Qatar a tutta birra

Parliamo di calcio. Anzi: no, parliamo di birra.
Non mi dilungherò sui “problemi” di questi mondiali di calcio e sulle riflessioni etiche, economiche e morali che ci impongono per la semplice ragione che sono (ora) abbondantemente discusse altrove (fra i migliori: David Squires sul Guardian – cercate tutta la serie). Too little too late, ad essere onesti, ma non credo aggiungere la mia voce vi porterebbe alcun contributo rilevante (tuttavia, se proprio volete saperlo, sono offeso, sebbene non sorpreso, della scelta di tenere in mondiali in Qatar e delle modalità con cui sono stati realizzati).
Il punto è che era tutto arcinoto ben prima: prima dei mondiali, prima dell’assegnazione stessa… Così com’era ampiamente prevedibile che non vi sarebbero stati progressi rilevanti.

Il fatto è che la FIFA è fondamentalmente un’organizzazione commerciale. Lo è, se non da sempre, da decenni ormai.
In che modo la scelta di assegnare i mondiali 2018 alla Russia era diversa? In che modo lo era per i mondiali del 1982 in Spagna? Forse la FIFA prevedeva già nel 1966 che Franco avrebbe lasciato il potere e la Spagna si sarebbe democratizzata nei sedici anni successivi? Suvvia! Non mi dilungo poi sull’Argentina (assegnata in realtà sempre nel 1966, con golpe militare nel 1976).
Un’organizzazione commerciale si muove secondo una logica commerciale, quindi di profitto. E, lo sappiamo fin troppo bene, le logiche di rispetto o promozione dei diritti sono largamente estranee al profitto (salvo quando si rendono utili a fini di marketing). Pace.

Proviamo allora a seguire la stessa logica, se vogliamo portare delle critiche contestualizzate.
Parliamo dunque di birra: la FIFA ha un accordo da parecchi anni un accordo con la Budweiser, nota marca di birra, per la vendita delle sue birre in occasione dell’evento sportivo. Questo accordo aveva già portato in passato ad alcune decisioni/imposizioni abbastanza discutibili: se ben ricordo, per il mondiale del 2010 la FIFA “impose” al Sud Africa una revisione delle proprie norme che limitavano (o vietavano) il consumo d’alcol negli stadi per ragioni di ordine pubblico.

Ma veniamo al Qatar.
Sappiamo che le corporations multinazionali si tutelano da possibili cambiamenti nelle politiche degli Stati a loro sfavorevoli ricorrendo negli accordi con gli stessi a procedure di arbitraggio (una soluzione, di per sé, tecnicamente ammissibile, anche se può condurre ad importanti distorsioni). Mi pare dunque probabile che la stessa Budweiser abbia pensato di prevedere una simile clausola nei propri contratti per il mondiale di calcio 2022. I contratti non sono pubblici, ma la ritengo una congettura altamente probabile e giustificata.
Ora la domanda è semplice: la Budweiser farà o meno ricorso a questo strumento giuridico (o altro) per tutelarsi contro la decisione del Qatar e vedersi comunque garantita almeno una parte dei profitti attesi dalle vendite in occasione dei mondiali?
Le opzioni sono due, di fondo: nel primo caso, la Budweiser si ritiene effettivamente sorpresa (di conseguenza, lesa) dalla decisione del Qatar e cercerà di ottenere ristoro dei danni subiti. Nel secondo caso, Budweiser considera che in fondo la decisione era in qualche modo comunque attesa, ha dunque presumibilmente organizzato la propria pianificazione commerciale: o il comitato organizzatore qatariota aveva preavvertito (nei giorni, mesi o addirittura anni precedenti) che una simile decisione era possibile; o l’azienda era giunta a simili conclusioni in base alle proprie valutazioni del contesto socio-politico-culturale.

Perché faccio questa distinzione riguardo le possibili reazioni degli operatori economici riguardo la decisione delle autorità qatariote?
Perché, nel primo caso (Budweiser non informata, si ritiene parte lesa e quindi agisce in giudizio), la “sorpresa” e la reazione per recuperare il mancato guadagno ci potrebbe suggerire che effettivamente gli operatori economici sono stati colti alla sprovvista dalla decisione e, quindi, che il Qatar l’ha assunta relativamente tardi nel corso degli eventi (come i media paiono acriticamente riprotare). Ciò potrebbe dunque suggerire che effettivamente la FIFA ed altri operatori economici avevano persuaso le autorità del Qatar ad accettare questa “deroga” alla vendita di alcolici, sebbene contro i loro precetti morali e religiosi, ma successivamente una “lobby” contraria abbia avuto il sopravvento.
Nel secondo caso, ovvero nell’ipotesi contraria che la Budweiser decida di non agire in giudizio, ciò potrebbe indicare che la stessa sapeva (era già informata della decisione) o aveva modo di sapere (vi erano sufficienti indizi o scambi di informazioni fra le parti) che il divieto sarebbe stato imposto. Questo potrebbe indicare che, in fondo, le autorità del Qatar, la FIFA e l’azienda stessa avevano in realtà già raggiunto un accordo economico-commerciale (per vendere sì della birra in occasione dei mondiali, ma in modalità assai più restrittive e compatibili coi precetti religiosi). Questa seconda ipotesi suggerirebbe, a mio avviso, che in fondo la logica del profitto era ancora una volta riuscita ad imporsi su altri principi.

Se la prima ipotesi dovesse invece rivelarsi realistica, da un certo punto di vista, sono tentato dal paragonare quanto avvenuto in Qatar con quanto avvenuto in Ucraina a febbraio, con l’inizio del conflitto. Mi rendo perfettamente conto delle differenze fra i due casi e non voglio certo equipararli! Trovo tuttavia che presentino una (una ed unica!) similitudine che cattura la mia attenzione: entrambi i casi segnalano la fine di un certo modo di considerare il mondo (o, perlomeno, delle “picconate” a questa visione), una visione che potremmo sinteticamente definire quella della “fine della storia“.
La teoria di Fukuyama, per riassumerla in estremi cenni, era che con la caduta dell’URSS la storia fosse giunta ad una fine e la liberal-democrazia capitalistica avrebbe rappresentato l’ultimo (per mancanza di alternative) stadio del progresso: la liberal-democrazia capitalistica si sarebbe globalizzata (estesa a tutto il mondo) e, con ciò, avrebbe posto fine anche ai conflitti internazionali. In fondo, girava nei ciroli geopolitici un adagio secondo il quale “due Stati in cui è presente McDonalds non sono mai stati in guerra fra di loro”. Questa argomentazione, come ben illustra Stuart Elden, ha guidato la politica estera americana almeno per tutta la prima parte del XXI secolo.
Il conflitto in Ucraina, come ho cercato di argomentare altrove, segna forse il momento più lampante della crisi di questa teoria.

Ma anche questa decisione del Qatar, mi azzardo a dire, ne rappresenterebbe un altro indicatore di crisi: il fatto che alcune prerogative statali (o di alcune comunità) abbiano il sopravvento sugli interessi economici globali. Il commercio si è dovuto piegare alla religione, insomma, cosa che fino a qualche tempo fa avremmo ritenuto improbabile (se non impossibile).
In fondo, come il caso del Sud Africa nel 2010 ci ricorda, la norma era quella di piegare usi e sensibilità locali agli interessi economici: quello che la FIFA aveva provato a fare in Qatar sino all’ultimo.
Il rischio, tuttavia, è che questa “inversione a U” del Qatar possa poi riflettersi anche in altri ambiti: primo fra tutti, i diritti delle persone LGBTQ+. Ma non solo: se il Qatar si dimostra disposto a rischiare alcune decine di milioni di dollari per difendere un principio morale (e l’ordine pubblico, certo), cosa impedisce che non voglia fare altrettanto con altri contratti, chessò per la vendita di orsetti gommosi notoriamente haram?

Non mi rallegro per la decisione del Qatar, ma non mi straccio neppure le vesti per i tifosi occidentali privati del prezioso nettare (peraltro, le considerazioni di ordine pubblico non sarebbero proprio campate in aria). Osservo solo che, ove si voglia guardare con un po’ di attenzione, il mondo non si è affatto uniformato (neanche sotto l’egida capitalista*), la storia non è affatto finita e inaspettate “resistenze” emergono anche nei luoghi più improbabili.

*Postilla: non mi illudo certo che il Qatar sia fuori dal sistema capitalistico globale. Affatto, ne è
perfettamente parte ad ogni effetto e l’intera organizzazione dei mondiali di calcio ne è un esempio.
Né tantomeno mi illudo che il sistema capitalistico globale sia complessivamente “in ritirata”

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Tornare nei posti in cui son stato – fare ordine

Trovandomi nella strana, per non dire vagamente alienante, situazione di una solitudine assai spinta (trovarsi in una città di quasi due milioni di abitanti, ma interagire solo con una quarantina di colleghi durante l’orario di lavoro e addirittura solamente con due al di fuori di esso) porta inevitabilmente a esplorare soluzioni nuove su come occupare il proprio tempo “libero” (“troppo” libero, alle volte): esauste le possibilità di streaming e le letture, sfruttare fin ove possibile le occasioni per fare sport o le opportunità di formazione on-line… ci si inventa altro, anche se non esattamente utile o meritevole secondo i comuni canoni.

Così, nella mania di elencare, organizzare, classificare e visualizzare che da tempo (immemore) mi accompagna, qualche giorno fa ho cominciato ad aggiungere all’app mappe del telefonino una lista di mete in cui sono stato.
Nella sua relativa stupidità (l’azione in sé non aggiunge nulla al mio essere, anzi), mi ha comunque portato ad alcune riflessioni che spero essere non altrettanto stupide, anzi.
Provo a sottoporvele.

Innanzitutto, cosa rende un luogo un luogo?
Così come cerco di avere una certa precisione nell’indicazione delle agognate mete future (non Samarcanda, ma Shah-i-Zinda; non l’Australia, ma Uluru), dovevo averne altrettanta per quelle passate. Facevo già questo giochetto con una di quelle mappe dalle quali è possibile grattare via un sottile strato di plastica per disvelare i luoghi in cui si è stati: solo che non grattavo l’intero paese, ma solo i piccoli punti di esso in cui ero effettivamente stato (un angolino di Goma o Kisangani rispetto all’immensità del Congo, per dire). Mi pareva più onesto. Così la mia mappa sembrava affetta da morbillo e assai meno accattivante di quelle di chi pretende di aver visto l’intera Cina in lungo e in largo (manco in una vita intera…).
Ma la geolocalizzazione dei telefonini permette una precisione ancora maggiore: potevo così indicare esattamente i pochi metri quadrati che compongono il museo ESMA a Buenos Aires piuttosto che la città intera. Questo sollevava una questione: avrei dovuto indicare di essere stato ad Hamburg, o piuttosto in un paio di dozzine di posti differenti in quella città?
A quale livello di precisione sarebbe stato corretto scendere? In fondo ad Hamburg ho vissuto, ho percorso molte strade di quella città, mi son seduto in più di un parco: ma posso dire di averla vista tutta? Ovviamente no. Al tempo stesso, non sarebbe forse falso dire di aver visto solo qualche sparso ed isolato luogo in quella città?
Insomma, qual’è il criterio per iscrivere un luogo nella nostra memoria e fin dove esso si può estendere in una prospettiva spaziale?

Andare, ritornare?
Un’altra cosa di cui mi son reso conto compilando quell’elenco è come nei miei viaggi passati (in quasi tutti, perlomeno) abbia sempre dato per scontata la possibilità di ritornare nei luoghi che visitavo. Lo consideravo quasi un presupposto, quasi nel momento stesso in cui ero in quei luoghi persistesse dentro di me un pensiero a dirmi “tanto vi potrò tornare“. Quanto stupido come pensiero!
Forse solo per la Namibia non è stato questo il caso, ma come dicevo la Namibia non è mai davvero stata fra le mete che mi ero veramente prefissato. Insomma, quando sono stato a Lisbona la prima volta, ho sempre dato per scontato che vi sarei tornato… eppure sono passati quasi vent’anni prima che ciò potesse accadere! E questo nonostante la relativa facilità nel raggiungere quella meta. Allo stesso modo continuo a pensare che tornerò, ad esempio, in Australia, ma devo cominciare a fare i conti con la realizzazione che non è affatto così scontato – sarà forse possibile, ma richiederà attentente valutazioni (ad esempio, la scelta fra tornare laggiù o scoprire un’altra meta).
Confesso di sentirmi piuttosto stupido nel fare questa realizzazione. Soprattutto, mi sento piuttosto stupido se comincio a pensare a come ho viaggiato, ovvero se comincio a mettere in questione se e quanto ho veramente interiorizzato l’esperienza di quei luoghi e quanto invece vi sono passato attraverso senza farne veramente esperienza. Dentro di me ho sempre implicitamente pensato che avrei avuto una seconda chance. Ora devo invece ammettere che non sarà affatto così, che le memorie di quelle ore salendo al Cerro de la Gloria a Mendoza rimarrano così, per quel che sono, buone o cattive, profonde o vacue; che le impressioni e il piacere che ho (o non ho) provato a Piazza Registan dovranno restare quel che furono.

Chissà quanto resisterà questa presa di coscienza e chissà se cambierà il mio modo di viaggiare…

Una politica della voce

Uno dei libri che ha maggiormente influenzato i miei studi sulla cosidetta “cooperazione allo sviluppo”, sebbene relativamente marginale nel piano di studi, è stato senza dubbio “Exit, Voice and Loyalty” di Albert Hirschman – tradotto in Italiano con “Lealtà, defezione, protesta” (invertendo l’ordine dei fattori, che ne è del risultato?). Un libro non esiterei a definire una necessaria cornerstone per chiunque voglia avvicinarsi alla pratica politica od economica.

Riassumendo in modo estremo, e molto parziale, il lavoro di Hirschman, possiamo dire che in esso viene presentata una teoria della partecipazione sociale fondata sugli interessi. Hirschman presenta fondamentalmente due opzioni nella fruizione dei servizi: voice [protesta] e exit [defezione]. Nella prima, in caso di problemi o malfunzionamenti, gli utenti (consumatori o altro) presentano all’amministrazione le proprie critiche e osservazioni; nella seconda, gli utenti “usciranno” dal sistema di servizi per rivolgersi ad altro fornitore.
Proverò ad illustrarla con un esempio, che credo sia più efficace (almeno nelle mie parole) di rappresentazioni teoriche. Ovviamente, questa pessima sintesi non esime dalla lettura (fortemente raccomandata) del libro stesso. In sintesi: solo chi prende gli autobus parla dei ritardi degli autobus. Altrimenti detto, per avere l’interesse ad esprimersi su un tema occorre avere un interesse sul tema stesso; ovvero: soltanto se usufruisco di un dato servizio (gli autobus), avrò interesse a presentare osservazioni o reclami sul loro funzionamento. Se invece mi muovo con la mia propria macchina (o in bicicletta), la qualità degli autobus non sarà per me d’interesse e non avrò motivo di lamentarmi se, ad esempio, non partono. Similmente, se posso con relativa facilità procurarmi un’alternativa all’autobus (ad esempio, comprando una bicicletta), uscirò da quel sistema di fornitura di servizi che dunque perderà interesse per me.
Appare dunque chiaro che le due opzioni trattate da Hirschman (uscita e voce) sono in una certa misura alternative fra loro ed incompatibili: esiste, per così dire, un trade off fra uscita e voce. Più possibilità d’uscita ho, meno interesse o importanza avrà la mia voce.
Per via della concorrenza, nel sistema economico tutto questo ha un’importanza piuttosto relativa (se un certo detersivo non mi soddisfa, ne troverò sempre piuttosto facilmente altri di comparabili sul mercato): le possibilità di uscita sono tanto ampie da non presentare un particolare interesse analitico. Vi sono tuttavia settori nei quali le opzioni di uscita si riducono (oligopoli o monopoli) e sollevano così più riflessioni, pensiamo ad esempio, alla disponibilità di servizi telefonici o televisivi sino ad alcuni anni fa: se ho tre canali RAI, ho tutto l’interesse a ricordare alla RAI che voglio vedere programmi di qualità, ma se nel frattempo i canali a mia disposizione si moltiplicano, se anche la RAI fa una programmazione da schifo non mi preoccuperò più di tanto e passerò semplicemente ad altro.

I settori nei quali, ancora (forse per poco) si vede tutto ciò sono esattamente i servizi pubblici: trasporti (quasi nulla ormai), sanità e scuola (sempre meno), giustizia, sicurezza (con molti sviluppi).
Dico ancora e forse per poco perché, come non è sfuggito agli osservatori attenti, tutti questi servizi sono stati sempre più “aperti al mercato”. Esempio lampante è quello delle utenze energetiche, un tempo appannaggio di una sola società di fornitura e oggi completamente (quasi) liberalizzate. Non voglio dire che questa apertura al mercato sia in sé errata o dannosa: vi sono senza dubbio moltissimi settori nella quale la liberalizzazione e la moltiplicazione di possibili fornitori è stata benefica. Ma, esistendo il trade off fra uscita e voce di cui sopra, vi possono anche essere conseguenze negative.
I lettori più attenti avranno probabilmente già anticipato il problema e inteso i settori ove esso si presenta maggiormente. Uno fra tutti: la sanità (o i trasporti pubblici). Più si liberalizza e si apre alla privatizzazione dei servizi sanitari, più chi potrà permetterselo “uscirà” dal sistema sanitario nazionale pubblico e si rivolgerà a fornitori terzi, privati. Uscendo tuttavia tali utenti dal sistema, si perderà anche una parte consistente di coloro che possono “alzare la voce” (ehm) a riguardo. Ma più queste classi più abbienti si allontanano dal sistema pubblico, comune a tutti, più la qualità dei servizi di questo tenderà a diminuire.
Non sfugge infatti un inevitabile legame fra potere economico e potere d’influenza, anche politica.
Liberalizzare alcuni servizi più prettamente pubblici, insomma, non significa solo aumentare la concorrenza, ma soprattutto offrire una way out (una via d’uscita) alle classi più agiate e, di conseguenza, minare la qualità stessa di quei servizi.
Per fare un esempio, concreto, è praticamente impossibile sviluppare adeguatamente il sistema sanitario pubblico di un paese come la Nigeria, perché tutte le persone abbienti di quel paese (con un peso politico) possono efficacemente rivolgersi a fornitori di servizi sanitari privati o andare all’estero per farsi curare.

Una nota particolare a mio avviso meritano i servizi di sicurezza privati. Penso a società di cosiddetti “contractors” o alle cosiddette “gated communities” (sobborghi urbani “recintati” e protetti da un servizio di sicurezza privato ad ingresso ristretto).
Prima ancora della sanità e di altri servizi pubblici (il welfare), la sicurezza è forse il servizio essenziale fornito dallo Stato alla totalità dei cittadini (pensiamo alla definizione weberiana di stato). La sua disgregazione è dunque, a mio avviso, un pericolo sintomo di disgregazione dello Stato stesso, con pericolosi risvolti in termini di proliferazione della violenza e delle discriminazioni (gli Stati attuali, per quanto imperfetti e fortemente discriminatori, sono comunque il frutto di un lungo processo di evoluzione ed espansione delle tutele per tutti i cittadini, se ipotiziamo una loro disgregazione in favore di ceti più abbienti, nulla impedisce di pensare una futura riconfigurazione senza le attuali tutele).

La mia ipotesi, per avviarci un pò verso la conclusione di questo, post, è che le liberalizzazioni neoliberali messe in atto dagli anni ’80, ma soprattutto dal 2000 per alcuni servizi in Italia, avessero esattamente questo scopo: minare i servizi pubblici, al fine di distruggere la concezione stessa di servizio pubblico (se la qualità è scandente, persino i meno abbienti troveranno sempre meno interesse nell’usufruirne) e lasciare mano libera al mercato (quindi ad operatori economici con l’obiettivo del profitto) in questi settori.
Se dovessimo definirla con uno slogan, potremmo dire che la politica neoliberista è una “politica della defezione” [o “dell’uscita”].

Se questa ipotesi risultasse, come credo, corretta, ciò avrebbe delle implicazioni assai chiare per la sinistra politica. Un’implicazione primaria, che dovrebbe precedere ogni ulteriore azione o proposta politica: bloccare l’emoraggia, fermare le defezioni.
Finché si continuerà a permettere a sempre più parti della cittadinanza di “uscire” dal sistema comune (non necessariamente pubblico, ma “comune” a tutti i settori della cittadinanza) e creare dei propri sistemi esclusivi per la fruizione dei servizi, finché si continuerà a permettere la segmentazione della popolazione (secondo, inevitabilmente trattandosi di un mercato, criteri economici), inevitabilmente il sistema comune continuerà a perdere attratività, interesse, bacino d’utenza, qualità: continuerà ad essere ristretto ad una fascia sempre più piccola e sempre più povera della popolazione, che avrà sempre meno strumenti per difendere da sola quel tipo di servizio ad accesso gratuito (non a pagamento) e sempre meno supporto da altre fasce della popolazione, le quali (dovendo pagare di tasca propria per accedere ai servizi “privatizzati”) non avranno né l’interesse a contribuire al sistema comune, né a difenderne l’esistenza o la qualità (ovvero, ad unire la loro “voce” a quella di altri).
Quante volte avete sentito qualcuno dire qualcosa del tipo “visto che pago un’assicurazione sanitaria, perché dovrei pagare le tasse (o il ticket della sanità pubblica)?“.

La contro-proposta, come il titolo lascia intuire, dovrebbe essere una “politica della voce“, ovvero una politica che incentivi tutti gli strati della popolazione a partecipare a sistemi comuni e, di conseguenza, che aumenti gli incentivi per le persone più abbienti ed influenti nel reclamare una maggiore qualità di servizi. Potremmo anche dirla una politica di ri-costruzione della comunanza fra classi sociali sempre più distinte, tramite l’accesso agli stessi servizi (pensiamo alla sanità, ma ancor più alla scuola).
Come mettere in atto una tale politica, ovviamente, non è scontato e sarebbe presuntuoso oltre persino il mio solito pretendere di avere risposte definite a questa domanda qui ed ora. Parimenti, credo sarebbe poco opportuno concludere questo post senza neppure tentare di tratteggiare alcune ipotesi di lavoro o spunti di riflessione. L’idea di fondo dovrebbe essere quella di ridurre e limitare l’accesso a fonti di servizi “speciali” (private) e alternative a quelle comuni alla maggioranza della popolazione. Ovviamente, in parallelo a questi “divieti”, occorrà ri-sviluppare la fornitura di servizi “comune” in modo da garantirne il giusto, sicuro ed efficace accesso a tutto il bacino d’utenza. Le ipotesi potrebbero essere come segue, ma ovviamente dovranno essere riviste sulla base di analisi settoriali più precise:
Salute: si potrebbe immaginare di mantenere la possibilità di accesso a forme di sanità privata per servizi altamente tecnico-specialistici (e vietare la fornitura di servizi sanitari di base o primary health care, ovvero consentire l’accesso a servizi privati specialistici solo dopo referral pubblico). Parallelamente, in paesi come l’Italia, bisognerebbe rivedere il sistema delle assicurazioni sanitarie, che potrebbero continuare a coprire i costi per i servizi privati, ma dovrebbero includere anche la copertura dei costi dei servizi pubblici (se resi obbligatori) o dei tickets;
Sicurezza divieto di creare “gated communities“, limitazione dei servizi di sicurezza privati a pochi servizi specialistici;
Scuola: identificare un limitato numero di percorsi formativi “eccezionali” (come materie / modalità d’insegnamento) non coperti dal servizio pubblico (e assicurare parità d’accesso a questi percorsi).
Badate, dico per coloro che facilmente vorranno fraintendere il problema di fondo: l’idea non è quella -per citare Gaber- di “statalizzare tutto”: appunto per questa ragione ho accuratamente evitato espressioni come “statale” o “pubblico”. Piuttosto, si tratta di ri-unificare i cittadini in quanto fruitori di servizi, che poi la fornitura di questi servizi sia pubblica o di altro genere, è un problema diverso (le scuole potrebbero essere tutte gestite da privati o associazioni e gli acquedotti potrebbero essere gestiti come “beni comuni” da enti locali, purché il bacino d’utenza non possa essere frazionato per classi).

Tornare nei posti in cui son stato – 3 (Abuja)

L’impressione più ricorrente in questi giorni di ritorno in Nigeria, ad Abuja è che non si tratta neppure di un ritorno. Tutto è talmente diverso.

Certo, la coda all’aeroporto è la stessa, la burocrazia onnipresente e assurda è la stessa, così come sono gli stessi le grandi strade “boulevard” a molteplici corsie sempre piene di un traffico che segue solo regole non scritte.
Eppure tutto è diverso, talmente diverso da farmi chiedere dentro di me se sono veramente tornato nello stesso posto.
In realtà le differenze esteriori non sono poi molte. La città è cambiata e cresciuta, ma relativamente poco e riesco ancora a riconoscere molto di quello che già conoscevo, almeno quando molto occasionalmente ripasso per gli stessi luoghi. C’è soprattutto il disorientamento nel percorrere e vivere spazi prima ignoti – e fortemente limitati, in piena epoca covid (era ancora la “prima ondata”…).
Forse sono cambiato più io della città. O, perlomeno, è cambiato più il mio personalissimo “contesto” rispetto a quello cui ero quando sono stato in Nigeria la prima volta, peraltro appena due anni fa (mica quasi venti come per Lisbona!).

Ho dato un’altra svolta alla mia vita, sebbene forse meno drastica di quella che ho preso quando ho cominciato a fare questo lavoro. Ho mollato, l’organizzazione con la quale ho cominciato il mio percorso umanitario e con cui ho lavorato per gli ultimi quattro anni. Ho cominciato un percorso nuovo, nulla di trascendentale, per carità, ma mi sono pur sempre rimesso in gioco in un ambiete, una struttura, una professionalità che non padroneggio appieno e sulle quali dovrò ri-tararmi.
È strano, ma in fondo neanche troppo, che per la prima esperienza con questa organizzazione mi abbiano voluto mandare proprio dove ero già stato. Forse hanno pensato di facilitarmi in questa transizione… chi glielo può dire, ora, che non potrebbe essere più diverso di così?

Così mi ritrovo in Nigeria, ancora ad Abuja per qualche giorno prima di volare altrove e continuare lì la missione.
Le strade di Abuja sono in fondo sempre le stesse, i palazzi alternativamente vetero-sovietici e neo-cinesi (vetratone e geometrie sregolate) sono sempre gli stessi, immancabilmente orribili. I nigeriani sono sostanzialmente quelli che avevo lasciato, un misto di simpatia e affabilità e orgoglio che tracima nell’arroganza (almeno per quelli che hanno o credono di avere una qualche posizione di potere). La rigida, pedante applicazione delle regole meno significative senza una vera logica continua a sommarsi alla loro violazione in ogni momento – soprattutto nell’immancabile corruzione che si ripresenta regolarmente.
Eppure le strade che conoscevo non le percorro quasi più; le case e gli uffici che frequentavo (interi quartieri, in effetti) sono ora luoghi sconosciuti. E tutte le persone che incrociavo e con cui lavoravo sono ora strangers – potrebbero tranquillamente essere tutti andati a vivere a Lagos ed io non ne avrei idea.
Fa strano, in questa vita da umanitario e nomade ritrovare (poco) i luoghi e per nulla le persone. Una bella differenza, ma anche qualche somiglianza, con Lviv.

Tutti sostituiti da altri: altri luoghi, altre persone, altre attività… Tutti presenti, eppure allo stesso tempo scomparsi dai miei radar.
Un tornare che non è un tornare. Un tornare in una geografica (fisica) che è sempre la stessa, mentre la geografia professionale, affettiva, sono completamente cambiate. Un mismatch, se vogliamo, quasi un’incongruenza fra dimensioni della vita che non coincidono più.
È ancora un tornare? O forse, piuttosto, è un nuovo andare, un viaggio che (ri)parte da zero, la (ri)scopera e la (ri)modellazione di una geografia sempre uguale e sempre diversa?

Sconsiderazioni post-elettorali

Visto che è da tanto che non si parla di politica in questo blog, butto di getto alcune riflessioni “a caldo” sull’esito di queste elezioni e quel che, secondo me, significa per il panorama politico italiano. Tutte considerazioni interamente soggettive, ovviamente.

“Il blocco”
Quel che a mio parere emerge dai risultati di questa consultazione è che esiste in Italia un blocco elettorale essenzialmente “fascista”, dove per “fascista” non intendo nostalgico delle camice nere e del ducetto, semmai un elettorato reazionar-rivoluzionario (non a caso, anche il fascismo agli inizi si presentò come un movimento rivoluzionario). Non propriamente conservatore, ma una commistione di reazione e rivoluzione. Ovvero, un elettorato che soffre le insicurezze contemporanee esposte e messe a nudo dalla globalizzazione e dal neoliberismo e che vorrebbe tornare, attraverso apparenti “rivoluzioni” (o, meglio, scossoni) del sistema ad un’epoca in cui queste fragilità erano meglio celate (dunque, reazionario). Non a caso, almeno agli inizi anche Forza Italia si presentò come movimento “di rottura”, salvo poi ripiegare nell’incardinare una certa Italian way of life – idem M5S (che, come scrissi anni orsono, ripropose la perfetta commistione fra questi due elementi col sud “né di destra, né di sinistra”).
Secondo questa mia interpretazione, esiste un flusso elettorale (il “blocco”, appunto) che negli anni si è mosso da Forza Italia – M5S – Lega – Fratelli d’Italia (forse, in un momento iniziale, anche verso il PD): un elettorato alla ricerca di soluzioni per queste sue insicurezze, con tratti fondamentalmente “di destra”, ma costantemente deluso dai risultati politico-programmatici della forza politica sostenuta in precedenza (ergo, la costante trasmigrazione verso altre forze politiche). Questo, credo, spiega gli sbalzi elettorali di certi partiti: spiega l’aritmetica di una Lega + M5S che nel 2018 balzano ad oltre il 45% mentre Forza Italia crolla al 14% e spiega oggi come la Lega crolli sotto il 10%, M5S dimezzi i suoi voti e FDI li quintuplichi. Per me, sono gli stessi elettori.
Sarà necessario cominciare ad immaginare quale potrà essere il prossimo punto d’approdo di questo “blocco”: ipotizzando, sulla scia dei precedenti, un flop programmatico di FDI, quale altra forza politica (presumibilmente ancora più fringe, ancora più ai margini del sistema) potrà farsi rappresentate di questo bisogno di restaurazione attraverso proposte apparentemente “di rottura”?

“E allora il PD?”
Il PD non potrà mai intercettare questo blocco. Ciò perché da lungo tempo, il PD si è costruito l’immagine del “partito della responsabilità”, che agli occhi di questo elettorato si legge come “partito dell’establishment“. Lo snodo fondamentale, ovviamente, risale al governo Monti del 2011. Purtroppo, larghissima parte della classe dirigente del PD allora considerava tale decisione giusta, oltre che inevitabile (e non parlo solo della segreteria nazionale, ma anche di tanti dirigenti locali e segretari di circolo).
Questo posizionamento, ormai fossilizzatosi nell’immaginario collettivo (e costantemente rinnovato dalla dirigenza) diviene radicalmente incompatibile con quel “blocco” di cui sopra, che vi vede tutti i mali del paese. In estrema sintesi, per questi elettori Draghi non ha “salvato” l’Italia: l’avrebbe rovinata. Quindi, paradossalmente, per il PD diventerebbe quasi più semplice recuperare voti da un’area conservatrice/centrista (Italia Viva + Azione), in quanto meglio identificati con l’idea di “responsabilità”.
Sia chiaro, non voglio affatto scrivere qui una “difesa d’ufficio” del PD: solo riflettere sull’evoluzione di questo partito.

“Da dove si riparte?”
L’unico errore che personalmente rimprovererei a Enrico Letta in questa campagna elettorale è non aver sfruttato l’occasione della “sconfitta annunciata” per lanciare le basi di un programma che possa veramente catturare una fascia diversa, spero più ampia della popolazione. Dall’analisi presentata nel podcast phastidio sui programmi elettorali, quello del PD (sebbene il più concreto e serio) si presentava come una lunga lista della spesa senza una vera prospettiva ideale.
La sfida, a mio avviso, dovrebbe ripartire da qui. Premessa inevitabile, ovviamente, è non ricadere nell’ennesimo “governo di salvezza nazionale”.
Qualche possibile linea:
1) riappropriarsi della vita: settimana corta / trentacinque ore;
2) ambiente, sopravvivenza, strategia: a) “zero consumo di suolo” (una cosa del tipo: per ogni metro quadro occupato da nuove costruzioni, i privati e le amministrazioni interessate ne devono recuperare – liberare uno); b) pannelli solari & fotovoltaici in ogni nuova costruzione (e pure vecchie – salvo un minimo di vincoli architettonici); c) piano di sviluppo delle energie sostenibili; d) piano idrico nazionale: reti idriche, invasi per la conservazione delle precipitazioni, aree di sfogo – dico “strategia” perché queste azioni dovrebbero rendere il paese più autonomo, indipendente e resiliente agli shock esterni (geopolitici e climatici)
3) diritti, diritti, diritti: ampio e ambizioso piano di costituzionalizzazione di tutti i “nuovi” diritti non ancora o non chiaramente tutelati (nuove cittadinanze, nuove forme di unioni civili, fine vita, cittadinanza digitale… – tutto quello che oggi è dubbio e che può essere ingiustamente eroso dalla destra reazionaria)
4) make Italy great again – scusate il pessimo giochetto di parole con l’orribile slogan trumpiano, ma rende bene il bisogno cui un programma politico serio dovrebbe rispondere: una riflessione, ed un’azione strategica per ricostruire il “peso” dell’Italia sugli schacchieri globali. Ovvero: individuare le vulnerabilità dell’Italia in rapporto alle sue ambizioni (se ambizioni ne abbiamo ancora, altrimenti tanto vale proclamarci novella Costa Rica) e darvi rimedio. Concretamente: siamo resilienti a shock geopolitici con la Russia? Con la Cina (supply chains)? Di quali produzioni abbiamo bisogno per sopravvivere in caso di shock globali (farmaci, acciaio, chips, energia, grano…)? Come garantiamo che gli italiano si possano scaldare anche nel peggiore inverno? Come possiamo assicurarci che queste siano disponibili? Ciò significa, dunque, a valle di questo lavoro d’analisi, un grande piano industriale strategico (le cui linee, ovviamente non posso dire qui ora).
5) potenza Europa: integrazione strategica europea (cercherò di sviluppare questo pensiero in un prossimo post)

Tornare nei posti dove son stato – 2 (Leopoli)

Quello che segue è un (lungo) resoconto di quasi una
settimana trascorsa in Ucraina, a Leopoli, nello scorso luglio.

Da Kyiv e dall’Ucraina tutta me ne sono andato “come un cane” a fine aprile 2020. Erano i giorni della “prima ondata” del covid-19, quasi gli ultimi giorni di quella prima ondata che nel tempo di poco più di un mese ci avrebbe lasciato l’illusione del “liberi tutti” (a giugno 2020 già si pensava di poter uscire senza mascherine).
Me ne sono andato come un cane in mezzo a quella baraonda, con l’unico volo disponibile dopo più di un mese di isolamento a casa, ancora nei giorni dell’incertezza, del panico anche, nei momenti in cui tornare in un posto noto fra persone care dava quel minimo di sollievo, di vicinanza, di relief. Infatti, io ero contento di andarmene: ero contento di lasciare quella quarantena piuttosto asfissiante, di poter finalmente mettere la parola fine su un’esperienza durata diciotto mesi e che si stava strascicando ormai troppo oltre il suo limite, mettendo alla prova tutta la mia resistenza. Col senno di poi, quell’andarsene fu quasi uno “scappare”. Come un cane, appunto. Ed ero anche triste di andarmene, ma in quel momento il sollievo che provavo batteva in qualche modo la tristezza.
Soprattutto, pensavo, in ogni caso in un Ucraina sarei tornato presto. Poche settimane dopo l’arrivo in Italia avevo già cominciato a costruire i piani per un ritorno. Certo non pensavo, nessuno di noi poteva pensare all’epoca, che le barriere a questo ritorno sarebbero state tante e si sarebbero protratte tanto a lungo.

Più di due anni!
Certo, nel mio lavoro è un pò scontato che debbano passare tempi relativamente lunghi, quelli delle missioni (sei mesi o più ogni volta) per immaginare o programmare questi viaggi di piacere. Ma non avrei mai creduto sarebbe servito tanto a lungo. Infatti ci ho provato, ripetutamente, a ritornare in Ucraina. Ma ogni volta le barriere sanitarie / burocratiche si sono frapposte a questo mio progetto. O forse non ci ho provato abbastanza.

Alla fine, dopo il Congo e la Namibia, ho cominciato a ripensarci. Il covid ci sta lasciando un pò di libertà e mi son detto che potesse essere l’occasione buona.
Il fatto che vi sia un conflitto, per me, non pareva troppo una barriera… piuttosto, quasi un motivo in più per andare. Sia chiaro: non andavo a cercare problemi o a mettermi nei pericoli, infatti ho dovuto escludere rapidamente di andare a Kyiv – d’altronde, fortunatamente, tutte le persone che volevo rivedere erano a Leopoli. Ma volevo tornare in Ucraina soprattutto per essere di nuovo vicino ad alcune persone che vi avevo lasciato – quindi il momento del loro, supposto, “bisogno” pareva essere il più appropriato.
Non sono certo di cosa andassi cercando nell’andare in Ucraina, in realtà. Potrei accampare molte scuse per questo viaggio, ma sarebbero – appunto – scuse. Ma forse la risposta è molto più semplice di quel che pensi: persone. Persone che avevo lasciato, come un cane, e alle/con/per le quali non mi pareva giusto concludere così. Tutto qui.

Parto mercoledì 6 con un volo per Cracovia, che arriva in leggero ritardo ma senza particolari intoppi. L’indomani avrò un treno che mi porterà fino al confine e di lì un altro che mi condurrà fino a Leopoli. Il volo mi lascia il tempo per girare la sera a Cracovia, scoprendovi un città piuttosto bella e curata, almeno nel centro storico ben conservato, con la sua piazza e gli edifici mitteleuropei – una città che, banalmente, fin da subito ricorda proprio Leopoli. Nella piazza centrale, un gruppo di ucraini con cartelli di protesta contro la guerra e abiti tipici canta canti tradizionali: uno squarcio di quel che esiste oltreconfine.
La mattina successiva mi sveglio all’alba per prendere il treno: la stazione di Cracovia abbonda di punti d’assistenza per i rifugiati – pasti caldi, SIM polacche gratuite, punti informazione… Il treno farà un’ora di ritardo fino alla frontiera, con un’enorme paura di aver perso l’unica connessione che scompare appena scopro che il treno ucraino ci ha atteso: d’altronde tutti i passeggeri del primo treno dovevano dirigersi a Leopoli, quindi è logico si siano coordinati. Per cambiare treno dobbiamo passare ad un altro edificio della stazione (i binari hanno scartamento diverso fra Polonia e Ucraina) e accodarci in una lunga fila sotto il sole per i controlli di frontiera all’uscita dalla Polonia.
Anche qui, di nuovo ma in modo diverso, mi sento un cane: il “turista” infiltrato fra le decine di Ucraini che cercano di rientrare a casa. Provo una certa pena per loro, per le loro peripezie e per le scelte che devono affrontare e mi sento a disagio pensando che il mio è un viaggio “di piacere” fra i tanti che devono fare lo stesso percorso fra le sofferenze. Attorno a noi, svariati volontari venuti un pò da tutto il mondo (un ragazzo americano di 19 anni alla prima esperienza all’estero) ed una piccola struttura che offre pasti caldi gratuiti a chi ne abbia bisogno.
Benché lente, le operazioni di controllo si svolgono senza intoppi e dopo un paio d’ore ci imbarchiamo sul treno diretto a Leopoli. Le formalità di frontiera vengono svolte direttamente in treno e non devo affrontare particolari questioni sulle ragioni del mio viaggio. Lungo la ferrovia, pochi appostamenti militari e -con mia sorpresa- svariati uomini al lavoro: chissà perché, credevo di non vederne in giro, che fossero tutti al fronte.
Arrivo quindi a Leopoli. Una strana sensazione di ritorno quando metto i piedi su quelle banchine ferroviarie, un déjà vecu in quell’atmosfera post-sovietica, il senso noto di arrivo in un posto (perlopiù) ignoto… Davanti alla stazione, strutture di fortuna per assistere gli sfollati che arrivano da altre città dell’Ucraina o tutti quelli in partenza per l’estero; tutti con grosse valigie; parecchi militari che girano, alcuni paiono in licenza; grandi e commossi abbracci a chi parte e a chi arriva.
Prendo un taxi sino all’hotel in centro e dopo il lavoro incontro alcuni degli ex colleghi.

In città l’atmosfera della guerra praticamente non si sente: l’albergo espone indicazioni su come raggiungere i rifugi antiaerei, ma nelle cinque notti in cui vi sono stato non ne ho mai avuto bisogno; i militari girano per strada, ma questi non sono al fronte, sono in licenza o in addestramento, e non si vivono particolari restrizioni; vi sono pure tanti uomini potenzialmente in età di leva in giro, piuttosto rilassati – il che contribuisce a dare l’impressione che non vi sia una mobilitazione generale. A Leopoli vi sono pure svariati turisti, ucraini e non solo (qualche occasionale voce in inglese).
Certo, la propaganda non manca, compreso l’invito a contribuire per l’acquisto di droni turchi Bayraktar (i droni militari che, si dice, hanno ribaltato le sorti del conflitto fra Armenia e Azerbaijan), ma nel complesso da qui non è immediato rappresentarsi la realtà che affligge, invece, le città dell’est dove si combatte.
Le indicazioni della presenza del conflitto sono più subdole, nascoste: sono nelle code di soldati che si susseguono in chiesa il sabato mattina (per il funerale di un commilitone); sono nelle tombe fresche appena scavate nel grande cimitero di Lychakiv, adornate di fiori, bandiere ucraine e -alcune- di emblemi dei gruppi nazionalisti ucraini (tipo Pravyi Sektor), quelli che Putin vorrebbe “denazificare”; sono nei check-point per chi entra in città (che vedrò solo l’ultimo giorno, lasciando Leopoli in auto), coi cavalli di frisia a bloccare il traffico e una garitta di fortuna dietro la quale sono pronte scatole e scatole di bombe molotov.
Indicatori subdoli, ma non meno potenti: la vista delle tombe recenti, alcune che riportano date proprio dei giorni mentre ero in città, è un colpo allo stomaco che riporta alla realtà del resto del paese e fa pensare.

I giorni a Leopoli trascorrono tranquilli, quasi monotoni, fra dei giri “turistici” a zonzo per il centro storico della città -bello, ma in definitiva assai piccolo, sopratutto attorno alla Piazza del Mercato-, fra i mercatini e su qualche altro luogo d’interesse (il cimitero Lychakiv e il Palazzo Potocki – che avevo mancato durante la mia prima visita tre anni prima) e rimpatriate coi vecchi colleghi.
Loro, in effetti, lavorano, quindi il tempo che hanno per chiacchiere e bevute è limitato agli scampoli di sere ritagliati fra l’uscita dall’ufficio e il coprifuoco. Il che mi lascia parecchio tempo per vagare come un flâneur e osservare lentamente la città che mi gira intorno: osservare i monili, anche d’epoca sovietica (ma di quelli non oso neppure domandare), dei mercatini; rivedere la chiesa armena con i suoi austeri dipinti; risalire verso la collina del “castello” ed i quartieri circostanti, compreso il memoriale ai “100 eroi celesti” (morti durante le proteste di Maidan nel 2014) dal quale osservare il centro storico dall’alto e (ri)scoprire la targa a Hersch Lauterpacht.
La prima notte rischierò di mancare il coprifuoco, rientrando alle 22:55, sebbene nessuno pare prendere l’ordine troppo severamente (dalla finestra della mia stanza potrò notare sempre persone camminare davanti all’Opera ben dopo o ben prima la fine del coprifuoco), e solo l’ultima notte una sirena mi sveglia un paio di volte, l’allarme antiaereo che mi riporta alla realtà del conflitto. Ma non sento neppure passi che escono dalle stanze attorno alla mia: nessuno attorno a me pare affrettarsi per correre al rifugio, anzi, quindi mi faccio prendere anche io dalla rassegnata(?) flemma e torno a dormire, incolume.
La sera, le rimpatriate coi colleghi mi riportano indietro nel tempo, ma inevitabilmente questo tuffo nel passato è straniante: le realtà sono ormai enormemente mutate, e riportarle indietro è impossibile. Ciò nonostante, è un grande piacere vederli, vederli bene e trascorrere quei loro fuggenti momenti di distacco da tutto assieme a loro: aiuta a scoprire, a credere, che può esistere una “normalità” in tutto questo (“war / life balance” ha magnificamente scritto una di loro) e che, forse, tuttosommato, il loro futuro nei prossimi mesi non deve essere tragicamente segnato.

Arriva il momento di ripartire: stavolta torno a Cracovia in autobus – il treno partirebbe in pieno coprifuoco e non voglio sperimentare se sia possibile andare a prenderlo o meno. Alla stazione degli autobus una situazione simile, a direzione invertite, di quella vista in Polonia: ucraini che lasciano il paese, soprattutto donne e alcuni uomini anziani, esentati da ogni servizio militare, che cercano di raggiungere parenti e amici altrove in Europa. Lungo la strada noto i posti di blocco, il traffico fermamente controllato all’ingresso in città, ma tutto scorre senza intoppi, salvo la lunga attesa al confine con la Polonia.
Rientro a Cracovia, gironzolo ancora un paio d’ore per la città in attesa di prendere il mezzo che mi riporterà ad ovest – a casa, lontano da questa realtà – e ancora fatico a realizzare l’enorme stacco che esiste fra due mondi distanti un centinaio di kilometri appena.

Egemonia

Una delle discussioni che ciclicamente si ripropongono fra me e mio padre riguarda le tasse: io dico che bisognerebbe tassare di più i “super ricchi” e lui mi risponde che “pago già abbastanza tasse così” al che solitamente ribatto, inutilmente, che mi riferisco ai redditi ben superiori al suo.
Il dibattito insomma si arenava dinnanzi a quella sua auto-equiparazione ai più ricchi, ai massimi redditi che secondo me andrebbero tassati maggiormente (solo recentemente, per inciso, la discussione ha avuto un accenno di evoluzione quando ha ammesso che una tassazione attorno al 40 – 45% su tutti i redditi è secondo lui un livello massimo “giusto”). Per quanto benestante / percettore di un reddito medio-alto, non riuscivo a capire come mio padre possa equipararsi a dei plurimilionari: mi pareva impossibile che, per uno che coi numeri lavora, non fosse possibile cogliere la differenza nell’ordine di grandezza fra centinaia di migliaia e milioni, o decine di milioni di reddito annuo, tanto da sentirsene così psicologicamente “prossimo” e coinvolto in termini di impatto di eventuali policies.

Non riuscivo a comprendere come mai la cosa lo toccasse tanto, financo ad un livello personale. Questo almeno fino all’altro ieri, quando su Internazionale ho letto un ariticoletto su un tema apparentemente tanto diverso (ma non poi tanto, come dirò poi): quello dei jet privati.
In quel articolo piuttosto semplice ma preciso, Giovanni De Mauro richiamava il concetto gramsciano di egemonia (un concetto che in verità avrei dovuto avere più pronto alla mente dagli studi al SOAS), ovvero l’identificazione e l’assimilazione al pensiero e alla visione del mondo della classe dominante. Come spiega Alessandro Barbero, citato da De Mauro, “quando [il gruppo dominante] fa pensare anche gli altri come lui … gli altri gruppi sociali sono d’accordo che a comandare sia quel gruppo, o non si pongono neanche il problema. E vedono il mondo così come lo vedono i membri della classe dirigente”.

Il concetto in sé spiega tutto, conclude il discorso e il ragionamento.
Quando diciamo che la sinistra “non parla più al popolo” o (a mio parere, più precisamente) che la sinistra non ha più un’elaborazione ideale da comunicare al popolo, in realtà diciamo esattamente questo: il campo delle idee è stato totalmente lasciato al pensiero “neoliberista” e ai suoi rappresentanti. Il campo del dibattito è talmente abbandonato che anche le classi subalterne (dagli impiegati agli operai, ai lavoratori irregolari e altre categorie “deboli”) ormai non riescono più a cogliere la differenza fra la loro condizione e quella dei super ricchi, se non in astratto perlomeno in termini di impatto di certe policies. Dunque si ergono come primi difensori di quei privilegi.

Che si parli di super tassazione sui redditi più alti (tornare ai livelli degli anni ’70, se lo chiedete a me) o di “abolizione” (concetto in sé non precisissimo) dei jet privati, osserviamo un levarsi di scudi di tante persone che vi si oppongono come se la cosa si toccasse direttamente o come se un giorno potessero anche loro ambire a quel lusso. In realtà sappiamo, intuitivamente, fin troppo bene che questa è un’illusione irrealizzabile. Ce lo dicono i numeri stessi: una delle prime reazioni alla proposta di “abolizione” dei jet privati è arrivata da Luigi Marattin, il quale ha ricordato che in Italia vi sono 133 jet privati (numeri che non posso confermare): com’è possibile pensare che decine di migliaia di persone che sui social si scagliano contro la proposta di abolizione possano beneficiarne dei jet privati?
Purtroppo, la risposta è semplice: egemonia. Temo di dover concludere che sfugge loro il fatto di appartenere a una “classe” (se vogliamo usare questo concetto) diverso, i cui interessi sono radicalmente diversi da quelli di coloro che volano su jet privati.

Esattamente lo stesso problema si pone con altre proposte neoliberiste delle destre, ad esempio la flat tax. Per quanto assurdo, si è giunti al punto in cui una grande maggioranza di cittadini si lascia conquistare e persuadere da questa proposta, immaginando di poterne trarre beneficio. Anche qui, in realtà, è ben difficile immaginare che un’aliquota unica possa agevolare i lavoratori a reddito più basso – anzi (specie in un paese dove i redditi da lavoro sono bloccati da anni). Eppure, almeno per alcuni, l’idea che passa è questa: meno tasse per tuttianche per me!

Da qui dovrebbe ripartire la battaglia politico-ideale, dal ricostruire un pensiero e, con esso, una “coscienza” del proprio posto nel mondo e dei propri interessi (di nuovo, se vogliamo: “di classe”), altrimenti ogni altro sforzo sarà inutile.

La ri-costruzione di un’alternativa socio-politica al neoliberismo delle destre globali non può non passare da qui. Senza questa ri-costruzione di un campo, cosciente di sé stesso e dei propri interessi, sarà impossibile portare avanti delle politiche sempre più necessarie ed urgenti, come la difesa dell’ambiente (un volo in jet privato inquina più di una persona media un anno) o sulla tutela economico-sociale dei più deboli (non si può avere una sanità gratuita se alcuni non pagano di più).
Anzi, senza questa ri-costruzione arriveremo al paradosso per cui le classi più deboli si danneggiano da sole: nella prospettiva di forti sacrifici energetico-climatici (questo inverno, ma anche e ancor più nel futuro) non potremmo arrivare ad una riduzione dei consumi e della produzione di gas climalternanti che sia equa se non accettiamo di penalizzare maggiormente i più privilegiati. Senza queste distinzioni potremmo arrivare al paradosso per cui tutti dovremmo abbassare di uno o due gradi le temperature questo inverno, mentre i get privati (o i bruciatori esterni) continueranno a bruciare risorse a beneficio esclusivo di pochi privilegiati – mentre i sacrifici saranno imposti e spalmati su tutti. O al paradosso per cui in 50 milioni dovremmo ridurre i nostri consumi (andare tutti in bici, per esempio), mentre 133 persone continueranno a volare con jet privati.

Nowhere, Namibia – Nowhere, somewhere

Come dicevo all’inizio del resoconto di questo viaggio, la Namibia non era interamente estranea ai miei sogni (o vagheggiamenti) di viaggio. Due o tre posti erano marcati in una delle molte liste di mete agognate che avrei un giorno sognato di vedere, ma certo non mi aspettavo queste mete tanto remote, improbabili, sconosciute ai più e difficilmente accessibili le avrei viste così “presto” nella mia vita (per dare un paragone, è da quando avevo otto anni che mi propongo di andare in Giappone, relativamente più facile da raggiungere della Namibia, eppure non vi ho ancora messo piede). Contavo, o speravo, in un certo futuro di vederle. Ma certo non erano in cima alla lista dei miei progetti e forse neppure in cima alla lista dei miei desideri… le probabilità erano anzi che non vi sarei mai andato – solo un caso fortuito le ha fatte balzare in avanti.

Alla luce di questa constatazione, mi pare inevitabile (anzi, doveroso) porsi alcune domande.
Come ha osservato un lettore rispondendo al primo post di questa serie è sorprendente constatare “quanti posti incredibili ci siano su questa terra; posti che nemmeno sappiamo esistere“: pure io, che di alcuni di questi posti conoscevo almeno teoricamente l’esistenza parevo in realtà considerarli vaghi puntini nello spazio, quasi non-reali, quasi non esistessero davvero. Talmente fuori dalla nostra portata che, di fatto, non rientravano nella realtà, almeno non nella nostra realtà. Immagino questo meccanismo debba giocare un ruolo anche nella percezione dei conflitti (Africa, Congo vs Ucraina: l’Ucraina è nel nostro reale, il Congo no). Forse anche per questo non erano poi delle priorità fra le mie possibili destinazioni: in fondo, non esistevano.
Soprattutto, consideravo almeno a livello inconscio quei luoghi di destinazione, quelle possibili “mete” di un possibile viaggio, come isole – o, meglio, come dei “pianeti” dispersi nel vuoto. Implicitamente, insomma, pensavo a quei posti come a degli spazi totalmente separati dal resto del paese, sganciati da tutto il territorio che pure li circonda. Tanti “atolli” distribuiti in “non luoghi” spazi vuoti e “insignificanti”, come a Parigi potrebbero essere la Tour Eiffel et Montmartre dispersi in una massa urbana anonima. Questo, di riflesso, spingeva a pensare tutto lo spazio restante, appunto come un “resto”, come un lungo intervallo fra un luogo-meta ed un altro. Un “nowhere“, insomma.
Credo, a rifletterci ora, una parte importante di questo modo di pensare, subconscio, sia dovuta al nostro modo di viaggiare: l’aereo ci conduce esattamente da un luogo-meta ad un altro (da Venezia-Rialto a Tokyo, per dire: da una cartolina ad un’altra), portandoci ad ignorare e sottovalutare il resto dello spazio, riconducendolo ad un’enorme macchia bianca, di fatto vuota, per dirla con Conrad. E così, portandoci a sottovalutare e sminuire tanto tutto quello che invece questo spazio riempie (che meraviglie si celano nelle steppe fra Venezia e Tokyo? O anche solo fra Venezia e Padova – 30km di distanza?), quanto la geografia, la toponimia di quello spazio falsamente “vuoto”.

In questo senso, percorrere lunghe ore in auto per coprire gli spazi “vuoti” della Namibia non solo mi ha ricordato che questi spazi vuoti non sono, che in essi vivono alberi, animali, uomini, che vi si sviluppano forme di vita dal fascino inimmaginabile (penso alle piante di Uluru che hanno bisogno degli incendi per far aprire i semi, ad esempio) e culture. Altresì, mi ha fatto riscoprire (come pure avevo visto in Congo) che questo spazio richiede un suo tempo per essere attraversato, e vissuto. E che questo spazio, essendo pieno e popolato deve avere una sua nominazione.
Le piane namibiane, insomma, possono essere de “vuoti nowhere” per noi che le attraversiamo (e pure con una certa fretta, per non farci disturbare nella nostra rotta verso la prossima meta-cartolina), ma per chi li vive quei luoghi sono pienissimi: sono pieni di pericoli (la specie di serpenti X tipica di … ), di risorse per la sopravvivenza (la sorgente di B proprio dietro la collina; l’albero C…). E questa pienezza richiede una toponimia.
L’uomo, inevitabilmente, nomina e denomina tutto ciò che ha importanza per esso: una specie di serpenti si chiamerà [Alfa] in lingua oshiwambo o Skaapsteker (in Afrikaans); il Quiver tree – albero faretra si chiamerà “choje” per i San, eccetera, eccetera. Ognuna di queste cose, e di questi luoghi, ha un significato, quindi un nome.
Ma la nominazione, soprattutto, dei luoghi non segue necessariamente una logica di “denominazione”: per chi conosce l’ambiente specifico, l’indicazione geografica può benissimo basarsi su descrizioni topografiche “la pozza che sta dietro la montagna a forma di falco, a sinistra del grande albero” – in realtà molti nomi di luoghi nascono proprio così, salvo poi evolvere in forme semplificate o assumere natura di nome proprio (prendiamo il caso di Otjiwarongo di cui parlavo nel post precedente della serie – che in lingua herero significa semplicemente “bel posto”).
Insomma, anche nel supposto “vuoto” di questi spazi fra luoghi-mete divenuti a noi noti, non esiste un luogo che sia un “nowhere“, che non sia possibile identificare esattamente e che non abbia una sua rilevanza. Solo, questi luoghi potranno avere nomi a noi incomprensibili o essere indicati con perifrasi. Ma essi esistono, sono noti agli abitanti del luogo e comunicati. Parimenti, la loro rilevanza o interesse potrà essere insignificante (inesistente) per chi vi sia solo di passaggio – e divenire dunque un “non-luogo” senza “senso”; ma sarà certamente ben nota a chi quei luoghi li abiti.

Persino il titolo che ho dato a questa serie rivelava questa disposizione d’animo: nessun luogo, in Namibia o altrove, è un “nowhere. In realtà ogni luogo è una realtà precisa, una dimensione di vita, di ecologia, di sistema uomo – natura – cultura, con dinamiche specifiche e a volte uniche, con esistenze, realtà, socialità e (pure) storicità. Eppure, per noi la maggior parte di questi posti sono “non luoghi”: punti sulla carta geografica senza una loro concretezza. Cosa trasforma un “non luogo” in un “luogo”?
Forse la differenza sta tutta qui: “abitanti”. Per i “cittadini del mondo”, questo è impossibile – non essendo abitanti di alcun “luogo”. Chi vive un luogo deve poterlo chiamare e deve poterlo comunicare; per chi un dato luogo ha una sua importanza, riuscirà a darvi una nominazione, una precisione geografica e linguistica che consenta di identificarlo e ritrovarlo (o evitarlo). Per gli altri potrà sempre essere un “nowhere“.

Tornare nei posti in cui son stato

…Scoprire di come tutto sia poi diverso

Se mi chiedeste di definire cos’è lo “charme”, non saprei rispondervi. Non a parole, per lo meno.
Potrei, eventualmente, farvi un esempio: Lisbona.

A Lisbona ero stato la prima, e finora unica, volta quasi vent’anni fa durante un “mitico” interrail alla fine del liceo che, in realtà, di mitico ebbe veramente poco.
Da allora non ho più avuto occasione di tornarvi, eppure il fascino di quella città ha continuato a seguirmi, a perseguitarmi quasi.

Lisbona era nello splendido, commovente poster di un professore all’Università di Hamburg (3 anni dopo); Lisbona era nei pasteis di eredità coloniale consumati in una spiaggia di Maputo (6 anni dopo) o in un giardino di Londra (11 anni dopo); Lisbona era nei viaggi altrui, invidiatissimi; Lisbona era nel libro di Remarque e Lisbona era persino nel bacalhau mangiato …a Kinshasa.
Insomma, la voglia di tornare era tanta.

Eppure non avevo un ricordo preciso di quella città, non sapevo esattamente cosa volevo vedere, rivedere, gustare o rigustate, vivere o rivivere. Durante i due giorni che passammo a Lisbona all’epoca dell’interrail i miei compagni di viaggio ed io visitammo la città e i suoi luoghi più celebri (la Torre di Belem, il castello di San Giorgio, la Praça do Commercio), ma aldilà di poche, sfocate, immagini, non mi restano memorie vive di quei giorni e di quella città. Così, anche la programmazione di questo viaggio è stata lasciata all’ultimo momento.
L’unica cosa che sapevo è che sarei andato a caccia di quel poster.

Sono arrivato a Lisbona il sabato pomeriggio, ho lasciato la valigia in albergo e mi sono diretto in centro: un vero flaneur quasi senza meta.
Certo, sono salito su uno dei classici tram un po’ démodé che salgono e scendono le stradine ripide del centro, ho camminato per le vie più famose e turistiche. Ma vi son andato senza una meta, senza una lista di cose da fare o vedere. Il giorno successivo ho programmato il mio itinerario un po’ di più, se non altro perché volevo tornare alla Torre di Belem, forse la mia memoria più limpida di quel viaggio di venti anni prima. Il terzo giorno ho organizzato un giro a Sintra e Cascais, un po’ per non voler passare tre giorni interi in città – durante questa uscita sono riuscito ad incastrare una visita alla Quinta da Regaleira, questa sì effettivamente nella mia lista di mete da vedere… ma visita incastrata per pura fortuna e sforzo di volontà.
E ho avuto la fortuna di ritrovarmi a mangiare in alcuni ristoranti veramente ottimi, di sperimentare un paio (purtroppo, solo) dei mille modi in cui i portoghesi sanno preparare il baccalà, il tutto quasi per imprevisto.

Cosa mi è rimasto di questo weekend a Lisbona?
Mi è rimasta la bellezza degli edifici di maioliche, anche quelli più nuovi; mi è rimasta un’amichevolezza degli abitanti, una cortesia, quasi simpatia, non forzata e non invadente – sarà una cosa delle città di mare? ma solo alcune -; mi son rimaste le centinaia di modi con cui i portoghesi preparano il baccalà; mi son rimaste le viuzze strette in sali-scendi del centro; è rimasta la bella esposizione Europa Oxala attorno alla percezione e decolonizzazione dell’Europa e la galleria moderna della Collezione Berardo; mi è rimasto il sapore di uova e zucchero racchiusi in una pastella sottilissima e croccante che continuerò a cercare, quel sapore dei pasteis.
E mi è rimasta la voglia di tornare di nuovo, ancora. Anzi: se avessi una valida scusa, Lisbona sarebbe probabilmente una città (una delle poche) nella quale mi trasferirei a vivere.

Ecco, non so definire lo “charme”, ma so che per me Lisbona incarna questo charme, questa combinazione affascinante e praticamente perfetta fra storia, gusto, modernità, apertura al mondo e all’evoluzione ben radicate in una loro tradizione che riemerge per i tutti i cambiamenti. Gli azulejos saranno ancora Lisbona, anche domani; così come i pasteis o Pessoa. Lisbona cambierà, certo, ma cambierà entro questi argini ampli e flessibili che ne hanno tracciato la sua identità.

Tornare a Lisbona è stato un tornare in memorie che non potevo più inseguire, perché ormai troppo vaghe e fluide, troppo profonde nei flutti della mia memoria. Come sarebbe diverso, ad esempio, se oggi tornassi a Londra o a Kyiv! Ma forse è meglio così, perché questo tornare in una città che non c’è più per com’era nella mia memoria di vent’anni fa eppure c’è ancora tutta intatta, mi ha permesso di rimettermi in quella città è riscoprirla “lavato” da vecchie scorie. Lisbona è cambiata ed è rimasta identica, eppure la mia scoperta di questa città non avrebbe potuto essere più diversa – dalla Torre di Belem al Terreiro do Paço. Le emozioni che mi percorrevano davanti alla Torre di Belem nel 2022 non avevano nulla a che vedere con quelle del 2005.

Forse è questo l’unico modo per tornare.
Forse è anche per questo che non posso, non ancora, tornare a Kyiv.

The big C (7) – Useless

“Cercare di cambiare qualcosa in Congo è semplicemente inutile”.
Così mi disse un esperto collega B. dopo pochi mesi dall’inizio della mia carriera umanitaria. Ricordo assai bene quel momento, tornavamo da Zhitomyr, Ucraina, verso la capitale Kyiv, attorno a noi le strade ed i campi attorno erano ancora innevati in quell’atmosfera gelida, doveva essere gennaio. Lui era venuto apposta da Cape Town per visitare il progetto, io avevo approfittato della sua presenza per un’altra visita e chiacchierando lungo la strada parlammo delle sue missioni precedenti, fra le quali il Congo. Era ancora l’epoca in cui il Congo per me era poco più di un’allucinazione tracciata dalle pagine di Van Reybrouk e Conrad.

“Inutile”, impossibile cambiare un paese talmente complicato, talmente vasto e talmente immischiato dagli interessi e conflitti propri e stranieri. Cosa volesse dire tutto questo l’avrei capito, solo in parte, molti, faticosi, mesi dopo. Gestire il presente, sì, forse quello sarebbe possibile. Cambiarlo, prevenire le emergenze e le tragedie che vi si ricorrevano ormai da decenni, impossibile.
Parlando del Congo, anche coi congolesi, parei rivivere la massima “si stava meglio quando si stava peggio”: durante l’epoca di Mobutu, tutto sommato, qualcosa funzionava. Rispetto a oggi, quel qualcosa era già tantissimo. Da allora (ma anche prima), è stato un lungo lavoro di Sisifo per operatori umanitari, cooperazione internazionale, Nazioni Unite… un lungo cercare di (re-)spingere la pietra un passettino più in alto del baratro.
Eppure proprio questo ho provato a fare per un anno intero. Tutta la mia missione, tutto il mio lavoro era basato su questo presupposto. Advocacy: il processo per fare cambiare politiche, normative, attitudini, pratiche. Auguri.

Ho buttato via un anno? Ho tempo da perdere.

Il lavoro in Congo, per come lo traccio dai ricordi qualche mese dopo la fine della missione, è stato un tenersi in bilico per le risposte immediate alle emergenze (un nuovo gruppo di sfollati a B.; un campo che non ha più capanne e viveri a R.; un’epidemia di meningite a BT….) e un lavoro minuzioso da Pollicino: seminare sassetti lungo la via, tracciare i primi passi di un lungo percorso che poi, molto poi, avrebbe dovuto facilitare un cambiamento: predisporre sistemi per raccogliere dati sulle vaccinazioni, comprendere i problemi del sistema sanitario, tracciare contatti con organizzazioni dagli obiettivi affini, cominciare a capire che dati servano (sui frigoriferi? sulle importazioni? sulla demografia?). Tutto questo perché poi, molto poi, si possa arrivare dagli interlocutori “col potere” e persuaderli ad X azioni per correggere un sistema distorto, corrotto, disfunzionale dalla base alla cima.

Un viaggio di mille miglia comincia con un passo, no?

Eppure anche solo per cercare di illustrarvi tutto questo, non saprei da dove cominciare. Diciamo i vaccini? Perché mancano i vaccini?
Beh, perché non se ne comprano abbastanza a Kinshasa. E perché? In parte perché i milioni stanziati vengono dirottati, rubati e sprecati. In parte perché la stima della popolazione nei villaggi più remoti è sempre sballata. Il censo è sempre sballato perché ci sono luoghi inaccessibili, per i continui movimenti di popolazioni (per via dei conflitti), etc. etc. etc.
Eppoi i vaccini comprati a Kinshasa non arrivano comunque a destinazione, per via di un’altra catena di corruzione (a causa, fra le tante, degli stipendi non pagati), per via delle strade impraticabili (che a loro volta sono impraticabili per la corruzione stessa e per l’inaccessibilità delle zone di conflitto), a causa della mancanza di cold chain (come sopra).
Un nodo gordiano. Eppure da qualche parte bisogna prenderlo.

Ecco, questo nodo gordiano è di per sé la ragione per cui “cambiare le cose in Congo è impossibile”. Ammesso e non concesso che un giorno tutti non si mettano d’accordo sull’ineluttabilità di un cambiamento radicale.
Dovunque lo si prenda, il nodo, allo stesso tempo altre mani paiono fare di tutto per renderlo ancora più intricato, per tirarti via il filo e riannodarlo da capo.
La definizione di una fatica di Sisifo – che, pure, come ricordava Camus, dovrebbe rendere un uomo felice.

Dall’altro lato si ha la lotta per la “gestione del presente”, per evitare che l’ennesima fiammata epidemica di ebola a Beni o Mbabara non si tramuti in una vera e propria epidemia; per far si che pure a Banalia nel mezzo della giungla da “cuore di tenebra” arrivino i vaccini e gli antibiotici per la meningite; per cercare di tamponare almeno un pò la malnutrizione dilagante nell’Ituri dei gruppi armati sempre attivi e mai pacificati.
“Tamponare il presente”, perché ogni giorno di lavoro ben fatto vuol comunque dire una, due, cento vite che avranno guadagnato il kapuscinskiano “ancora un giorno“. Eppoi ancora un altro.

Il tutto in una ruota che continua a girare senza senso. Eppure un freno d’emergenza dovrebbe esserci, no?

Ecco, a ripensarci la missione in RDC non è stata una fatica di Sisifo. Sono state due fatiche di Sisifo, che rotolavano e si facevano spingere su in parallelo: una per cercare di comprendere, analizzare e cambiare il sistema e l’altra per evitare che nel frattempo questo non-sistema arrivasse alle sue logiche conclusioni di bipolitica (o, meglio, di necropolitica).
Inutile? Non viviamo abbastanza a lungo per rispondere.