in un paese civile

Vabbè, stasera volevo studiare, ma forse le 23:30 non sono l’orario più appropriato per farlo.
Allora ne approfitto per rimpolpare di contenuti questo blog, che langue.

Mi sono impegnato parecchio per non parlare di riforma della Costituzione, di sì o di no, per evitare di entrare in una polemica terribilmente scadente (specie in rapporto alla sua importanza). Devo dire fino ad ora vi sto anche relativamente riuscendo.
E ormai mancano pochi giorni, quindi potrei anche uscirne indenne.
Certo, la distanza aiuta. E comunque io il mio voto l’ho già spedito.

Non che la discussione non meriterebbe una voce in più, specie se estranea alla polemica; né non abbia qualche opinione modestamente informata…. Semplicemente, la polemica mi ha stancato.
Vi potesse essere un dibattito serio, magari vi ripenserei.

Ad ogni modo, cercherò di tenere fede al mio proposito anche stasera e parlerò solo di questioni collaterali.
Collaterali tipo:
– improvvisa moltiplicazioni di culturi del diritto costituzionale in Italia! Oggi, praticamente chiunque (ri)scopre di aver letto, studiato e approfondito i tomi di Zagrebelsky, Onida e compagnia.
Son contento per loro, davvero: la materia è splendida e merita tutta la nostra attenzione. Mi pare tuttavia che più di qualcuno ci abbia capito poco… Ma è solo una mia impressione.
– domanda del secolo: tutti quelli che ora sentono l’imperativo categorico di difendere la Costituzione, prima l’hanno letta?
Lo so, sono uno spocchioso arrogante. Cosa ci volete fare, malattia da “intellettuali”….
Però, davvero, quanti fra tutti quelli che oggi si alzano sulle bariccate della difesa costituzionale appena ieri si preoccupavano di questo tema? Mi piacerebbe davvero saperlo.
– campagna elettorale. Poteva essere peggiore di quelle appena viste? Poteva. E non è ancora finita.
Non voglio assolutamente perdermi in una cernita degli orrori cui abbiamo assistito e cui stiamo assistendo. Ma suno su tutti, a mio giudizio, svetta in questa classifica dell’indecenza: l’accusa a tutti coloro che votano “sì” al prossimo referendum di essere dei “serial killer” (addirittura “dei nostri figli”). Che è praticamente parlare di genocidio…
Ma, dico, ci rendiamo conto dell’aberrazione che sentiamo? Ce ne rendiamo conto?
Io credo che questo passi il limite dell’accettabile in un paese democratico: un amico dice che dovremmo introdurre qualche norma sugli “hate speech” anche in Italia, personalmente dico che una causa per diffamazione a questo figuro ci starebbe tutta.

Sicuramente c’è ancora qualcosa da dire su questa sporca storia. Ma mi fermo qui, ne ho già avuto abbastanza: mi metto a studiare.
Resta la domanda: quando diventeremo un paese civile?
Magari quanto tutti gli altri avranno cessato di esserlo, in quel caso siamo sulla buona strada….

Buona fortuna, Italia.

That weird feeling

Mi scuso se scrivo pochissimo, purtroppo (per fortuna!), il master è veramente impegnativo e il tempo per ogni altra cosa, blog in primis, è davvero ridotto….

Spendo tuttavia qualche secondo sottratto alla scrittura degli essays per scrivere qui una piccola, curiosa, cosa appena avvenuta in biblioteca al SOAS.

Prendo in mano “Why did they kill?” di Alexander Laban Hinton, un magnifico saggio antropologico sul genocidio in Cambogia che è uno dei miei riferimenti in materia da anni (dal 2009, cioè da quando andai in Cambogia…) e cosa vi trovo in copertina? Un post-it giallo.
La cosa in sé non ha alcun valore, se non per il fatto che quel tipo di post-it non l’ho ancora visto in giro qui a Londra…. e, guarda caso, è esattamente il tipo di post-it che ho usato per anni mentre studiavo.
In effetti, quel libro l’ho ripreso in mano l’ultima volta nel luglio 2015, proprio durante la summer school qui al SOAS… e, in effetti, ho sempre avuto l’abitudine di attaccare in copertina i post-it che staccavo temporaneamente dalle pagine…

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Che sia proprio uno di quelli che ho lasciato oltre un anno fa? Non lo saprò mai con certezza e di sicuro è altamente improbabile…. ma, nondimeno, possibile e relativamente credibile come ipotesi.
Che un post-it sia “rimasto ad aspettarmi” su un libro del SOAS, ricollegando idealmente il mio passato e il  mio presente (e, chissà, il mio futuro)?

Bizzarrie della vita….

Ora, domanda, dovrei staccarlo e portarlo con me per vedere dove sarà la prossima tappa o lasciarlo qui?

Fra l’altro, nessuno ha preso in mano quel libro da luglio dello scorso anno???

It’s just a game

In un certo senso mi pare un pò ingiusto cominciare a parlare di cosa faccio al SOAS partendo proprio dall’unico corso per il quale non darò l’esame, l’unico corso fra queli che sto seguendo che non comparirà nel mio futuro CV.
Forse è un pò ingiusto e forse è un pò fuorviante.
Ma, d’altronde, questo è anche il corso che più di ogni altro ho scelto, perché ho scelto di seguirlo (audit) sebbene non fosse esattamente compreso nel piano di studi e perché è una delle materie che da parecchi anni mi affascina e, in qualche modo, mi definisce come persona.

Trattasi di Justice, reconciliation and reconstruction in post-conflict societies, un corso sulla c.d. “giustizia di transizione” formalmente nel dipartimento di legge.
Ma questi sono dettagli (così come, a quanto pare, possono essere dettagli tutti i problemi burocratici che gli uffici creano per seguire corsi in altri dipartimenti: alla fine, quel che conta è essere presenti in classe).

Perché parto proprio da questo e non, per dire, da Political Economy of violence, conflict and development che sarebbe il mio corso-base?
Semplicemente per descrivere l’attività che ci ha coinvolti ieri….

Già di per sé, il fatto che in un’università si facciano vere e proprie “attività” e non mere lezioni frontali (parlerò più avanti dei tutorials) mi pare molto positivo, ma questa era davvero un passo oltre.
Come qualcuno di voi forse saprà, pochi giorni fa in Colombia si è votato sull’accordo di pace fra governo e FARC, accordo che avrebbe dovuto porre fine a 52 anni di guerra civile e che ha consegnato al presidente colombiano il Premio Nobel per la pace.
Purtroppo hanno vinto i voti contrari.
Bene, sulla base di questo risultato, l’idea della docente è stata quella di farci ri-simulare un negoziato di pace.

Divisi in gruppi che rappresentavano rispettivamente governo, FARC, opposizione, vari rappresenanti della società civili e gruppi per la tutela dei diritti umani, USA, e Corte Penale Internazionale, ci è stato chiesto di analizzare l’accordo bocciato col referendum e provare a raggiungerne uno nuovo.
Così, ciascun gruppo ha portato una propria analisi degli avvenimenti, con un preciso background ideale, istituzionale e politico e progressivamente ha dovuto interagire con gli altri nel cercare di raggiungere un punto comune.
Spoiler alert: la parte migliore è stata decisamente quanto un rappresentate delle (finte) FARC ha esclamato “ebbene sì, abbiamo un sacco di soldi nascosti! e siamo disponibili a metterli a disposizione [per progetti in favore delle vittime] appena li troviamo“. Il tema del “tesoro nascosto” delle FARC è stato uno dei punti dolenti e dibattuti del precedente accordo.

Ma quello che più m’è piaciuto in questa attività è stato essere assegnato al gruppo dell’ICC (la Corte Penale Internazionale) – un non così casuale scherzo del destino, visto che la prof ha avuto modo di conoscere le mie esperienze sul campo.
Sebbene mi sia mancato il non svolgere un ruolo marcatamente politico (tipo l’opposizione dell’ex presidente Uribe), oltre all’implicito riconoscimento di competenze, il bello è stato analizzare nel profondo il ruolo dell’ICC, come sorta di attore esterno e “convitato di pietra” al processo di pace: quando il governo è venuto a chiederci come vedevamo la storia, abbiamo potuto (e dovuto) “metterlo in riga” spiegandogli che dal nostro punto di vista non si trattava tanto di punire le FARC, ma di punire chiunque abbia commesso crimini – anche questo un punto particolarmente sensibile: mentre alcuni vogliono una sorta di impunità per le forze governative, il meccanismo messo in atto di Special Jurisdiction for Peace rischia di garantire una vastissima impunità a tutti coloro che furono coinvolti nei crimini (un commento di Human Rights Watch).
Così, abbiamo dovuto ribadire (riprendendo le parole del prosecutor dell’ICC) che continueremo a monitorare il processo di pace, affinché le sanzioni siano effettive e -sebbene non vogliamo ostacolare il processo di pace- valuteremo caso per caso (sotto la lente della responsabilità penale personale) le sanzioni comminate ai principali responsabili di eventuali crimini.

Devo dire che è stata davvero una bella esperienza (e credo molto formativa) quella di immergersi così nel dettaglio nella posizione di alcuni attori chiave (anche se esterni) di un processo di pace: non solo abbiamo potuto approfondirlo da molteplici angolazioni (giuridica e politica, innanzitutto), ma ha anche aggiunto quel tocco di “interpretazione personale” per rendere tutto il più realistico possibile: interpretazione (battuta d’apertura alle “negoziazioni”: “Hi, I am the ICC”– ciao, sono la Corte Penale Internazionale) data da un mix di attenzione alle parole e a come si formulavano molto diplomaticamente i concetti; comunicazioni “confidenziali”; confronti e tatticismi con altri attori; piccole battute verso NGO impreparate (non sono riuscito a trattenermi dal rispondergli “non so perché perdo ancora il mio tempo con voi!“) e un solido background giuridico che vincolava in ogni passo l’istituzione da noi rappresentata.

This is SOAS, I guess.

Adesso vi spiego una cosa

Suprasaturalanx

E ve la spiego anche se in linea di principio sono uno che odia gli spiegoni e quelli che iniziano una frase con le parole: “io di queste cose ne capisco”.

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So, SOAS

Cara SOAS,
posso ormai dire che è un pò che ci frequentiamo.
La nostra conoscenza è cominciata on-line (come si conviene nei tempi che corrono), come se esistesse una specie di Tinder per università e studenti. C’è voluto un bel pò prima che decidessimo di incontrarci di personath, lo scorso anno ormai (oddio, è già passato un anno?? No, di più!), immagino più per colpa mia che tua: qualcosa mi ha sempre trattenuto dal portare “in real life” questa conoscenza: il timore di non risultare all’altezza, credo. Di non piacerti, almeno non abbastanza.
Che, in fondo, è sempre quella.
Ma tu sei stata incredibilmente accogliente sin dal primo momento. Così, non potevo non avere l’impressione che quella breve visita estiva non bastava.
In modo roccambolesco, come si conviene a tutte le storie importanti, sono tornato a trovarti. Come un treno preso all’ultimo momento, quando il controllore ha già fischiato e le porte si stanno già chiudendo, mi sono ripresentato alla tua porta. Ancora una volta, hai aperto.
Non posso nascondere che, anche più di prima, l’emozione di rivederti è stata grande. Ma ancor più grande lo è stata quando mi hai lasciato entrare…
Girovagare, senza meta precisa o correndo da un’aula all’altra, fra le tue stanze si rivela sempre un piacere: sia tra gli scaffali pieni di libri da far impazzire qualsiasi appassionato (di cosa? di qualsiasi cosa!) in cui posso perdermi fra una collezione di foto di Mubuto, un racconto della guerra del Vietnam, collezioni di archivi coloniali o dozzine di testi giuridici di qualsiasi sistema conosciuto; sia fra gli uffici dei professori -incredibilmente aperti ed avvicinabili per i nostri standard- o nei corridoi dai quali appaiono in continuazione annunci di seminari e convegni tanto affascinanti quanto improbabili; sia negli spazi della Student Union con i suoi caffè schifosi e a poco prezzo, i suoi murales e i fine serata tardi dopo la biblioteca….
Tutto questo senza parlare delle persone che mi hai fatto incontrare fin qui. Un pò troppi italiani, a dire il vero, ma ciò nonostante parliamo sempre di teste fine e -soprattutto- curiose. Dovremmo aprire questo tema? Probabilmente, ma credo vi sarà tempo di farlo. Sempre che i tuoi essays me ne lascino abbastanza: sento che sarai una compagna esigente.
E’ solo un’infatuazione (piuttosto infantile) la mia? Probabile.
In fondo, già comincio a vedere i tuoi difetti: le aule minuscole per il numero di studenti che decidi di accogliere; la common room che spesso diventa solo un luogo per far confusione; i calendari troppo fitti e affatto organizzati; le societies che si disperdono in mille programmi e proposte non sempre fondate….
Vabbè, cara SOAS, non sei perfetta. Lo sapevamo (o avremmo dovuto saperlo). D’altronde, neanche io lo sono. E lo sai. L’hai detto chiaramente, ed è stata forse la cosa più confortante di queste prime settimane: anche se voi 1024px-soas_library_interior_viewnon credete in voi stessi, noi crediamo in voi.
Come andrà a finire ovviamente non lo so. C’è un pò di tempo davanti a noi per cercare di capirlo. L’unica speranza, come sempre, è di usarlo al meglio. Spero di darti tanto quanto tu darai a me. Forse è troppo… spero di darti qualcosa che valga la pena.
Forse è meglio che torni a studiare. Sia perché tu non chiedi poco (readings, readings, readings, ma è giusto così); sia perchè parte del bello di essere qui è scoprire cose nuove in modi inattesi, quindi credo mi convenga sfruttare al massimo quello che hai da offrire.
Come si saluta qualcuno che si vede in ogni momento? Non si saluta, suppungo.
Quindi, cara SOAS, viviamoci.

Tante cose ed io

Perdonate l’assenza di queste ultime settimane. Avrei tante cose da dire, per esempio su come sta andando questa fresheners’ week a Londra…

Ma, proprio a causa della suddetta, il tempo per farlo e’ stato veramente poco. Cioe’: zero.
D’altronde, come diceva il grande Piero D’Orfles, chi vive non scrive e chi scrive non vive…. Ecco, vuoi vedere che per la prima volta sono impegnato solo a vivere? Possibly, maybe.

Ora scusate, torno a vivere…

Certi commenti

La cosa peggiore (e quella che mi inquieta di più) della già pessima dichiarazione di Di Maio su Renzi come Pinochet “in Venezuela non è tanto il paragone enormemente fuori luogo e offensivo; nemmeno l’enorme ignoranza di fatti storici che dovrebbero essere insegnati e noti sin -se non dalle elementari- dalle medie; neppure l’eufemismo distorto e altrettanto offensivo di Pinochet che “occupa la cosa pubblica” (golpe, Di Maio: ci chiama golpe!).

No, la cosa peggiore è che in molti gli danno ragione e continueranno a ritenere che, certo con tutte le precisazioni del caso, il paragone è corretto.

Scusate le conclusioni frettolose e d’istinto, ma credo che possiamo dire un paio di cose su Di Maio dopo questa affermazione:
– è un ignorante (io tutto capisco, ma errori così marchiani sul Cile e Pinochet mi sono intollerabili. Specie da uno che è vice presidente della Camera dei Deputati!);
– che è un politicante da quattro soldi, perché un paragone fra una dittatura militare con gente ammazzata, fatta sparire e torturata ed un governo legittimo (pienamente legittimo!), per quanto dai modi poco ortodossi nel gestire la dialettica politica (ma anche questi, perfettamente legali) è un’enormità inaccettabile, una sparata propagandistica di bassissima lega, indegna di un uomo che vorrebbe essere di Stato.
E forse ce ne sarebbero altre, ma per il momento mi fermo qui.

Riforma, sinistra e progresso

Non credo di aver mai parlato in questo blog del referendum costituzionale che ci attende nei prossimi mesi. Non l’ho fatto per svariati motivi: noia, in parte; ma soprattutto la stanchezza nel sentire troppe voci che non hanno nulla da dire e la convinzione che aggiungervene una non avrebbe portato ad alcunché.

Forse con un pò di presunzione, credo che rispetto a tanti (autorevoli e non) che si sono espressi pro o contro la riforma, personalmente qualcosa di sensato da dire l’avrei. Se non altro perché, per formazione, sono abituato a confrontarmi con questi temi e perché, per interesse, ho qualche termine di paragone.

Ma credo continuerò con il mio silenzio sul tema, d’altronde non sarà questo blog a modificare i destini d’Italia.

Per caso mi è comunque capitato di trovare un articolo sulla partecipazione di D’Alema alle Feste dell’Unità, dove ha patrocinato la causa del “no” al referendum, in esso mi ha colpito molto un passaggio di D’Alema: “Andiamo ad un referendum in cui per il sì c’è Marchionne, confindustria e le grandi banche. Per il no ci sono l’Anpi e la Cgil. È normale per un partito di sinistra?
Ognuno, ovviamente, pensi quel che vuole di D’Alema e di questa sua domanda. Tuttavia, personalmente credo vi siano almeno un paio di punti da approfondire e verificare in essa.

Il primo: la divisione tracciata.
D’Alema mette da una parte (per il sì) “Marchionne, Confindustria e le banche” e dall’altra (per il no) “ANPI e CGIL”, come se volesse dire: da una parte il capitale, dall’altra i lavoratori e partigiani. Da una parte la destra (liberare o reazionaria), dall’altra la sinistra. Tant’è che poi conclude con la sua domanda retorica sul partito, perché la risposta deve essere scontata.
Trovo questa divisione abbastanza errata: innanzitutto, per quel che riguarda l’ANPI. Tralasciando le polemiche giornalistiche se sia giusto o meno per l’associazione schierarsi nel referendum [anche sì] e con queste modalità tranchant che porta sino all’espulsione dei (non pochi) dissidenti [anche no], si omette sempre di considerare che una parte non piccola dell’ANPI si è espressa a favore della riforma costituzionale.
Solo che non ha lo stesso risalto mediatico di chi si esprime per il no….

Questo, incidentalmente, dovrebbe essere un grande tema di dibattito mediatico sul referendum: per i due schieramenti, sono riportati nei media solo alcune precise categorie di persone, come se si volessero rappresentare gli schieramenti come comparti omogenei, per fortuna non è affatto così!

Potrei menzionare un centinaio di iscritti e dirigenti dell’ANPI favorevoli alla riforma, quindi la frattura non è così netta.
Lo stesso dicasi anche per lo schieramento del sì: D’Alema omette di ricordare che, se anche alcuni imprenditori si son espressi a favore, non tutta la “classica” categoria di “destra” lo ha fatto. Molti esponenti politici conservatori, anzi, si son detti contrari… potremmo trovare parecchi industriali o imprenditori che in realtà sono contrari alla riforma. Tanto per dirne uno: Berlusconi.

Ma v’è un altro punto che trovo assai più interessante. Un punto che D’Alema non esplicita chiaramente nel suo ragionamento: l’idea che ANPI e CGIL rappresentino la “sinistra” che lo facciano “nel modo giusto” (mentre questo PD no).
E’ un pò la storia dei “veri partigiani” della ministra Boschi, girata dall’altro lato della medaglia.
Prima di tutto, questo schematismo è triste: triste, perché omette tutte le sfaccettature e la varietà di posizioni che pure vi sono; triste, perché pretende di poter trovare un elemento “essenziale”, una verità intrinseca; triste, perché non considera minimante che la sinistra di oggi non può corrispondere alla sinistra di trent’anni fa.

Non solo: è ottuso, perché nella sua semplicità, rifiuta di vedere tutta una serie di evoluzioni che non possiamo non considerare quando parliamo di “sinistra”.
Potremmo fare moltissimi esempi riguardo la capacità (o meno) di questa CGIL di cogliere l’evoluzione sociale e proporvi rimedi adeguati, personalmente mi basterebbe ricordare la situazione sulle pensioni o sulle partite IVA, entrambi punti rispetto ai quali il sindacato si è dimostrato incapace di pensare nuove forme di tutela per nuove categorie deboli, riadattando un sistema che si è dimostrato per alcuni tratti iniquo.
E’ questa la “vera” sinistra? Questa CGIL?

Non voglio, né posso, dire che la CGIL è diventata totalmente una forza “di conservazione” che non fa gli interessi delle classi più deboli: in non pochi casi, è tuttora un elemento importante nello stimolo del progresso sociale. Ma, impressione mia, sempre più arretra nella tutela dell’esistente, dei “diritti acquisiti”, senza meditare se questi diritti siano ancora giustificati e sostenibili e -soprattutto- senza orientarsi verso l’esigenza di creare nuovi diritti e nuove tutele, magari in conflitto con quelle passate…

Anche in questo, credo, passa la domanda sulla riforma costituzionale.

Gory story

Ci sono notizie che preferirei non commentare. Tuttavia continuo a sentire un irrefrenabile impulso ad alzare la voce quando le cose diventano per intollerabili.
Quindi spenderò poche parole su due fatti relativamente recenti.

Il buon Matteo
Salvini ha parlato ormai diversi giorni fa di procedere ad “una sorta di pulizia etnica controllata e finanziata” quando dovesse salire al governo.
La risposta è arrivata dai sindacati di polizia, indignati perché Salvini parlava indossando una polo delle forze dell’ordine: i giornali hanno riportato solo questo aspetto della polemica.
Siccome per me le parole hanno un peso, ed alcune anche più di altre, trovo la cosa ripugnante.
Ripugnante in due sensi: il primo, perchè le parole “pulizia etnica” dovrebbero essere bandite dal discorso politico occidentale, almeno da parte di qualcuno che ambisce a governare un paese civile.
Il secondo, perché non si può riportare una notizia simile focalizzandosi sull’abbigliamento del pazzo che fa simili dichiarazioni anziché sul loro contenuto. Non si può indirizzare la polemica (ed un doveroso dibattito) su elementi, francamente, marginali.

Il terremoto
Nulla da dire, ovviamente, sul terremoto in sé.
Ciò su cui dovremmo veramente discutere a lungo è il modo in cui i giornali e telegiornali stanno affrontando il tema e riportando le notizie….
Anche qui, siamo scivolati lungo una china davvero orribile: uno stile che, se non può essere definito splatter per rispetto dei morti, certamente rappresenta un’espressione gory della peggior specie.
Pornografia delle emozioni, potremmo dire: un’esibizione esasperata di situazioni che vogliono smuovere gli spettatori ad ogni costo, esponendo anche aspetti che per loro natura meriterebbero pudore e riserbo.
Vogliamo qualche esempio?
I salvataggi di bambini, con tanto di servizi dedicati e appositi passaggi per farci “vivere” nel TG delle 20:00 gli applausi dei soccorrittori alla vista dei bambini tirati fuori dalle macerie;
oppure la lettera scritta da un vigile del fuoco con le “scuse” ad una bambina per non essere arrivati in tempo per salvarla…. (badate, gesto di una sensibilità infinita, ma proprio per rispetto a quella sensibilità, quella lettera sarebbe dovuta rimanere fuori dai media di massa);
oppure ancora la triste situazione degli animali nelle zone colpite dal terremoto, con tanto di servizi dedicati alle mucche da latte che “devono essere munte due volte al giorno” e siccome le strutture son danneggiate ciò non è sempre possibile;
per non dimenticare ovviamente gli speciali su quelli che “erano a L’Aquila nel 2009 [sono sopravvissuti] ed ora sono ad Amatrice” per una sorta di “lascia o raddoppia” della disperazione;
oltre agli immancabili servizi di approfondimento sulle vite delle vittime, per farci addentrare appieno nella loro storia.
Non ho sinceramente idea di che limiti deontologici l’ordine dei giornalisti ponga, ma nutro fortissimi dubbi sul fatto che questo genere di notizie sia eticamente accettabili. Abbiamo perso qualsiasi senso del pudore e, per dirla tutta, anche di rispetto dei morti (eppure esiste anche un reato a tutela della pietà e sentimento dei defunti!).
Tutto questo è gory, una descrizione emotivamente e psicologicamente violenta di fatti che meriterebbero riserbo.

Not so Olympic

Complici le ferie e la sovraesposizione mediatica (un canale RAI dedicato praticamente in esclusiva…), sto guardando parecchie gare delle Olimpiadi in questi giorni. Il che mi ha portato ad alcune riflessioni.

Quanto “olimpici” sono questi Giochi Olimpici?
Osservando molte gare (tiro a segno, tiro al volo, scherma, judo, tuffi…), una delle cose che mi ha maggiormente impressionato è la volubilità e volatilità dei risultati. E’ ovvio che una prestazione fatta durante le qualifiche non può di per sé essere garanzia di una medaglia in finale. Tuttavia colpisce come frazioni di punteggi/secondi/gesti siano decisive nell’assegnare un titolo olimpico. Potremmo liquidare il tutto con la battuta “è lo sport“, ma sarebbe giusto? Ovvero: esiste davvero una differenza considerevole (ovvero, degna di considerazione) negli zerovirgola punti che decidono alcune gare? Ovviamente sì: esiste ed è misurabile (almeno in alcuni sport anche in modo oggettivo, in altri decisamente meno). Ma sono giustificate a livello sportivo queste differenze millimetriche?
Comincio a pensare di no: comincio a credere che 0,x non sia un valore degno di considerazione nelle prestazione sportive. Certo, è utile per attribuire il premio, ma davvero dopo aver sparato 15 colpi praticamente perfetti il 16° shot-off dev’essere quello determinante?

Personalmente troverei più corretto e più in linea col motto olimpico ridurre la precisione di queste misurazione e ricorrere piuttosto ad ex-aequo: in fondo, la differenza fra gli altleti non sarebbe tale da avere un impatto così grande nella loro futura legacy sportiva (e, in fondo, anche personale).