Fedeltà, lealtà, correttezza ed io

Ci sto male, semplicemente. Ci sto male.
Perché non riesco a capire cosa vi sia di sbagliato in quel che ho fatto.
O, meglio, capisco che gli altri vi vedano qualcosa di sbagliato, ma non riesco ad essere d’accordo col loro giudizio.
E’ il problema di sempre.

Io mi reputo una persona leale, ovvero una persona che opera senza sotterfugi, alla luce del sole per tutti da poter vedere e valutare.
Però, soprattutto in politica, non mi sono mai sentito una persona vincolata a doppio filo ad idee o persone: ho sempre ritenuto di poter cambiare idea e di non dovermi attenere per sempre ad una data linea per il solo fatto di averla abbracciata una volta.
Siccome in politica non di rado le idee si sovrappongono alle persone (e, non di rado, le persone prendono il sopravvento), questa mia libertà viene spesso interpretata per mancanza di fedeltà.
E’ sempre facile che la libertà sia scambiata per tradimento.
Legittimamente.

Da ciò, deriva quella incomprensione di cui sopra. Da quella confusione fra l’esser fedele e l’esser leale.
Credo, pur muovendomi in questo terreno minato, di essermi sempre mosso correttamente: di aver detto alle persone quel che pensavo, con franchezza ed a viso aperto e di non aver mai compromesso i loro piani con sotterfugi occulti.
Insomma, non mi sento un traditore.
Non ho nascosto nulla e non ho nulla da nascondere. Tanto più che di questa franchezza ho sempre “pagato il prezzo” in prima persona.
Al massimo, sono un pessimo diplomatico.

Proprio per tali ragioni, in questo momento, ci sto male. Perché si crea una discrasia fra le aspettative che gli altri ripongono e il comportamento che tengo. E perché, con l’impegno che ho messo in alcune recenti battaglie (impegno che mi ha portato anche a sacrifici non da poco), mi spiace che la mia lealtà sia messa in discussione.
Personalmente, ho sempre trovato queste aspettative in buona misura errate. E non lo dico per essere autoassolutorio.
Quando alcuni anni fa mi iscrissi per la prima volta ad un partito, i miei genitori (che scoprirono la cosa all’improvviso, a giochi fatti), mi dissero queste parole che credo non scorderò mai: “va bene, purché tu resti un battitore libero“.
Credo di esserlo restato: pur avendo condiviso questa o quella linea, sostenuto questo o quel candidato, ho sempre conservato la mia libertà di dissenso, critica ed azione.
A faccia aperta.

Questo, per me, è essere leale.

Cercando di invertire le cause

Potrei parlare di “perseversione”, in questo caso…

L’altra sera, discutendo con un amico che siede in consiglio comunale nel mio paese, questi mi raccontava come la giunta ed il sindaco, giunti agli ultimi due anni del loro secondo mandato, siano totalmente inattivi.
Praticamente, l’amministrazione comunale non esiste più.
O, se formalmente esiste, fra i vincoli di bilancio venuta meno l’esigenza di correre nuovamente alle elezioni per conservare il posto, non hanno più motivazioni ad agire.
Non si prendono più decisioni incisive, non si azzardano neppure più programmi… tutto è limitato alla gestione spicciola dell’esistente, demandata ai tecnici. Il sindaco ha persino smesso si farsi vedere in giro, di esercitare il suo ruolo pubblico.

Ho trovato la cosa non solo demenziale, ma decisamente perversa.
In altri paesi, come in USA, gli ultimi due anni sono il momento più “politico” di un mandato amministrativo, perché sono il momento in cui il governo può portare avanti azioni strettamente politiche (quasi partigiane) senza dover più temere il giudizio delle urne.

Da noi no…
Da noi, il limite di due mandati non opera come sprone per incentivare azioni politiche di rinnovamento profondo, no: opera come disincentivo.
Anziché approfittare del fatto di non doversi più sottoporre al giudizio delle urne per portare avanti proposte ed idee delle quali sarebbe difficile convincere i cittadini (perché innovative, complesse, rischiose…), rispetto alle quali tuttavia si è fortemente convinti, si rinuncia a fare alcunché.

Il che rende palesemente evidente come l’interesse degli eletti sia, sempre più, solo quello di conservare lo scranno, la poltrona. E che, venuto meno questo interesse, gli stessi non trovino più motivazioni ad operare.
Il che ci dimostra come le azioni degli amministratori siano sempre più dettate dall’esigenza di ricercare il consenso, piuttosto che lavorare per il bene della comunità.

Inutile dire che questo è un danno enorme per le comunità.

Tutto questo è paradossale, persino perverso.
Il limite di due mandati per le amministrazioni, oltre ad evitare pericolose incrostazioni di potere, poteva portare come effetto ulteriore quello di concedere maggiore libertà d’azione agli amministratori durante l’ultimo mandato, spingendoli a rischiare (politicamente) qualcosa in più. Ad innovare.
Invece no: il risultato è stato quello di togliere qualsiasi motivazione.
Tolta la spinta della ricerca del consenso, è come se le amministrazioni non trovassero più alcuna ragion d’essere.

Povera italia.

una volta ogni 61 anni

Oltre alla bruciante sconfitta dell’Italia, un altro fatto rugbyistico ha amareggiato il mio fine settimana: la sconfitta dell’Irlanda a Cardiff contro il Galles.
Certo, era una partita assai più combattuta (35 fasi ininterrotte in attacco dell’Irlanda! Una serie mai vista prima….) e dal livello agonistico assai più alto, una partita nella quale entrambe le squadre erano titolate per vincere ed in cui lo scontro è sempre stato aperto. Uno scontro da due grandissime squadre, nel quale entrambe avrebbero potuto vincere.

M’è dispiaciuto, parecchio.
Non solo perché ho sempre avuto una grande simpatia rugbyistica per l’Irlanda (quale altra nazione può vantare un 43-13 contro l’Inghilterra nella partita a Croke Park, lo stadio teatro della “Bloody Sunday“? Quale altra nazione può dire di aver vinto un Grande Slam rimanendo letteralmente in apena durante gli ultimi 150 secondi della partita? Ecco, questa è l’Irlanda del rugby).

Così, sabato la partita col Galles era una di quelle battaglie da non perdere. Una battaglia chiave, l’ultimo grande scoglio verso la vittoria del Grande Slam (per sabato resta solo la Scozia: sempre ostica, ma molto più abbordabile). Dopo aver battuto in casa Francia ed Inghilterra con due partite di enorme intelligenza tattica ed aver “asfaltato” l’Italia nella partita d’esordio, il Galles era l’ultima grande sfida.
Grande sfida, come ho già scritto…
Del Galles dicono che tutti i suoi uomini siano nati o morti in un campo da rugby.
Ecco, tanto per dire.

Per merito dei gallesi e per demerito proprio, la squadra irlandese ha perso.
Nulla è perduto, in realtà, per quanto riguarda la vittoria finale del 6 Nazioni 2015.
Ma con questa sconfitta, il sogno del Grande Slam (vincere tutte le partite del torneo) è sfumato.

L’ultimo Grande Slam (quello cui accenno sopra), l’Irlanda l’ha vinto nel 2009, proprio a Cardiff contro il Galles.
L’aveva vinto dopo 61 anni dal precedente, sessantuno anni. Più della vita di molti uomini. Irlandesi e non.
Inutile star qui a dire che genere di evento sportivo epocale fu, soprattutto per gli irlandesi che ancora oggi (a buon diritto) non cessano di ricordarlo e di commemorare i giocatori che fecero quell’impresa.

Ecco, insomma, questo Sei Nazioni 2015 pareva essere l’anno buono per ripetere l’impresa. Inevitabile la delusione per la sconfitta: posso solo immaginare per i giocatori, ma la mia di tifoso la sento bene.

Poi ho pensato.
Ho pensato che se vincere un Grande Slam fosse una cosa semplice, una cosa che si può ripetere ogni due-tre anni, nessuno vi darebbe tanta importanza.
Ho pensato che l’insita bellezza di certi eventi, risiede proprio nel fatto che sono maledettamente rari. Maledattamente rari: sono così rari che a volte hai tutte le condizioni perfette per realizzarlo, ma per un caso beffardo ed ingiusto, ti sfugge. Maledettamente.
Ma se il caso giocasse sempre a tuo favore, che senso avrebbe la sfida?
Ho pensato che perdere è sempre brutto, ma è il rischio del gioco.
Ho pensato che è più brutto perdere quando la meta è vicina, ma è più bello rialzarsi.
Ho pensato che, dannazione, se certe cose avvenissero tutti i giorni, tutti gli anni, o comunque tutte le occasioni possibili, l’idea stessa di “evento” non avrebbe più senso.
Ho pensato che, in fondo (merda), la bellezza dell’evento risiede proprio nella sua rarità.
Ho pensato che, sì, nel 2009 la vittoria è stata epica per quella partita in rimonta; per aver castigato nuovamente gli inglesi a Croke Park; per quel drop di O’Gara; per la classe di O’Driscoll; per l’errore di Jones mentre il tempo scorreva via e tutti sentivano che la fine era arrivata, che non ci sarebbe stato appello… ma più di tutto, quell’evento resterà tale perché è arrivato una volta dopo sessantuno anni.
Sixtyone years awaiting… how sweet that moment was!

Un pò come scalare il Mt. Meru. Se lo potessimo fare ogni giorno…

Sessantuno anni!

Ecco, io non so dire che l’Irlanda dovrà attendere altri sessantuno anni per vincere un prossimo Grande Slam.
Ma so che ogni anno ci proverà. So che ogni anno sarà una battaglia epica. So che dovranno ogni volta rifare uno per uno tutti gli scalini. So che dopo ogni partita penseranno “grazie a dio, una in meno” e prima di ogni partita “signore, non oggi”. So che affronteranno paure e speranze.
E so che prima o poi arriverà di nuovo. E so che sarà una vittoria epica.
So che se avrò la fortuna di esserci, mi sbronzerò come raramente accade.

Comunque, maledetti gallesi!

44. Thomas Sankara

I rivoluzionari non hanno paura di riconoscersi debolezze e difetti, anche di fronte ad avversari e nemici

Thomas Sankara – Discorso in occasione del Secondo Anniversario della Rivoluzione in Burkina Faso

Rugby, cattivi pensieri

Forse per la prima volta, sono veramente amareggiato dalla partita dell’Italia di rugby.
Forse la stampa tutta ci aveva un pò illusi in questa settimana appena trasorsa sulle possibilità di battere la Francia, ma la prima mezz’ora di gioco ci ha mostrato un’Italia veramente competitiva, aggressiva, sicura e determinata. Un’Italia che con quei due calci di punizione avrebbe potuto piegare i francesi.

Certo finire il primo tempo sotto di 9 punti non era di buon auspicio, ma il gioco mostrato dalle due squadre lasciava ancora immaginare o sperare la possibilità di una riscossa dell’XV azzurro.

Cosa sia accaduto all’inizio del secondo tempo resterà per me un mistero: ma una tale regressione, un simile “sucidio” sportivo in grado non solo di resuscitare una squadra francese prima di idee e di visione, ma addirittura di condurre ad un risultato che fa giganteggiare i bleus con un 29 a 0 che non lascia appelli, tutto questo non ha una spiegazione.
29 a 0, una partita senza smuovere il punteggio quando tutto (psicologia, gioco, errori delle squadre), indicava che l’Italia aveva la possibilità di farlo.
Fino al finale in cui la nostra mischia veniva letteralmente “arata via” dal pacchetto francese. Il simbolo più palese di una squadra che non c’era più in campo.

Un suicidio.
Un suicidio del quale è persino difficile vedere le ragioni: fisiche, psicologiche… Tutto questo, senza dubbio, ma soprattutto i troppi errori di gioco (a volte anche banali). Troppi. Troppi. Troppi.
In una partita nella quale anche i nostri avversari stavano mostrando il peggio di sé, l’Italia ha mostrato un’involuzione della quale è persino difficile convincersi: pure guardando la partita, si stentava a credere a quel che stava accadendo.Restava sempre un’alone surreale, alimentato dagli errori degli altri.

Il che, ovviamente, rende tutto questo ancora più amaro.

Ovviamente spiegazioni e ragioni di questa disfatta (e disfatta suona ancora troppo condiscendete come giudizio) ci sono e saranno trovate.
Ma per il pubblico resta una tragedia sportiva.

Venezia controcorrente

Stamattina leggo sui quotidiani nazionali della sfida per le primarie del Partito Democratico a Venezia; delle dichiarazioni di Massimo Cacciari a sostegno di Pellicani (e sempre contro Casson) e di un confronto (più personalistico che sulle idee) fra i candidati.

Una prima riflessione, su Cacciari: io massimo rispetto per l’ex sindaco (più intellettuale che politico, a voler essere sinceri), ma credo che chi ha amministrato Venezia per gli ultimi 15 anni e metà delle ultime amministrazioni, contribuendo inevitabilimente a portarla nello stato in cui è oggi, dovrebbe avere il buon senso (e il buon gusto) di astenersi dal commentare la campagna per le primarie.
Dovrebbe astenersi da dare endorsement.
Soprattutto, dovrebbe astenersene quando commenti e supporti sono -palesemente- dettati da antipatie personali, piuttosto che criteri politici.

In secondo luogo, trovo inconsistente l’argomento secondo il quale una vittoria di Casson alle primarie porterebbe ad una successiva sconfitta alle elezioni amministrative, perché l’ex pm sarebbe troppo… troppo “giustizialista”, troppo “rigido”, troppo estraneo ai centri di potere, troppo antipatico ad alcuni.
Come sempre, la campagna elettorale è questione di interpretazione della realtà, di comprensione dei problemi e degli andamenti profondi di una comunità e di storytelling, di narrazione ed immaginazione delle risposte.
Per questo trovo l’argomento contro Casson incosistente, perché parte da una lettura della società e di Venezia-Mestre profondamente errata: una lettura che non riconosce nel malgoverno (anche del PD) il problema maggiore delle ultime amministrazioni.
Invece, credo che lo shock di Orsoni, del sistema MOSE e della corruzione diffusa abbia colpito in profondita il sistema di potere vigente. Che era quello del Partito Democratico, non nascondiamocelo.
Credo, dunque, che Venezia-Mestre, città profondamente industriale e di sinistra, non avrà paura di un candidato come Casson: piuttosto, che Casson sia l’unica possibilità di dimostrare ai cittadini di Venezia la capacità di una classe politica di rinnovarsi, in profondità e con convinzione, eliminando dal suo interno le proprie componenti corrotte.

Insomma, se per il PD esiste una chance di vincere ancora a Venezia, di cambiare sé stesso e di cambiare la città, questa passa per la candidatura di Casson, non per la sua sconfitta alle primarie.

Forza, Felice!

Questo post è per lei.

severità (cercando il check-up)

In seguito alla vittoria di Vincenzo De Luca alle primarie del Partito Democratico per scegliere il proprio candidato alle prossime elezioni regionali in Campania, si sono sollevate diverse voci che richiedono un “check-up” della legge Severino sull’incandidabilità a cariche pubbliche dei condannati.
Fra esse, quella di Davide Zoggia e Francesca Barracciu, già vincitrice delle primarie in Sardegna “esautorata” da Renzi sempre a causa della legge Severino che ha recentemente dichiarato che oggi non si farebbe da parte.
Queste, ovviamente, si aggiungono alle proteste di Berlusconi e di De Magistris.

Due considerazioni preliminari, per sgombrare il campo da confusione: 1) chi mi legge, sa che mi son già espresso in passato in modo critico riguardo le primarie; 2) credo che De Luca, a quanto si riporta, abbia operato bene come amministratore.
Le mie perplessità sulle primarie sono abbastanza estese e riguardano sia le regole da applicare ad ogni consultazione, sia i possibili partecipanti ed elettori.
Ma, non essendo questo il tema del post, non mi dilungherò oltre.

Tutto ciò detto e premesso, credo che il Partito Democratico farebbe bene a) ad evitare ulteriori “sparate” sull’esigenze di rivedere la legge Severino, seppur con ogni probabilità non è una legge perfetta; b) invitare De Luca a non correre per le elezioni regionali e trovare anche in questo caso un altro candidato valido come fu Pigliaru in Sardegna.
Ora, so che i democratici sostenitori delle primarie storceranno il naso. E so che storceranno il naso pure tutti garantisti di varie gradazioni. I primi, perché viziati da un mito di democraticità ed investitura popolare a tutti i costi, i secondi perché ingannati (nella migliore delle ipotesi) su scopi e limiti delle leggi che regolano la selezione della classe politico amministrativa (ut supra: viziati dal mito dell’investitura popolare).

Probabilmente la legge Severino è una legge eccessivamente rigida nel regolare le ipotesi di esclusione dalla candidabilità e/o di decadenza. Probabilmente.
Tuttavia, il garantismo c’entra davvero poco, perché non si tratta di materia penale e perché in tema di rappresentanza politica dovremmo cominciare a ragionare anche in termini di “garanzia” dei cittadini ad avere amministratori onesti.

Sarebbe quanto mai sbagliato pensare che il voto, come il battesimo sul fiume Giordano, “lavi di tutti i peccati” ed investa l’eletto di un mandato quasi divino (torniamo alla monarchia!), anche superiore ai limiti legali.
Questa era l’idea, ben prima che berlusconiana, di Nixon quando affermava “non è illegale se è il Presidente ad ordinarlo” (potremmo risalire anche più indietro, a Locke o al dibattito tra francescani e domenicani, ma forse sarebbe troppo). Come diveva il già citato Larry Diamond (prof. a Stanford) “in una democrazia la fonte dell’autorità è la Costituzione. E’ il sacro documento legale che definisce le regole del gioco” [rule of law, si dice: Stato di diritto, nda]. Prosegue Diamond: “In termini di autentico potere ed autorità, anche in un sistema presidenziale, ciò che risiede al di sopra dell’eletto, il governante, è la Costituzione, come fonte di autorità” (vedere anche qui, quando parlavo di Berlusconi).

Se ciò vale per un procedimento legale e ufficiale come le elezioni, non v’è ragione per cui non dovrebbe valere anche per elezioni “ufficiose” come le primarie.

Ma c’è un secondo argomento che vorrei sottoporvi. Un argomento che non ha fondamenti legali, né certi. Un argomento sicuramente azzardato di psicologia e sociologia, ma un argomento che risiede nella ragione stessa della legislazione, nella ratio normativa: controllare la realtà, plasmarla se possibile.
Una legge non è mail solo la sanzione (il riconoscimento) di uno stato di fatto, ma è anche l’ambizione di un dover essere: essa svolge, per dirla in modo impreciso, una funzione educativa, propositiva. Deve, insomma, indicare ai cittadini un comportamento da tenere. E solo per far questo si avvale, eventualmente, di una sanzione.
Dunque, credo, che allo stato attuale la legge Severino possa benissimo essere troppo rigida e severa, perché lo scollamento fra il grado di correttezza richiesto agli eletti e quello da loro fornito è tale da esigere una “selezione” particolarmente drastica.
Per quanto questo possa anche comportare il sacrificio di persone potenzialmente capaci, come De Luca.

Svenimenti

Una cosa particolarmente bella è, dopo aver letto il testo di un’opera, aver l’occasione di vederla messa in scena.
Possibilmente, a teatro.
Esistono sicuramente grandi trasposizioni cinematografiche di grandi libri, ma dopo un paio di recenti esperienze, credo proprio che il teatro sia altra cosa. Un altro livello di rappresentazione, se m’è concesso dire così.

Così, ieri sera ho avuto il piacere di vedere la mise en scene di alcuni “atti unici” di Anton Cechov, ovvero “Una proposta di matrimonio” e “L’orso“, dei vaudeville.svenimenti_lebellebandiere_ph_luigi_angelucci_12_20senza_20pecetta-386x400

I tre attori sulla scena sono stati veramente bravissimi, vorrei dire eccezionali, a rappresentare gli stati d’animo e le reazioni dei personaggi di Cechov, reazioni fisiche (gli svenimenti!), rendendo ciascuna piece estremamente coinvolgente ed esilarante al contempo.
“Meglio del cinema”, scrivevo, perché in definitiva a teatro la mimica di ogni gesto è presente, non solo rappresentata e riprodotta. Così, ogni tic degli attori trasmetteva al pubblico l’esatta sensazione (non la mera percezione) degli stati d’animo e delle reazioni fisiche.

Un passo indietro: ci tenevo tanto ad andare a vedere questa piece perché pochi mesi fa ho letto questi testi di Cechov (oltre ad un terzo, non rappresentato ieri: “L’anniversario“), in particolare, ne ho letto la preparazione teatrale di Mejerchol’d, regista russo dei primi del ‘900 che ne aveva curato la messa in scena negli anni ’30 in piena restaurazione staliniana.
Mejerchol’d, allievo di Stanislavskij, insisteva moltissimo nei suoi commenti alla regia degli atti unici sull’impersonificazione dei personaggi: il titolo del libro del regista è proprio “Trentatre svenimenti“, ovvero tutti i mancamenti che lo stesso ha contato negli atti unici di Cechov. Dunque, inevitabilmente, la lettura produceva già una vivida immagine dell’opera, per come l’avrebbe immaginata Cechov e per come l’ha realizzata Mejerchol’d, in particolare di questi momenti assolutamente fisici degli svenimenti.

Ovviamente, non mi è possibile paragonare le differenti messe in scena.
Ma la mia impressione, ieri sera, è stata se possibile anche più positiva di quanto già non fosse la lettura: vedere materialmente l’attore riprodurre un momento fisico tanto particolare, ha dato alle immagini letterarie una vivicità difficilmente immaginabile.

Senza nulla togliere al cinema, o forse ciò dipende proprio dalla peculiarità dell’opera (in effetti, con “L’ispettore generale” di Gogolo non ho avuto un’impressione simile), ne sono uscito con la forte impressione che lo schermo non potrebbe mai rendere un’immagine tale. Una realtà, più che un’immagine.

E’ intuitivo, ma voglio dire che mentre nel cinema la rappresentazione è mediata da uno spazio fisico e da un meccanismo di riproduzione (pellicola, schermo, proiezione) che nel teatro, ovviamente, mancano.
Potenzialmente, a teatro attori e spettatori potrebbero mescolarsi (prendete gli spettacoli di Paolini, ad esempio): nel teatro, dunque, lo spazio della rappresentazione non è distinto da quello dell’osservatore, essi condividono la medesima realtà. Potremmo anzi quasi azzardare che la separazione fra attore e spettatore nel teatro è essa stessa una finzione, finzione data dall’opera che viene messa in scena e crea un fitro, uno spazio (ed un tempo) artificiale nel quale viene collocato l’attore. Ma questo filtro è fragilissimo e potrebbe esser in ogni momento levato.
Il teatro, azzardo ancora, è più realtà che realismo. E’ una vita che solo incidentalmente si fa arte.
Un bravo attore a teatro potrebbe scendere fra la platea e, guardandovi fisso negli occhi, convincervi che è veramente sul punto di svenire. Anzi: vi svenirebbe, per finzione, davanti agli occhi. Persuadendovi, probabilmente, a chiamare un’ambulanza.
Dovrei rileggere le pagine di Camus sull’attore, ne “Il mito di Sisifo“.

Solo in un’occasione, al cinema, ho avuto una simile impressione di realtà: con l’ “Amleto” di Kenneth Branagh. Non credo fosse un caso che si trattasse di un’opera teatrale, recitata da attori di teatro.

Tornate a teatro.

Oltre la falsificazione

redpoz:

Sulle foibe e sulla pessimo modo con cui si è scelto di ricordarle, vi sarebbero molte cose da dire.
Intanto, mi limito a ricordare -grazie a gaberricci ed al suo post- il piccolo episodio di una foto, la cui storia è palesemente abusata e manipolata…

Certo che, se le premesse per la memoria sono queste, i presagi per il futuro sono cupi.

Originally posted on i discutibili:

Ci ho messo dieci giorni, a completare, con l’articolo che state leggendo, il dittico che, dicevo qui, avrei potuto intitolare Caviamoci il dente o, in altri termini: “Di questo argomento non avrei proprio voluto parlare, ma…”.

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Recensione n. 41 – “Ran”

redpoz:

Mi ribloggo? Sì, mi ribloggo.
Perché “Ran” di Akira Kurosawa è un film troppo bello…

Questo il mio contributo per “lunedì film”:

Originally posted on i discutibili:

In a mad world, only the mad are sane!

Leggendo il bel post di suprasaturnalanx su “I soliti ignoti” di Mario Monicelli, ho deciso di provare a partecipare anch’io a questa serie del “lunedì film”.
Ora, devo innanzitutto premettere di essere profondamente ignorante in materia di cinema e non ho mai veramente approfondito l’ottava arte.
Anzi, so veramente poche cose di cinema.
Potrei dire che ne so solamente tre: Kurosawa, Bergman e Kubrick.
O, meglio: “Ran“, “Il settimo sigillo” e “Barry Lindon“.

Confesso che nel cominciare a scrivere questo post sono ancora indeciso di quale di questi film vorrei parlare. Film di cui s’è ormai detto tutto e più di tutto, ma questi tre -in momenti e modi differenti- sono stati film fondamentali per me. Tutti e tre, in momenti e modi diversi, sono stati il mio film preferito come nessun…

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