su cosa?

Non so ancora con chi resterò in contatto, non so ancora quali esperienze condivise sono state abbastanza forti da motivarci a non perderci, anche se ho qualche sospetto.
Questo, ecco, forse solo questo mi spaventa: non il perdere qualcuno, che è inevitabile, ma perdere tutti quelli che mi hanno accompagnato (o che ho accompagnato) durante questo anno.
E, d’altro lato, per quanto sappia benissimo di essere poco socievole (“anafettivo”? forse), non posso fare a meno di domandarmi come mai, delle tante persone che ho conosciuto -incluse le tante persone conosciute al SOAS- sono quasi sempre io a rilanciare la palla e cercare di tenere vivo questo filo… come fossi, o fossi stato, trasparente.

Quando non c’è niente da salvare

“In definitiva non è vero che non ci sono tragedie più o meno vicine o tragedie di serie A e tragedie di serie B. Ci sono”

Un paio di considerazioni, giusto per mettere assieme i pezzi e dare un qualche valore a quello che dovrei aver appreso in questo ultimo anno al SOAS:
1) raccogliere informazioni in crisi/conflitti è durissimo, di conseguenza le informazioni sono spesso erronee (White Helmets docet)- già questo definisce un conflitto “di serie A” o uno “di serie B”. Dunque, le azioni che intraprendiamo sulla base di queste informazioni sono di frequente altrettanto erronee;
2) che informazioni raccogliamo? Un esempio (banalissimo) su mille: accedere a fonti in lingua originale, anziché in inglese, spesso cambia enormemente i numeri (e la loro distribuzione): vedasi il caso delle vittime in Colombia;
3) come contestualizziamo le informazioni? Alcune statistiche sul conflitto in Congo asserivano che vi erano “5 milioni di morti” causati dalla guerra… peccato non tenessero conto della baseline mortality (mortalità generale);
4) per chi / cosa raccogliamo informazioni? Non credo esista una qualche forma di “neutralità”, specie in conflitto. Pensiamo a tutte le informazioni cui ONG come ICRC o MSF hanno accesso: per chi le mettono a disposizione (anni fa vi fu una vivissima polemica fra Croce Rossa e Corte Penale Internazionale perché la prima non consentì l’accesso ai propri dati). E l’informazione, oltre che potere, può essere un’arma.

Macondo

Anni fa mi sono iscritta alla newsletter di VDC – Violations Documentation Center in Syria, perché avevo deciso che era giusto ricordarmi – con dati di prima mano e sul campo – di quello che avveniva e che sta ancora avvenendo da quelle parti. Periodicamente mi arrivavano i report sui morti, sugli attacchi, statistiche sui diritti fondamentali violati, sia in arabo che in inglese, senza grafica, senza fronzoli, solo testo. Non li leggevo tutte le volte, lo ammetto, tuttavia erano un aggiornamento sì faticoso e doloroso ma molto utile.
Da un po’ queste newsletter cominciavano a diminuire progressivamente. Non mi occupo più di giornalismo e così ci ho messo qualche settimana ad accorgermene, e quando me ne sono accorta sono andata a cercare spiegazioni prima nella mia cartella spam, poi sull’effettiva mia iscrizione alla newsletter. Ma il problema non era niente di tutto ciò, quei dati non arrivano più…

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The things we keep (aka: what your heart loved)

In “Educazione Siberiana”, o almeno nel suo trailer, uno dei protagonisti dice: “Un uomo non dovrebbe possedere più cose di quante il suo cuore possa amare“.
Vero. Ma non è tutto.
Secondo me, la frase in realtà dice molto meno di quel che sembra.

Intanto, perché ciò che il nostro cuore “può amare” è un’unità di misura veramente vaga. Con quale amore, con quanto amore (cit) dovremmo misurare le cose da tenere?
Poi, il cuore cambia. E nessuno fa ordine nella propria vita con la rapidità con cui il cuore cambia. Magari lo facessimo!
Infine, il concetto di “possesso” (e qui, sic, viene il giurista) è ben diverso da quello di “proprietà”. In breve, il possesso implica una relazione fisica con l’oggetto- il fatto di poterlo (per dire, banalmente e in modo impreciso) “stringere a sé”. La proprietà no, con la proprietà si può essere a chilometri di distanza.
Così, mentre sono a Londra, non “posseggo” esattamente i miei libri a casa (di cui ho la proprietà).
Ma, intanto, quelli e mille altre cose si accumulano.

In modo relativamente involontario, negli ultimi due giorni ho svuotato la mia vecchia stanza. Quella nella casa dei miei genitori, dove sono cresciuto e dove sono tornato più o meno a lungo.
La stanza degli anni del liceo (e prima…), dei fine settimana all’università, degli intervalli a casa fra la Cambogia, la Tanzania etc. etc… La stanza dove tutti i miei “possedimenti” si sono accumulati negli anni.
Maremma str***a, se era tanta roba. Troppa, decisamente troppa. D’altronde, non avevo mai fatto prima questa salutare opera di “repulisti” e let go, lasciare andare troppe cose divenute inutili e senza senso o significato.

Ma questa informazione mi serve per tornare alla frase di “Educazione Siberiana”. Come dicevo, quella frase -per quanto bella e d’impatto- a mio avviso spiega poco.
Intato, quelle cose accumulate lì le ho -in qualche modo e senza troppo spingerci nell’interpretare il concetto- “amate”. Ovvero, nel momento in cui avevo deciso di conservarle, di possederle nel tempo, avevo valutato che avessero un significato, un attaccamento affettivo sufficiente a giustificare questa scelta.
Ma, come detto, il cuore cambia.
Sono i nostri armadi a non cambiare allo stesso ritmo.

Vorrei, con un pò di quella arroganza che non mi manca, proporre invece un’altra massima per regolare la conservazione di oggetti, di cimeli, di memorie: “un uomo non dovrebbe mai conservare cose di cui si debba vergognare“. O, meglio: “così a lungo da doversene vergognare“.
Volete tenere la pelle della tigre ammazzata in un safari? Benissimo, ma appuratevi di gettarla prima che i safari vi diano il ribrezzo.

Nello svuotare gli armadi, infatti, sono incappato in centinaia di cose che mi hanno fatto pensare quanto stupido (sì, dannatamente stupido) dovevo essere al tempo per decidere in primo luogo di acquisirle ed in seguito, pure, di conservarle: cd orribili, libri insulsi (ebbene sì: esistono libri insulsi, ma questo lo lasciamo per un altro momento), prove di disegno della scuola…. Oddio, una montagna di cose che mi ha fatto veramente pensare quanto idiota dovevo essere all’epoca.
Non è una bella sensazione confrontarsi con le défaillances del proprio passato (chiamiamole così): con gli errori, i giudizi sbagliati, i fallimenti, le proprie carenze…
Sarà un esempio stupido, ma rivedere quei disegni -francamente orribili- e le -ancor peggiori- correzioni dell’insegnate, mi ha suscitato una sensazione vicina al ribrezzo.

Quindici anni fa, immagino avessero un minimo di senso da giustificare la loro conservazione. Ma l’hanno perso tutto mentre la polvere vi si accumulava sopra. E io, che non li ho visti da allora, certo non me ne rendevo conto.
Il cuore avrà anche potuto amare quelle cose, dieci, venti anni fa. Ma -si sa-, il cuore non c’ha mai capito un c***o.

Probabilmente il mio è solo un tentativo di costruirmi un passato “senza macchia”, senza punti che mi irritino, che mi diano fastidio. Un passato “splendente” e perfettamente coerente.
Una forma di debolezza, insomma. Ma non psicanalizziamo troppo, non ne vale la pena.

Resta il fatto: occorre buttar via le cose che abbiamo tenuto prima che diventino motivo di vergogna.
L’amore non c’entra.

Useless break from a useless morning (connecting the dots)

C’è una frase -secondo me bellissima- nel film con Sean Connery e Michelle Pfeiffer “The Russia House“, quando lui dice “All my failings were preparations for meeting you“.
Ovviamente, tutto questo è troppo facile, ma rende bene l’idea di unire i puntini: sbagliare un milione, un miliardo di volte, perché alla fine tutti quegli errori ci avranno condotto esattamente dove dovevamo essere.
Qualche tempo fa, in quella che tuttora considero la cosa migliore che abbia mai scritto, ho piazzato lì questa frase: “It’s about connecting the dots. It’s about interpretation. It’s about seeing or inventing a pattern, a connection. Like a game of Go“.
E’ curiosa questa mania del “collegare i puntini”, come se guardandoci alle spalle potessimo vedere esattamente dove ci stiamo dirigendo. Come se così facendo potessimo individuare un ordine nel caso. Peccato che, proprio nei “giochi” di collegare i puntini, spesso la traccia prende direzioni inattese, compie svolte radicali e il segno da tracciare procede nella direzione opposta a quella ci saremmo immaginati.

Collegare i puntini è un gioco, ma proprio come interpretare la storia, offre solo poche possibilità per indicarci la direzione.
Questa interpretazione è forse troppo negativa, piuttosto, il problema col collegare questi punti è che ci soffermiamo sempre solamente su quelli più prossimi a noi, pretendendo che vi debba essere una certa linearità, una regolarità, un pattern nelle cose.
Non è così.
In realtà, spesso basterebbe alzare lo sguardo, osservare il disegno che si sta delineando da una prospettiva diversa per avere un’immagine più accurata di cosa sta avvenendo sotto i nostri tratti di penna.

Ma qui, proprio come i puntini, andiamo in un’altra direzione- che non è quella che mi interessa.
Torniamo indietro e facciamo ordine.

Che “ordine” non sarà mai, è solo un altro caos. Visto da una prospettiva diversa.
Ad ogni modo, personalmente credo esistano due “tratti”, se possiamo così chiamarli, due “tendenze” che determinano gli sviluppi delle nostre vite: quel che cerchiamo e quel che ci accade, le coincidenze.
La distinzione è ovviamente ridicola e senza senso, perché le due cose si intrecciano, si sovrappongono e si confondono.
Ma aiuta a fare un pò d’ordine.
Così, per fermarci all’autore (che è l’unico del quale posso parlare con qualche, poche, certezze), per alcuni anni ho promesso a me stesso che la mia ragazza avrebbe dovuto avere i capelli rossi- senza nessun vero motivo, eccetto il libro di Maurice Walsh o Charlie Brown-. Poi ho incontrato Benjamin e Asja Lacis e certo non potevo nemmeno sperare che una qualsiasi ragazza di nome “Asja” esistesse, tanto mi pareva improbabile come nome.

Nel mezzo di tutto questo sono andato in Cambogia, poi in Tanzania, poi al SOAS. La Cambogia c’entra forse poco, se non fosse che senza quel primo “lampo” (per usare il concetto di Barabasi), non sarebbero seguiti gli altri. Senza aver sentito nominare Heder, non mi sarei mai interessato al SOAS, tanto per dire.

Così, dopo aver collegato tanti puntini, mi son ritrovato al SOAS. Qui ho incontrato una ragazzina dai capelli rossi, che mi ha fatto subito tornare in mente il buon Walsh e pensare che forse davvero quei puntini stavano prendendo una direzione chiara.
A quanto pare, non è così.

Non è mai come pensi, anche se pensi giusto” (cit).
Vorrei poter dire che, invece, un altro pattern si sta dispiegando dinnanzi a me, che quegli stessi puntini –like a game of Go– mi rivelano un’altra direzione da seguire. Vorrei, neppure dio sa quanto lo vorrei! Vorrei poter (finalmente) guardare indietro e dire che tutti i miei “fallimenti”, i miei errori, le strade sbagliate servivano solo a condurmi qui, in questo momento, in queste circostanze. Vorrei poter dire che in qualche modo doveva essere che non venissi al SOAS, chessò, cinque anni fa- perché cinque anni fa non avrei incontrato la ragazzina dai capelli rossi (giusto per dire, eh) o chiunque altro.
Ma sto ancora imparando che non è quasi mai così. E se anche fosse, è praticamente impossibile da pre-dire. Quindi taccio.

Quello che posso dire, tuttavia, è che i puntini non ci abbandonano mai. Anzi: si moltiplicano.
Così, Benjamin e Asja Lacis non mi lasciano- mi accompagnano e qualche volta dicono o aiutano ad intravedere qualcosa di più.
Così, guardando indietro anche la Tanzania mostra un significato diverso- suggerisce qualcosa di più.
Quel che cerchiamo ci accompagna, così come le coincidenze (non è forse un pò questo il senso degli “avvenimenti” évenement di Foucault?).
Sono tutti puntini che si accumulano nel goban.
E forse non voglioni dire nulla, o forse sì. In ogni caso, costruiscono una storia (o un dipinto, come direbbe Kawabata parlando proprio del Go).

Non ho la minima idea di come potrebbe finire questa partita (è sempre la stessa? è una nuova?). Non ne ho idea. Vedo solo puntini prendere posizione davanti a me, ordinarsi e suggerirmi un’interpretazione delle mosse passate. E magari di quelle future.
Insomma, quasi indicarmi un percorso.

Ma, come diceva il buon Machado “Caminante, no hay camino se hace camino al andar“.
E’ una partita a Go, in cui le pietre si accumulano, suggeriscono, invitano e mentono allo stesso tempo.
Ma ho ancora voglia di giocarla.

Recensione 49 “Francofonia”

Sokurov, being Sokurov, playing like Sokurov.
Ovvero, Sokurov, essendo Sokurov, si comporta da Sokurov.

La peggiore e migliore recensione che si possa dare di “Francofonia”, se non altro perché è talmente breve da risparmiarvi un sacco di tempo.

In realtà, come le predenti ‘ultima opera del regista russo è meritevole. Potrei anche dire “bella”, ma con Sokurov la soggettività di questo giudizio raggiunge vette che confondono: l’ossigeno toglie lucidità. Occorre dunque veramente arrivare in vetta e poi scendere- immergersi nel suo stile, nel suo approccio, nella sua filosofia- per provare a riordinare i pezzi.
Sono un pessimo scalatore e, temo, un palombaro ancor peggiore, ma personalmente “Francofonia” mi è piaciuto (al contario, relativamente, di “Faust”, che mi aveva lasciato perplesso- ma questa è un’altra storia).

Per i conoscitori di Sokurov, potremmo dire che torna un pò al suo stile: le somiglianze con “Arca Russa” sono fortissime- la storia raccontata attraverso la lente (la luce) dei musei; il sovrapporsi di fatti storici e di tempi diversi nella narrazione.
Ma non mancano i collegamenti anche con  opere precedenti, collegate in qualche modo da un fil rouge di apparizioni “spettrali” (od oniriche che dir si voglia) di personaggi di altri tempi troppo fissi ad interpretare la loro parte in un flusso che pare continuamente interrompersi senza una vera continuità narrativa.

E forse è proprio questo il tratto al contempo più disturbante e più significativo di Sokurov, che stavolta va decisamente oltre aggiungendo ancora più livelli (incluso uno totalmente “contemporaneo” dove egli stesso parla via skype con una nave container intenta a trasportare opere d’arte). Livelli difficili da districare gli uni dagli altri.
E probabilmente questo è parte del messaggio: i musei conservano memoria, ma memoria di chi? di cosa? Tornare constatemente agli attori “storici” (siano essi il fantasma di Napoleone o i “documentari” su Jacques Jaujard o Franz von Wolff-Metternich) ci ricorda che in fondo, le opere dipendono sempre dagli attori.
Sia nel loro venire alla luce (prendiamo “L’incoronazione di Napoleone” e il fantasma che ripete in continuazione “c’est moi!“), sia nella loro permamenza (come ci dimostrano Jajuard e Metternich che sorprendentemente e da prospettive opposte collaborano per evitare che le opere del Louvre siano “deportate” in Germania ad uso e consumo dei gerarchi).
Brillante, a ripensarci, che durante una chat via skype col mare in tempesta ed il cargo in balia delle onde il regista inviti l’equipaggio a “sbarazzarvi del carico, o finirete a fondo anche voi“: pare, in qualche modo, porre l’alternativa fra storia e vita e, sebbene non sia chiaro cosa accadata al cargo, la mancata scelta fra le due alternative ci ricorda come le due siano, nei fatti, inseparabili.

Come si intrecciano i piani narrativi, così si intrecciano i rapporti fra uomini ed opere. E, giustamente, diventano quasi indistinguibili.
Così come “Arca Russa” non era un film sulla Russia e forse solo in piccola parte sull’Hermitage, “Francofonia” è decisamente di più di un film sul Louvre, sulla Guerra o sulla Francia.
Potremmo dire che, più che un film, è una lezione di filosofia della storia.

Un pò troppe recensioni (46 ed oltre)

Finito il rush degli essay, mi son goduto qualche giorno di riposo e, con l’occasione, ho avuto modo di guardare una quantità di film come non mi capitava veramente da tempo… e devo tuttora finire “Manchester by the sea“.
Ad ogni modo, ecco qualche commento.

Recensione 46 La la land
Tre parole: “una cagata pazzesca“.
Ok, io di cinema ci capisco poco e prendete questo per quel che vale: due cent (eurocent, ovviamente- così Theresa May si incazza).
Ciò detto, non riesco proprio a capire tutto l’entusiasmo attorno a questo film, né tantomeno perché avrebbe dovuto vincere tutti gli Oscar di cui era accreditato.
Ok, gli attori sono bravi. E lo sapevamo. Ok, sanno ballare. E l’abbiamo scoperto. Ok, ci hanno messo su un’allestimento carino. “Carino”, nulla di più. Magari anche vagamente innovativo, ma certo non rivoluzionario. In my humble opinion, ovviamente.
E al netto di tutto questo, la storia è davvero poca cosa. Giusto per non andare troppo oltre coi giudizi: si incontrano, ok; stanno assieme, ok; perseguono i loro sogni, ok; sembrano fallire, ok… si lasciano e hanno successo, ognuno a modo suo.
Ma cosa c’è dietro tutto questo? In sostanza, non ho sentito alcunché guardando il film. L’ho trovata una storia dannatamente ordinaria, condita solo di qualche balletto e due bravi attori, ma senza la capacità di mostarci (o lasciarci intuire) perché le storie ordinarie meritano considerazione.
A costo di ripetermi: de gustibus… e, a gusto mio, prima di considerarlo veramente un ble film (siamo lontanissimi dal “capolavoro”) a questo film mancava qualcosa, in svariati passaggi.

Recensione 47Anthropoid
Probabilmente il mio giudizio (positivo) su questo film è influenzato dal fatto che visitare anni fa la chiesa di Cirillo e Metodio e apprendere allora la storia su cui è basato ha lasciato un segno profondo in me. Magari discutibile, in quell’implicita celebrazione di un eroismo che vi sottende. Ma nondimeno…
In poche parole, il film ricostruisce l’Operazione Anthropoid che ha portato all’uccisione di quel figlio di puttana di Reinhard Heydrich a Praga (mi scuserà la madre di Heyndrich, che poveretta -lasciando da parte Freud- non avrà nessuna colpa, ma non trovo una definizione migliore per un soggetto simile). Insomma, preparativi della resistenza, attentato, fuga e uccisione dei partigiani -appunto nella chiesa di Cirillo e Metodio.
Al netto di tutto questo, azzardo anche a dire che poco conta se anche cinematograficamente parlando la presentazione non è eccezionale. Poco importa. Perché dietro v’è una storia, a mio avviso, veramente ricca. Una storia, se volete, da paragonare a quelle di “Scritto sotto la forca“: storie di sacrificio, di dedizione. Storie che vanno enormemente oltre l’individualità.
Imperdibile? Probabilmente no. Ma rispetto a “La la land“, “Anthropoid” ha alcuni pregi: 1) è storia (e, in quanto tale, potenzialmente educazione); 2) i caratteri hanno un certo spessore e le loro piccole tragedie (amore, paura, coraggio soprattutto) sono abbastanza ben presentate; 3) ha una dimensione collettiva.

Recensione 48Under sandet / Land of mine
Un passo oltre lo fa “Under sandet” (titolo originale), forse talmente oltre da spingersi un pò all’esagerazione del sentimentalismo.
Qui si tratta della storia di un gruppo di giovanissimi soldati tedeschi in Danimarca alla fine della Seconda Guerra Mondiale, costretti dal governo danese a lavorare per sminare la costa occidentale del paese, dove i nazisti hanno seppellito milioni di mine.
Se ricordiamo le foto di Lady D nei campi minati, potremmo già fermarci qui. Ma, giustamente, il film si sofferma abbastanza sui dettagli “pratici” delle operazioni di sminamento: la cautela richiesta nello svitare le spolette, nel separarle e -anche una volta disinnescate le mine- nello spostare le bombe. Cautela vitale, viste le implicazioni di una mossa sbagliata.
Infatti, inutile dirlo, non pochi dei ragazzi moriranno durante il film. Alcuni in modo assurdo, a causa di conati di vomito presso una mina o peggio….
Queste tragedie, assieme al complesso rapporto che si sviluppa fra i “soldati” tedeschi e i danesi (militari e civili) costruisce l’umanità del film, passando -forse in modo troppo romanzato- dall’ostilità e scetticismo al rispetto, cooperazione e -persino- una qualche forma di amicizia.
Edulcorato in alcuni passaggi? Senza dubbio. Ma, d’altronde, la drammaturgia è in qualche modo contemporaneamente caricatura e senza alcune semplificazioni non sarebbe possibile per gli spettatori cogliere l’estremo, l’umanità e -in fondo- l’assurdità della situazione.
Due parole: fortemente consigliato.

Tutti sanno tutto dell’inizio…

La “fine” è un concetto strano. Forse non è neppure “strano”, questa è solo una scusa. Semplicemente, è un concetto con il quale non riusciamo veramente a fare i conti. E’ un’idea che ci mette in difficoltà, ci costringe in un angolo e ci lascia poco spazio per mettere in ordine tutto quello che abbiamo lasciato in sospeso.
Peggio, la fine è soprattutto cambiamento. E’ lasciare quello cui ci siamo abituati e ricominciare da zero.
Raramente alle persone piace ricominciare.

Il mio è un ragionamento un pò stupido, come sempre d’altronde. Forse molto più di “un pò”.
Perché tutto quello che penso, che sento e che ora mi mette in difficoltà, tutto questo lo sapevo molto tempo fa.
Un pò, ora, penso di essere stato semplicemente stupido. Perché alla mia età, probabilmente non è più tempo per un certo tipo di vita, di approccio, di attaccamento. Probabilmente.
E, infatti, in questo cosmo di relazioni, già ne intravedo alcune alla cui rottura sopravviverò bene. O, perlomeno, meglio.
Quelle più “professionali”.
Per altre, la fine che si avvicina è come una spina piantanta sul piede, cui ci si può abituare, ma che ogni passo acuisce un pò di più il dolore.

E quel dolore ora comincia a diventare reale. Era già una prospettiva, da tanto tempo. Lo era sin dall’inizio. Ma ovviamente all’inizio lo si ignora. E’ troppo lontano per essere reale.
Poi, progressivamente, la prospettiva si è ristretta sempre più.
Domani K. parte. E sarà la prova più reale della fine.

La cosa è assurda, perché K. comunque tornerà fra qualche settimana.
Ma nel frattempo tutti saremmo corsi avanti, lanciati sempre più verso quella fine che ci attende e dei futuri diversi, lontani, frammentati.
Dei futuri da ri-cominciare, lasciando alle spalle una rete di persone che abbiamo costruito in questi mesi.
Provo una certa paura, perché sento di non aver preparato questo futuro come avrei dovuto. E sento che il tempo per farlo è sempre meno.
E provo un’altra paura, diversa, perché non so se questa rete reggerà alla distanza. Come sempre. D’altronde, le relazioni che sopravvivono alla prova della distanza sono pochissime, nell’arco di una vita.
E queste relazioni sono quello che mi ha dato sicurezza in questi mesi.

…ma nessuno può parlare della fine…

Get over it” credo sia l’unica risposta sensata. Ed è bene che cominci ad lavoraci.
La fregatura è che questi mesi sono stati, e sono tuttora, così intensi che si fa persino fatica a fermarsi un attimo e riorientare la direzione di marcia, cominciare ad alzare lo sguardo… Si ha sempre più la sensazione che non vi sia tempo.
Ma bisogna trovarlo.

Sconclusionaggini

Non mi scuso neppure più della (in)frequenza con cui aggiorno il blog. Tempo perso.
Se cercate aggiornamenti spazio/temporali, basti dire che siamo di nuovo in “quel periodo” dell’anno: quello delle scadenze per gli essay che arrivano inarrestabili.
In realtà non sono preso male, diciamo che 2/3 son fatti. Ma finché non saranno tutti a posto, fermarsi è difficile. Psicologicamente impossibile.
E questo mi porta dritto al primo semi-tema che vorrei affrontare…

E’ passato un pò di tempo ormai, quindi le impressioni sono state metabolizzate, processate, digerite e rielaborate.
Ma per un giorno, forse per un giorno solo, ho sperimento cosa vuol dire un nervous breakdown. Non credo, solo per ignoranza terminologica, che si possa parlare di “depressione”. Ma decisamente era un’oppressione. Immensa, infrangibile, pesante…
Sabato mattina, mi sveglio pensando a quanto devo leggere per scrivere gli essays. Progetto di andare in biblioteca per l’orario di apertura, 10:30, ma me la prendo (involontariamente?) con troppa calma ed esco di casa solo a quell’ora. E mi sento nervoso, infastidito da tutto, agitato. in una parola: stressato.
Solo che ancora a quel punto non l’avrei saputo dire con queste parole.
Per strada mi rendo conto che la tazza gocciola e sta bagnando lo zaino. Mi fermo, la tiro fuori e sono talmente “carico” che la prima (e unica) cosa che vorrei veramente fare è lanciarla via urlando. Sono come una macchina a vapore, senza sfogo, senza via d’uscita.
In qualche modo mi trattengo. Vado in biblioteca. E per le ore successive non riesco a sentire altro che un enorme peso, come una cupola di ghisa che circonda tutto quel che faccio e non mi lascia andare oltre: non mi lascia pensare ad altro, non mi lascia “staccare” e rilassarmi, non mi lascia neppure lavorare come dovrei.
Tutto quello cui riesco a pensare che devo leggere, tre, quattro, cinque libri. Sei, sette, forse otto articoli… E non c’è tempo per fare tutto…
Ero carico come una molla, letteralmente.
Sarebbe bastato che qualcuno mi rivolgesse la parola, e probabilmente gli avrei tirato un pugno. A chiunque.
Credo veramente sia stato un miracolo che non l’abbia fatto.
Non so esattamente come ne sono uscito: ad una certa ora ho deciso di andarmene. Ma non me ne sono andato a casa: prima sono andato sul Japanese garden del SOAS, sperando di riuscire a leggere lì. Poi mi son trasferito in un parco, sempre senza successo. Solo a quel punto ho deciso di rientrare.
Non so cosa mi abbia permesso di de-escalare tutta quella tensione, so solo che arrivato a casa mi son fatto un chai, mi son messo a letto e mi son detto “adesso continuo a leggere fino a che non finisco questo libro, solo questo ma qualunque ora sia”. E così ho fatto.
E così e finita. Allora, per lo meno, è finita.

Non so domani come sarà. Non ho idea di come potrei affrontare questa situazione se si ripresentasse.
Certo, ne sono uscito “vivo”.

Secondo semi-tema del giorno: perché certe cose, certe sensazioni, certi dubbi, certe domande, non vanno via? Mai.
Non è una novità, per me, che non si cambi. Nondimeno, l’immancabile “ritorno” dell’uguale in certe situazioni non finisce di stupirmi. Penso troppo, lo so. Ma, nonostante tutto, in certe circostanze non riesco proprio a farne a meno. Neanche con una corsa esageratamente forzata.
Insomma, il pensiero che mi ha crucciato negli ultimi giorni (per poi “inspiegabilmente”, ma fin troppo spiegabilmente, sparire) è il seguente, che poi son più di uno, ma sono sempre lo stesso:
– how do you make a friendship so meaningful that it lasts?
– why are we so meaningless for the people that are so meaningful to us?
(già, perché adesso anche le mie paranoie sono in inglese)
Non me lo so spiegare, davvero non me lo so spiegare -specie visto che l’esperienza (ormai abbastanza abbondante) mi dimostra che sono domande sbagliate, perché per ogni cosa (persona) che si (ci) lascia, ne emerge sempre una nuova. E non è mai -al netto- una “perdita”.
Ad ogni modo, non riesco a scrollarmi di dosso questa specie di “nostalgia” (sempre anticipata), questo pensiero di correre dietro a persone che ritengo importanti e che, come direbbe Kerouac, corrono sempre più veloce e più lontano di me.
E fa, in qualche modo, sempre “paura”.

No, non si vive così…