piccola polemica personale

Premessa: è una polemica mia, che è anche un’autocritica, perché io stesso faccio quel che mi accingo a criticare.

Non sopporto i “like“.  Non li sopporto più.
Trovo che siano la cosa più inutile ed insopportabile della rete.
Ovunque: su facebook, twitter, wordpress… Inutili, irritanti. Infestanti.
I “like” sono “il male” della rete.
Gramigna

Perché sono la forma di espressione più bassa che esista in internet. Un banalissimo riscontro della realtà, sterile, vuoto ed inutile.
Magari -a volte- sono anche di vero apprezzamento, ma è un apprezzamento senza senso né utilità. Un riscontro, appunto, che non dà alcun contributo ulteriore, nessun pezzo supplementare. Una constatazione, sterile.
Li detesto.

Su twitter, perché anziché aiutare a diffondere un’idea (o una battuta) come il retweet, si limitano a dire “ci sono”. Grazie e ciao. Soprattutto su twitter, invece, sarebbe molto più interessante un criterio drastico: retweet o nulla! Allora sì, che potremmo soppesare il riscontro di ogni interazione.
Ma peggio ancora su wordpress. Se uno spende tempo ed energie ad elaborare idee, a metter in ordine parole, un like è praticamente un affronto. Specie quando arrivano a tempo di record, pochi secondi dopo che il post è stato pubblicato. Talmente pochi secondi che è sostanzialmente impossibile che sia stato letto….
Se uno mette passione ed impegno a scrivere e poi pubblica, offre a tutti, i risultati della propria opera, lo fa perché spera in una reazione, in una critica, in un’interazione. Fosse pure un complimento. Ma almeno si abbia la forza di dirlo chiaramente!
Invece no: like. Grazziearcazzo, come direbbe un amico.

Certa gente blocca i commenti o li modera.
Io vorrei bloccare i like o rimuoverli.

Lo so, come detto in premessa, che spesso faccio così anch’io. Perché spesso i post che leggo vanno aldilà della mia capacità di un’interazione positiva, di una risposta utile.
Ma con un pò di autodisciplina cerco di limitare questa tendenza… fosse anche solo per esprimere a parole “mi piace”; per dare la possibilità all’autore di chiedermi “perché ti piace?”. Fair enough.

Bon. Ok. Ve lo detto. Scusate, non ne potevo più. Ora lo sapete. Pensateci.

Stato di autodeterminazione (cercando)

Ieri ho cominciato a vedermi “Cry freedom- Grido di libertà“, film (biografico?) su Steve Biko con Denzel Washington nella parte dell’eroico attivista anti-apartheid e della black consciousness.
Aldià del fatto che il film è molto bello in sé e che la storia di Biko merita tutta la nostra attenzione, la visione mi ha spinto ad una riflessione più ampia sulla libertà in senso politico, nel suo rapporto con lo Stato e con i suoi confini. Insomma, su quella che viene definita autodeterminazione.

Non ricordo i passaggi preliminari, ma sono giunto a chiedermi cosa volessero esattamente coloro che si battevano per l’abolizione dell’apartheid. Aldilà dell’uguaglianza razziale, intedo.
In definitiva, mi son risposto che volevano i diritti politici, la possibilità di auto-governarsi. Che, in un paese nel quale la maggioranza è sottoposta ad un regime oppressivo da parte della minoranza, fa parte integrante del concetto di uguaglianza.
Di fatto, durante il regime di apartheid, i neri non avevano diritto di voto e la politica nazionale era esclusivamente nelle mani dei bianchi. Altresì, per spostarsi e lavorare al di fuori delle proprie regioni d’origine, i neri aveva bisogno di specifici permessi di lavoro e soggiorno.Bantustan

Quello che, tuttavia, pochi sanno, è che il regime sudafricano aveva un piano più complesso ed elaborato. Un piano vagamente nazista, certo. Ma pur sempre una chiara visione politica che andava ben aldilà della mera segregazione razziale in un unico Stato.
Questo piano prevedeva la creazione dei cosiddetti “Bantustan“, delle homeland nelle quali i neri sarebbero stati segregati più o meno come gli indiani d’America nelle riserve.
Premetto che non sono un esperto in materia, ma da quanto comprendo, questo piano prevedeva che i neri nei Bantustan avessero piena autonomia politica.Di fatto, i Bantustan erano pensati come dei veri e propri Stati indipendenti (politicamente indipendenti, ma economicamente soggigati: i loro confini erano tracciati in modo da escludere ogni area industriale o con risorse naturali). Così dichiara il ministro Connie Mulder nel 1978:

«Se la nostra politica viene perseguita fino alla sua logica conclusione per quanto concerne i neri, non resterà neppure un nero con cittadinanza sudafricana. Ogni nero sarà sistemato in uno Stato indipendente in modo onorevole e questo Parlamento non sarà più tenuto a occuparsi politicamente di queste persone» [sottolineatura aggiunta]

Solo nel 1985 il presidente Botha dichiarò che in neri non sarebbero più stati privati della loro cittadinanza sudafricana in favore di quella dei Bantustan e che coloro che vivevano nei Bantustan indipendenti potevano far domanda per la cittadinanza sudafricana.
Nel 1994 i Bantustan furono definitivamente aboliti. Anche in questo si vede il mito fondatore della “Rainbow nation” di Mandela.

Questa sorta di premessa storica mi serve ora per arrivare al ragionamento più politico (astratto, se vogliamo).
Quello che mi preme argomentare è come l’autodeterminazione (dei popoli- principio in sé nobilissimo e corretto), sia spesso fuorviante e frainteso.
Intanto, e da un punto di vista strettamente materialista, l’autodeterminazione portata all’estremo (anche ove esistessero differenze etniche rilevabili ed ipoteticamente giustificatrici dell’indipendenza politica) molto probabilmente si risolverebbe in staterelli non economicamente capaci di autosostenersi. Oltre che irrilevanti geopoliticamente ed altamente istabili nelle relazioni internazionali (questo era già stato rilevato da Boutros Boutros-Ghali nella sua “Agenda per la pace“), basti vedere quanto accaduto con la disgregazione della ex-Jugoslavia. Oppure, per venire a casi storicamente più recenti, all’insignificanza delle regioni separatiste della Russia (Cecenia ed altre).
Il ragionamento lo vorrei, ovviamente, estendere anche al nostro Veneto…

Ma quanto detto vale anche da una prospettiva socio-politica.
Date queste premesse, che utilità (che valore, potremmo dire) ha il diritto di voto (ed il suo esercizio) in uno Stato minuscolo per dimensioni, economicamente alla rovina e sostanzialmente fantoccio? Che valore aveva il voto in un Bantustan? Di fatto, nessuno.
Che valore, che utilità ha la cittadinanza di uno Stato simile? Di fatto, nessuno: uno Stato dalle dimensioni così ridotte, infatti, non sarebbe mai in grando di garantire l’esercizio dei diritti connessi. Diritti politici, in primo luogo (come potrebbe difendersi da un’invasione?), ma direi anche civili, sociali, culturali ed economici.
Ogni diritto, per avere una sua efficacia, deve poter essere esercitato ad un livello, ad una dimensione appropriata. Dimensione geografica, politica, economica… Ad esempio, non si può pensare l’assetto idro-geologico del Po guardando solo la provincia di Torino.
In definitiva, ciò significa che il diritto all’autodeterminazione (e, con esso, l’apposizione di confini), deve servire per unire, almeno quanto -se non di più- possa servire per dividere. In fondo, questo è quanto si cerca di realizzare a livello di Unione Europea con il principio di sussidiarietà.
Questo è quanto sosteneva, in altro modo, già Josè Ortega y Gasset parlando della volontà di costruire un “destino comune“.

Rubin Hurricane

la gggente deve sapere

Sul Fatto Quotidiano online è apparso questo bel commento sulle scelte del Movimento 5 Stelle riguardo l’approvazione del reato nuovo art. 416ter “scambio politico-mafioso“.
Con tanto di cronologia del dibattito, delle differenti posizioni tenute da M5S e delle modifiche al testo della legge.

Qui alcune battute dall’articolo:

In Commissione dove si lavora veramente, restano cheti o fanno spesso per impreparazione, scena muta. In Aula al Senato o a Montecitorio partono invece col teatro a favore di Youtube, perché la loro folla li possa adorare condividere e retwittare.
…Ingroia con cui avevo già parlato è il primo a ribadire come questa del M5s sia una pagliacciata per fare ‘campagnetta elettorale’ (ormai è permanente)…
….Gratteri non ha parlato negativamente della norma, anzi ha detto che è un importante passo davanti. Ha solo evidenziato una criticità che condivido pienamente anch’io: rimodulare ed alzare tutte le sanzioni per i reati di mafia, a cominciare dal 416 bis
…Libera ha dichiarato testualmente ‘Il vero regalo che si farebbe oggi a mafiosi e politici collusi sarebbe la mancata approvazione della riforma prima della prossima campagna elettorale’. Urlare al golpe della ghigliottina quando si fa dolosamente ostruzionismo mentre c’è l’urgenza di votare e quando un articolo di tre righe è stato discusso tra commissione ed aula otto volte e nel corso di ben 400 giorni, è ridicolo e strumentale.

Ognuno potrà farsene l’idea che vuole, ma consiglio vivamente a tutti la lettura di questa storia, prima di giudicare l’operato delle forze politiche….

Resta la domanda: il meglio è nemico del bene? E’ più utile ed opportuno per il nostro paese avere una legge, magari non perfetta, ma pur sempre una legge applicabile sin da domani sullo scambio elettorale politico-mafioso, o non averne nessuna fino a che non sia “perfetta”?

non spendo ulteriori parole (Grillo)

Francamente non capisco questa rinnovata indignazione per il posto di Grillo con il vergognoso fotomontaggio della cancellata di Auschwitz.
Niente di nuovo sotto il sole.

Io stesso stavo per scrivere un lungo ed articolato post nel quale esprimere la mai indignazione, schifo e rabbia.
Ma mi son reso conto che è del tutto inutile: avrei ripetuto argomenti che ho già ampiamente e diffusamente trattato altrove (come io, molti altri e molto meglio di me), senza alcuna possibilità di condurre alla ragionevolezza i suoi agguerriti sostenitori.

Quindi, non ha senso.
Non ha senso perdersi in mille altre parole, mille altre polemiche, mille altri commenti.
Non ha senso e dirò solo, semplicemente, che mi fa schifo questo modo di comunicare.
Questo, per me, non è né fare spettacolo, né tantomeno fare politica. E’ solo clamore, scandalo.
E lo scandalo, da sempre, nasconde il vuoto. In fondo l’ha detto Grillo stesso di non capire un accidente.

E allora rimando a quanto già scritto in passato.

il ventisette ed io

Terza partita del torneo, mi schierano titolare. Ala.

Li avete visti? Loro sono fisici ma poco mobili. Quindi diamo sempre supporto nel placcaggio, fissiamo il punto d’incontro e allarghiamo il gioco” ci dice il mediano d’apertura durante il riscaldamento.
Ed ha visto giusto. Sono grossi, ma fermi.
I loro trequarti sono quasi sempre presi in mezzo ai raggruppamenti e al largo restano isolati: avremmo sempre il sovrannumero all’ala. Peccato non riuscire a sfruttarlo.
Il nostro primo centro, Hubert il francese, prende una bella palla, scambia rapido col secondo centro e si allarga di nuovo infilandosi all’esterno per ricevere nuovamente l’ovale. Siamo quasi a bordo campo, così io mi infilo all’interno fra i due per seguire.
Hubert, purtroppo viene placcato prima di liberare la palla. Peccato.

Ripartono loro.
La loro ala non mi impressiona: è magretto, che in questo sport vuol comunque dire più grosso di me. Ma meno della media.
Sorprendentemente, giocano veloce.
I nostri centri sono spiazzati. Loro scambiano rapidi l’ovale: primo centro, secondo centro, ala… Mi ritrovo, unico dei nostri a poterli placcare, a “navigare” fra il secondo centro e l’ala: mi volto verso il centro, ma devo tenere sotto controllo anche l’ala. Visto che nessuno arriva e lui si sta involando in meta, mi butto deciso sul centro.
Lui libera immediatamente il pallone, passandolo all’ala. Allora mi giro su me stesso, lo agguanto alle gambe e lo tiro giù con tutto il mio peso.
A terra, stronzo!

Ripartono, nuova azione.
Li abbiamo riportati indietro e ripropongono lo stesso schema.
Solo che stavolta hanno fatto una cambio o si sono scambiati i ruoli senza che lo vedessi: all’ala, ora, hanno un marcantonio grosso due volte e mezza più di me. Il n. 27. Me lo segno. Mi da almeno una ventina di centimetri in altezza, per non parlare della stazza.
La scena si ripete: mediano-centri-ala. L’ala si lancia e prende velocità.
Immaginate un tir che vi punta e vi attraversa. Un tir con la palla ovale in braccio.
Ma mica lo posso far passare! Di nuovo, mi butto su di lui, lo afferro con tutta la forza che ho, faccio perno sulle gambe per rotare e lo trascino fuori dal campo. Out. L’azione è fermata, hanno preso qualche metro, ma neppure troppi. Ripartiranno con una touche.
Ripartite da qui, stronzi!

C’è poco da fare: placcare un’ala grossa due volte e mezza più di te, lanciata in velocità
e trascinarla fuori dal campo è una delle maggiori soddisfazioni che sia concesso di vivere!

Ruanda, vent’anni dopo

redpoz:

Alcune mie riflessioni sul Ruanda a vent’anni dal genocidio…

Originally posted on i discutibili:

Anche a distanza di vent’anni non è facile parlare di cosa è accaduto in Ruanda durante quei cento giorni fra aprile e giugno 1994.
Non è facile perché è terribile. Non è facile perché tuttora alcuni fatti non sono affatto chiari.

Le verità ancora nascoste sono molte: dalla domanda su chi abbatte l’aereo del presidente Habyarimana la notte del 6 aprile a come poté accadere tutto questoà la machete; da dov’erano gli occhi del mondo alle varie responsabilità locali; dai falsi miti etnici ed economici alla storia della colonizzazione; dai risultati del Tribunale alla “riappacificazione” tuttora in corso; dalle responsabilità internazionali alle implicazioni geopolitiche nella regione…

Negli anni scorsi, una commissione tecnica francese incaricata dal Parlamento ha cercato di rispondere alla prima domanda. Arrivando persino a compromettere i rapporti diplomatici con Kigali.
Ad oggi, il mondo si divide fra quelli che accusano gli uomini più vicini al…

View original 805 altre parole

dolce Enrico

Chi legge questo blog sa che non ho mai avuto particolare passione per Veltroni. Ma una cosa devo riconoscerla: forse non sarà un grande politico, forse non sarà neanche un grande regista, ma è un bravo narratore.

Quando c’era Berlinguer” è, come dice Asja con un giudizio che non potrebbe esser più perfetto in così poche parole, “un film dolce come la foto di Berlinguer bambino“.
Dolce come il ricordo di Enrico. Duro come un giudizio sui trent’anni che ci separano da quel triste giugno 1984.
Non ve lo nascondo, io che pure non appartengo a quella generazione non ho saputo trattenere le lacrime in diversi passaggi del film: davanti alle scene di Piazza San Giovanni che si stringe nell’ultimo abbraccio; davanti alle lacrime di chi c’era allora; davanti ai sette secondi di applauso che l’assemblea dell’URSS riserva a Berlinguer nel 1977; davanti a Mastroianni con gli occhiali scuri al picchetto d’onere del feretro; davanti all’ultimo saluto di Pertini appoggiato alla bara…

Volevo e non volevo vederlo questo film: l’idea di andare era nata quasi per “dovere di partito”, sfumata nell’enorme partecipazione popolare della serata di presentazione (già commovente di per sé), ripescata nei giorni successivi soprattutto per il giudizio di Asja o per condividere in spirito qualcosa con lei, sino all’emozione ultima di trovarsi di fronte a questa storia.

Esco dalla sala e son muto. QC_Berlinguer_Verticale_180214_03-716x1024
Non so cosa dire di fronte alla narrazione, al ricordo privato e collettivo di una persona come Enrico Berlinguer.
Certo, Veltroni non perde la vena narrativa emozionante e coinvolgente: come fra gli ulivi di Spoleto, anche rievocando IL Segretario, Veltroni sa ripescare in noi tutte le nostre emozioni più intime e pronfonde, personali e politiche. Le emozioni di una storia comune, le emozioni anche di chi -come me- quegli anni non li ha vissuti, ma condivide inevitabilmente idee ed ideali che si sono radicati anche attraverso la persona di Berlinguer. Non a caso, Natalia Ginzburg citata nel finale ricorda come, al momento della sua morte ciascuno si rese conto di avere con Berlinguer un rapporto personale, profondo, anche se l’aveva soltanto ascoltato ad un comizio.
Come dice Jovanotti intervistato: “in Italia la parola ‘comunista’ è Berlinguer“. Perché, come già cantava Gaber “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona“, già questo (incarnazione della questione morale, dell’austerità) basterebbe a spiegare il balzo al 30% del PCI negli anni ’70.
Il regista inserisce anche molti suoi tratti personali, che forse rendono il film un ricordo troppo soggettivo.
Ma accompagnando alle interviste dei compagni di allora le analisi su i principali passaggi politici di Berlinguer, rende giustizia alla sua grandezza enorme, alla sua straordinaria lungimiranza, alla sua onestà infinita.

Anche aldilà dei tratti emotivi, inevitabili, infiniti sono pure gli spunti di riflessione sul percorso politico del PCI, di Berlinguer e sull’Italia.
Primo fra tutti la lettera di Berlinguer dal carcere di Sassari nel 1944, dove condanna l’apolitica come nuova forma di fascismo. Seguito inevitabilmente dall’immenso coraggio nell’intervento sulla democrazia per il 60° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre e dal compromesso storico. Ma anche dall’Eurocomunismo  e, dulcis in fundo, la questione morale ed i rapporti con Craxi.
Due battute non su Berlinguer: sull’UE, occorre riconsocere la grandezza del progetto, capace di includere in sé già negli anni ’70 forze come i partiti comunisti; su Craxi, per emettere un giudizio definitivo sul quale basterebbe ripensare a come lo giudicava IL Segretario del PCI negli anni ’80.

Esco dalla sala e non posso fare a meno di mormorare: con lui, nel 1994 avremmo vinto.

cercando il luogo di una vita 2, mezza risposta o forse update

Curiosando per il blog mi sono ri-imbattuto in un mio vecchio post nel quale ragionavo sul “luogo” della vita.
Credo che molte di quelle considerazioni siano ancora attuali, ma vorrei provare ad aggiornarle, ad aggiungervi quacosa… forse una risposta o forse un semplice pezzetto in più.

Ora, lo so che non ho il diritto di dire quel che sto per dire. Non ne ho il diritto perché è una riflessione che tira in ballo altre persone (un’altra persona) che di tutto ciò non sa nulla (almeno, non in questo modo) e che certo avrebbe molto da obiettare se lo sapesse (molto, ma in fondo le sue obiezioni sono una delle cose più positive che potrei immaginare a riguardo).
Ma non posso fare a meno di… esplicitarlo, perché in fondo negli ultimi giorni è proprio questo che son giunto a pensare.

Comunque, scrivevo:

Eppure non c’è nulla che mi tratterrebbe qui, in qualche modo è come se non ci fosse un futuro.
Almeno, non il futuro che vorrei.
Certo, un dato non secondario è che non ho né una famiglia mia qui, né legami affettivi così stringenti (un amore dal quale non potrei mai separarmi, ecco). Questo mi costringerebbe a ripensare il mio futuro, la sua collocazione e le sue prospettive

Sebbene abbia appena inviato un’application per un lavoro in Indonesia, oggi farei fatica ad andarmene.
Almeno, farei fatica ad andarmene come pensavo in passato: senza la prospettiva di tornare.

In quel primo post, anni fa, citavo un’amica che diceva “home is where the heart is” e il punto, molto semplicemente e senza tanti sofismi o ghirigori filosofici, è semplicemente questo. “Casa” è dov’è il cuore.

Così, ad oggi, non sento ancora di essere legato a questo luogo come “casa”, ma sento che mi costerebbe tantissimo lasciarlo ora. Troppo, forse (per quanto, senza dubbio, tutto guarisce). Le cose vanno come vanno, ma -ad oggi- non mi sento di lasciarle andare. Forse è stupido. Molto probabilmente lo è. Ma è così.
Ma sento che se partissi domani per non tornare lascierei qui qualcosa. “Qualcosa”. Oggi, se partissi, sentirei di lasciare qui qualcosa che non voglio lasciare. Sentirei di tagliare un filo che non voglio tagliare.
A dirlo francamente, sento che lascierei qui un pezzo di me… Scusate la smanceria.
Così semplice.

Ecco, per tornare al discorso che facevo in quel vecchio post, direi che oggi il mio “luogo” è qui. O, comunque, non troppo distante da lei.
Qualunque sia questo “qui”, questo luogo, ha poca importanza. Potrebbe facilmente essere dall’altro capo del mondo, purché non sia distante da lei.

E’ un discorso terribilmente stupido. Lo so e lo odio.
E’ stupido perché obbliga e lega solo me. Mi lega a qualcosa cui non vorrei esser legato, come questa città, questo paese, questa regione. Ma mi lega e mi stringe e non riesco a liberarmene. Mi lega in un modo che più stupido non potrebbe essere, perché mi lega “al vento”, al nulla.
E lega solo me, per cui lei potrebbe domani partire e non tornare mai più senza che io ne sapessi nulla, che potessi reagire (ah, cosa darei perché mi si desse almeno la possibilità di reagire)… E, nel legarmi, mi preclude e fa scivolar via tante possibilità, tanti desideri che fino a poco fa erano vivisissimi.

Ricordo che anni fa, in un’altra città, in un’altra epoca della vita, mi trovai in una condizione simile. Anzi, simile e diversa: c’era Christin a pregarmi silenziosamente di non partire, di trovare un modo per restare. Avrei potuto. Avrei voluto. Mi sentivo legato a lei, ma forse non così legato come mi sento oggi, che è un’assurdità, un’idiozia incredibile. Ma ero troppo giovane per capire cosa comportavano le mie scelte, mi pareva tutto facile e che tutto potesse sopravvivere ai kilometri che l’aereo metteva fra noi. Lei, invece, lo capiva.
Una situazione simile, dico, perché certamente lei si sentiva legata a me. Ed io a lei. Ma una situazione differente, perché non avevo ancora capito l’importanza della co-esistenza, dell’essere nello stesso luogo.
In fondo, non c’è “concentrazione” più importante di questa. Di quella che concentra nello stesso luogo due persone altrimenti distinte, separate, distanti.

Mesi fa, discutevamo su i discutibili e altrove di cosa vuol dire amore… Non posso dire di aver trovato una definizione (un’altra), anche perché questa si presta a troppe forzature.
Ma, perlomeno, credo sia parte della sua comprensione.

una sera di febbraio ho incontrato Muhamad Alì (simba katika kinywa mbwa mwitu)

Questo post dedicato è dedicato alcune persone,
alcune persone cui devo molto nel momento in cui lo scrivevo.
Non li nomino chiaramente perché loro sanno già chi sono,
perché, perché ‘sti cazzi…

-respiro, respira-

Mi presento.
Mi chiamo Redpoz, ci siamo incontrati l’altro giorno di circa cinquecento giorni fa. Quarantasei milioni di battiti del cuore, o dodici milioni di respiri.
Son nato un giorno che tanti ritengono significativo, speciale, un giorno che io non sopporto. Ho studiato, con riluttanza, giurisprudenza. Ho un sogno che non dico mai, a nessuno, perché temo che appena arrivi un soffio di voce, quel sogno svanisca come si solleva una nebbia leggera. E ho voglia di fuggire lontano. Ma, mi dicono, voler fuggire lontano non è che un modo per cercare di fuggire da sé stessi e non riuscirebbe neanche se fossi Eddy Merx.
Francamente, non mi interessa nulla di Parigi. Neanche di Londra.

Ma non è di questo che voglio parlarvi.

Una sera di febbraio ho incontrato Muhammad Alì.
Mi è piaciuto subito, Alì. Non so spiegarvi perché. Aveva dei bei occhi, Alì. Occhi che sono un segreto, un segreto profondo e invitante. Un segreto che catturava e distraeva. Ma più cercavo quegli occhi, più mi si palesava un mondo. Immagino anche questo sia un viaggio di scoperta. E quel mondo mi attanagliava, mi attanagliava dolce e violento come l’abbraccio di un placcaggio.
Mi sentivo forte assieme ad Alì, mi sentivo forte di fronte a lui. Mi sentivo coraggioso. Cuore Corazza. Vederlo ballare sulle corde era uno spettacolo: tutto sembrava così facile che chiunque poteva illudersi di riuscirci.
Alla fine, ballavo anche io: goffo e distruttivo come un elefante in cristalleria.
Non eravamo a Kinshasa, non alzò mai le mani su di me. Ma alla fine tornai a casa come George Foreman.

Quando incontri Alì, torni sempre a casa come Foreman.
Ma hai sempre incontrato Alì. E va bene così.
Le ferite si rimarginano, appena si deciderà di scoprirle. Di riconoscerle. E l’orgoglio è quello meno battuto.

Ma di fronte ad Alì ti senti forte, ti senti coraggioso. Ti senti persino intelligente.
Forte, coraggioso, intelligente, senza neppure bisogno di un’alba di tequila.
Così, gli ho detto “Alì, posso darti un pugno? Solo per sentire com’è“. Lui ha fatto solo un cenno con il capo.
Io di fronte ad Alì mi son sentito von Clausewitz. Mi son sentito Foreman. Ho pensato: “Se lo colpisco abbastanza forte, abbastanza velocemente, posso restare in piedi“.
Ho colpito Alì una prima volta. Lui è rimasto impassibile. Allora, ho pensato, posso colpirlo di nuovo. E di nuovo. Quattro volte ho colpito Alì, senza smuoverlo di un millimetro. E più cercavo di spostarlo, più diventavo goffo: avevo sempre più fretta, diventavo sempre più irruento. E più ero irruento, più ero inefficace.
Ancora una volta alla breccia, mi dicevo, senza rendermi conto che quella breccia era come il Mt. Meru, una montagna troppo alta da scalare, una montagna lontana di cui non si vede la cima, persa nella notte.

Alla fine ho sentito il vuoto. Disarmato, fermo dov’ero all’inizio. Allo sbando.
E’ difficile descrivere il senso di disarmo, di vuoto, che ho provato in quel momento. In spirito, mi sentivo ancora pronto a lanciarmi ancora una volta sulla breccia. Sentivo di non essere sconfitto e che prima di sconfiggermi, avrebbe dovuto uccidermi. Ma non avevo più nulla da imbracciare per cercare di superarla. Mi sentivo come in un vecchio duello nei film western, dove dopo aver sparato qualche colpo a vuoto credevo d’avere finalmente un bersaglio chiaro, ma la pistola scarica. Credo sia un pò il finale anche de “I duellanti“.
Solo un’altra volta provai una sensazione simile. La ricordo molto vividamente, come una cicatrice che vibra appena solleticata. Mi sentii come un papa cui avessero confessato che dio non esiste.

Fair is fair, Alì ha alzato un braccio, mi ha colpito dolcemente con quei pugnetti che si scambiano tra amici. Mi ha colpito così un paio di volte ed ogni volta il suo, più che un pugno, sembrava un abbraccio.
Non aveva bisogno di esercitare forza, di sprigionare potenza, Alì. I suoi pugni erano precisi, controllati, dolci, chirurgici, gentili. Come i gol di John Charles. Così gentili che neppure ci si rende conto d’esser stati colpiti. Quasi volesse chiedere scusa con i pugni. Non aveva bisogno di usare l’artiglieria, lui, quando poteva pungere come un’ape.
Alla fine, atterrato, gli ho detto “Alì, ti prego, dimmi, almeno ho fatto bene?“.  Ora, né Alì, né io, parliamo swahili. Né si parla dove Alì e io ci siamo incontrati, né in Congo. Ma Alì mi ha risposto “Simba katika kinywa mbwa mwitu. Sei stato splendido“.
Mi son rialzato mentre la luna contava i secondi del mio k.o., ho raccolto le mie cose ed ho capito che era tempo di andare, Alì aveva sicuramente un altro incontro, un altro ring ad aspettarlo, un altro avversario. Era tempo di lasciarci.
Because you’re tired and it’s getting late, because you’re lonely and it’s getting very late” gli ho detto. O, più probabilmente, molta parte di quello l’ho in realtà detto a me stesso. Mi piaceva stare con Alì, ma sapevo di non poter esser io a trattenerlo.
Ma il peggior modo di morire è rimanendo vivi.
Alì mi ha abbracciato e, stavolta sì, il suo abbraccio è stato un pugno. Il più forte. Potevo sentire contrarsi contro di me tutti i muscoli delle sue braccia, quei muscoli che tanta potenza sapevano sprigionare e trattenere. E ognuno di quei muscoli mi trasmetteva energia, mi trasmetteva affetto. Mi ha dato tanta energia che per ore non mi son reso conto di quanto bene, di quanto forte mi avesse colpito.

“One warm february night, I’ve met Muhammad Alì (simba katika kinywa mbwa mwitu)”
-breath (I), breath (you)-

Let me introduce myself.
My name is Redpoz, we first met one day about 500 days ago. It’s like 42 milions of heartbeats or 16 milions of breaths.
I was born in a day that many people do consider meaningful, even special, and a day I can’t stand. I’ve studied, doubtful, law. I’ve a dream I do never say out loud, not to anybody, because I fear it might disapper like a light fog as soon as the slightest blow of voice comes. And I really want to run away. But, so they say to me, be willing to run away is nothing else but a way trying to escape from yourself. And it ain’t possible, not even if you are Eddy Merx.
Frankly, I don’t care for Paris. Not even for London.

But that’s not what I want to talk you about.

In a warm february night, I’ve met Muhammad Alì.
I immediately liked him, Alì. I can’t explain why. He had some beautiful eyes, Alì. Eyes like a secret, a deep and inviting secret. A secret capturing and distracting me. The more I was looking for those eyes, the more a world was appearing before me. I suppose, this is a real voyage of discovery. And that world gripped me, it gripped me sweet and violent like the hug of a rugby tackle.
I felt strong with Alì, I felt brave face to face with him. Corazon Coraza. Watching him dancing on the ropes was a spectacle: everything seemed so easy that anybody could have the illusion to do it.
In the end, I was dancing too: clumsy and destructive like an elephant in a glass shop.
We were not in Kishasa, he never raised his hands against me. But at the end, I went back home like George Foreman.

When you meet Alì, you alwayas go back home like Foreman.
Still, you met Alì. And it’s ok like that.
Wounds will heal, as soon as you’ll accept do discover them. To recognize them. And pride is the least hurted.

But face to face with Alì, you feel strong, you feel brave. You even feel intelligent.
Strong, brave, intelligent. All this even without a tequila sunrise.
So, I said to him “Alì, do you mind if I punch you just once? Just to see how it feels”. He just nodded with his head.
Face to face with Alì, I felt like von Clausewitz. I felt like Foreman. I thought: “If I punch him hard enough, fast enough, I can stand him”.
I punched Alì a first time. He remained unmoved. So, I thought, I can punch him again. And again. Four times I’ve punched Alì, without being able to move him of a millimeter. And the more I tried to move him, the more clumsy I became: I was more and more in a rush, I became more and more impulsive. And the more I was impulsive, the more I was ineffective.
Once more to the breach, I said to myself, without realizing that breach was like the edge of Mt. Meru, a mountain to high to climb, a far away mountain lost in the night, which you can’t see the end.

In the end, I felt the emptiness. Disarmed, standing still were I was at the beginning -in disarray.
It’s hard to describe the feeling of being disarmed, the emptiness I’ve felt in that moment. In my spirit, I still felt ready to launch myself another time to the breach. I did not feel beaten and I felt that before beating me, he would have had to kill me. But I had nothing I could embrache as weapon to try to get through that breach. I felt like in a old western movie, when after shooting sometimes in a duell and missing the target, I finally had a good one, but my gun had no more bullets in it. It seems to be the ending of “the duellists“.
Only one other time in my whole life I’ve experienced a similar feeling. I do remember it very cleary, it’s very vivid in my memory, like a scar that still vibrates when tickled by the hand. That time, I felt like a pope finally being told that god does not exists.

Fair is fair, Alì raised his arm and punched me with those friendly fists you give to your friends. He punched me like that a couple of times and each time, rather than a punch, it seemed a hug.
He did not need to use any strenght, nor to emit any power, Alì. His punches were so precise, so controlled, so sweet, so surgical, so gently. Like the goals of John Charles. So gently that you would not even realize you have been hitten. Like he was excusing himself with his punches. He did not need to use heavy artillery, when he could sting like a bee.
In the end, lying at the ground, I said to him “Alì, I beg you, tell me, was I good?”. You see, neither I, nor Alì speak swahili. Neither is spoken where Alì and me met, nor it is spoken in Congo. But Alì replied to me “Simba katika kiywa mbwa mwitu. You were amazing”.
I stand up, while the moon was counting the seconds of my k.o., I took my stuff and realized it was time to go, Alì had another match for sure, another ring waiting for him and another opponent. It was time to leave each other.
Because you’re tired and it’s getting late, because you’re lonely and it’s getting late” I said to him. Or, most probably, the largest part of that, I said it to myself. I liked being with Alì, but I knew I coudn’t hold him there forever.
But the worst way to die, it is remaining alive.
Alì hugged me and, this time for real, his hug felt like a punch. The strongest. I could feel all of his muscles contracting against me, those muscles capable of emitting and holding back such a great power. And each one of those muscles transmitted me so much energy, so much affection. He gave me so much energy that for hours long I coudn’t realized how good, how hard he had hitten me.

[nota per il lettore più diligente: dialoghi esclusi, le parti in corsivo sono citazioni. vi sfido a trovare tutte le opere menzionate]

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