The big C (3) – Congo 1.01 o 1.02

La memoria informatica di WordPress mi dice che avevo cominciato questo post il 23 aprile. Ero in missione da neanche due mesi, forse appena di ritorno da uno dei progetti. E già pensavo di poterc cominciare a mettere in ordini i puntini.
Molte cose me ne hanno distratto, soprattutto me ne ha distratto il fatto che i puntini continuavano ad allungarsi e contorcersi: ad ogni momento, nuovi pezzi parevano aggiungersi a questo puzzle, tutti che paravano essenziali ad una buona comprensione.
Descrivere il Congo (DRC) è forse possibile, vedere il buon lavoro di Van Reybrouk. Ma il Congo è come un quadro pointillista fatto col caleidoscopio: quel che si descrive, quel che si crede di vedere cambia con la distanza alla quale ci si pone, con la prospettiva (come di fronte ad un quadro pointillista), ma cambia altresì constantemente, con ogni “folata di vento” che scombussola i pezzetti di vetro. Ad ogni istante il contesto evolve e le descrizioni, o semplicemente le prospettive, che avevamo adottato ieri non sono più necessariamente le più corrette (per vedere, per poter interpretare l’immagine dinnanzi a noi non occorre forse saper trovare il giusto punto di vista? Non solo come profondità e perspettiva, ma proprio come angolazione?)

Ogni momento che mi inoltravo di più in questa selva, perdevo la capacità di guardarmi indietro e ricollegare fra loro le molliche di pane.
Non che ora creda di poterlo fare con maggiore sicurezza. Ma perlomeno vorrei finalmente provare a segnare qualche punto sulla rotta. Ogni selezione sarà inevitabilmente parziale e soggettiva.
Vedrà il lettore un’apparente contraddizione in quell’incipit di sei mesi fa che lascio qui comunque intatto. Contraddizione che mi pare invero solo apparente: descrivere è un conto, comprendere è affare completamente differente.

Comprendere, ergo spiegare, il Congo (DRC) è forse impossibile.
È troppo, tutto è troppo: troppo vasto, troppi interessi, troppi attori, troppi gruppi armati… Come spiegava l’attachée di un importante ambasciata: “il Congo non è una crisi, è molte crisi che si mangiano l’un l’altra”. Eppure, senza un minimo di analsi, di comprensione del contesto, ogni azione è impossibile.

Ma quali chiavi di lettura provare ad adottare per cercare di comprendre? Quali lenti ci permettono di vedere i puntini colorati, di selezionarli e di darvi un senso?
Ne metterò di seguito qualcuno che ho potuto osservare in questi mesi, ben sapendo che nessun in sé è sufficiente e tutti restano comunque parziali.
L’elenco è in ordine sparso.

Le risorse e chi le gestisce: sappiamo tutti che il Congo è enormemente ricco di minerali, minerali ai quali tutti aspirano. Minerali che vengono estratti perlopiù in piccole mine artigianali (pochi metri di diametro, o magari parecchie decine di tunnel scavati sottosuolo) da cooperative più o meno regolate o da “imprenditori” individuali che si lanciano nell’impresa come unica attività economica informale possibile. Le miniere fanno gola a tutti: ai gruppi armati, alle forze armate, ai paesi esteri. E la value chain di questi minerali è spesso misteriosa, fantasiosa. Il gruppo L magari si occupa dell’estrazione, dopo aver sottratto il controllo del sito al gruppo H (col quale si prende a fucilate ogni notte), ma poi rivende quegli stessi minerali allo stesso gruppo H. Salvo che questo è poi tassato per strada dal gruppo C (alleato di L) o dalle stesse forze armate (FARDC). In qualche modo poi questi minerali arrivano generalmente in Uganda o Rwanda, dai quali transitano verso i paesi del golfo (oro) o Cina. Intanto, mentre le imprese di USA, Canada o Australia si tengono per lo più alla larga dal business per paura della sanzioni e della corruzione, i paesi “occidentali” finanziano studi tecnici per permettere al governo di sapere esattametne cosa c’è nel sottosuolo (la purezza dei minerali) e progetti di tracciailità “conflict free” dei siti minieri.

Le questioni etniche. Oddio, che tema. Pensavo riassumere in tre parole l’aspetto economico fosse difficile, ma qui… Forse l’unico modo per spiegare la complessità della composizione etnica del Congo è ripensare all’immagine del muro del Museo Nazionale a Kinshasa, dove un lungo e variopinto murales elenca tutti i gruppi del paese – per una decina di metri. Solo pensando all’Ituri ne troviamo svariati: Alur, Lendu, Hema per citare i principali e senza contare gruppi minori come gli Nyali, Bira, Banyabwsha (hutu ruandesi), i Pigmei, Nande… e sicuramente ne ho dimenticati.
Le amicizie ed alleanze sono frastagliate e variabili, ma due cose sono certe: tutti odiano (o si attaccano contro) i Pigmei; tutti odiano i Banyabwsha. Gli Alur sarebbero il gruppo numericamente dominante, ma a mia conoscenza se ne stanno piuttosto “tranquilli” senza essere troppo coinvolti nei conflitti etnici; gli Hema di fatto dominano la politica e il commercio provinciali; da parte loro, i Lendu si considerano discriminati da questa dominanza Hema (che, ovviamente, tra origine dalle dinamiche coloniali). Questa è ovviamente una super-iper-extra semplificazione di un contesto che richiederebbe un libro, non lo spazio di un blog.

Le infrastrutture. La mia cartografia preferita del Congo? Una mappa nella quale solo evidenziate le strade sfaltate: in pratica, poche centinaia di kilometri, soprattutto i centri cittadini (ma neanche tutti – compreso a Kinsahsa o Goma) e la strada che da Kinshasa porta al porto di Matadi (in sostituzione della ferrovia di memoria coloniale). Per l’export, ovviamente. Il resto sono strade in terra battuta, flagellate da buche enormi e che si trasformano in un pantano terribile alle prime piogge. Dove lavoriamo, in Ituri, sono mesi (se non anni) che chiediamo di risistemare una strada, ovvero spianarla un pò. Al contempo, pure l’ “autostrada” RN27 che porta in Uganda è sterrata (ma ora l’Uganda ha promesso di asfaltarla).
L’altra infrastruttura, forse la più simbolica del Congo, sono gli aeroporti: ogni provincia ne ha svariati – in genere uno “nazionale” o “internazionale” (anche se i voli internazionali sono pochi) nella capitale provinciale e poi tante piste in terra battuta utlizzate dalle agenzie internazionali per arrivare là dove altrimenti sarebbe impossibile. In Ituri, un tragitto di 160km (Bunia – Mahagi) lungo l’ “autostrada” RN27 è fatto piuttosto in aereo: per strada richiederebbe forse 8 ore, con troppi rischi di incrociare i gruppi armati. Aereo, ovviamente, per chi può permetterselo. Tutti gli altri, correranno i rischi del caso…

Le forze armate. “Il principale gruppo armato di questo paese sono le FARDC” dice il capo. E no: non intende in termini numerici – per “gruppo armato” intende piuttosto tutti i gruppetti di banditi o affiliati ad un certo gruppo etnico che infestano l’est del paese. Le FARDC non si distinguono poi troppo da questi gruppi: predazione economica e barriere illegali – check; violazioni dei diritti umnai e del diritto umanitario – check; mancanza di comando e formazione – check (forse persino più di certi gruppi irregolari); furto e predazione dome mezzi di sussistenza – check; corruzione a tutti i livelli – check. Un rappporto parlamentare sull’état de siège in vigore da quattro mesi in Ituri e Nord Kivu parla di un budget militare di 54 milioni su … richiesti, di cui il 68% speso a Kinshasa. Il tutto mentre, mi dicono, i soldati in Ituri non sono pagati da 4 mesi. Che ve lo dico a fare?
Ovviamente quando si parla di FARDC non si può non parlare dell’altro “esercito” presente in Congo: la missione ONU MONUSCO. “Chien et chat” dicono qui, tanto sono buoni i rapporti fra i due. La MONUSCO è, almeno in teoria, efficiente ed efficace, ma spesso troppo poco coinvolta per assicurare un vero impatto aldilà di sporadici interventi. E comunque la comunicazione fra i due è talmente difficoltosa che la coordinazione è spesso inesistente. E la popolazione tendenzialmente detesta la MONUSCO.

Le epidemie (merda, sì: lavoro ancora per un’organizzazione medica). Copertura vaccinale ufficiale: 120% o più. Ufficiosa: 70%, se va bene. Reale? Diciamo sul 40%.
Morbillo, meningite, peste (la prossima campagna turistica? Venite in Ituri, abbiamo pure la peste!), febbre gialla. Senza dimenticare l’ebola.
E ce ne stupiamo? Le strutture sanitarie sono regolarmente saccheggiate di farmaci e ogni equipaggiamento che possa essere rivenduto (pannelli solari, frigoriferi..), i villaggi in mezzo alla giungla sono pressoché irrangiugibili e approvisionati in bicicletta, spesso senza alcuna sensibilizzazione delle madri i cui figli si vorrebbe vaccinare. Il tutto senza dimenticare la corruzione endemica, incluso in certe agenzie internazionali…

Le dinamiche regionali: paralare dell’est della RDC senza parlare dei suoi vicini sarebbe chiaramente un esercizio pressoché inutile. Uganda e Ruanda primi fra tutti, ma i traffici e le tensioni si estendono a nord verso il Sud Sudan (incursioni regolari in Ituri e Haut-Uele), Repubblica Centrafricana e ovviamente a sud con l’Angola.
Ho già parlato di come nei primi anni 2000 Uganda e Ruanda abbiano occupato e saccheggiato gran parte dell’est del paese, arrivando fino a Kisangnai e lasciando un pessimo ricordo nella popolazione. Da allora qualche passo diplomatico è stato fatto per riavvicinare questi tre paesi, soprattutto durante la presidenza di Tshishekedi: si sono sviluppati accordi di cooperazione commerciale (raffinazione dei metalli – soprattutto l’oro); di cooperazione militare (truppe ugandesi per affrontare gli ADF – un gruppo sedicente affiliato all’ISIS), tutto favorito dall’evoluzione dei rapporti internazionali (la Francia che comincia a mettersi in migliori rapporti col Ruanda). Ma le evoluzioni sono fragili, volatili, un pezzo di danza (come quasi tutto in Congo): un passo avanti, uno indietro, due di lato, di nuovo uno indietro – poche settimane dopo la discussione di accordi commerciali, ecco un’incursione delle truppe ruandesi e schermaglie con le FARDC; poco dopo, ecco il capo di stato maggiore delle FARDC volare in Ruanda per accordarsi sulla cooperazione militare… e via così.

Basta, fermiamoci qui. Questo post probabilmente non dice nulla, ma lo pubblico così. Se mai avrò il tempo, scriverò qualcosa di più puntuale su questo Congo…

The big C (5) – Sulla canna del fucile

Alla fine sono andato a Kinshasa. L’avevo detto e promesso a tutti e a me stesso dal primo giorno della mia missione: andrò a Kin. Ancora non sapevo esattamente a fare cosa.
L’ho organizzato, rinviato, posticipato, cancellato, improvvisato, negoziato… alla fine sono andato a Kin.
E, no, non vi sono atterrato ubriaco – il volo UNHAS (United Nations Humanitarian Air Service) che fa la spola fra l’est e la capitale non offre alcool. Avrei dovuto portarmelo io stesso (in effetti sul volo di ritorno alle 6:00 del mattino mi hanno chiesto di dimostrare che sulla borraccia avessi veramente acqua…).

Mi avevano detto tante cose di Kin (come simpaticamente qui chiamano la capitale): mi avevano detto del caldo, del traffico che tiene bloccati per ore… Non mi avevano detto, ma era praticamente sottointeso, che è un mondo a parte rispetto all’est. A Kin, praticamente, il mondo del conflitto e della crisi umanitaira non si vede, né si sente. Devi venire tu da Goma o da Bunia direttamente, averlo fresco davanti agli occhi per poterlo raccontare. Souvenirs de l’est de la RDC.
Non può stupire che il governo non sappia esattamente cosa fa, o cosa dovrebbe fare. Immaginate di dover governare la campagna ucraina da Londra e ne avrete una vaga prospettiva. Ah, ovviamente aggiungeteci il conflitto.

Kin è a tutti gli effetti una megalopoli (qualcuno dice 10 milioni di abitanti, qualcuno dice 17 mln), afflitta dall’afa e dal caldo. Una megalopoli dove poter tenere uno stile di vita di livello veramente alto. Una megalopoli carissima dove palazzoni ipermoderni e lussuosi quartieri di ambasciate di alternano a stradine sterrante con buche enormi.
Una megalopoli col traffico di tutte le megalopoli, ma nulla che mi abbia sconvolto onestamente: due ore e mezza per arrivare all’appartamento dall’aeroporto, ma a parte questo traffico “intenso ma scorrevole”, quasi nessun momento completamente inchiodati.

Una megalopoli con una vista mozzafiato sul fiume Congo, alle sue ultime rapide che ne bloccano la navigazione fino a Matadi e obbligano ad un trasbordo deller mercanzie sui camion fino all’ultimo porto che le condurrà aldilà dei mari.
Una megalopoli con tutti gli uffici di rappresentanza del caso: dalle ambasciate alle imprese internazionali, passando per tutte le organizzazioni ONU.

Mi avevano detto di approfittare del mio tempo a Kin, di provare a godere di quel che la città può offrire. Non sapevo cosa volesse dire, quindi sono andato per improvvisazione.
La sera qualche bar. Tanti ristoranti con cucine da quasi tutto il mondo (portoghese sì, d’altronde l’Angola è a un passo… vietnamita no). Shopping mall (Shoprite, per chi sa cosa voglia dire). Ok, una megalopoli…
Un giorno ad un mercatino artistico (qualche bel quadro di artisti congolesi), l’Academie des Beaux Arts (fra un realismo piuttosto di bassa lega, almeno a mio gusto, e qualche innovazione veramente interessante) e l’Institut Français (mostra di artigianato congolese globalizzato, belle idee). Un giorno mi son concesso il Musée National (non male la collezione, anche se a mio gusto avrebbe bisogno di più d’ordine; molto bello l’edificio) e, appunto, una birra sul lungofiume.
La vista è effettivamente qualcosa di stupendo, un paesaggio che invita a sedersi e goderne per alcune ore con una birra ghiacciata e un pesce cotto al cartoccio di foglie di banano (il rischio di qualche parassita o di un’intossicazione alimentare? Certo, ma era oggettivamente troppo invitante). Poi il sole comincia a tramontare, i riflessi sulle rapide credano un vero spettacolo. Chiedo all’autista di fermarsi per prendere qualche foto.
Un soldato congolese mi vede – dinnanzi a noi la frontiera con l’altro Congo, Brazzaville. Mi ordina di alzare le mani, fucile puntato dritto su di me. Mi requisisce il telefono e ordina all’autista di scendere. Comincia una lunga spiegazione nervosa fra il francese e il lingala sul fatto che le foto in quel luogo siano vietate (“frontière” – occorre riconoscere un tocco d’ironia). Di quel che dice capisco poco, ma quanto basta. Annuisco e mi scuso. Annuisco e mi scuso.
Paura? No, non davvero. So che devo restare tranquillo e andrà bene. So che se faccio come dice lui difficilmente avrà voglia di sparare. Un pò è incazzato (zelo?), un pò pare ebbro. Lo lascio parlare, ascolto, annuisco e mi scuso senza fare gesti o parole brusche. Il suo superiore (non conosco i gradi… dovrò studiarli) per fortuna è assai pacato, mi dice di non preoccuparmi, conosce l’ONG per cui lavoro, e lo calma. Tengo le mani alzate. Mi restituisce il telefono e cancello le foto davanti a lui.
Paura? No, non davvero. Ma ho passato le tre ore successive a ridiscutere con l’autista quel che è appena successto con una risata nervosa.

Quando stiamo finalmente per andarcene il soldato prova a chiedermi di pagarli un caffè. Sarei tentato di farlo, per andare sul tranquillo, ma so che non posso. Mi scuso, il superiore ancora una volta capisce tutto e ci fa cenno di andare. Saliamo in macchina, l’autista mette in moto, io mi giro e vedo il superiore consegnare qualche migliaio di franchi congolesi (forse neppure un dollaro) al soldato che ci ha fermati.
Forse la scena che mi ha più toccato.
Ha pagato lui la mia “mazzetta” al suo sottoposto.

Sì, ho davvero approfittato del mio tempo a Kin.
La prossima volta comunque atterro ubriaco.

Humanitarians: Evacuated

In uno sprazzo di illucidità, continuiamo a recuperare vecchi post rimasti allo stadio di bozze.

Le prime ore dopo l’allerta sono la tensione nel mezzo della tempesta, lo zaino per evacuazione d’emergenza preparato in pochi minuti, la decisione su cosa salvare e cosa lasciare forse per sempre presa nel minor tempo possibile.
La notte è un sonno incerto, dormire vestiti coi nervi allerta, il telefono accanto al letto, pronti ad uscire di casa al minimo segno.
Il giorno successivo è confuso fra la tensione, la stanchezza, l’attesa di informazioni. Il giorno passa via senza un attimo di calma e senza grandi eventi. Solo un mix fiaccante di tensione, incertezza e stanchezza che si protrae dalle prime ore di luce sino alla notte.

Il vulcano Nyriagongo, a pochi kilometri a nord di Goma, si è risvegliato. Puntuale come un orologio (una volta ogni 20 anni). La notte è un colore rosso come d’incendio che colora l’orizzonte. Spettacolo di una bellezza incredibile, tanto incredibile che sul momento non ci rendiamo affatto conto del pericolo.
Ma, notte e giorno, la terra trema. Gli edifici in centro città danno i primi segni di cedimento, alcuni crollano. Una colata di lava avanza verso l’aeroporto, minaccia di rendere inutilizzabile la pista. Aeroporto chiuso. Scosse telluriche e colate sottorranee. Il problema è reale, è lì: attorno a noi, sotto di noi.

Il lunedì comincia la corsa, l’evacuazione. Poche ore di preparazione per fare la valigia, poi lunghe ore di attesa perse fra la burocrazia alla frontiera col Ruanda, infine alcuni kilometri fino all’albergo. Siamo a meno di 20km dalla frontiera, pochi più dal vulcano. Quale logica può dirci “al sicuro”?
Martedì continua la corsa, lungo trasferimento in macchina verso Kigali. Osserviamo il paesaggio delle “mille colline”, appreziamo le strade asfaltate e restiamo colpiti dall’organizzazione, dall’ordine del paese: i poliziotti ben equipaggiati, professionali, gli autovelox disposti lungo la strada – tanto differente dal “caos” del vicino Congo. Arriviamo a tarda notte a Kigali. Una cena presa prima dello scattare del coprifuoco e per la prima volta la sensazione di essere veramente “fuori pericolo”. Una sensazione illusoria. Il lago davanti Goma è pieno di gas, lettaralmente una bomba: dovesse esplodere, si stima la nube tossica uciderebbe qualsiasi cosa nel raggio di 100km, quindi compresa Kigali?
Al contempo l’accompagna una certa apprensione che continua a non lasciarci, sappiamo che non è finita: più di metà del team è ancora a Goma. Partiranno domani. C’è tutto da organizzare.

Mercoledì ancora corsa, ma di diverso tipo: corriamo per Kigali cercando di mettere mettere in piedi alcuni elementi essenziali per continuare ad essere operativi e per supportare il resto del team che ci deve raggiungere. Si apre una caccia alle carte SIM, che si rivela complicatissima, estremamente burocratica e ci porta via un sacco di tempo per magri risulati, poi quella agli alloggi. Una casa per 15 persone o più, senza sapere per quanto tempo ci fermeremo in Ruanda, con in più metà del mondo umanitario che è evacuato assieme a noi; un albergo per la notte per il resto del team che partirà domani. Ricerche on-line con scadenze brevissime, contatti telefonici frenetici, tanta immaginazione, poca guidance. Improvvisare, adattarsi, portare a casa il risultato.
Qualcosa combiniamo. La piacevole sensazione di rendersi utili, nonostante tutto.

Giovedì finalmente in resto dell’equipe lascia Goma. Arriveranno a Kigali domani. Constante contatto radio. Continuiamo a ri-organizzarci.
Bello rivedere tutti, per quanto esausti.

Iniziano tre settimane strane, sospese in una realtà d’emergenza ma in un contesto troppo tranquillo, troppo differente da quello a cui siamo abituati a Goma, alle urgenze senza fine del Congo. Eppure è un’improvvisazione continua: oggi advocacy manager, domani responsabile logistica, dopodomani chissà…
Tutti noi ci troviamo a coprire ruoli diversi, svolgere funzioni che non avremmo immaginato prima: controllare che le macchine abbiano il pieno, negoziare contratti, verificare che tutti siano rientrati in albergo prima del coprifuoco. E al tempo stesso, continuiamo col lavoro di sempre: restare in contatto coi donatori, con le altre ONG in Ituri. Fare qualcosa, fare tutto.

Col senno di poi, faccio persino fatica a dire cosa ho fatto in quelle settimane. Fare tutto, fare nulla.

Poi, dopo circa tre settimane passate fra un relativo agio ed uno spaesamento completo, la decisione di tornare. La situazione pare sufficientemente calma.
Ripartiamo, riattraversiamo le mille colline, in direzione opposta. Ripassiamo la frontiera, questa volta con una sensazione di tornare “a casa”. Di tornare ad una routine, di rimettersi nel flusso “normale” delle cose.
In stile molto congolese, Goma ci accoglie con una nuova attrazione: in queste settimane, hanno costruito un vulcano in miniatura al centro di una rotonda – qualcuno ha pensato di realizzarvi al suo interno fumo e fiamme.
Il vulcano di cartapesta brucia, quello reale ha smesso.

The big C (4) – A Tale of Two Cities

Che la guerra possa fare bene all’economia è una verità relativamente accettata, in certe circostanze persino un truismo, almeno per gli addetti ai lavori.
Basta entrare in un bar frequentato dagli occidentali in un qualsiasi paese flagellato dai conflitti per rendersene conto: il costo di un gin tonic potrebbe facilmente gareggiare coi prezzi di Londra.
Eppure questa verità pare difficile da accettare, difficile da assimilare e digerire.

Un piccolo case study al riguardo potrebbe forse essere d’aiuto: a tale of two cities, Goma e Kisangani.
Kisangani (Stanleyville) è stata per decenni uno dei principali snodi del Congo: probabilmente il suo porto fluviale più importante, quasi perfettamente a metà strada fra l’est e l’ovest, al limite estremo del Congo navigabile, ben accessibile dall’Uganda (quindi Kenya e dai suoi porti nell’Oceano Indiano) e da Kinshasa (quindi dalle tratte sull’Atlantico), circondata da miniere d’oro e diamanti… insomma, una delle città più ricche del Congo (secondo alcuni, a momenti, del mondo).
Goma dal canto suo non ha goduto di particolare ricchezze (salvo una terra incredibilmente fertile) o notorietà globale – questo almeno fino all’arrivo dei rifuguati ruandesi nel 1994, allo scandalo umanitario che ne seguì e agli attacchi ruandesi del 1996 coi successivi conflitti…. conflitti, che guarda caso, si sono estesi proprio fino a Kisangani (la “Battaglia dei Sei Giorni” fra forze Ugandesi e Ruandesi nel 2000 che ha lasciato parecchi segni, fisici e psicologici ancora vivi nella città). Con queste crisi, sono arrivati contingenti ONU e contingenti umanitari di ogni genere. Così oggi Goma è la città probabilmente più vivibile di tutto il Congo. Di certo quella con le strade meglio asfaltate, anche meglio di Kinshasa.
Oggi le strade che un tempo legavano Kisangani all’est del paese (Goma, Bunia, Bukavo), all’Uganda, al (Sud) Sudan e alla Repubblica Centraficana sono in uno stato misero – accettabile a tratti, ma misero. L’asfalto copre a mala pena il centro cittadino. Oggi la fine dei conflitti che per tutti gli anni ’90 e 2000 hanno coinvolto Uganda e Ruanda attorno alle miniere di Kisangani ha portato con sé la fine di tutta le presenza di attori internazionali – tutti spostatisi a Goma. A Kisangani restano probabilmente 5 agenzie, contro le decine presenti ora a Goma.
Insomma, Kisangani ha perso il ruolo centrale che ha avuto per decenni. Forse non è un caso che, nonostante tutto, alcuni -almeno fra i più anziani- rimpiangano i tempi di Mobuto.

Con il nostro capo progetto qui ci stavamo domandando se questa “città in declino” abbia una via di salvezza: fino al 2018 Kisangani aveva l’onore di essere una delle poche città congolesi con un collegamento aereo diretto dall’estero (da Addis, l’altra è Kinshasa). Oggi, neanche a dirlo, questo privilegio spetta a Goma. “Forse con un nouvo conflitto”, ci siamo risposti a malincuore.
Anche i collegamenti aerei interni sembrano ridotti all’osso: quando veniamo qui al progetto, non sappiamo mai con certezza quando potremmo ripartire.
Un nuovo conflitto, o un’epidemia che dilani la provincia della Tshopo potrebbe forse rappresentare la salvezza per questa città: rimetterla al centro di una qualche cartografia economica (quella umanitaria), riportare il flusso di contante a rivitalizzare la sua economia… affitti per occidentali, assunzioni di autisti, meccanici, donne delle pulizie, ingegneri o esperti di sicurezza, esperti d’igiene o dottori, aprire bar e caffé, ristoranti e supermercati con prodotti d’importazione.
Forse.

Al contempo, le risorse qui non mancherebbero: il porto fluviale, la rapide sul fiume Tshopo e la relativa centrale idroelettrica (ebbene sì), le miniere ancora attive, un’industria tessile che mi dicono essere di grande qualità, un’università (della quale non posso giudicare il livello educativo). I cinesi stanno costruendo un aeroporto nuovissimo e lucente… per quali ragioni?

Ps: ho lasciato questo blog a lungo in stand-by: il lavoro e urgenze infinite me ne hanno tenuto distante più di quanto avrei voluto, al punto spesso da farmi domandare se avesse senso continuare a consderarlo “vivo”. Non so se o quale futuro avrà ancora, certo mi sto rendendo conto di quanto si possa arrivare esausti (in molti sensi) dinnanzi alla tastiera

Humanitarians: andar per fields

The field“. Forse nessun’altra espressione nel jargon umanitario è tanto diffusa, tanto vaga nel contenuto, ed oggi tanto dibattuta.
Vado in visita al field” dice uno, “Buon field“, risponde l’altro. Andar per campi.
Personalmente, sto cercando di smettere.

Strawberry fields forever.
Ma cos’è veramente il “field“, cos’è questo fantomatico “campo” in cui andare? E ci si va forse a raccogliere margherite? E quello che si raccoglie nel “field”, si mangia?
Forse sì, ma solo in senso figurativo. Almeno per noi operatori umanitari – per i beneficiari, forse la metafora tracima nella realtà più di quanto piacerebbe immaginare.
Per qualcuno all’ufficio di Londra, Parigi, Ginevra o New York il “field” è Kinshasa, Abuja. Per qualcuno a Kinshasa, il “field” è Goma (che pure è una città di un milione e mezzo di abitanti, con ristoranti internazionali e parecchi comfort). Per qualcuno a Goma, il “field” è Bunia, capitale della provincia dell’Ituri. Per qualcuno a Bunia, il “field” è la base nel distretto di Boga. Per qualcuno alla base di Boga, il “field” sono le decine di paesi senza nome a noi riportato (o, meglio: il cui nome non ci prendiamo troppo la briga di ricordare, è il field, baby) in cui i team medici si recano quotidianamente.
Il “field” è sempre un altrove, un qualche altro posto lontanto. Sempre più distante dalla comodità, sempre più vicino ai rischi e ai “beneficiari” dell’azione umanitaria (altro termine sul quale dovremmo aprire una riflessione?).

Il termine, dicono, deriva dalla tradizione accademica, specialmente antropologica / entografica, abituate a fare ricerca “sul campo”.
Field of study. Field of dreams.

Il “field” è la bottiglia di birra calda perché il frigo è rotto. E’ la connessione internet a volte schifosa, a volte spaziale. E’ le strade sterrate che diventano impraticabili con le pioggie.
Il “field” è quel tempo e spazio prima di un ritorno a “casa”. La “casa” con tutte le sue comodità. Ma che senso hanno queste distinzioni in un’epoca in cui tanti colleghi vengono da posti non poi così dissimili dal “field”?

Come ben conclude l’autrice dell’articolo citato all’inizio, alla fine il “field” è niente altro che: “the linguistic expression of othering still found in the aid world, to replace a term that renders the majority of the world nameless, with a name” – un modo per rimpiazzare con un termine che rende senza nome dei luoghi che invece un nome ce l’hanno.
Il “field” è il nome (ancora) politicamente corretto del cuore di tenebra, è l’etichetta di tutti gli spazi senza nome. È quel nostro residuo di colonialismo.

Come disse anni fa una persona intelligente: “you’re not entering a field, you’re entering somebody’s reality” – entri nella realtà di qualcuno, nel suo quotidiano. Entri nella vita di una persona.
Il “field” è passare da un posto in cui puoi avere accesso ad un bar elegante, ad una spa, ad uno in cui ti devi fare la doccia perennemente fredda. E’ passare da un posto in cui ti puoi fare la doccia fredda ad uno in cui ti tiri secchiate d’acqua in testa. E’ passare da un posto in cui ti tiri secchiate d’acqua in testa al non lavarsi per giorni. Anche questo è il “field”. Anche questa è la realtà di qualcuno in cui ci si immerge.
Allora, prima di cercare di modificarle, diamo un nome, diamo una forma a queste realtà. Forse è il primo passo per cercare di capirle, per dargli un senso.

Recensione 65: “The Sorrow of War”

Sto per commettere un delitto.
Sto per cominciare la recensione di un’opera prima di averla finita.
E sto per dirvi che mi è piaciuta, molto, e che la raccomando enormemente.

Ecco, commesso il delitto. Arrivato appena a pagina 55 di 240.

Questo libro è “The Sorrow of War” dello scrittore vietnamita Bảo Ninh.
Anche questo libro è stato oggetto di lunghe ricerche (piu’ confuse, sebbene fortunatamente meno lunghe che per Remarque – curioso notare che questo libro sia stato accostato proprio al testo piu’ celebre dell’autore tedesco). Anche questo, consigliatomi da un prof al SOAS. Come si capisce se un docente è bravo? Dai libri non accademici che consiglia.

The Sorrow of War” offre una narrazione della Guerra del Vietnam dalla prospettiva dei soldati nord-vietnamiti, e già questo basterebbe a renderlo un libro di interesse. Ma il libro non si ferma qui, va oltre: va a scavare nel post-conflitto, a rappresentare aldilà di tutta l’agiografia e la propaganda del conflitto, il protrarsi delle sofferenze, dei traumi.
In un colpo solo, Bao Ninh riesce a scalfire sia l’immagine che l’occidente si era fatto dei nemici “charlie – musi gialli“, sia quella che il Vietnam aveva costruito di sé stesso. Immagini parimenti false e romanticizzate. Superfluo dire che la cosa ha creato qualche malumore.

Se dovessimo recensirlo per slogan, potremmo dire che “The Sorrow of War” è una via di mezzo fra un “Nato il Quattro Luglio” in stile nord-vietnamita e “Platoon” visto dagli occhi di “charlie“.

Bao Ninh guida il suo protagonista in un flusso di flashbacks fra il periodo ante-guerra, gli episodi del conflitto e il lungo, confuso post-conflitto. Questo flusso apparentemente concitato, dai contrasti aspri offre una buona rappresentazione tanto degli orrori della guerra, quanto degli orrori del post-guerra, delle difficoltà dei veterani a ri-adattarsi a quella che banalmente chiamiamo “normalità”.
Soprattutto i ricordi degli scontri e delle violenze della guerra appaiono particolarmente meritevoli. Pur senza risparmiare orrori, Bao Ninh riesce a presentarli senza scadere nella volgarità (merito, occorre dirlo, anche della traduzione). Notevole la scena dell’aeroporto dopo la caduta di Saigon, con un soldato che dorme accanto al cadavere di una donna nuda (presumibilmente violentata dai suoi compagni), uno che ne getta il cadavere con osceno sprezzo ed un terzo che vorrebbe sparare agli altri due. In realtà, pare dirci il racconto di Ninh, sono la stessa persona.
Ma tutti i passaggi relativi alla vita successiva al conflitto non sono da meno: senza avere forse la stessa forza immaginativa di quelli di guerra, rendono bene il complicato, disordinato, intreccio di noia, perdita di senso, disperazione, paura, angoscia, speranza, che il ritorno alla vita civile comporta. Anzi, in fondo è proprio questo l’aspetto che ho maggiormente apprezzato del libro, un tema non facile e spesso sottovalutato.

The Sorrow of War” non ha forse la profondità filosofica di Camus, o l’epica e il ritmo di Hemingway (o forse semplicemente non sono in grado di apprezzarli io, in questo continuo flusso di coscienza del testo). Nondimeno, non riesco a togliermi dalla mente l’idea che sia probabilmente il libro migliore che ho letto da un po’ di tempo.
In effetti, il continuo accavallarsi e sovrapporsi di episodi diversi forse sacrifica un po’ la leggibilità, ma svolge bene il compito di rendere lo stato d’animo agitato del protagonista, soprattutto nella sua ricerca di un passato “intatto” cui aggrapparsi.
Pur senza un’apparente epica, certi passaggi raggiungono poi picchi di intensità narrativa travolgenti, di una sofferenza viva, toccante, quasi difficili da assorbire.

Arrivo alle ultime pagine e non posso che, semplicemente, confermare il giudizio che già le prime mi suscitavano: un tema difficile e sgradevole, uno stile a volte impegnativo, ma “The Sorrow of War” è un libro che merita decisamente di essere letto. Probabilmente il migliore che ho letto da un po’.

The big C (2)

Tardo pomeriggio, Goma. Sono seduto alla terrazza affacciata sul lago Kivu della mia stanza di isolamento dopo l’arrivo.
Sono in Congo da tre giorni appena. O già tre giorni, dipende dal conto che uno vuole tenere.
Il giardino di sotto risplende smeraldo, le piante di buganvillea dipingono il paesaggio con macchie viola, arancioni, rosa che sembrano tratti di un quadro impressionista. Dinnanzi a me il lago Kivu si mostra per la prima volta libero da nuvole, c’è finalmente un pò di sole e in lontananza si vedono le isole. Il sole alle mie spalle colpisce per gli ultimi attimi in questo giorno le acque del lago. I riflessi brillano sulla superficie. Dei bambini ripetono ritornelli canticchiando.

Potrei prendere una birra e non sarebbe difficile pretendere di essere in un paradiso per vacanze. Chissà, magari ai tempi del Congo Belga lo era.

Eppure di fronte a questo spettacolo non riesco a togliermi di mente un fastidioso pensiero che rovina l’idillio. Ma deve farlo, deve farlo per forza. Un pensiero fastidioso, sgradevole come la puzza di vomito in una stanza all’apparenza limpida. Come una carogna nascosta e dimenticata in un angolo che continui a immondarel’aria.
Leggo i vari reports preparati dai colleghi negli ultimi mesi: parlano di morti, di violenze, di stupri, di persone costrette a fuggire, di giovani che stanno impazzendo e famiglie che fanno un solo pasto al giorno.
La fredda elencazione dei numeri rende tutto così distante.

So perfettamente di non essere in vacanza, nonostante il paesaggio rilassante e quasi idilliaco, nonostante la calma tutto intorno.
Eppure questa situazione crea un contrasto assurdo, quasi inspiegabile, con quello che sto leggendo e che occuperà le mie giornate per i prossimi mesi. Non che non vi creda, anzi!
Ma la mente quasi si rifiuta di far coesistere nella stessa realtà questa atmosfera di pace e bellezza con le atrocità riportate nelle analisi interne. Si rifiuta di darvi realtà, concretezza. Si rifiuta di credere queste due realtà possano coesistere: quella del lago che risplende sotto l’ultimo sole davanti a me e quella della fame che stringe lo stomaco e delle ferite sanguinanti.
Non potrei avere invece una cupa giornata di pioggia? Un giorno senza sole con scrosci ininterrotti e cupi rumori di tuono ad agitare il paesaggio?

Eppure queste realtà coesistono.
La base della MONUSCO -la missione militare delle Nazioni Unite in Congo- è a poche centinaia di metri in linea d’aria da qui. Lì dentro qualche soldato sta pulendo il fucile prima di uscire in pattuglia. E il sole splende sul lago Kivu.
Oltre il confine della città probabilmente un camionista viene fatto scendere ad un posto di blocco, delle forze armate o di un qualsiasi gruppo ribelle, costretto a pagare una mazzetta e ben malmenato. E il sole splende sulle canne dei kalashnikov, si riflette sugli schizzi di sangue.
A qualche chilometro da me probabilmente una ragazzina viene violentata da un uomo non ancora uomo reclutato in uno qualsiasi dei vari gruppi armati che affollano la regione. E il sole splende sul loro villaggio.
Pare di vivere in dissociazione, pare una schizofrenia: una schizofrenia che affligge tutto il paese e, di conseguenza, che dovrà affliggere anche me che mi ci sono immerso.

Queste realtà coesistono. Non posso dimenticarmi delle violenze mentre guardo estasiato il lago Kivu, mentre mi godo il tepore del sole nel pomeriggio.
Devo spingere la mia mente laggiù, fra le colline, e ricordarmi -tenere ben presente alla coscienza- che le violenze stanno avendo luogo. Non posso concedermi di dimenticarlo. Non sono qui in vacanza, per esplorare il parco Virunga, né per fare affari con qualche miniera artigianale. Sono qui per cercare di mettere una pezza su quelle violenze. Come posso farlo se non le ho chiare in testa?
Eppure la mia mente combatte.
E’ ovvio che lo faccia, deve farlo. Così come deve afferrare quella realtà, la deve anche respingere.
Non dipende neppure dal sole, né dalla vista bucolica: la mia mente sa di dover cacciare quelle immagini in qualche angolo dove non possa raggiungerle. Solo un “pazzo” va a cercare di avere davanti a sé l’orrore. Non riuscire a staccare da tutto quello è il modo più rapido per andare fuori di testa. La mia mente questo lo sa, sa benissimo che devo godere di questa situazione pacifica, gradevole, rilassante. Che devo godere della brezza e del sole. Devo raccogliere tutta la bellezza del mondo attorno e farne tesoro, devo immagazzinarla come energia, come un calore dell’anima. Perché verranno i giorni di temporale, di tuoni, lampi, di zampilli di sangue e di canne del fucile.
Abbracciare la dissociazione.
Essere sensibili e insensibili allo stesso tempo. Saper accendere e spegnere le emozioni come l’interruttore della luce. Essere freddi e caldi.
Tracciare una linea, separare le realtà. Ma anche tenerle unite.

E dove tracciarla questa linea?

Non credo lo saprò mai.
E forse è giusto così.

La linea dovrò inventarmela ogni volta, cancellarla e tracciarla di nuovo ogni volta. Adattarmi, disadattarmi, riadattarmi. Un pò, mi sia concesso il paragone, come i veterani di guerra.
E nel tracciare quella linea dovrò avere paura. Sarà sempre una linea minata, oltre la quale potrebbero spalancarsi abissi molteplici dalle forme imprevedibili e terrificanti. Potrò sempre spingermi ad accettare l’inaccettabile o a dimenticarlo.

Wo aber Gefahr ist, wächst das Rettende auch.
– Friedrich Hölderlin

Recensione 64: “La notte di Lisbona”

Avete anche voi un libro “feticcio”? Per molti anni, La notte di Lisbona di Remarque è stato per me esattamente questo (assieme a “Microfisica del potere” di Foucault): in ogni libreria in cui entravo, chiedevo di questo libro, ricevendo puntualmente la medesima risposta: “non lo abbiamo“.
Alla fine era diventato quasi una scusa: se volevo solo curiosare per la libreria e non avevo esattamente intenzione di acquistare qualcosa (pericolo enorme, per me, ogni volta che entro in una libreria), chiedevo ai commessi proprio “La notte di Lisbona“. Conoscevo già la risposta. Sono andato avanti cosi’ per anni.
Ma non ho smesso di cercarlo.
Potete capire che quando, improvvisamente, l’ho trovato disponibile on-line non potevo lasciarmelo scappare.

Non avevo mai letto Remarque prima, neanche il troppo celebre “Niente di nuovo sul fronte occidentale” (salvo alcuni estratti a scuola e uno spezzone del vecchio film) – anzi, proprio tutto il rumore che circonda quel libro me ne ha allontanato. Ma “La notte di Lisbona” era qualcosa di diverso: nessuno parlava di questo libro, nessuno si perdeva in lodi o critiche. Per la critica letteraria quotidiana, Remarque avrebbe potuto scriverlo o non scriverlo e non sarebbe cambiato poi molto.
Che stupidità.

La notte di Lisbona” è, invece, un testo che meriterebbe molta piu’ considerazione. Anche una trasposizione cinematografica (certo, a trovare tre attori in grado di reggere la scena cosi’… e uno sceneggiatore in grado di metterla in piedi senza stravolgere tutto).
Il testo scivola via fra il dialogo tra due rifugiati tedeschi in una notte nella capitale portoghese e le riminiscenze di uno dei due, un flusso narrativo piacevolmente sorprendente, una fluidità che tante volte mi pare si sia persa nella narrativa. In questo romanzo, Remarque riesce poi a rappresentare due grandi temi con una completezza di sfaccettature e una delicatezza notevoli. Dire che ciascuno di noi puo’ immedesimarsi nei protagonisti sarebbe probabilmente esagerato (oltreché, in qualche modo, ingiusto), ma in fondo questa pretesa è forse sempre esagerata. In compenso, leggendo il testo, ciascuno puo’ arrivare a sentire a tratti le angosce e le passioni che muovono i tre protagonisti.
Dico “tre” protagonisi perché, sebbene la maggior parte della narrazione coinvolga solo due fra essi (i due rifugiati che discorrono attraverso tutta la notte di Lisbona), un terzo personaggio occupa la scena, e anzi la marca e dirige forse piu’ degli altri due (un po’ come in “Jules e Jim“).
Un po’ di contesto: Lisbona, notte, 1942. Due rifugiati tedeschi fuggiti dal regime nazista, dopo molti mesi e mille peripezie in Francia si ritrovano al bordo dell’Oceano Atlantico. Uno di essi (il narratore) anela, disperato, un posto sull’ultima nave che salpa per gli Stati Uniti -ultima speranza di sfuggire alle grifie della GESTAPO- l’altro (Schwarz), che un posto sulla nave ce l’ha, vuole invece “tornare indietro”, in Germania ed è pronto a cedere visto e biglietto a patto che il primo ascolti la sua storia. L’affare sembra troppo allettante, specie al culmine della disperazione, e il narratore accetta.
Inizia cosi’ un flash-back, intervallato da alcuni salti al presente, nel quale Schwartz racconta le fortune, peripezie e disgrazie che ha vissuto negli ultimi mesi: da un insperato ricongiungimento con la moglie (rimasta inizialmente in Germania) agli spensierati mesi assieme nella Parigi che si prepara al conflitto, fino alla separazione, l’internamento nei campi di prigionia francesi, l’aggrapparsi disperato al ricordo dell’altro, l’angosciosa fuga alla ricerca di una qualche salvezza e l’assurdo idillo di qualche momento di pace trovato (o creato) in mezzo al caos, alla violenza e allo sconforto simile a quello di una scialuppa persa nell’oceano (ma inseguita dagli squali).

Remarque riesce non solo a farci osservare questo panorama di scene di vita, ma anche -a tratti- a farci immergere in esse. Come accennavo altrove, nelle pagine delle continue fughe, della perdita di ogni sicurezza, di ogni futuro, nella disperazione del non sapere a cosa aggrapparsi, riusciamo a percepire, ad immedesimarci nelle vite di tanti che ancora oggi sono costretti a fuggire, magari col terrore di essere costantemente braccati. Soprattutto questo ho apprezzato nel libro, che scopro cosi’ essere un testo di vivissima attualità, ben oltre quel che si potrebbe immaginare.
Questa è apparentemente la trama principale, quella che unisce i primi due protagonisti e che crea lo sfondo per il resto della narrazione.
Ma ve n’è anche un’altra, quella dell’amore fra gli altri due protagonisti. In questa seconda storia, l’autore riesce anche a darci una sfaccettatura piu’ articolata di sentimenti troppo spesso ridotti a cliches, della loro complessità, dell’ambiguità che magari li impregna (o che di essi ci appare), della nostra difficoltà di comprenderli appieno e dell’importanza che anche i non detti hanno (bellissime, a riguardo, le righe finali sulla nota d’addio di uno dei protagonisti).
Praticamente due romanzi in uno, delicatamente e accuratamente intrecciati, piacevolemente narrati.

Non so se ora andro’ a cercare altri testi di Remarque, di certo so che sono fortemente curioso di vedere una messa in scena di questo libro.

Sebbene in modo sorprendente e totalmente diverso da quanto mi sarei aspettato, dopo tanto cercare, “La notte di Lisbona” e Remarque hanno pienamente soddisfatto le mie aspettative di lettore.

Il flusso del tempo (quel che potremmo aver appreso dalla pandemia)

Personalmente posso ritenermi fortunato rispetto allo svolgimento di questa pandemia di covid-19. Senza dubbio fra i piu’ fortunati.
Intanto, vengo da un paese privilegiato. Fra tutti i miei conoscenti, appena due hanno contratto il covid-19, casualmente nessuno in Italia, e nessuno di essi è morto. Ho continuato sempre a lavorare, salvo qualche breve interruzione. E, nonostante alcuni picchi di stress (dettati, ad esempio, dal fatto di essere bloccati in terre straniere), non ho mai vissuto l’angoscia o l’intensità che ha colpito altre professioni, come quelle mediche.
Insomma, a conti fatti, per me questa pandemia è volata con relativa facilità. E’ passata come un tempo perlopiu’ normale.

E’ su questi due termini che vorrei riflettere: tempo [passaggio del] e normalità.
La pandemia è stata, dichiaratamente, un tempo di crisi.
C’è, per il comune sentire, un insieme di significati intrecciati ed impliciti nel riferimento ad una “crisi”: la crisi è, quasi per definizione, in opposizione alla “normalità”, un momento nel quale tutto cio’ che ordinava le nostre vite viene messo in discussione. Ma, proprio per questa sua opposizione alla normalità, la crisi rappresenta un’eccezione, una parentesi nel tempo e nel sistema.
Implicitamente, nel nostro linguaggio e nella nostra comprensione, la “crisi” è, dunque sempre un “momento”, un attimo nel quale il sistema si sbilancia e viene messo in discussione, ma pur sempre per un momento transitorio (e qui potremmo aprire un’enorme riflessione sociologica sulla stabilità del sistema – uno dei grandi temi dell’analisi di Niklas Luhmann, che -a contrario del mentore Talcott Parsons– riteneva i sistemi sociali non avessero una propria “stabilità”, ma fossero in costante movimento, come una bicicletta, quindi al limite dall’essere sempre in crisi).

Questa pandemia, invece, ci ha mostrato -nel mondo occidentale, per la prima volta per almeno due generazioni- una differente dimensione temporale della crisi: la crisi che perdura.
Ma, dovremmo dire, se un momento perdura non è piu’ un momento, non è piu’ “crisi”: diventa esso stesso, a suo modo, sistema.
La difficoltà a cogliere questa dimensione del rapporto fra eccezione/perdurare ci dovrebbe essere piuttosto evidente ripensando a quei mesi d’estate del 2020, quando in poche settimane siamo passati dalle misure di lockdown veramente rigide ad un generalizzato rilassamento, normativo e psicologico: la “crisi” era finita, il tempo estremo era passato e lentamente tornavamo alla “normalità”. Oggi, ovviamente, vediamo quanto fosse illusoria. Eppure, quei mesi estivi rappresentano in modo emblematico la nostra incapacità di pensare la crisi su tempi lunghi, di pensare che l’eccezionalità potesse durare. Sebbene già relativamente presto all’inizio della pandemia (marzo-aprile 2020) fossimo stati avvisati che questa non sarebbe finita “prima dell’estate 2021”, tutti inconsciamente pensavamo che sarebbe passata entro un orizzonte piu’ breve, piu’ ristretto. Avevamo bisogno di pensare che la normalità sarebbe tornata entro un orizzonte di tempo per noi accettabile: mesi, al massimo.

Forse da questo deriva oggi tanto stupore nel riguardare indietro e pensare “è già passato un anno!”: nessuno avrebbe creduto un anno sarebbe stato possibile.
Invece nostro malgrado abbiamo scoperto, abbiamo vissuto, che la crisi puo’ durare. L’abbiamo vissuto. Questa, mi pare, è stata un po’ una rivelazione, perché l’abbiamo vissuta direttamente.
L’idea che le crisi potessero “durare”, protrarsi a lungo è sempre stata teoricamente presente nelle nostre conoscenze astratte: le protracted crisis sono ormai un concetto affermato in alcune scienze sociali, come in ambito umanitario; ripetiamo ormai da anni che esiste una “crisi migratoria” – e da anni ripetiamo che proprio in conseguenza del suo protrarsi essa non è una “crisi” ma una questione sistemica.
Ma tutto questo non ci ha mai toccato direttamente, non l’abbiamo mai vissuto in prima persona: la “crisi migratoria” è per noi fatta di brevi momenti in cui essa affiora nelle nostre news, la vediamo solo a sprazzi quando ci vengono riportate notizie di barconi affondati, sbarchi e centri “di accoglienza” (sic) sovraffollati. Eppure, per quelle persone (cosi’ come per migliaia e migliaia di rifugiati, in Siria, in Kenya, in Congo, in Nigeria, in Ucraina), l’esperienza della migrazione è una crisi che si protrae per anni. Il ritorno alla “normalità”, il ritorno a casa è per loro un orizzonte lontano, e improbabile. Contro la loro volontà, essi si trovano dunque a vivere un lungo periodo di “dissociazione” (termine atecnico), nel quale il ritorno ad una supposta normalità diventa per lo piu’ un miraggio e la quotidianità un tempo quasi privo di senso, un sopravvivere senza legami col passato o col futuro (o, meglio: i cui legami col passato diventano sempre piu’ remoti, e quelli col futuro praticamente impossibili, entrambi quasi assurdi). Ma questo, come aveva lucidamente compreso Simone Weil, è il destino dei popoli colonizzati.
Incidentalmente, comprendo solo ora quanto magnificamente questo tema è descritto ne La notte di Lisbona” di Remarque. Questo è stato anche il grande tema di tanta letteratura del novecento, penso a quella dei tanti rifugiati politici scappati dalle dittature (quelli argentini o cileni negli anni ’70, ad esempio). Credo sarebbe importante per tutti noi recuperare quella letteratura, come quella dei tanti migranti a noi contemporanei (ma, forse, piu’ ingiustamente lontani per questoni geografiche, etniche, culturali).

In un certo senso, la pandemia ci ha costretto a questa esperienza: alla perdita di un passato e a quella di un futuro; allo spaesamento.
La pandemia covid-19 ci ha costretto allo spaesamento temporale, all’esperienza di restare in una situazione di percepita anormalità per periodi di tempo molto piu’ lunghi di quanto potessimo immaginare, concepire, tollerale.
Forse anche questo spiega il “disperato” bisogno di normalità che ha portato a tanti comportamenti scellerati (e controproducenti) durante le varie occasioni di rilassamento delle restrizioni.

Ora, se tutto questo fosse valso a qualcosa, se historia magistra vitae, dovremmo concedere (o sperare) che questa esperienza ci serva di lezione. Come, non saprei. Vorrei sperare come indizio nel costruire “un mondo migliore”, un mondo -direi- nel quale anche l’esperienza della crisi protratta, dello spaesamento, possa essere meno traumatica, meno sofferta.
Io, cinico pessimista per scelta e per formazione, ne dubito. La “normalità” è una tentazione troppo forte. In fondo, il sistema è una necessità della vita.

The big C (0)

Per la prima volta da quanto faccio questo lavoro sento di avere paura. Non so paura di cosa.
Non so neppure se sia veramente paura, forse è qualcos’altro.
E forse è proprio questo che lo rende pauroso.

Non so se è la prima volta, invece, che mi trovo a contare le ultime cose che posso fare in Italia prima di partire.
Per l’ultima cena, meglio una pizza o una spaghettata di vongole? Meglio un gewürtztraminer o un pinot noir, o una birra?
I conti alla rovescia servono anche a questo: a farti contare le cose che contano.

Non so quando ho deciso che volevo andare in Congo.
Forse è stato mentre ero in Tanzania, nel 2012, mentre M23 muoveva i primi passi per poi occupare proprio Goma alla fine di quell’anno. Forse è stato guardando il reportage di Anthony Bourdain. Forse è stato ammirando le foto di Sebastiao Salgado. Forse è stato durante gli studi al SOAS, quando il Congo è diventato la dimensione di tutte le imprese umanitarie. Di certo, non è stato leggendo Conrad.
Di certo, in quei mesi del 2012 ricordo bene di aver lanciato ad alcuni colleghi la folle idea di un road trip Dar Es Salaam-Luanda: Tanzania-Congo-Angola. Ma era una cosa diversa.
Ovviamente, non hanno accettato.

Volevo andare in Congo.
E ora che la cosa si fa reale, sento la paura di cosa è il Congo montarmi dentro. Eppure, non so paura di cosa.
In fondo, non ho idea di cosa sia veramente il Congo. La mia conoscenza fino ad ora si è nutrita solo di accademia e di stereotipi.
Questa paura mi riporta a quella che provavo in volo verso Arusha (verso Nairobi, ad esser precisi: da lì sarei andato ad Arusha in autobus), quel timore di non sapere esattamente cosa ti aspetta. Strana assonanza della memoria. Non un timore diretto nel senso di pericoli specifici, ma nel senso di affrontare un ignoto: di aver abbandonano un vita nota, con i suoi pregi e difetti, per addentrarsi in una sconosciuta, in una dimensione completamente diversa. La paura di fallire, di scoprire non riuscire a reggere le tensioni, le scomodità… la paura degli imprevisti oltre il proprio livello di sopportazione.
Ma è poi la stessa paura o è solo una stupida associazione geografica? Andando in Nigeria non ho avuto le stesse sensazioni.
Certo, andando in Tanzania era davvero un salto nel vuoto, per certi aspetti molto maggiore di adesso: era la prima volta in Africa, era ancora il brivido di poter tentare una carriera diversa. Oggi, entrambe queste ragioni di timore sono passate. In Africa son già stato, la carriera (la vita) è già diversa. Eppure, ancora, rimonta quel timore. Il timore come prima di tuffarsi in acqua e non sapere come, e se, se ne riemergerà.
O forse, al contrario, rispetto a certi “comuni mortali”, del Congo ne so troppo. Per questo ho paura. Una paura nutrita di stereotipi e accademia, certo. Ma è pur sempre molto di più di quanto abbia la maggioranza di noi. E’ pur sempre qualcosa rispetto cui orientarmi.
Quando cominci a guardare le tenebre, quando le tenebre cominciano a guardare dentro di te, non puoi non avere paura. Sopratutto paura di cosa vedranno loro.

Congo. Paura. Congo. Fantasmi.
Congo. Tenebra.
Congo. Cuore.

Ma questa missione l’ho chiesta, l’ho inseguita. Salirò su quel volo anche dovessi cagarmi addosso. Sì. Dopo, dopo si vedrà. Nietzsche? Nietzsche: “così volli che fosse, così voglio che sia, così sempre vorrò che sia”.
Non so da dove mi venga questo desiderio, questa ricerca del Congo. Forse è tutta colpa di “ER“, la serie televisiva, col medico bellone, sbarbatello e naif che in aereo verso il Congo incontra un tizio armato di tutta la sua esperienza, di tutto il suo meritato (e maturato) cinismo che gli spiega il saggio proposito di “essere sempre ubriaco prima di atterrare a Kinshasa”.
Credo quella sia la prima memoria che posso ricollegare al Congo.
Da allora, da molto tempo, l’ho inseguito. Forse, pur con tutti i suoi stereotipi, per me inseguire il Congo è stato proprio inseguire un sogno, inseguire la tenebra: ho sempre avuto la sensazione di averla evitata troppo a lungo. Troppo. E ad un certo punto quell’incrocio di sguardi deve aver luogo. I conti si devono saldare. Se non qui, dove? Forse penso di poter fare come quel cavaliere che pensava di poter battere la morte a scacchi.
E forse è proprio questo a risvegliare le mie paure: avvicinarsi ancor di più alle tenebre, sebbene inseguite, non può lasciare indifferenti. Perché so che a scacchi si può perdere.

Congo. Paura. Congo. Fantasmi.
Congo. Tenebra.
Congo. Cuore.

I wanted to see the Congo.
And for my sins, they let me
Anthony Bourdain