Dalla Catalunya al Trentino. Indipendenza e autonomia. Federalismo europeo. Sovranità da condividere e un pugno che deve farsi carezza.

Parecchi spunti interessanti in questo post, ai quali provo ad aggiungere qualche annotazione.
Innanzitutto, credo sia opportuno considerare anche una visione medio/lunga sulla “questione catalana”: ricordare l’impatto del franchismo (anche in come parte di quella transizione ancora incompleta, basti pensare alla composizione e al supporto elettorale del PP), ma anche come il nazionalismo catalano sia stato cavalcato negli ultimi 20 anni, ovvero ben dopo la fine del regime.

Personalmente, credo anche dovremmo -come si accenna nel post- riflettere profondamente sull’idea di nazionalismo (vale anche in Scozia o altrove), sul significato profondo di questa idea e sui suoi presupposti (storici). Solo partendo da questi potremmo riadattare questa idea nel mondo contemporaneo (per “scoprire le carte” e provare a chiarire: oggi come oggi, credo che in Europa un’idea di nazionalismo che voglia anche assumere la forma-stato sia anacronistica e dannosa. Personalmente, trovo sia stato un errore sin dall’origine da parte del movimento catalano usare questo concetto).

Il tema dell’Europa è vastissimo e, purtroppo, quasi irrisolvibile in questo quadro: l’UE è nata come costruzione “internazionale” è evoluta in un sistema “supranazionale”, ma questa evoluzione è ancora incompiuta e traballante, con gli Stati che “rientrano dalla finestra” ad ogni revisione dei trattati e pongono nuovi paletti verso un cambiamento deciso. Fino a che rimangono questi paletti, e nessuno Stato vorrebbe sancire la propria “fine”, è difficile immaginare chi e come possa indirizzare effettivamente l’UE verso un altro modello.

Affascinante l’idea di “governo non proprietario che va ceduto e condiviso”, che mi riporta, con le dovute differenze, all’idea di “hybrid governance” tanto in voga nello studio dei paesi in via di sviluppo. Se, per ipotesi, l’idea è quella di “ibridità”, dobbiamo allora accettare che questa condivisione è fluida e constantemente mutevole. Il che implica, da un lato il superamento di modelli “moderni” e rigidi di governance, dall’altro la necessità di sviluppare forme di politica meno antagonistiche (ed è assai complicato, essendo in gioco rapporti di potere).

Condivido molto anche l’idea dell’ “ambizione di un futuro da vivere insieme” (cfr Ortega y Gassett). Mi domando, tuttavia, se -per come “abitutata” la mente umana- questa ambizione non abbia bisogno di nutrirsi di una contrapposizione verso un “altro” (in fondo, anche il nazionalismo di fine 1800 si fondava su queste premesse). Nel caso dell’Europa, quale potrebbe essere? Un’indicazione già l’abbiamo (l’immigrazione): idea spaventosa e fortunatamente questa visione è opposta da alcuni.
Ma dalla prospettiva di costuire una “comunità” europea, questo ci porta al dilemma radicale di come poter essere latu sensu “identitari” e solidari verso l’interno e solidari verso l’esterno al tempo stesso.
Può l’Europa, con la sua pesante storia, accettare di sviluppare un’identità (e una visione del futuro) basato sull’ “interazione”, sul forgiare identità nuove (che implicano anche, in qualche modo “alleggerirsi” di qualcosa)?

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Abbiamo deciso di intraprendere un viaggio dentro la crisi politica catalana dopo esserci chiesti – a metà dicembre scorso – quale potesse essere il ruolo dell’Autonomia nella delicata fase che sta vivendo l’Europa. Siamo arrivati a Barcellona mentre sei indipendentisti catalani entravano in carcere o erano costretti all’esilio. Sulla via del ritorno abbiamo appreso che Carles Puigdemont era in stato di arresto e si andavano formando le prime manifestazioni di solidarietà e protesta nelle piazze catalane.

Questo il contesto nel quale ci siamo mossi, tra incontri con partiti politici e conversazioni con soggetti sociali e culturali. Un contesto che, visto lo spropositato utilizzo della carcerazione preventiva da parte dello Stato spagnolo, rischia di veder chiudersi ogni possibilità di dialogo politico, favorendo una maggiore polarizzazione delle posizioni in campo e attivando una crescente radicalizzazione dei metodi di lotta da un lato e di tentativo di reprimerli dall’altro.

A tal proposito Marta…

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Banali considerazioni su Israele

Israele è tornata prepotentemente (come sempre) ad essere oggetto di cronaca nei giorni scorsi. Prima con gli “scontri” a Gaza, poi con la questione dell’immigrazione.
Senza pretesa di completezza, mi permetto di raccogliere qui alcune considerazioni -forse banali, nel qual caso mi rallegro per la competenza dei lettori.

Comincio dagli aspetti forse più banali e più recenti, la diatriba sull’immigrazione.
La problematica, per il governo israeliano, sovrappone diverse questioni. Prima fra tutte, la natura di Israele, nato come “Stato ebraico”, quindi fortemente connotato da un’identità etnico/religiosa (sulla sovrapposizione fra le due vi sarebbe molto da scrivere, non solo in questo caso).
Se il problema è comune a tutti i nazionalismi (rectius: a tutti gli Stati nazionali), in Israele, per il proprio contesto, la cosa è particolarmente sentita. Basti pensare al ruolo e all’importanza spropositata che gruppi piuttosto minoritari come gli ebrei ultraortodossi hanno nella politica nazionale.
Ma questo ci porta, indirettamente, ad un secondo aspetto. Ovvero le passate politiche migratorie / umanitarie di Israele. Aspetto forse meno noto. Negli anni ’80, durante la carestia in Etiopia, l’esercito di Israele organizzò trasporti “umanitari” di ebrei etiopi in Israele (riportato anche nel film “Vai e vivrai“). Le operazioni continuarono anche nei primi anni ’90, nonostante l’opposizione dei paesi arabi. I rifugiati dovevano essere ebrei (con tanto di precisi criteri rabbinici). Ciò conferma quanto dicevo sopra sul forte carattere nazionale (etnico/religioso) di Israele e spiega in parte perché ora il governo israeliano sia tanto interessato a “sbarazzarsi” di questi migranti. Possiamo anche dire che queste operazioni rientravano in una precisa politica demografica per affrontare la crescita demografica degli Stati arabi, e dei palestinesi in particolare.

Ora, l’area dove risiedeva principalmente questo gruppo di ebrei etiopi è indicativamente nell’area nord-occidentale dell’Etiopia (regioni di Amhara e del Tigrai – anche qui si potrebbe aprire un capito a parte riguardo la politica etiope), prossima al Sudan ed Eritrea, da dove -se ho ben compreso- provengono i migranti oggetto della disputa odierna.
Evidentemente, dunque, in questa migrazioni contemporanee si sovrappongono ed intersecano questioni risalenti almeno agli anni 1980.

Ma, con riferimento all’ipotetico trasferimento in Europa di parte di questi migranti, la loro provenienza è particolarmente importante anche sotto un alto aspetto. L’Eritrea, infatti,  è uno dei regimi più autoritari della regione (ed è una classifica difficile…). Come riportato da anni (qui 1 e qui 2), il regime di Afwerki è uno dei più repressivi (consiglio il saggio Alex De Waal per approfondire) e si sostiene col tacito supporto dell’Occidente, Italia compresa.
Siamo alle solite.

Su Gaza
Purtroppo, il dibattito Israele/Palestina soffre, inevitabilmente, dell’equivoco sul “diritto di Israele di difendersi” che trasforma qualsiasi discussione riguardo l’uso della forza da parte di Israele verso i palestinesi una polemica senza uscita, nella quale l’impossibilità di trovare un punto comune spesso riduce ad un manicheismo “pro-palestinesi” vs “pro-Israele”.

Anche qui, non ho pretese di completezza. Tuttavia, e ben conscio del rischio di cui sopra, vorrei provare a svolgere alcune considerazioni prettamente giuridiche sul “diritto di difendersi”.
In diritto internazionale, quella fra Israele e palestinesi è una situazione complessa che ricomprende in sé situazioni di “conflitto armato” (tralasciamo se internazionale o meno, il principio che affronterò si applica indifferentemente), “occupazione militare” (in Cisgiordania, ma non tratterò di questo) e per certi aspetti operazioni “di polizia” (strettamente nazionali, per definizione).
Principio fondamentale del diritto di difesa è il criterio di proporzionalità. Universale, scrivo, perché si ritrova nel diritto dei conflitti armati (infra), nella c.d. legittima difesa (art. 52 c.p. -nonostante tentino in tutti i modi di toglierla) e nell’uso della forza per operazioni di polizia (law enforcement).

Credo, a ragione, che il caso di Israele rientri più nell’ipotesi di conflitto armato che in quello di law enforcement nazionale. Diversi indizi ce lo confermano: la partecipazione dell’IDF (esercito di Israele), non la polizia; le diverse autorità politiche coinvolte (autorià palestinese / governo israeliano), ovvero le catene di comando e la cittadinanza dei soggetti interessati… (ma è più complicato).
Fermo che nel diritto internazionale dei conflitti armati [LOAC] è proibito attaccare persone hors de combat (civili, feriti, medici…) e che vi sono diatribe sullo stato dei “unlawful combatants” (combattenti illegittimi, ovvero coloro che partecipano agli scontri senza rispettare i criteri posti dal LOAC, ponendosi in uno status intermedio fra civili e combattenti), il principio di proporzionalità impone di causare come conseguenza di un attacco lecito esclusivamente danni incidentali alla popolazione civile non eccessivi. Ovvero, secondo l’art. 51 del Primo Protocollo Addizionale alle Convenzioni di Ginevra (1977), devono considerarsi indiscriminati e vietati quegli

attacchi dai quali ci si può attendere che provochino incidentalmente morti e feriti fra la popolazione civile, danni ai beni di carattere civile, o una combinazione di perdite umane e di danni, che risulterebbero eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto previsto.

Il che, per converso, implica anche che un obiettivo con un enorme vantaggio militare “giustifica” (rectius: rende non illegale) un attacco che causi enormi perdite civili (pensate a quanti civili sarebbe ammissile, in ipotesi, accettare come perdite collaterali per uccidere Hitler).
Lo stesso principio si applica ai sensi dell’art. 52 anche ai beni civili.
Tecnicamente, Israele non è parte signataria del Protocollo. Ma il principio di proporzionalità è considerato ius congens del diritto internazionale (cercare quel che dice Yoram Dinstein, israeliano e fra le massime autorità nel campo).

Ora, io non conosco quale “vantaggio militare diretto e concreto” Israele abbia previsto quanto ha risposto alle manifestazioni di Gaza dei giorni scorsi. Ma credo di poter affermare, con fondata convinzione e in base agli elementi riportati, che la proporzionalità della risposta militare (o di polizia) è venuta meno.
Dubito infatti che una manifestazione -per quanto magari non al 100% pacifica- sia in grado di provocare una minaccia tale da richiedere una risposta con bombardamenti, carri armati e droni che causi 16 vittime e centinaia di feriti.
Vedete che uso tutte le cautele linguistiche e argomentative nel formulare queste conclusioni. Altri, anche in Israele, sono meno cauti di me. cito Levy:

Comic relief was provided by the army spokesman, who announced in the evening: “A shooting attack was foiled. Two terrorists approached the fence and fired at our soldiers.” This came after the 12th Palestinian fatality and who knows how many wounded.
(Segnalo peraltro un altro punto degno di nota sollevato da Levy: che diritto ha Israele di sopprimere manifestazioni nel territorio di Gaza?)

Lo faccio semplicemente perché non mi interessa, né spetta a me, formulare qui sentenze. Come detto, vorrei limitarmi a offrirvi considerazioni -facilmente accessibili- per ogni vostra futura riflessione.

Considerazioni post-voto n.2

Sento da parte di molti (più o meno qualificati) commentatori politici che uno degli scogli maggiori per un eventuale governo M5S-Lega(-FI?) sarebbe, sia per la Lega di Salvini che per M5S e Di Maio “far accettare l’alleanza ai propri elettori“.
Ora, premesso che la Lega ha già abbastanza esperienza di alleanze impresentabili ed i suoi elettori mi sembrano abbastanza disposti ad accettare anche questo esperimento (e che la flat tax non è stata il motivo principale del successo elettorale di Salvini & co), vorrei sottoporre questa riflessione…

…che problema dovrebbero avere gli elettori di M5S ad accettare questa alleanza, visto che in molti casi sono gli stessi elettori di Berlusconi di pochi anni fa?
M5S potrà anche essere un movimento che intercetta il voto di sinistra, in parte, ma il risultato del 100% dei seggi in Sicilia -secondo me- suggerisce che intercetta, magari per motivi diversi, tanti, tantissimi elettori ex-berlusconiani.

Pura provocazione?

Rugbysticamente

Forse non servono 61 anni. Che, di per sé, potrebbe non sembrare una notizia. E forse, al di fuori di un certo mondo di aficionados, non lo è.

Ad ogni modo, i fatti che interessano sono semplifici: Irlanda batte Inghilterra, espugna il tempio di Twickenham e si prende il terzo grand slam della propria storia.
L’ultimo nel 2009 fu festa nazionale, dopo un’attesa di sessantuno anni, a coronamento di una golden generation di rugbyman irlandesi (O’Driscoll, O’Gara, O’Connell…) che pareva unica.
Invece, sembra che l’Irlanda possa godersi una nuova generazione di giocatori di livello assoluto: guidati da un Sexton sempre eccezionale (drop di 40 metri contro la Francia alla prima giornata per la vittoria a tempo scaduto e dopo quaranta fasi d’assalto alla trincea…), con giocatori giovani “promettenti certezze” (Ringrose & Stockdale) e soprattutto guidati da uno dei migliori allenatori in circolazione, l’Irlanda ha praticamente dominato ogni partita del torneo- soprattutto a livello mentale.
Ripeto: chi si sarebbe preso la responsabilità di un drop del genere? Spettacolo puro. Eppoi: prima sconfitta in casa per l’Inghilterra a Twickenham in due anni.
Ricordiamo che questa Irlanda è arrivata a battere anche la Nuova Zelanda campione del mondo, meno di due anni fa.

Anche l’Irlanda ha la sua piccola maledizione (oltre, almeno fino a ieri, a quella dell’irrangiungibile Grande Slam) ai mondiali: non riuscire a superare i quarti di finale. Che il 2019 possa essere la volta buona?
Infortuni permettendo, scommetterei di sì. Eppoi chissà.

Questo Sei Nazioni verrà probabilmente ricordato anche come il torneo in cui l’Inghilterra fino ad ora praticamente perfetta di Eddie Jones ha mostrato le sue (prime?). Con tre sconfitte (Scozia, Francia, Irlanda), l’Inghilterra finisce addirittura quinta nel torneo (davanti solo all’Italia!), ma soprattutto mostra i limiti del proprio gioco che fino all’anno scorso sembrava inarrestabile (tanto che già si preannunciava come principale candidata alla sfida agli All Blacks per il 2019).
Jones ha ottenuto too much too soon? Solo il tour estivo in Sud Africa darà risposte più precise.

Nota sulla Francia, o meglio: nota sulla Francia e Brunel. Personalmente resto del parere che Brunel sia un buon allenatore. Non al livello di Schmidt, ma valido. Il movimento francese mi pare resti in confusione, non a caso più il buon gioco si è cercato soprattutto il gioco semplice, puntando poi sulla fisicità dei giocatori. La confusione si vede anche da chi è stato chiamato al ruolo chiave di mediano di mischia: gli agés Trinh-Duc (comunque eccellente) e Beauxis.
Impressionante, invece, la crescita della Scozia. Che dire? Programmazione: il (ben strutturato) lavoro paga.
Ben strutturato: esattamente quel che manca all’Italia.

Due parole anche sull’Italia. Certo, la sconfitta con la Scozia brucia. Brucia anche la striscia negativa di 17 sconfitte consecutive. Un triste primato che la dice lunga sul nostro movimento.
Eppure, a mio sentore, la situazione non è così tragica come la si vorrebbe far passare. Almeno: mi pare meno tragica di un paio d’anni fa.
Intendiamoci: la situazione dell’Italia è grave, probabilmente gravissima. Ma non tragica. Certo, credo anche io che la nostra permanenza nel 6 Nazioni sia potenzialmente compromessa. Ma non sono ancora persuaso che la nostra esclusione (o qualcosa di simile) sia già decisa.

Tuttavia, credo anche che il lavoro fin qui svolto da O’Shea (e Brunel prima di lui) si stia dimostrando positivo. Resta un enorme problema di fitness, a causa del quale nell’ultimo quarto di gara i nostri avversari ci sovrastano. Ma si vedono miglioramenti, di mentalità e di gioco.
Il problema vero, semmai, è che a livello di movimento questi miglioramenti sono too little too late rispetto ai passi avanti delle altre nazioni. Oltre alla forma fisica, manca soprattutto una base di buoni giocatori da poter “gettare nella mischia”.
Su questo, O’Shea, il suo staff e i 23 convocati ad ogni gara possono fare poco… ma lo ripetiamo ormai da anni.

Beati i giornalisti di spirito

Mi mancava veramente tornare in Italia per parlare di politica? Veramente? No. Ma pare che non vi sia altro tema interessante, qui.
Quindi mettetevela via. O anche no.

Qualche settimana fa, su Repubblica Eugenio Scalfari ha scritto un editoriale (che non ho letto) nel quale si svolgevano -a dir poco- dubbie ricostruzioni della storia politica italiana durante il “ventennio” berlusconiano.
Gli fa seguito Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano.

Come molti, anche io in passato ho ammirato Travaglio per le sue inchieste, la sua “sete di verità” e la sua capacità di esporre i malaffari italiani. Per la stessa ragione, per qualche tempo ho anche letto quotidianamente Il Fatto. Da qualche tempo, purtroppo, ho invece la seria impressione che anche lui sia accecato da un “sacro fuoco”, in questo caso diretto contro il Partito Democratico.
Intendiamoci, non penso affatto che il PD sia esente da critiche. Sarebbe stupido anche solo pensarlo. Ma vi sono critiche fondate e non.

Le ultime di Travaglio, non solo sono critiche infondate, ma sono anche una palese (oserei dire: in malafede) ricostruzione falsata degli eventi di 5 anni fa, ovvero dei colloqui guidati da Bersani fra PD e M5S.
Travaglio evidentemente ha ben chiaro che abbiamo la memoria corta, quindi può raccontare quel che gli pare. Cito

Se Di Maio vuole i voti del Pd derenzizzato e di LeU, glieli chieda. Poi vada a parlare con Martina e Grasso su un’offerta chiara, realistica, generosa e rispettosa della democrazia parlamentare (che non si regge su maggioranze relative, ma assolute). Proprio quello che non fece il Pd nel 2013, quando pareggiò col M5S: si pappò le presidenze delle due Camere, designò Bersani come premier, stese un programma e una lista di ministri, poi pretese che i 5Stelle sostenessero al Senato il suo governo di minoranza. Risultato: il famoso e disastroso incontro in streaming. Quella di Bersani e Letta era una proposta che Crimi e Lombardi non solo potevano, ma dovevano rifiutare. Quando poi Grillo, venti giorni dopo, ne avanzò una non solo accettabile, ma auspicabile per il M5S, per il Pd e soprattutto per l’Italia – “eleggiamo Rodotà al Quirinale e poi governiamo insieme” – fu il Pd napolitanizzato e lettizzato, cioè berlusconizzato a rifiutarla.

A memoria mia (e accetto confronto, ovviamente), questa ricostruzione è falsa e tendenziosa sotto parecchi aspetti, provo a esporli (senza pretesa di completezza, in vero):
1) Bersani “si pappò” le presidenze delle due Camere: errore di fondo, perché il PD seguì correttamente la normativa, eleggendo un presidente (Camera- Boldrini) con la maggioranza che in quella camera aveva, senza ricatti o pressioni. Addirittura, Travaglio omette che a) la presidente eletta non apparteneva al PD (tant’è che nel 2018 si è candidata contro il PD…), b) per i primi 3 scrutini la coalizione votò scheda bianca. Al Senato le cose andarono in modo differente, ma anche qui la norma fu pienamente rispettata- e non si dimentichi che gli stessi M5S votarono Grasso allo scrutinio decisivo.
2) il PD designò Bersani come premier – omette: come imposto dalla legge elettorale. Spero che Travaglio scherzi: in quale democrazia il partito di maggioranza relativa non propone  il proprio candidato primo ministro? E, ancora, Travaglio omette: come sta facendo attualmente Di Maio (o qualcuno l’ha forse sentito dire: “scegliete voi il presidente del consiglio che preferite?”). Siamo al ridicolo.
3) stese un programma e una lista di ministri: di nuovo, come fatto da M5S oggi! Addirittura prima delle elezioni… Ma, francamente, vorrei che qualcuno portasse fuori quella “lista di ministri” di Bersani nel 2013- perché francamente io non la ricordo propio.
4) una proposta che Crimi e Lombardi… dovevano rifiutare: a quale proposta si riferisce Travaglio? Io l’unica che ricordo sono i tristemente celebri “8 punti”, degni di una maggioranza riformista-progressista. Che M5S rifiutarono sdegnosamente. Parlare poi di “imposizione” è assurdo: come ogni proposta, era oggetto di negoziazione. Che finì malamente per l’intransigenza del Movimento. Cito da un giornale di quei giorni: “l’assemblea[M5S] vota il no a Bersani“- prima dei negoziati!
Se ben ricordo, addirittura M5S chiese al PD di votare un proprio candidato primo mistro… senza peraltro fare alcun nome!
5) Grillo avanzò una proposta accettabile, ovvero eleggere Rodotà al Quirinale. Sulle qualità di Rodotà non si discute (peccato Travaglio taccia del trattamento a questi poi riservato dallo stesso Grillo) e in questo senso la proposta sarebbe stata accettabile. Ma questa era ben lungi dall’essere una proposta (o anche solo un’apertura) per un ipotetico governo comune! Era poco meno di un’imposizione (stesso ragionamento fatto poco prima conBersani voti la Gabanelli“).
Certo, probabilmente da parte del PD fu un errore rifiutare- ma, come scrissi allora, quando l’alternativa era Prodi era difficile (se non impossibile) non sostenerlo.

Prosegue Travaglio:

Ma se [il PD] chiedesse alcuni punti programmatici condivisibili, perché no? La cosa sarebbe meno difficile se Di Maio aprisse la sua squadra di esterni ad altri indipendenti di centrosinistra, per un governo senza ministri parlamentari. E bilanciasse la sua premiership lasciando la presidenza di una Camera alla Lega.

Problema: chiedere alcuni punti programatici condivisibili è quanto fatto dal PD nel 2013. Le ipotesi sono due: o secondo Travaglio M5S può accettare di “trattare” col PD solo da posizione di forza (quando ha il famigerato coltello “dalla parte del manico”) e comandare; o secondo Travaglio il PD deve sempre fare il ruolo del “fesso” che si assume la “responsabilità” di far governare altri.
Secondo problema: bilanciasse [Di Maio] la premiership lasciando la presidenza di una Camera alla Lega. La cosa è politicamente assurda, perché le presidenze delle camere hanno importantissimi poteri nella gestione dei lavori parlamentari (si pensi solo alla calendarizzazione), motivo per cui non si “lasciano” alla minoranza come gesto di carità (attendo smetite con esempi contrari).
Stessa ragione per la quale credo che l’affermazione “discutere delle presidenze non ha nulla a che vedere col discutere del governo” (tra Lega e M5S) sia semplicemente fuffa.

Buonanotte ai suonatori.

Semiseria analisi elettoral-letteraria

La cosa migliore che si possa dire su queste elezioni l’ha in realtà disegnata Makkox 6 anni fa: poteva andare peggio… poteva piovere merda incendiaria.

Ecco: poteva piovedere merda incendiaria. E forse sarebbe stato meglio.

La situazione attuale
Checché se ne dica, il “riformismo ragionevole” (definizione mia, già dal 2013) in questo paese conta meno del due di bastoni: meno di una persona su 5 condivide questa visione. E ora come ora, rischia di divenire addirittura il terzo partito- dopo M5S e Lega.Quando ragionavo sui dati dei primi exit poll notturni, mi tornava in mente un’altra vignetta per la sinistra -credo di Ellekappa all’indomani dell’elezione di Obama- Stati Uniti si vince, recitava.
Ovviamente non si sarebbe vinto neanche sommando il 19% del PD col 4-5% di Liberi e Uguali. Forse la ferita avrebbe fatto meno impressione, ecco. Ma con i numeri attuali neppure questa ricostruzione è più credibile.
Adesso sarà solo interessante vedere i flussi elettorali e capire da quale dei due partiti di sinistra è stata maggiore l’emoraggia verso Lega e Movimento 5 Stelle.

Il dato meriterebbe comunque una maggiore attenzione, perché da un rapido scorporo a livello regionale emerge come al nord il PD si mantenga almeno a “linea di galleggiamento” (21% circa in regioni ostiche come Veneto e Lombardia), per sprofondare al 16% circa al sud. Mentre, rispettivamente, al nord il centrodestra sfiora il 50% e M5S si ferma ad un 25% con i risultati che -grossomodo- si invertono al sud (grossomodo, perché vi sono differenze regionali rilevanti e il divario fra prima e seconda forza politica in genere si assottigliano).

Interessante notare che per la seconda volta (terza, se si conta il 2013) gli italiani hanno pensato in larghissima maggioranza di affidare il governo ad una forza politica praticamente neonata. Nel 1994 a Forza Italia di Berlusconi, oggi a M5S di Di Maio.
Vero che il Movimento ha già alcuni anni alle spalle, ma resta una forza relativamente giovanissima.

Riflessioni sul futuro
Riguardo il futuro del Partito Democratico: suonano già campane a morto. Difficile a dirsi, ma non ne sarei così sicuro. Il motivo principale di questa mio parere è che manca del tutto un’alternativa “a sinistra” che possa prenderne il posto- questa certo non può essere Liberi e Uguali (i risultati di Grasso, D’Alema e Bersani dovrebbero essere una chiara indicazione in tal senso).
Normalmente difenderei anche il diritto/dovere del rieletto segretario a proseguire col suo incarico. Non sono certo ciò sia opportuno: scendere sotto il 20% è una batosta troppo grande per non richiedere un cambio radicale e certo Renzi non può sperare né pretendere di presentarsi una terza volta al congresso per una nuova incoronazione (a che?). Per come la vedo, le alternativa sono due: a) gestione Renzi con radicale ripensamento dell’idea partito (collegialità) e più o meno costante linea politica; b) dimissioni di Renzi, gestione Martina-Orlando e tendenziale ricostruzione di un DS azzoppato, con Renzi che prova a fare l’En Marche italiano -ma quello spazio politico in Italia non esiste.
Per il riformismo italiano, credo la prima opzione sarebbe la meno peggio: guadagnare quel minimo di tempo per riorganizzarsi. Un nuovo congresso a meno di sei mesi dal precedente sarebbe un suicidio -non solo per il partito in sé, ma per la sinistra intera.

Non so voi, ma mi aspetto un governo “gialloverde” di M5S e Lega. In fondo le reciproche compatibilità sono meno oscure di quel che si creda (vedasi questione immigrati, Europa e vaccini) e la voglia di entrambi di governare potrebbe smussare a sufficienza le rimanenti divergenze.
E questa riflessione mi porta direttamente alla letteratura.

Letterariamente
Attualmente sto leggendo un saggio di Benedict Anderson (divenuto celebre per il suo “Communità immaginate“) sul movimento anti-coloniale nelle Filippine. In questo saggio, Anderson analizza la vita, l’opera letteraria e politica di José Rizal “padre della patria” filippino.
Senza dilungarmi nell’analisi, quel che qui interessa è il secondo romanzo di Rizal “Il filibusterismo“, nel quale il romanziere descrive il piano di un’indipendentista deluso e convertitosi al nichilismo politico di accellerare la distruzione di una società corrotta (economicamente e nei costumi), tramite attentati e corruzione. Ora, siccome la cosa suona terribilmente simile a certo neofascismo nostrano degli anni ’70, preciso che la mia riflessione non vuole sostenere nulla del genere (violenza o terrorismo) e limitarsi esclusivamente al piano democratico. Giusto per evitare fraintendimenti.

Ad ogni modo, vorrei trasporre questa idea letteraria in ambito politico italiano.
Fino ad ora, infatti, credo noi italiani abbiamo votato il meno peggio o – comunque- quel che credevano avrebbe fatto il meglio per il nostro paese. E abbiamo visto com’è andata, fino ad ora.
Dubito -chissà perché poi- le cose siano destinate a cambiare.
Ma, allora, la mia teoria è la seguente: dovremmo anche noi accellerare la distruzione e la decomposizione. Dovremmo convintamente votare il peggio (ok, magari non il peggio assoluto come FN, Casapau e simili).
In fondo, sorry, dal fascismo ne siamo usciti con una classe dirigente che aveva senso dello Stato -per un periodo troppo breve, ma probabilmente unico nella storia dell’Italia contemporanea. Quindi perché ostinarci?

Concludo con un’altra citazione, un classico familiare (che traduco dal dialetto per comodità): agli italiani è più facile metterlo in c**o che in testa.

Giovani giovani, giovani vecchi e altre creature leggendarie

Non chiedetemi come ci sono arrivato, ma mi son ritrovato a leggere questo vecchio post su calcio e politica, che ovviamente mi ha riportato indietro -parecchio indietro- a riflessioni che facevo anni fa. E credo siano tuttora attuali sulla “vecchiaia” dei nostri modelli politici di riferimeno (Berlinguer, Belinguer…), ma forse non coglievano interamente il problema.

Ora, a me il concetto di “giovani” impiegato come categoria antropologico-politica non piace molto, ma mi rendo anche bene conto che utilizzare la classica dicotomia fra “conservatori” e “progressisti” per il ragionamento che vorrei affrontare non funzionerebbe molto bene.
Perché i confini fra “conservatori” e “progressisti” da alcuni decenni a questa parte, col crollo del “comunismo reale”, con lo scoppio della questione ecologica, la rivoluzione digitale e la globalizzazione, sono assai più incerti di quanto non fossero in passato. Fluidi, in un certo senso: settoriali.
(n.b. la settorializzazione, in effetti, è di per sé stessa il prodotto del crollo di modelli “monolitici” di pensiero- ideologie se vogliamo: un tempo essere comunisti non poteva esser ridotto al mero ambito politico, ma si estendeva a tutti i settori della vita. Tant’è che essere stalinisti piuttosto che maoisti o trotzkisti significava appartenene a mondi pressoché inconciliabili).
Ecco allora che (come detto di un “grande partito di massa” dei tempi nostri) si può essere “liberisti e libertari” al contempo, progressisti in materia di diritti civili e conservatori in altri ambiti.

Seguendo il pensiero (anche) di Recalcati, scrivendo quel post concludevo che, in estrema e affettata sintesi, per i giovani di oggi occorre trovare nuovi modelli politici, diversi da quelli che ci hanno preceduto. E fin qui il discorso è fin troppo abusato. Ma, logicamente, coi nuovi modelli occorre trovare anche nuovi interpreti. Renzi, tanto per fare un nome che sia immediatamente comprensibile (e senza che questo sia in alcun modo un endorsement).

Poi mi son ricordato di una cosa che leggevo nel preparare la mia tesi al SOAS sul Mozambico contemporaneo: tanti giovani usano t-shirt con Samora Machel (primo presidente del Mozambico indipendente) per manifestare la loro protesta contro il malcostume e la corruzione dell’attuale classe dirigente. Qualcosa di simile la leggevo recentemente riguardo Nito Alves e l’Angola. Insomma, in entrambi i casi, dei teenagers si rifacevano a modelli degli anni ’70 per esprimere il proprio pensiero.
Un pò come fanno alcuni dei giovani nostrani con Berlinguer.

Ecco perché il mio titolo.
Esistono giovani (in senso biologico/anagrafico) politicamente “giovani” e giovani politicamente “vecchi”. Così come esistono (anche se son assai rari) persone anagraficamente anziane ma politicamente giovani (o imprenditorialmente… potremmo dire: persone aperte alle novità).
Ovviamente, così come per conservatori e progressisti, la categoria non è categorica e andrebbe valutata settorialmente. Ma, per semplicità d’analisi, passatemi la categorizzazione. Sarà interessante, se qualcuno vorrà, affrontarla nei dettagli altrove.

Da questa constatazione, seguono alcune domande (dubito di aver la risposta ad alcuna di esse), tipo:
– che comunicabilità c’è fra queste (ipotetiche e idealtipiche) categorie (gg/gv, gv/vv, gg/vg, vg/vv)? Altrimenti detto, è più semplice che un ragazzo ventenne con la t-shirt di Machel si intenda (anagraficamente) con uno del Piraten Partei o con un vecchio comunista “berlingueriano”?
– per soffermarci solo agli anagraficamente giovani: quale approccio risponde meglio alle sfide del 2020 (che gli anni ’10 sono ormai finiti)? E’ più facile che qualcuno che vede in Machel (o Berlinguer) un modello risolva le sfide che ci attendano (ad esempio i cambiamenti climatici) o che vi riesca un grillino o un esponente del Piraten Partei (sì, so bene che vi sono enormi differenze fra i due)?
– e, sempre soffermandoci ai giovani, quali condizioni spingono ad essere politicamente “giovani” o politcamente “vecchi”? La domanda, secondo me, è particolarmente interesante, perché -in fondo- sia un mozambicano con la t-shirt di Samora ed un grillino partono dallo stesso obiettivo: la lotta alla corruzione. Sono “solo” i relativi contesti socio-economici a dividerli?

Recensione 50 “In the name of the people”

Credo di diventare sempre più stupido.
Non vi dev’essere altra spiegazione se più leggo un libro, meno lo capisco. Non so cosa l’autore volesse dire alla fine di 300 pagine; non capisco quale fosse l’intenzione, il messaggio che voleva trasmettere; il risultato conseguito.

Oppure, ma è solo un’ipotesi remota, il libro non ha niente da capire. Sì, forse questo è il caso con “In the name of the people“.
Perché già l’Angola -da qualsiasi parte la si approcci- è un casino peggio del celebre nodo gordiano. E già questo basterebbe a chiudere ogni discorso. Perché gli eventi di questo libro sono oscuri, in Angola tanto quanto nel resto del mondo.
E perché Lara Pawson sceglie di mettere tutto sul tavolo “senza filtro”, potremmo dire.
Piccola parentesi su Lara Pawson, giusto per chiarire che non è una sprovveduta: laureata al SOAS, è stata per anni giornalista in Africa per la BBC World Services, incluso in Angola. Parla portoghese (dettaglio non secondario, se si vuole aver accesso a qualche fonte locale).

La scelta di non seguire una tesi ben delineata forse complica un pò la comprensione degli eventi che il libro indaga e cerca di chiarire. Ma forse è l’unico modo per affrontarli veramente.
In fondo, Pawson stessa scrive più e più volte della propria incapacità di afferrare appieno i fatti, le politiche, le psicologie che raccoglie. Forse, allo stato attuale, una tesi “oggettiva” su quei fatti non vi può essere.
Diverso è se si sceglie di seguirne una “soggettiva”, per partito preso.

L’evento che Pawson si propone di indagare è già di per se uno dei più ignoti: il 27 maggio 1977, una “fazione” guidata da Nito Alves del MPLA -il partito al governo in Angola- organizza una dimostrazione / colpo di stato contro / in supporto del presidente Neto.
Seguono massacri dei dimostranti, incarcerazioni arbitrarie e una cortina di silenzio e terrore che si protare sino ai giorni nostri.
Da attenti lettori avrete notato l’ambiguità che io stesso uso nel descrivere gli eventi (manifestazione / colpo di stato). Non è un refuso. A seconda di chi si chieda, la vicenda è narrata in modi completamente opposti e Pawson stessa, al termine di anni di indagini e svariate interviste, non riesce a sciogliere la riserva.
Inutile dire che consultare google non aiuta (ma se riuscite a trovare qualcosa, sarò lieto di leggerlo).

Così, il libro alterna reportages storici, documenti ufficiali, analisi giornalistiche, testimonianze dirette. Quanto attendibile ciascuna di esse sia, non è dato saperlo: si contraddicono tutte.
Nel mezzo, Lara Pawson, i suoi dubbi, le sue fatiche per cercare un capo da cui dipanare il filo, la difficoltà del lavoro da giornalista nel confrontarsi con eventi tanto traumatici (20.000 morti, secondo una delle tante stime) e le vitte.
E, non meno importante, il dilemma politico che vive, da persona politicamente “a sinistra” verso i tanti giornalisti e ricercatori occidentali che hanno apertamente simpatizzato per il regime angolano, al punto di occultare, mistificare o semplicemente dimenticare i fatti. La cosa potrà sembrare marginale a chi non è di sinistra (o a chi non ha mai ammirato qualcuno per poi vederselo collare davanti agli occhi), ma per noi è un problema viscerale.

Non si sa, né probabilmente si saprà mai, cosa si veramente accaduto il 27 maggio 1977 in Angola. Non si sa con esattezza quali fossero le intenzioni di Nito Alves. Non si sa quante persone furono uccise durante la repressione che seguì. Non si sa esattamente quanto sapessero e che intenzioni avessero i cubani.
Ci sono solo tanti frammenti, che ci rimandano tante prospettive contrastanti sul singolo fatto.

Anni fa, al mio primo passaggio al SOAS, chiesi ad un professore un libro sull’Angola “per capirci di più“. Mi consigliò questo “In the name of the people” appena uscito. Dopo anni sono finalmente riuscito a leggerlo: l’avevo preso in mano senza un chiaro scopo. L’ho iniziato con la curiosità di comprendere di più su quello che credevo essere un piccolo avvenimento nella storia dell’Angola (e Pawson stessa lo ripete più volte: è una goccia, nel mare della guerra civile). Di quell’evento ho capito pochissimo.
In compenso ho capito molto di più su tutta l’Angola: sul petrolio; sui portoghesi; sugli americani; sui cubani; sul razzismo.

Con una crescita economica attorno al 10% negli ultimi venti anni, l’Angola è diventata una storia di successo dell’Africa. Molti, troppi, hanno deciso di guardare solo le pagine più recenti di quella storia.

Politicamente

A volte ritornano. I “grandi” temi scomparsi da un pò di tempo da questo blog. Uno su tutti: politica.
Non credo tornerà ad essere un tema ricorrente, né questo post sarà una grande digressione in merito. Voglio giusto togliermi un altro sassolino dalle scarpe del pensiero.

Leggo che la “sinistra” “fuoriuscita dal Partito Democratico” (tutto virgolettato, perché non so più di cosa stiamo veramente parlando… sic!) e cui ora il PD chiede di organizzare una coalizione in vista delle elezioni del prossimo anno risponde “picche” (aka appendetevi al c****o) alla proposta.
In particolare, il leader di MDP Bersani avrebbe dichiarato “Noi stiamo facendo una cosa di sinistra e civica….” di cui (pare) il potenziale candidato presidente del consiglio alle elezioni sarebbe Pietro Grasso, ex magistrato ed attuale presidente del Senato.

Ora, dio mi salvi dal criticare tutto ciò! L’idea di una (ri-)apertura civica della sinistra è nobile, urgente, necessaria e fondamentale. E Grasso sarebbe un candidato di sicuro profilo e senso delle istituzioni (non so quanto senso politico, però- purtroppo serve anche quello).
Purtroppo, la cosa mi puzza…. mi puzza di muffa. Ripeto: l’idea è lodevole e totalmente condivisibile. Se non fossi troppo disilluso, mi ci imbarcherei anche io volentieri. Anzi: avrei tanta voglia di farlo
Il problema (la “puzza”) di questo progetto sono i compagni di viaggio. E i condizionamenti, gli abitus mentali che li accompagnano. In poche parole: sembra la fotocopia di “Rivoluzione Civile” (sic!). Anche qui abbiamo “particelle di sinistra”, frutto di una fissione atomica da partiti più grandi che cercano di ricostitursi aprendosi alla “società civile”.

Ma questa, scusate, è una strategia destinata a fallire. Per incompatibilità.
Incompatibilità fra le strutture di pensiero partitiche (quindi organizzative) e politiche (prendiamo, tanto per fare un esempio, l’ancoramento all’art.18) di certi esponenti politici e la fluidità strutturale (l’organizzazione a rete, non-gerarchica…) e politica (innovativa nei contenuti) della società civile.
E’ un pò come se Bersani volesse costruire un’alleanza col Piraten Partei. Ci ricordiamo tutti come finì la negoziazione con M5S…

Paradossalmente, credo, una cosa del genere riuscirebbe più facile a Renzi (se solo davvero volesse…).

Anche dove MDP ed i suoi esponenti principali riuscissero in questa opera, i loro interlocutori privilegiati, i loro riferimenti esterni alla politica, li condannerebbero ad una certa (mi si passi il termine) “arretrattezza” programmatica: i sindacati.
Il problema di fondo, secondo me, è che questi interlocutori -perlomeno in Italia- non hanno compreso appieno le trasformazioni in atto o, se le hanno comprese, pensano di risolvere con strumenti del passato.

Questa una delle cose che ho appreso in un anno al SOAS: il great divide fra una società civile plasmata nel post-materialismo e nel post-strutturalismo (anche un pò neoliberista) e organizzazioni politiche ancora integralmente materialiste e strutturaliste.
Come accennavo sopra, la “società civile” formatasi dopo (ed in risposta a) l’ondata neoliberista è basata su una struttura a rete di piccole organizzazioni (ONG) focalizzate su aspetti molto specifici (“piccole battaglie”), come l’acqua, internet, diritti umani, diritti delle donne. Molto di rado questi gruppi pensano in termini di cambiamento di sistema (basti vedere dov’è finito il movimento di Porto Alegre) e fanno fatica a darsi un’agenda strutturata. Soprattutto, non pensano in termini di cambiamento “strutturale / sovrastrutturale”, a partire dai rapporti di produzione, ma si focalizzano su tematiche (l’ambiente) diverse.
Il dibattito meriterebbe una delucidazione assai maggiore di questi aspetti da parte mia, ma il tempo (e la voglia) al momento manca. Se qualcuno vorrà, sarò lieto di cercare di chiarire i termini nei commenti o in futuro.

Resta la domanda: possono Bersani, o Fassina, convincere queste persone? Fondamentalmente: parlano lo stesso linguaggio? (e qui ci starebbe tutta l’analisi di Massimo Recalcati- non so se il video sia quello giusto, ma cercatelo in rete)
Io temo di no.

Imbruttitura

Sono sveglio ad un’ora francamente troppo tarda. Ma tanto domani è domenica. Cioè, oggi.
Una certa arrabbiatura mi tiene sveglio (sì, caro signore al 41: noi probabilmente abbiamo sbagliato, ma tu sei stato una vera faccia di merda. Specie quando hai detto “sono figlio di…”). E vorrei parlare di questo, ma in fondo non servirebbe a nulla. L’arrabbiatura la uso solo per restare sveglio e ne approfitto per scrivere un post che avrei dovuto scrivere dieci giorni fa. Spero la memoria non tradisca i ricordi e le emozioni.

Martedì notte, in quell’ora in cui non si sa più esattamente che giorno è. Sono poco lontano dalla stazione di Liverpool street, aspetto l’autobus che mi porterà a prendere un volo decisamente troppo mattiniero. Aspetto in una notte che comincia a farci sentire il suo freddo.

Non sono mai stato un sostenitore della carità, anzi: l’ho sempre trovata un modo fin troppo comodo per pulirsi la coscienza, senza veramente cambiare le cose. In qualche modo, la carità mi irrita. Mi fa arrabbiare (anche questa…).
Allo stesso tempo, visto che comunque sono fra quella parte della popolazione mondiale decisamente fin troppo fortunata (anche in senso francese), continuo a sentire dentro di me una certa “spinta” a fare della carità, occasionalmente. Forse fin troppo di rado.
Probabilmente anche io cerco di pulirmi facilmente la coscienza. Ma, al contempo, vedendo quanti fra i miei conoscenti con una coscienza ed una morale assai migliori delle mie non fanno neanche questo piccolo gesto, penso che forse in fondo non è così male.
Fosse anche per comprare droga, alcool o sigarette, chi sono io per giudicare? Per quanto piccolo, è comunque un aiuto.

Insomma, aspetto questo autobus e cammino su è giù, un pò per passare il tempo, un pò per resistere al freddo.
Un uomo malconcio di cui m’è impossibile dire l’età si aggira fra noi che aspettiamo il bus, chiedendo soldi. Fa la stessa cosa quando arriva a me, scopre le braccia coperte di croste di sangue coagulato, dice di essere appena uscito dall’ospedale. Mi fa sinceramente “pena”, nel senso che provo compassione per lui e le sue condizioni mi smuovono a pensare che -sebbene non ricchissimo- posso permettermi di dargli dei soldi che chiede, quindi apro il portamonete e gli dò qualche pound.

Qui la situazione comincia ad evolvere. Il signore argomenta (forse l’ha fatto anche prima, ma prima non prestavo poi molta attenzione alle sue motivazioni) che sta cercando di raccogliere la somma di 10 pounds per pagarsi la stanza in un ostello e quel che gli ho dato, per quanto utile, è sostanzialmente inutile se non raggiunge quella cifra. Ovviamente, mi fa notare che nessun altro gli ha dato alcunché e mi prega di aggiungere qualche pound per raggiungere la cifra necessaria.

Da enorme stronzo, lo riconosco, gli rispondo di no. Uno stronzo colossale, probabilmente. Un pò perché non ho altre monete, un pò perché credo che tutti (o almeno altri) fra i presenti potrebbero e dovrebbero metter mano al portafogli. Perché, in fondo, dovrebbe essere una responsabilità comune.
Il signore è particolarmente insistente.
Prima mi propone di darmi tutte le monete raccolte, cambiandole con una banconota da 10 pound. Un pò per testarda, stupida, ostinazione nel mio ragionamento, un pò perché così mi pare di defraudarlo di quanto ha raccimolato, ancora rifiuto.
Poi, di nuovo dinnanzi al mio persistere, mi dice  -visto che appunto la cifra non gli consente di pagarsi la stanza ed è quindi “inutile”- di riprendermi i miei soldi. Anche in questo caso rifiuto. Principalmente perché credo quei soldi possano nondimeno essergli utili. Forse anche per altre ragioni.

La cosa va avanti per un pò. La gente attorno non guarda. Certo pensa. Cosa, lo ignoro.
Trovo però interessante che nessuno abbia pensato minimamente di concluderla lì, prendere qualche pound e “pagarmi la cauzione”.
Alla fine rinuncia e comincia a chiedere l’elemosina agli altri presenti. Nessuno tira fuori un cent. E io un pò li disprezzo, tutti, un pò mi sento superiore a loro. Non superiore: leggermente più decente.

Visti i vani tentativi, il signore torna da me. Stesse argomentazioni. Adesso sono stanco, assonnato, infreddolito e stanco. Vorrei soprattutto farla finita con questa cosa.
Da colossale stronzo, con fermezza gli dico di smetterla. Non credo di essere offensivo, ma certo stavolta sono particolarmente fermo nel dirgli: “Basta[!]”.
Lui ha uno scatto. Letteralmente: il corpo piantato, la sua faccia balza a pochi centimetri dalla mia. Per un attimo ho veramente paura.
Paura che possa fare “qualcosa”. Credo fosse esattamente la paura che provano tutti i “ricchi” di questa porca terra dinnanzi a tutte le masse di poveri quando veramente minacciano di mettersi in moto. Paura anche fisica.
Avevo visto uno spillo fissato sulla giacca, forse un ago, non lo so. Ho avuto paura… paura del suo sangue. Letteralmente.
Con lo sguardo incattivito mi dice qualcosa, se ben ricordo qualcosa come “non è il modo di trattare un fellow essere umano“. Credo le parole fossero proprio queste. Me lo dice e se ne va. Senza fare alcunché.

Se ne va. Dopo qualche tempo un altro uomo ripassa. Scena pressoché identica: mostra il braccio insanguinato e chiede soldi per una stanza. Nessuno gli dà nulla. Neppure io. Un pò perché non ho altre monete, un pò perché non voglio trovarmi nella stessa situazione.
E penso pure che se il primo non si fosse comportato così, forse qualche spicciolo l’avrei trovato.

L’autobus arriva, saliamo, andiamo in aeroporto e torniamo a “casa”. Il tempo passa, e io non posso fare a meno di pensare a quanto la povertà “imbruttisca” le persone.
Ma la ricchezza ancor di più.

Da un certo punto di vista, mi son sentito una merda. Una merda, perché in fondo mi sarebbe stato possibile fare di più, dargli quel che mi chiedeva.
Da un altro lato, mi sento a posto: io ho fatto il mio. Ho fatto qualcosa. Sì: qualcosa. Troppo poco. Ma qualcosa l’ho fatto: mi sono pulito la coscienza.

Imbruttiti. A volte la coscienza è meglio tenersela sporca.