The big C (5) – A Tale of Two Cities

Che la guerra possa fare bene all’economia è una verità relativamente accettata, in certe circostanze persino un truismo, almeno per gli addetti ai lavori.
Basta entrare in un bar frequentato dagli occidentali in un qualsiasi paese flagellato dai conflitti per rendersene conto: il costo di un gin tonic potrebbe facilmente gareggiare coi prezzi di Londra.
Eppure questa verità pare difficile da accettare, difficile da assimilare e digerire.

Un piccolo case study al riguardo potrebbe forse essere d’aiuto: a tale of two cities, Goma e Kisangani.
Kisangani (Stanleyville) è stata per decenni uno dei principali snodi del Congo: probabilmente il suo porto fluviale più importante, quasi perfettamente a metà strada fra l’est e l’ovest, al limite estremo del Congo navigabile, ben accessibile dall’Uganda (quindi Kenya e dai suoi porti nell’Oceano Indiano) e da Kinshasa (quindi dalle tratte sull’Atlantico), circondata da miniere d’oro e diamanti… insomma, una delle città più ricche del Congo (secondo alcuni, a momenti, del mondo).
Goma dal canto suo non ha goduto di particolare ricchezze (salvo una terra incredibilmente fertile) o notorietà globale – questo almeno fino all’arrivo dei rifuguati ruandesi nel 1994, allo scandalo umanitario che ne seguì e agli attacchi ruandesi del 1996 coi successivi conflitti…. conflitti, che guarda caso, si sono estesi proprio fino a Kisangani (la “Battaglia dei Sei Giorni” fra forze Ugandesi e Ruandesi nel 2000 che ha lasciato parecchi segni, fisici e psicologici ancora vivi nella città). Con queste crisi, sono arrivati contingenti ONU e contingenti umanitari di ogni genere. Così oggi Goma è la città probabilmente più vivibile di tutto il Congo. Di certo quella con le strade meglio asfaltate, anche meglio di Kinshasa.
Oggi le strade che un tempo legavano Kisangani all’est del paese (Goma, Bunia, Bukavo), all’Uganda, al (Sud) Sudan e alla Repubblica Centraficana sono in uno stato misero – accettabile a tratti, ma misero. L’asfalto copre a mala pena il centro cittadino. Oggi la fine dei conflitti che per tutti gli anni ’90 e 2000 hanno coinvolto Uganda e Ruanda attorno alle miniere di Kisangani ha portato con sé la fine di tutta le presenza di attori internazionali – tutti spostatisi a Goma. A Kisangani restano probabilmente 5 agenzie, contro le decine presenti ora a Goma.
Insomma, Kisangani ha perso il ruolo centrale che ha avuto per decenni. Forse non è un caso che, nonostante tutto, alcuni -almeno fra i più anziani- rimpiangano i tempi di Mobuto.

Con il nostro capo progetto qui ci stavamo domandando se questa “città in declino” abbia una via di salvezza: fino al 2018 Kisangani aveva l’onore di essere una delle poche città congolesi con un collegamento aereo diretto dall’estero (da Addis, l’altra è Kinshasa). Oggi, neanche a dirlo, questo privilegio spetta a Goma. “Forse con un nouvo conflitto”, ci siamo risposti a malincuore.
Anche i collegamenti aerei interni sembrano ridotti all’osso: quando veniamo qui al progetto, non sappiamo mai con certezza quando potremmo ripartire.
Un nuovo conflitto, o un’epidemia che dilani la provincia della Tshopo potrebbe forse rappresentare la salvezza per questa città: rimetterla al centro di una qualche cartografia economica (quella umanitaria), riportare il flusso di contante a rivitalizzare la sua economia… affitti per occidentali, assunzioni di autisti, meccanici, donne delle pulizie, ingegneri o esperti di sicurezza, esperti d’igiene o dottori, aprire bar e caffé, ristoranti e supermercati con prodotti d’importazione.
Forse.

Al contempo, le risorse qui non mancherebbero: il porto fluviale, la rapide sul fiume Tshopo e la relativa centrale idroelettrica (ebbene sì), le miniere ancora attive, un’industria tessile che mi dicono essere di grande qualità, un’università (della quale non posso giudicare il livello educativo). I cinesi stanno costruendo un aeroporto nuovissimo e lucente… per quali ragioni?

Ps: ho lasciato questo blog a lungo in stand-by: il lavoro e urgenze infinite me ne hanno tenuto distante più di quanto avrei voluto, al punto spesso da farmi domandare se avesse senso continuare a consderarlo “vivo”. Non so se o quale futuro avrà ancora, certo mi sto rendendo conto di quanto si possa arrivare esausti (in molti sensi) dinnanzi alla tastiera

Humanitarians: andar per fields

The field“. Forse nessun’altra espressione nel jargon umanitario è tanto diffusa, tanto vaga nel contenuto, ed oggi tanto dibattuta.
Vado in visita al field” dice uno, “Buon field“, risponde l’altro. Andar per campi.
Personalmente, sto cercando di smettere.

Strawberry fields forever.
Ma cos’è veramente il “field“, cos’è questo fantomatico “campo” in cui andare? E ci si va forse a raccogliere margherite? E quello che si raccoglie nel “field”, si mangia?
Forse sì, ma solo in senso figurativo. Almeno per noi operatori umanitari – per i beneficiari, forse la metafora tracima nella realtà più di quanto piacerebbe immaginare.
Per qualcuno all’ufficio di Londra, Parigi, Ginevra o New York il “field” è Kinshasa, Abuja. Per qualcuno a Kinshasa, il “field” è Goma (che pure è una città di un milione e mezzo di abitanti, con ristoranti internazionali e parecchi comfort). Per qualcuno a Goma, il “field” è Bunia, capitale della provincia dell’Ituri. Per qualcuno a Bunia, il “field” è la base nel distretto di Boga. Per qualcuno alla base di Boga, il “field” sono le decine di paesi senza nome a noi riportato (o, meglio: il cui nome non ci prendiamo troppo la briga di ricordare, è il field, baby) in cui i team medici si recano quotidianamente.
Il “field” è sempre un altrove, un qualche altro posto lontanto. Sempre più distante dalla comodità, sempre più vicino ai rischi e ai “beneficiari” dell’azione umanitaria (altro termine sul quale dovremmo aprire una riflessione?).

Il termine, dicono, deriva dalla tradizione accademica, specialmente antropologica / entografica, abituate a fare ricerca “sul campo”.
Field of study. Field of dreams.

Il “field” è la bottiglia di birra calda perché il frigo è rotto. E’ la connessione internet a volte schifosa, a volte spaziale. E’ le strade sterrate che diventano impraticabili con le pioggie.
Il “field” è quel tempo e spazio prima di un ritorno a “casa”. La “casa” con tutte le sue comodità. Ma che senso hanno queste distinzioni in un’epoca in cui tanti colleghi vengono da posti non poi così dissimili dal “field”?

Come ben conclude l’autrice dell’articolo citato all’inizio, alla fine il “field” è niente altro che: “the linguistic expression of othering still found in the aid world, to replace a term that renders the majority of the world nameless, with a name” – un modo per rimpiazzare con un termine che rende senza nome dei luoghi che invece un nome ce l’hanno.
Il “field” è il nome (ancora) politicamente corretto del cuore di tenebra, è l’etichetta di tutti gli spazi senza nome. È quel nostro residuo di colonialismo.

Come disse anni fa una persona intelligente: “you’re not entering a field, you’re entering somebody’s reality” – entri nella realtà di qualcuno, nel suo quotidiano. Entri nella vita di una persona.
Il “field” è passare da un posto in cui puoi avere accesso ad un bar elegante, ad una spa, ad uno in cui ti devi fare la doccia perennemente fredda. E’ passare da un posto in cui ti puoi fare la doccia fredda ad uno in cui ti tiri secchiate d’acqua in testa. E’ passare da un posto in cui ti tiri secchiate d’acqua in testa al non lavarsi per giorni. Anche questo è il “field”. Anche questa è la realtà di qualcuno in cui ci si immerge.
Allora, prima di cercare di modificarle, diamo un nome, diamo una forma a queste realtà. Forse è il primo passo per cercare di capirle, per dargli un senso.

Recensione 65: “The Sorrow of War”

Sto per commettere un delitto.
Sto per cominciare la recensione di un’opera prima di averla finita.
E sto per dirvi che mi è piaciuta, molto, e che la raccomando enormemente.

Ecco, commesso il delitto. Arrivato appena a pagina 55 di 240.

Questo libro è “The Sorrow of War” dello scrittore vietnamita Bảo Ninh.
Anche questo libro è stato oggetto di lunghe ricerche (piu’ confuse, sebbene fortunatamente meno lunghe che per Remarque – curioso notare che questo libro sia stato accostato proprio al testo piu’ celebre dell’autore tedesco). Anche questo, consigliatomi da un prof al SOAS. Come si capisce se un docente è bravo? Dai libri non accademici che consiglia.

The Sorrow of War” offre una narrazione della Guerra del Vietnam dalla prospettiva dei soldati nord-vietnamiti, e già questo basterebbe a renderlo un libro di interesse. Ma il libro non si ferma qui, va oltre: va a scavare nel post-conflitto, a rappresentare aldilà di tutta l’agiografia e la propaganda del conflitto, il protrarsi delle sofferenze, dei traumi.
In un colpo solo, Bao Ninh riesce a scalfire sia l’immagine che l’occidente si era fatto dei nemici “charlie – musi gialli“, sia quella che il Vietnam aveva costruito di sé stesso. Immagini parimenti false e romanticizzate. Superfluo dire che la cosa ha creato qualche malumore.

Se dovessimo recensirlo per slogan, potremmo dire che “The Sorrow of War” è una via di mezzo fra un “Nato il Quattro Luglio” in stile nord-vietnamita e “Platoon” visto dagli occhi di “charlie“.

Bao Ninh guida il suo protagonista in un flusso di flashbacks fra il periodo ante-guerra, gli episodi del conflitto e il lungo, confuso post-conflitto. Questo flusso apparentemente concitato, dai contrasti aspri offre una buona rappresentazione tanto degli orrori della guerra, quanto degli orrori del post-guerra, delle difficoltà dei veterani a ri-adattarsi a quella che banalmente chiamiamo “normalità”.
Soprattutto i ricordi degli scontri e delle violenze della guerra appaiono particolarmente meritevoli. Pur senza risparmiare orrori, Bao Ninh riesce a presentarli senza scadere nella volgarità (merito, occorre dirlo, anche della traduzione). Notevole la scena dell’aeroporto dopo la caduta di Saigon, con un soldato che dorme accanto al cadavere di una donna nuda (presumibilmente violentata dai suoi compagni), uno che ne getta il cadavere con osceno sprezzo ed un terzo che vorrebbe sparare agli altri due. In realtà, pare dirci il racconto di Ninh, sono la stessa persona.
Ma tutti i passaggi relativi alla vita successiva al conflitto non sono da meno: senza avere forse la stessa forza immaginativa di quelli di guerra, rendono bene il complicato, disordinato, intreccio di noia, perdita di senso, disperazione, paura, angoscia, speranza, che il ritorno alla vita civile comporta. Anzi, in fondo è proprio questo l’aspetto che ho maggiormente apprezzato del libro, un tema non facile e spesso sottovalutato.

The Sorrow of War” non ha forse la profondità filosofica di Camus, o l’epica e il ritmo di Hemingway (o forse semplicemente non sono in grado di apprezzarli io, in questo continuo flusso di coscienza del testo). Nondimeno, non riesco a togliermi dalla mente l’idea che sia probabilmente il libro migliore che ho letto da un po’ di tempo.
In effetti, il continuo accavallarsi e sovrapporsi di episodi diversi forse sacrifica un po’ la leggibilità, ma svolge bene il compito di rendere lo stato d’animo agitato del protagonista, soprattutto nella sua ricerca di un passato “intatto” cui aggrapparsi.
Pur senza un’apparente epica, certi passaggi raggiungono poi picchi di intensità narrativa travolgenti, di una sofferenza viva, toccante, quasi difficili da assorbire.

Arrivo alle ultime pagine e non posso che, semplicemente, confermare il giudizio che già le prime mi suscitavano: un tema difficile e sgradevole, uno stile a volte impegnativo, ma “The Sorrow of War” è un libro che merita decisamente di essere letto. Probabilmente il migliore che ho letto da un po’.

The big C (2)

Tardo pomeriggio, Goma. Sono seduto alla terrazza affacciata sul lago Kivu della mia stanza di isolamento dopo l’arrivo.
Sono in Congo da tre giorni appena. O già tre giorni, dipende dal conto che uno vuole tenere.
Il giardino di sotto risplende smeraldo, le piante di buganvillea dipingono il paesaggio con macchie viola, arancioni, rosa che sembrano tratti di un quadro impressionista. Dinnanzi a me il lago Kivu si mostra per la prima volta libero da nuvole, c’è finalmente un pò di sole e in lontananza si vedono le isole. Il sole alle mie spalle colpisce per gli ultimi attimi in questo giorno le acque del lago. I riflessi brillano sulla superficie. Dei bambini ripetono ritornelli canticchiando.

Potrei prendere una birra e non sarebbe difficile pretendere di essere in un paradiso per vacanze. Chissà, magari ai tempi del Congo Belga lo era.

Eppure di fronte a questo spettacolo non riesco a togliermi di mente un fastidioso pensiero che rovina l’idillio. Ma deve farlo, deve farlo per forza. Un pensiero fastidioso, sgradevole come la puzza di vomito in una stanza all’apparenza limpida. Come una carogna nascosta e dimenticata in un angolo che continui a immondarel’aria.
Leggo i vari reports preparati dai colleghi negli ultimi mesi: parlano di morti, di violenze, di stupri, di persone costrette a fuggire, di giovani che stanno impazzendo e famiglie che fanno un solo pasto al giorno.
La fredda elencazione dei numeri rende tutto così distante.

So perfettamente di non essere in vacanza, nonostante il paesaggio rilassante e quasi idilliaco, nonostante la calma tutto intorno.
Eppure questa situazione crea un contrasto assurdo, quasi inspiegabile, con quello che sto leggendo e che occuperà le mie giornate per i prossimi mesi. Non che non vi creda, anzi!
Ma la mente quasi si rifiuta di far coesistere nella stessa realtà questa atmosfera di pace e bellezza con le atrocità riportate nelle analisi interne. Si rifiuta di darvi realtà, concretezza. Si rifiuta di credere queste due realtà possano coesistere: quella del lago che risplende sotto l’ultimo sole davanti a me e quella della fame che stringe lo stomaco e delle ferite sanguinanti.
Non potrei avere invece una cupa giornata di pioggia? Un giorno senza sole con scrosci ininterrotti e cupi rumori di tuono ad agitare il paesaggio?

Eppure queste realtà coesistono.
La base della MONUSCO -la missione militare delle Nazioni Unite in Congo- è a poche centinaia di metri in linea d’aria da qui. Lì dentro qualche soldato sta pulendo il fucile prima di uscire in pattuglia. E il sole splende sul lago Kivu.
Oltre il confine della città probabilmente un camionista viene fatto scendere ad un posto di blocco, delle forze armate o di un qualsiasi gruppo ribelle, costretto a pagare una mazzetta e ben malmenato. E il sole splende sulle canne dei kalashnikov, si riflette sugli schizzi di sangue.
A qualche chilometro da me probabilmente una ragazzina viene violentata da un uomo non ancora uomo reclutato in uno qualsiasi dei vari gruppi armati che affollano la regione. E il sole splende sul loro villaggio.
Pare di vivere in dissociazione, pare una schizofrenia: una schizofrenia che affligge tutto il paese e, di conseguenza, che dovrà affliggere anche me che mi ci sono immerso.

Queste realtà coesistono. Non posso dimenticarmi delle violenze mentre guardo estasiato il lago Kivu, mentre mi godo il tepore del sole nel pomeriggio.
Devo spingere la mia mente laggiù, fra le colline, e ricordarmi -tenere ben presente alla coscienza- che le violenze stanno avendo luogo. Non posso concedermi di dimenticarlo. Non sono qui in vacanza, per esplorare il parco Virunga, né per fare affari con qualche miniera artigianale. Sono qui per cercare di mettere una pezza su quelle violenze. Come posso farlo se non le ho chiare in testa?
Eppure la mia mente combatte.
E’ ovvio che lo faccia, deve farlo. Così come deve afferrare quella realtà, la deve anche respingere.
Non dipende neppure dal sole, né dalla vista bucolica: la mia mente sa di dover cacciare quelle immagini in qualche angolo dove non possa raggiungerle. Solo un “pazzo” va a cercare di avere davanti a sé l’orrore. Non riuscire a staccare da tutto quello è il modo più rapido per andare fuori di testa. La mia mente questo lo sa, sa benissimo che devo godere di questa situazione pacifica, gradevole, rilassante. Che devo godere della brezza e del sole. Devo raccogliere tutta la bellezza del mondo attorno e farne tesoro, devo immagazzinarla come energia, come un calore dell’anima. Perché verranno i giorni di temporale, di tuoni, lampi, di zampilli di sangue e di canne del fucile.
Abbracciare la dissociazione.
Essere sensibili e insensibili allo stesso tempo. Saper accendere e spegnere le emozioni come l’interruttore della luce. Essere freddi e caldi.
Tracciare una linea, separare le realtà. Ma anche tenerle unite.

E dove tracciarla questa linea?

Non credo lo saprò mai.
E forse è giusto così.

La linea dovrò inventarmela ogni volta, cancellarla e tracciarla di nuovo ogni volta. Adattarmi, disadattarmi, riadattarmi. Un pò, mi sia concesso il paragone, come i veterani di guerra.
E nel tracciare quella linea dovrò avere paura. Sarà sempre una linea minata, oltre la quale potrebbero spalancarsi abissi molteplici dalle forme imprevedibili e terrificanti. Potrò sempre spingermi ad accettare l’inaccettabile o a dimenticarlo.

Wo aber Gefahr ist, wächst das Rettende auch.
– Friedrich Hölderlin

Recensione 64: “La notte di Lisbona”

Avete anche voi un libro “feticcio”? Per molti anni, La notte di Lisbona di Remarque è stato per me esattamente questo (assieme a “Microfisica del potere” di Foucault): in ogni libreria in cui entravo, chiedevo di questo libro, ricevendo puntualmente la medesima risposta: “non lo abbiamo“.
Alla fine era diventato quasi una scusa: se volevo solo curiosare per la libreria e non avevo esattamente intenzione di acquistare qualcosa (pericolo enorme, per me, ogni volta che entro in una libreria), chiedevo ai commessi proprio “La notte di Lisbona“. Conoscevo già la risposta. Sono andato avanti cosi’ per anni.
Ma non ho smesso di cercarlo.
Potete capire che quando, improvvisamente, l’ho trovato disponibile on-line non potevo lasciarmelo scappare.

Non avevo mai letto Remarque prima, neanche il troppo celebre “Niente di nuovo sul fronte occidentale” (salvo alcuni estratti a scuola e uno spezzone del vecchio film) – anzi, proprio tutto il rumore che circonda quel libro me ne ha allontanato. Ma “La notte di Lisbona” era qualcosa di diverso: nessuno parlava di questo libro, nessuno si perdeva in lodi o critiche. Per la critica letteraria quotidiana, Remarque avrebbe potuto scriverlo o non scriverlo e non sarebbe cambiato poi molto.
Che stupidità.

La notte di Lisbona” è, invece, un testo che meriterebbe molta piu’ considerazione. Anche una trasposizione cinematografica (certo, a trovare tre attori in grado di reggere la scena cosi’… e uno sceneggiatore in grado di metterla in piedi senza stravolgere tutto).
Il testo scivola via fra il dialogo tra due rifugiati tedeschi in una notte nella capitale portoghese e le riminiscenze di uno dei due, un flusso narrativo piacevolmente sorprendente, una fluidità che tante volte mi pare si sia persa nella narrativa. In questo romanzo, Remarque riesce poi a rappresentare due grandi temi con una completezza di sfaccettature e una delicatezza notevoli. Dire che ciascuno di noi puo’ immedesimarsi nei protagonisti sarebbe probabilmente esagerato (oltreché, in qualche modo, ingiusto), ma in fondo questa pretesa è forse sempre esagerata. In compenso, leggendo il testo, ciascuno puo’ arrivare a sentire a tratti le angosce e le passioni che muovono i tre protagonisti.
Dico “tre” protagonisi perché, sebbene la maggior parte della narrazione coinvolga solo due fra essi (i due rifugiati che discorrono attraverso tutta la notte di Lisbona), un terzo personaggio occupa la scena, e anzi la marca e dirige forse piu’ degli altri due (un po’ come in “Jules e Jim“).
Un po’ di contesto: Lisbona, notte, 1942. Due rifugiati tedeschi fuggiti dal regime nazista, dopo molti mesi e mille peripezie in Francia si ritrovano al bordo dell’Oceano Atlantico. Uno di essi (il narratore) anela, disperato, un posto sull’ultima nave che salpa per gli Stati Uniti -ultima speranza di sfuggire alle grifie della GESTAPO- l’altro (Schwarz), che un posto sulla nave ce l’ha, vuole invece “tornare indietro”, in Germania ed è pronto a cedere visto e biglietto a patto che il primo ascolti la sua storia. L’affare sembra troppo allettante, specie al culmine della disperazione, e il narratore accetta.
Inizia cosi’ un flash-back, intervallato da alcuni salti al presente, nel quale Schwartz racconta le fortune, peripezie e disgrazie che ha vissuto negli ultimi mesi: da un insperato ricongiungimento con la moglie (rimasta inizialmente in Germania) agli spensierati mesi assieme nella Parigi che si prepara al conflitto, fino alla separazione, l’internamento nei campi di prigionia francesi, l’aggrapparsi disperato al ricordo dell’altro, l’angosciosa fuga alla ricerca di una qualche salvezza e l’assurdo idillo di qualche momento di pace trovato (o creato) in mezzo al caos, alla violenza e allo sconforto simile a quello di una scialuppa persa nell’oceano (ma inseguita dagli squali).

Remarque riesce non solo a farci osservare questo panorama di scene di vita, ma anche -a tratti- a farci immergere in esse. Come accennavo altrove, nelle pagine delle continue fughe, della perdita di ogni sicurezza, di ogni futuro, nella disperazione del non sapere a cosa aggrapparsi, riusciamo a percepire, ad immedesimarci nelle vite di tanti che ancora oggi sono costretti a fuggire, magari col terrore di essere costantemente braccati. Soprattutto questo ho apprezzato nel libro, che scopro cosi’ essere un testo di vivissima attualità, ben oltre quel che si potrebbe immaginare.
Questa è apparentemente la trama principale, quella che unisce i primi due protagonisti e che crea lo sfondo per il resto della narrazione.
Ma ve n’è anche un’altra, quella dell’amore fra gli altri due protagonisti. In questa seconda storia, l’autore riesce anche a darci una sfaccettatura piu’ articolata di sentimenti troppo spesso ridotti a cliches, della loro complessità, dell’ambiguità che magari li impregna (o che di essi ci appare), della nostra difficoltà di comprenderli appieno e dell’importanza che anche i non detti hanno (bellissime, a riguardo, le righe finali sulla nota d’addio di uno dei protagonisti).
Praticamente due romanzi in uno, delicatamente e accuratamente intrecciati, piacevolemente narrati.

Non so se ora andro’ a cercare altri testi di Remarque, di certo so che sono fortemente curioso di vedere una messa in scena di questo libro.

Sebbene in modo sorprendente e totalmente diverso da quanto mi sarei aspettato, dopo tanto cercare, “La notte di Lisbona” e Remarque hanno pienamente soddisfatto le mie aspettative di lettore.

Il flusso del tempo (quel che potremmo aver appreso dalla pandemia)

Personalmente posso ritenermi fortunato rispetto allo svolgimento di questa pandemia di covid-19. Senza dubbio fra i piu’ fortunati.
Intanto, vengo da un paese privilegiato. Fra tutti i miei conoscenti, appena due hanno contratto il covid-19, casualmente nessuno in Italia, e nessuno di essi è morto. Ho continuato sempre a lavorare, salvo qualche breve interruzione. E, nonostante alcuni picchi di stress (dettati, ad esempio, dal fatto di essere bloccati in terre straniere), non ho mai vissuto l’angoscia o l’intensità che ha colpito altre professioni, come quelle mediche.
Insomma, a conti fatti, per me questa pandemia è volata con relativa facilità. E’ passata come un tempo perlopiu’ normale.

E’ su questi due termini che vorrei riflettere: tempo [passaggio del] e normalità.
La pandemia è stata, dichiaratamente, un tempo di crisi.
C’è, per il comune sentire, un insieme di significati intrecciati ed impliciti nel riferimento ad una “crisi”: la crisi è, quasi per definizione, in opposizione alla “normalità”, un momento nel quale tutto cio’ che ordinava le nostre vite viene messo in discussione. Ma, proprio per questa sua opposizione alla normalità, la crisi rappresenta un’eccezione, una parentesi nel tempo e nel sistema.
Implicitamente, nel nostro linguaggio e nella nostra comprensione, la “crisi” è, dunque sempre un “momento”, un attimo nel quale il sistema si sbilancia e viene messo in discussione, ma pur sempre per un momento transitorio (e qui potremmo aprire un’enorme riflessione sociologica sulla stabilità del sistema – uno dei grandi temi dell’analisi di Niklas Luhmann, che -a contrario del mentore Talcott Parsons– riteneva i sistemi sociali non avessero una propria “stabilità”, ma fossero in costante movimento, come una bicicletta, quindi al limite dall’essere sempre in crisi).

Questa pandemia, invece, ci ha mostrato -nel mondo occidentale, per la prima volta per almeno due generazioni- una differente dimensione temporale della crisi: la crisi che perdura.
Ma, dovremmo dire, se un momento perdura non è piu’ un momento, non è piu’ “crisi”: diventa esso stesso, a suo modo, sistema.
La difficoltà a cogliere questa dimensione del rapporto fra eccezione/perdurare ci dovrebbe essere piuttosto evidente ripensando a quei mesi d’estate del 2020, quando in poche settimane siamo passati dalle misure di lockdown veramente rigide ad un generalizzato rilassamento, normativo e psicologico: la “crisi” era finita, il tempo estremo era passato e lentamente tornavamo alla “normalità”. Oggi, ovviamente, vediamo quanto fosse illusoria. Eppure, quei mesi estivi rappresentano in modo emblematico la nostra incapacità di pensare la crisi su tempi lunghi, di pensare che l’eccezionalità potesse durare. Sebbene già relativamente presto all’inizio della pandemia (marzo-aprile 2020) fossimo stati avvisati che questa non sarebbe finita “prima dell’estate 2021”, tutti inconsciamente pensavamo che sarebbe passata entro un orizzonte piu’ breve, piu’ ristretto. Avevamo bisogno di pensare che la normalità sarebbe tornata entro un orizzonte di tempo per noi accettabile: mesi, al massimo.

Forse da questo deriva oggi tanto stupore nel riguardare indietro e pensare “è già passato un anno!”: nessuno avrebbe creduto un anno sarebbe stato possibile.
Invece nostro malgrado abbiamo scoperto, abbiamo vissuto, che la crisi puo’ durare. L’abbiamo vissuto. Questa, mi pare, è stata un po’ una rivelazione, perché l’abbiamo vissuta direttamente.
L’idea che le crisi potessero “durare”, protrarsi a lungo è sempre stata teoricamente presente nelle nostre conoscenze astratte: le protracted crisis sono ormai un concetto affermato in alcune scienze sociali, come in ambito umanitario; ripetiamo ormai da anni che esiste una “crisi migratoria” – e da anni ripetiamo che proprio in conseguenza del suo protrarsi essa non è una “crisi” ma una questione sistemica.
Ma tutto questo non ci ha mai toccato direttamente, non l’abbiamo mai vissuto in prima persona: la “crisi migratoria” è per noi fatta di brevi momenti in cui essa affiora nelle nostre news, la vediamo solo a sprazzi quando ci vengono riportate notizie di barconi affondati, sbarchi e centri “di accoglienza” (sic) sovraffollati. Eppure, per quelle persone (cosi’ come per migliaia e migliaia di rifugiati, in Siria, in Kenya, in Congo, in Nigeria, in Ucraina), l’esperienza della migrazione è una crisi che si protrae per anni. Il ritorno alla “normalità”, il ritorno a casa è per loro un orizzonte lontano, e improbabile. Contro la loro volontà, essi si trovano dunque a vivere un lungo periodo di “dissociazione” (termine atecnico), nel quale il ritorno ad una supposta normalità diventa per lo piu’ un miraggio e la quotidianità un tempo quasi privo di senso, un sopravvivere senza legami col passato o col futuro (o, meglio: i cui legami col passato diventano sempre piu’ remoti, e quelli col futuro praticamente impossibili, entrambi quasi assurdi). Ma questo, come aveva lucidamente compreso Simone Weil, è il destino dei popoli colonizzati.
Incidentalmente, comprendo solo ora quanto magnificamente questo tema è descritto ne La notte di Lisbona” di Remarque. Questo è stato anche il grande tema di tanta letteratura del novecento, penso a quella dei tanti rifugiati politici scappati dalle dittature (quelli argentini o cileni negli anni ’70, ad esempio). Credo sarebbe importante per tutti noi recuperare quella letteratura, come quella dei tanti migranti a noi contemporanei (ma, forse, piu’ ingiustamente lontani per questoni geografiche, etniche, culturali).

In un certo senso, la pandemia ci ha costretto a questa esperienza: alla perdita di un passato e a quella di un futuro; allo spaesamento.
La pandemia covid-19 ci ha costretto allo spaesamento temporale, all’esperienza di restare in una situazione di percepita anormalità per periodi di tempo molto piu’ lunghi di quanto potessimo immaginare, concepire, tollerale.
Forse anche questo spiega il “disperato” bisogno di normalità che ha portato a tanti comportamenti scellerati (e controproducenti) durante le varie occasioni di rilassamento delle restrizioni.

Ora, se tutto questo fosse valso a qualcosa, se historia magistra vitae, dovremmo concedere (o sperare) che questa esperienza ci serva di lezione. Come, non saprei. Vorrei sperare come indizio nel costruire “un mondo migliore”, un mondo -direi- nel quale anche l’esperienza della crisi protratta, dello spaesamento, possa essere meno traumatica, meno sofferta.
Io, cinico pessimista per scelta e per formazione, ne dubito. La “normalità” è una tentazione troppo forte. In fondo, il sistema è una necessità della vita.

The big C (0)

Per la prima volta da quanto faccio questo lavoro sento di avere paura. Non so paura di cosa.
Non so neppure se sia veramente paura, forse è qualcos’altro.
E forse è proprio questo che lo rende pauroso.

Non so se è la prima volta, invece, che mi trovo a contare le ultime cose che posso fare in Italia prima di partire.
Per l’ultima cena, meglio una pizza o una spaghettata di vongole? Meglio un gewürtztraminer o un pinot noir, o una birra?
I conti alla rovescia servono anche a questo: a farti contare le cose che contano.

Non so quando ho deciso che volevo andare in Congo.
Forse è stato mentre ero in Tanzania, nel 2012, mentre M23 muoveva i primi passi per poi occupare proprio Goma alla fine di quell’anno. Forse è stato guardando il reportage di Anthony Bourdain. Forse è stato ammirando le foto di Sebastiao Salgado. Forse è stato durante gli studi al SOAS, quando il Congo è diventato la dimensione di tutte le imprese umanitarie. Di certo, non è stato leggendo Conrad.
Di certo, in quei mesi del 2012 ricordo bene di aver lanciato ad alcuni colleghi la folle idea di un road trip Dar Es Salaam-Luanda: Tanzania-Congo-Angola. Ma era una cosa diversa.
Ovviamente, non hanno accettato.

Volevo andare in Congo.
E ora che la cosa si fa reale, sento la paura di cosa è il Congo montarmi dentro. Eppure, non so paura di cosa.
In fondo, non ho idea di cosa sia veramente il Congo. La mia conoscenza fino ad ora si è nutrita solo di accademia e di stereotipi.
Questa paura mi riporta a quella che provavo in volo verso Arusha (verso Nairobi, ad esser precisi: da lì sarei andato ad Arusha in autobus), quel timore di non sapere esattamente cosa ti aspetta. Strana assonanza della memoria. Non un timore diretto nel senso di pericoli specifici, ma nel senso di affrontare un ignoto: di aver abbandonano un vita nota, con i suoi pregi e difetti, per addentrarsi in una sconosciuta, in una dimensione completamente diversa. La paura di fallire, di scoprire non riuscire a reggere le tensioni, le scomodità… la paura degli imprevisti oltre il proprio livello di sopportazione.
Ma è poi la stessa paura o è solo una stupida associazione geografica? Andando in Nigeria non ho avuto le stesse sensazioni.
Certo, andando in Tanzania era davvero un salto nel vuoto, per certi aspetti molto maggiore di adesso: era la prima volta in Africa, era ancora il brivido di poter tentare una carriera diversa. Oggi, entrambe queste ragioni di timore sono passate. In Africa son già stato, la carriera (la vita) è già diversa. Eppure, ancora, rimonta quel timore. Il timore come prima di tuffarsi in acqua e non sapere come, e se, se ne riemergerà.
O forse, al contrario, rispetto a certi “comuni mortali”, del Congo ne so troppo. Per questo ho paura. Una paura nutrita di stereotipi e accademia, certo. Ma è pur sempre molto di più di quanto abbia la maggioranza di noi. E’ pur sempre qualcosa rispetto cui orientarmi.
Quando cominci a guardare le tenebre, quando le tenebre cominciano a guardare dentro di te, non puoi non avere paura. Sopratutto paura di cosa vedranno loro.

Congo. Paura. Congo. Fantasmi.
Congo. Tenebra.
Congo. Cuore.

Ma questa missione l’ho chiesta, l’ho inseguita. Salirò su quel volo anche dovessi cagarmi addosso. Sì. Dopo, dopo si vedrà. Nietzsche? Nietzsche: “così volli che fosse, così voglio che sia, così sempre vorrò che sia”.
Non so da dove mi venga questo desiderio, questa ricerca del Congo. Forse è tutta colpa di “ER“, la serie televisiva, col medico bellone, sbarbatello e naif che in aereo verso il Congo incontra un tizio armato di tutta la sua esperienza, di tutto il suo meritato (e maturato) cinismo che gli spiega il saggio proposito di “essere sempre ubriaco prima di atterrare a Kinshasa”.
Credo quella sia la prima memoria che posso ricollegare al Congo.
Da allora, da molto tempo, l’ho inseguito. Forse, pur con tutti i suoi stereotipi, per me inseguire il Congo è stato proprio inseguire un sogno, inseguire la tenebra: ho sempre avuto la sensazione di averla evitata troppo a lungo. Troppo. E ad un certo punto quell’incrocio di sguardi deve aver luogo. I conti si devono saldare. Se non qui, dove? Forse penso di poter fare come quel cavaliere che pensava di poter battere la morte a scacchi.
E forse è proprio questo a risvegliare le mie paure: avvicinarsi ancor di più alle tenebre, sebbene inseguite, non può lasciare indifferenti. Perché so che a scacchi si può perdere.

Congo. Paura. Congo. Fantasmi.
Congo. Tenebra.
Congo. Cuore.

I wanted to see the Congo.
And for my sins, they let me
Anthony Bourdain

The big C (1)

Goma. Merda.
Goma. Atterrato.
Goma. Calca. Calca per i controlli passaporto, calca per recuperare il bagaglio.
Goma. Caschi Blu. Soldati di varie nazioni vestiti coi colori delle Nazioni Unite tutto intorno a te. Qui la tua sicurezza sono loro.
Goma. Dollari. Dollari per pagare il test covid, dollari richiesti per una piccola mancia dall’ufficiale doganale, dollari.
Goma. ONG. Macchine di tutte le organizzazioni possibili arrivano e partono in continuazione dall’aeroporto.
Goma. Bianchi. Operatori umanitari, soldati, agenti di sicurezza, turisti, businessmen; tutti qui, tutti invitati al grande party.
Goma. Caos.
Goma. Quarantena.

Goma, Congo.

Eccomi qui, dopo 24 ore di viaggio. Eccomi qui affacciato ad una terrazza sul Lago Kivu. Eccomi infine qui: Goma, DRC.
Basterebbe la scena della poliziotta che alla partenza ha controllato la mia dichiarazione da dpcm covid-19 a dire tutto: leggendo alla voce destinazione “Goma – DRC” ha dovuto chiedere “E’ un posto?“. “Una città“, ho risposto. “E DRC?” “Congo“.
Era sui giornali meno di una settimana fa, agente, strano lei non li abbia letti: Repubblica Democratica del Congo. In inglese, DRC.

Repubblica Democratica del Congo. Inizio e fine dei sogni umanitari. Inizio e fine di tutti gli incubi. Ogni narrazione sul Congo sembra, inevitabilmente, dover ritornare a quel topos, alle tenebre. Anche ora, guardando il lago Kivu, basterebbe un filo di nebbia per immaginarsi emergere il Colonnello Kurtz. Inevitabilmente con le fattezze di Marlon Brando.
Com’è successo? Quando è successo?
Quando e come il Congo è diventato lo stereotipo di questo nostro mondo derubato, bistrattato, violentato, offeso?
E’ successo sotto re Leopoldo II, col report di George Casement? E’ successo nel 1961 con l’assassinio di Lumumba? E’ successo nel 1974 con Alì e Foreman? E’ successo nel 1994, col genocidio in Ruanda? E’ successo nel 1998, fra i campi profughi e la prima guerra del Congo che ha cacciato Mobutu? E’ successo con le epidemie di ebola? E’ successo coi bambini soldato di Lubanga Dyilo? E’ successo con la ribellione di M23 e l’occupazione di Goma?
Cosa è accaduto, veramente, qui? Cosa ha trasformato questo posto nel cuore delle nostre paure, quelle più fantastiche e quelle più reali?

Ma è veramente accaduto qualcosa? Qualcosa ha veramente trasformato il Congo nel luogo in cui sogni ed incubi hanno assunto una dimensione reale, fisica, storica? O sono sempre rimasti tali, sogni ed incubi?
Forse è semplicemente un magnifico topos, solo una nostra fantasia che ha trovato la sua dimensione reale, geografica: il cuore di una tenebra che dobbiamo pur immaginare da qualche parte. Dobbiamo dare una forma, un luogo, un nome al “male”. Come il famigerato “uomo nero”.
Hic sunt leones, si scriveva un volta sulle carte per indicare un territorio semplicemente oltre: oltre il nostro orizzonte, oltre la nostra conoscenza, oltre la nostra capacità di capire. Una tenebra. Dunque paurosa.
Forse semplicemente il Congo è troppo: troppo grande, troppo confuso, troppo lontano perché noi europei si possa dipanare quella tenebra, allontanare quella paura. Immaginate l’Europa occidentale coperta da una giungla, immaginate di ricevervi solo sporadiche, incomplete notizie di avventurieri e immaginate che queste notizie vi portino sempre solo l’odore di sangue: non vi farebbe paura?
Già, dev’essere così: il nostro topos dell’orrore ha trovato il suo luogo ideale. Avessimo spezzettato il Congo (perché i suoi confini, in fondo, sono lavoro di noi europei) in tanti staterelli grandi come il Piemonte, oggi forse l’orrore avrebbe una dimensione diversa. Parleremo forse di orrore in Ituri o nel Kivu, come nel 1994 ne parlavamo per il Ruanda. Non per il Congo intero. E sarebbe diverso, avrebbe un altro impatto, un’altra dimensione nella nostra fantasia, nella scala dei problemi.
Le dimensioni, almeno quando parliamo di tenebre, contano.
Le dimensioni, almeno quelle dei nostri incubi, contano.
Vengo ad uccidere Kurtz.
Vengo a disseppellire Kurtz.

O forse abbiamo fatto del Congo la metafora delle nostre tenebre proprio intenzionalmente. Avevamo bisogno di spegnere la luce, di far calare il buio. Avevamo bisogno di pretendere, di fingere che alcune cose non potessero esser viste.
Il sangue è scorso in Congo, è scorso a fiumi come in tutta l’Africa. E tanto di quel sangue l’abbiamo fatto versare noi bianchi, occidentali. Le storielle sulle guerre “etniche”, sui conflitti “tribali” e inspiegabili sono sempre state il nostro velo di Maya per nascondere i nostri crimini, le stragi che noi abbiamo perpetrato, le torture che abbiamo inflitto, i conflitti che ancora oggi andiamo alimentando (in questo, devo riconoscerlo, Black Earth Rising” fa un discreto lavoro). Nel 1800 come nel 2021. Alla fine, dietro tutto girano i dollari.
Certo, la violenza non l’ha portata l’uomo bianco. Ma di sicuro ne ha cambiato la dimensione. Il sangue e le torture hanno raggiunto proporzioni diverse con la colonizzazione, con la violenza imposta dal grande sistema economico dello sfruttamento: umano, minerario, sessuale, agricolo, ecologico. “It has everything that the First World needs and desires. This is its curse. E tutto ben condito con la violenza ideologica del razzismo. Con la violenza subdola che ancora ci fa considerare questa parte di mondo un luogo dove troppe cose ci sono permesse: uno spazio di tenebra dove si possono commettere cose che alla luce del sole non sarebbero ammissibili. Razziare, aiutare. In fondo non siamo andati molto più lontano di Conrad.
Vengo ad uccidere Marlow.
Vengo a disseppellire Marlow.

La mia prima memoria del Congo probabilmente viene da una puntata di “ER” con uno sbarbatello dottor Carter in volo per Kinshasa e l’esperto, cinico uomo d’affari che gli dice di impegnarsi ad “essere sempre ubriaco prima di atterrare a Kinshasa“. Ci ho ripensato mentre in volo verso Goma l’hostess mi chiedeva se volevo una birra.
Come altro si può coscientemente entrare nell’incubo se non ubriachi?

Sobri.

Everyone gets everything he wants.
I wanted to see the Congo.
And for my sins, they let me
Anthony Bourdain

Cartoline sfocate dalla Nigeria: reincontriamoci fra vent’anni

Abuja, tarda serata, terrazza del compound. Una birra davanti a ciascuno di noi, alcune bottiglie gia’ sparse sul tavolo, una bottiglia piena di arachidi che passa di mano in mano. Chiacchiere dopo una giornata di lavoro.
Questo paese esplodera’” afferma il capo missione. Non so come siamo arrivati all’argomento, ma ormai ci siamo. Alcuni lo guardano stupiti, non io. “Forse non domani [nonostante le proteste], ma di sicuro’ esplodera’“. Troppi gli squilibri, troppe le questioni irrisolte.
In fondo lo pensa anche un think tank delle forze armate americane, immaginando la Nigeria come un failed state per il 2030 (sebbene basandosi su un’analisi marcatamente influenzata da Huntington che mi pare reggere poco, o perlomento essere troppo forzata su certe premesse). Il dibattito nel paese imperversa. Il Fragile State Index piazza la Nigeria in 14esima posizione fra gli Stati piu’ fragili al mondo, dopo Cameroon, Zimbabwe e Sudan, ma peggio di Mali, Iraq, Eritrea e Niger. Non una posizione incoraggiante.

Certo, nessuno nei circoli “che contano” lo ammettera’ mai apertamente, ne’ in Nigeria, ne’ altrove, che questo stato possa veramente “fallire”. D’altronde la sola idea e’ terrificante. Come scrive il think tank, se la Nigeria dovesse diventare un failed state come la Somalia, creerebbe un “buco nero tale da risucchiare 8 o 9 altri stati attorno”. Una situazione forse paragonabile solo al vuoto venutosi a creare in Congo, o nell’Asia Centrale dopo la caduta dell’URSS (ma li’ le cose si risolsero piuttosto in fretta). Forse, ma peggiore.

D’altronde parliamo di un paese con una popolazione stimata di oltre 200 milioni di persone, con la prospettiva di diventare il terzo piu’ popoloso al mondo (circa 500 milioni stimati). E di questi, la meta’ vive sotto le soglie ufficiali di poverta’, persino piu’ dell’India. L’ultimo paese in Africa ad aver eradicato la polio (2020), sanita’ di base praticamente inesistente, praticamente sempre a pagamento (96 milioni di euro stanziati dal governo federale nel 2020, 76 nel 2021 – 38 centesimi a persona). Corruzione endemica e pervasiva anche nella vita quotidiana: almeno una trentina i posti di blocco, ufficiali o meno, fra Abuja e Ebonyi, a ciascuno dei quali gli agenti presenti ricevono una generosa “donazione” di 2 Euro circa da ogni camion o autobus che passa. Un’economia informale enorme e una capacita’ fiscale minima, addirittura fra le peggiori in Africa. Conflitti aperti praticamente in ogni angolo del paese (a sud, nel Biafra; nel Nord-Est e nel Nord-Ovest; nella fascia centrale… e questi sono solo quelli noti), con il rischio che alcuni di questi si fondano assieme in una miscela incontenibile. Forze armate che da simbolo e garante dell’unita’ (e del prestigio) nazionale, si ritrovano ora overstretched, al limite della propria capacita’ di contenere le varie minacce alla sicurezza (come suggerito dalla strategia dei supercamps nel Borno, che limitano le perdite militari, ma espongono ad enormi rischi i civili).

Qualcuno ha detto petrolio?

Soprattutto, l’altro tradizionale pilastro sul quale lo Stato nigeriano si regge rischia di crollare senza preavviso. O, meglio, senza che si siano individuate alternative. Il petrolio.
Il petrolio ha consentito allo Stato nigeriano di reggersi in piedi con un fiume di denaro che ha permesso spese pazze (si narra di tre agenzie spaziali!), e patronage per comprare preventivamente o placare ogni tensione. Finche’ tutti potevano avere una fetta della torta, nessuno ha avuto motivo di creare problemi, almeno non troppi da sconquassare le regole del gioco (le elezioni si tengono sempre e comunque, anche se non si sa a quanto servano).

Ma gia’ nel 2020, causa pandemia Covid-19, le rendite petrolifere nigeriane hanno subito un brusco calo. Per i prossimi anni, i soldi potrebbero ancora bastare a tenere in piedi un sistema disfuzionale, ma quando la transizione energetica dovesse cominciare (come pare…), la Nigeria si troverebbe terribilmente impreparata, senza fonti di reddito alternative sufficienti da sostenere le enormi spese attuali (senza considerare gli investimenti che sarebbero pure necessari per una transizione economia e sociale).
Cosa accadra’ allora, ad oggi, e’ impossibile prevederlo. Sicuramente la situazione non e’ rosea e il tempo per provvedere sta rapidamente scadendo (si tratta di investimenti a medio-lungo termine, che potrebbero non dare frutti prima dei fatidici 20-30 anni): bisogna ricostruire le infrastrutture, ristabilire la sicurezza in vaste aree del paese, sviluppare un sistema fiscale differente, instituire servizi sociali (assicurazione sanitaria, pensioni, sistema educativo di base) tuttora con gaps enormi. Insomma, una sfida colossale, soprattutto per una classe politica abituata a spartirsi rendite e prebende fra cricche di potere senza alcuna vera forma di accountability politica-elettorale.

Se la Nigeria dovesse fallire, lo scenario potrebbe essere tragico. Le insurrezioni armate gia’ presenti potrebbero prendere il controllo di vaste aree del territorio, forse di interi stati federali, e persino proclamarsi indipendenti (nel Biafra -se potessero- sicuramente; nel Borno e’ probabile visto il modello proposto dall’ISIS in Siria). Altre porzioni di territorio potrebbero diventare “terra di nessuno”, magari replicando l’attuale modello del Borno con le citta’ ancora sotto il controllo del governo ed esercito federali, e il resto della campagna preda di chiunque (un po’ come nel Mozambico della guerra civile). Magari Lagos e la regione circostante potrebbero staccarsi dalla federazione. Il paper americano stima che potrebbero potenzialmente sorgere 8 mini-Stati indipendenti dalla frammentazione della federazione. Le proteste giovanili cui abbiamo assistito nei mesi scorsi potrebbero progressivamente aumentare man mano che vengono meno anche i pochi servizi disponibili, potenzialmente evolvendo in uno scenario simile a quello della Sierra Leone. Persino l’esercito potrebbe spaccarsi.
In tutto questo, probabilmente i servizi essenziali crollerebbero: circa un milione di nigeriani sotto terapia anti-retrovirale sarebbero abbandonati a se’ stessi, cosi’ come quelli che soffrono di tubercolosi. I focolari di epidemie stagionali (malaria, colera, febbre di lassa, febbre gialla…) esploderebbero incontrollati.
Rifugiati potrebbero riversarsi in Cameroon, Niger, Chad, Benin in proporzioni ben superiori a quelle osservate recentemente in Etiopia.

Insomma, reincontriamoci fra vent’anni.

Humanitarians: Nexus and chill

Warning: Il post è progressivamente lievitato in modo abnorme rispetto all’idea iniziale.

Nel mondo della cooperazione internazionale esiste, sin dagli albori, uno scisma fondamentale. Paragonabile forse solo alla divisione fra guelfi e ghibellini. Fra cristiani cattolici e ortodossi. E protestanti. E fra cristiani e mussulmani. E fra monoteisti e tutte le altre religioni… ok, forse questi esempi non funzionano affatto.
Diciamo allora che questo scisma radicale è paragonabile ad una fede di altro genere. E’ paragonibile ad un derby. E non un derby qualsiasi, non un Juve-Toro o un Milan-Inter qualunque. Neanche un Roma-Lazio. Sicuramente su un altro pianeta rispetto a ManU-ManCity. Appena paragonabile a River-Boca, ma solo in finale di Copa Libertadores. O forse al derby di Teheran*.

Una divisione viscerale, filosofica, quasi religiosa. Quella fra humanitarian aid e development aid. Cowboys e indiani.
Da un lato la Banca Mondiale, i miliardi, i vestiti stirati, gli hotel raffinati, gli investimenti in infrastrutture, autostrade, fertilizzanti, scuole, in una parola: lo sviluppo. Dall’altra i “cowboys” sui loro gipponi o a dorso di muli verso emergenze irrangiungibili, le casacche che dovrebbero fungere da scudo e i vestiti dubbiamente lavati, i pacchi di plumpy-nut distribuiti anche sotto le bombe; in una parola: l’emergenza*. Dove c’è la Croce Rossa, difficilmente c’è qualcuno del Fondo Monetario Internazionale. E viceversa.
E, in effetti, guardare un humanitarian in giacca e cravatta è in genere un’esperienza straniante (dico per esperienza). Così come ci appare ridicolo, o perlomeno fuori luogo, un businessman in visita in un campo per sfollati – che pure non mancano.
Mai, assolutamente mai, confondere uno con l’altro. Mai, assolutamente mai, scambiare l’humanitarian worker per qualcuno che lavora nella cooperazione allo sviluppo. Non esiste insulto peggiore.

O, almeno: non esisteva.
Poi qualcosa è cambiato. Qualcuno, in qualche università strapagata di qualche pacifica cittadina occidentale si è detto che, sotto sotto, le cose non sono così distanti; che ci deve essere un nesso: che non puoi rimediare e, soprattutto, prevenire un conflitto senza un pò di sviluppo.
Se l’insurrezione di Boko Haram controlla tanta parte del Borno e la Nigeria non riesce ancora a sedarla, ciò è evidentemente dovuto ad un complesso mix di fattori: non tutti sono terroristi assetati di sangue che vogliono sgozzare occidentali, molti (spesso: la maggior parte) sono ex contadini che causa desertificazione non hanno più di che vivere; ragazzi che non hanno scuole o prospettive di futuro; padri di famiglia incarcerati e torturati (etc. etc. etc) e arrabbiati, sfiniti.


Dunque, se war is development in reverse, lo sviluppo può invertire gli effetti nefasti del conflitto. E prima lo sviluppo comincia, meglio è. Early recovery, baby. Se esiste un collegamento fra conflitto e sviluppo (conflict-development nexus), allora deve esistere anche fra azione umanitaria e sviluppo: humanitarian-development nexus. Vi hanno bombardato l’ospedale? No problem: ve lo ricostruiamo più bello di prima, build back better!
E così è arrivato il nexus. La mela di Newton e l’uovo di Colombo combinati assieme. La risposta, sempre sia lodato!, a tutti i nostri problemi.
Se il conflitto causa sottosviluppo e il sottosviluppo causa conflitto, non potevamo più guardare l’azione umanitaria in emergenza dei chirurghi sotto le bombe e dei bambini affamati in modo separato dalla cooperazione allo sviluppo che costruisce scuole, ponti, centrali elettriche: occorre fare questo e quello, farli assieme, farli in modo coordinato, logico, efficace ed efficente (value for money, baby).
Occorre che la Banca Mondiale parli con le forze armate e con la Croce Rossa, così mentre voi mandate chirurghi e infermiere, noi vi facciamo un ospedale ultramoderno, e un’autostrada per arrivarci, e scuole per formare i futuri dottori. E via dicendo.
D’altronde, diciamocelo, come possiamo garantire a tutti quei poveri disgraziati martoriati dalla guerra appena più che la misera sopravvivenza? Un pediatra non sa costruire pozzi. Un ingegnere non sa arare campi.

Cosa vuol dire il nexus in pratica? Vuol dire che a Maiduguri (Borno) la città deve tornare a vivere, non a barcamenarsi per sopravvivere. Occorre fare spazio per lo sviluppo: addio emergency response, benvenuti piani di crescita! Vuol dire che il problema non è più se ancora ci si spara nel Borno appena fuori da Maiduguri, il problema è che la gente deve tornare a casa, deve svuotare i campi per rifugiati. Non basta più costruire e svuotare latrine, bisogna pensare ad impianti per depurare milioni di litri d’acqua al giorno.

Tutto questo è bellissimo, ovviamente. Un’idea brillante che, come sempre accade quando giochiamo con le vite degli altri, avrebbe dovuto risolvere tutti i nostri problemi, inclusi quelli di coscienza. I loro, chissà.
Eppure, come sempre accade con le idee brillanti, risolto un problema se ne crea un altro. Non necessariamente migliore.
E, ovviamente, ecco subito i sapientoni, le cassandre a ricordare “ve l’avevo detto…
Accade, per esempio che ai cowboys senza colts non piaccia poi tanto farsi accompagnare dai mastini da guardia dell’esercito. O che ai mastini da guardia non vada tanto bene dove questi scapestrati pensano di aprire i loro ospedali da campo.

E’ la politica, bellezza. E la politica è sempre distribuzione [ineguale] di risorse scarse. E in ogni distribuzione di risorse, qualcuno vince e qualcuno perde.
Se alla politica si somma lo schmittiano “politico” del conflitto amico/nemico, il quadro si complica.
E si complica soprattutto per chi nemici non ne ha, o almeno professa di non averne: quegli scapestrati di cowboys senza colt. I freak che si scudano dietro adesivi con gli AK-47 barrati a divieto e dietro i loro principi da anime belle di umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza. Che tanto, quando poi accade qualcosa di brutto, correranno sempre a piangere da mamma, andranno sempre e comunque a rifuggiarsi sotto l’ala armata dell’esercito. Perché, lo sappiamo, quando piove merda le bandiere bianche si smerdano come tutto il resto. E nulla ripara meglio di un fucile automatico.
Ma, che piaccia o meno, i principi da anime belle sono tutto quello che i frichettoni hanno (che poi sono professionisti di tutto rispetto, con master su master e decine di anni di esperienza, oltre ad avere alcuni milioni di budget da spendere, chiaro, pur restando peanuts rispetto alle vagonate di soldi di altri).
Gli humanitarians arrivano dove arrivano a portare vaccini, cibo pediatrico, antibiotici, cloro e altre sciocchezze perché riescono a farsi accettare, non perché un fucile gli apre la strada. E possono farsi accettare solo se dimostrano, coi fatti prima che con le parole, di non fare distinzioni. Di aiutare tedeschi e americani, guelfi e ghibellini, tifosi del Boca e del River.
Non ho ancora capito come c***o facciano, questi humanitarians. Ci credono davvero? E davvero la danno a bere a tutti quelli che incontrano? Per lo più no: nel Borno, le forze armate nigeriane ci accusano di essere complici dei ribelli islamici di Boko Haram e i soldati del califfato ci accusano di essere crociati sotto mentite spoglie, qui per convertire e distruggere la sana morale islamica.

In ogni caso, diventa difficile andare a mettere una garza ad un tifoso del Boca quando sei accompagnato da un gruppo di ultras del River. Almeno così mi dicono, io allo stadio non vado.

Farsi accettare, agire in modo imparziale, significa non guardare in faccia nessuno e guardare solo all’entità dei bisogni (quanto è grave quella ferita?).
Ma nello sviluppo non si ragiona così. Nello sviluppo si guarda al futuro, si fanno scelte basandosi su altre logiche, su altri criteri. Poco importa se quel campo per rifugiati non arriva ad avere i 15 litri d’acqua persona/giorno che gli standard umanitari impongono: quell’acqua serve per irrigare i campi. Con cui magari sfameremo milioni di persone, certo.
E lo sviluppo, come scelta propriamente politica, si regge sulla canna di un fucile – specie in situazioni di aperto conflitto. Il governatore del Borno dice autostrade? L’esercito (o la polizia) svuota i campi, riporta gli sfollati nei loro villaggi natali, costruisce una clinica, una scuola e se ne torna al campo. E gli humanitarians cosa fanno? Si accodano all’esercito per portare pacchi di riso e medici? Insistono per tratterenere i rifugiati nei campi?
Quelli della Banca Mondiale, invece, possono fregarsene in tutta pace dei principi da anime belle: non hanno alcuna professione di neutralità o imparzialità – seguono il vento dello sviluppo: si vuole fare una diga e una centrale idroelettrica? Perfetto, se serve tutti in marcia dietro le colonne dell’esercito*.

Nei paragrafi precedenti ho, evidentemente, calcato la mano. Mi son lasciato prendere dal gusto dell’esagerazione. Ma il problema esiste ed è reale. Cooperazione umanitaria (emergency relief) e cooperazione allo sviluppo (development) sono strettamente collegate, ma strettamente distinte allo stesso tempo. Il confine fra le due spesso si perde (sviluppare nuovi protocolli per trattare la febbre lassa è emergenza o sviluppo?), ma ogni tanto riemerge in superficie, in modo problematico.
Se l’ICRC scrive un piano di sviluppo assieme al governo del Borno potrà ancora garantire la propria imparzialità? O presentarsi come neutrale? Verrà ancora percepita come indipendente dagli abitanti, che magari sotto sotto simpatizzano per Boko Haram? E, di conseguenza, potrà raggiungere quei villaggi sperduti per portare medicine? O, magari, quel piano di sviluppo andrebbe scritto (per assurdo) proprio con Boko Haram? E, nel raggingere quei villaggi, può la Croce Rossa farsi scortare dall’esercito o farsi accompagnare dal presidente? Come verrà percepita? Diventerà solo un altro strumento di propaganda, per vincere hearts and minds da parte di una parte nel conflitto?
Può un’organizzazione umanitaria supportare il programma del governo per svuotare i campi per rifugiati? Come può assistere le persone che tornano a casa? Se il governo dice di costruire pozzi, ma i rifugiati chiedono scuole, a cosa si dà la priorità? E se l’ONG invece ritiene che servano ospedali? E può farlo coi soldi della Banca Mondiale, che magari sostiene apertamente una parte del conflitto?
Gli operatori umanitari verranno ancora distinti dagli ingegneri dell’esercito, che pure loro costruiscono scuole, ospedali, strade per la popolazione?
Dove si traccia la linea? Dove riemerge il confine?

Ogni contesto presenta risposte differenti. Nexus? Sì, no, forse. Parliamone?
Forse discutere di neutralità, imparzialità, indipendenza in modo assoluto non ha senso (ne ha mai avuto?). Ma in modo contestualizzato, rimane inevitabile. Nessuno, oggi, può onestamente negare che un collegamento fra crisi e sviluppo esista, e che abbia implicazioni enormi, che devono essere affrontate. Il problema resta come le si voglia affrontare. Alla fine, le domande su neutralità, imparzialità, indipendenza – in definitiva: le domande sull’accesso– resteranno fondamentali. E irrisolte.

(*quelle sopra sono, ovviamente, semplificazioni ad uso letterario)

p.s.: solo un’impressione mia, o sto diventando bravino con questi titoli?
(Sì, come si dice: me la suono e me la canto da solo)