Nowhere, Namibia – pt. 6

Appena vediamo un filo di luce, dunque, ci avviamo verso il parco di Etosha – il più grande parco naturale della Namibia e probabilmente l’attrazione turistica più celebre del paese. Con una superficie di 22.000 kilometri quadrati (la metà della Svizzera!), il parco di Etosha è persino più grande dei celebri Kruger (19mila) e Serengeti (14mila) e ospita una varietà enorme di animali, sebbene (come sempre) non sia abbia affatto la certezza di vederli tutti…
Istituito dai tedeschi per preservare la ricchezza naturalistica dell’area – anche a costo di espropriare l’area agli abitanti originari e trasferirli forzatamente altrove (solo successivamente venne fatta un’eccezione per i cacciatori – raccoglitori San, a condizione che rinunciassero alle armi da fuoco), originariamente l’area protetta era grande oltre 100.000 kilometri quadrati, progressivamente ridotti ad una taglia più “gestibile”. Etosha dovrebbe quindi essere un paradiso per gli amanti degli animali e le aspettative dei miei compagni di viaggio sono alte. Le guardie ci augurano di vedere anche i leoni…

Vista la presenza di animali, dentro il parco è vietato scendere dal veicolo, quindi le soste (nelle apposite aree recintate) vanno studiate accuratamente. Partiamo immediatamente, per sfruttare al massimo le ore più fresche quando dovrebbe essere possibile vedere il maggior numero di animali: procediamo lentamente per osservare quanto meglio l’area e in effetti dopo poco, oltre ai soliti springbok, orici e zebre, possiamo incrociare degli impala, giraffe assai più vicine di quanto non capitato finora e di sfuggita persino un elefante. Più avanti vediamo anche gnu e tantissime specie di uccelli, ma in generale gli animali osservabili si fermano qui (oltre ad un serpente che ci passa accanto in un momento di sosta a bordo strada).
Vista la partenza prima dell’alba, ci fermiamo un momento in un’area di campeggio per mangiare qualcosa. Per l’ennesima volta commetto l’errore di prendere il volante e così poco dopo esser ripartiti, ecco il primo inceppo: lavori di rifacimento della strada, ma poco male. Il problema vero arriva dopo: il manto stradale si presenta molto rovinato, forse sempre per via delle piogge il fondo è come coperto di piccole onde, dossi di pochi centimetri d’altezza che si ripetono alternati ad una minima distanza l’uno dall’altro, come onde appunto. Queste onde rendono la guida pressoché insopportabile: costringono ad andare pianissimo per evitare, o minimizzare, i continui sobbalzi e sono estenuanti. Il limite di velocità sarebbe di 60km/h, ma per la maggior parte del tempo riusciamo a procedere a 20km/h. Verso la fine del tragitto incrociamo ancora dei branchi di zebre a bordo strada o che l’attraversano, che ci obbligano a rallentare o fermarci, ma tanto è lo sfinimento di questa guida irregolare che ormai non apprezziamo quasi più la bellezza degli animali che ci troviamo a così poca distanza… un vero peccato.

Arriviamo al lodge stanchissimi, veramente esausti per il continuo sobbalzare.
Questo è il primo lodge statale nel quale ci fermiamo e, per quanto ben fornito di servizi, la differenza di qualità rispetto ai precedenti è piuttosto evidente: dobbiamo purtroppo constatare che lo staff è relativamente più brusco, quasi al limite della scortesia, specie rispetto ai loro colleghi dei lodge privati; e gli alloggi lasciano intravedere qualche segno di incuria nell’arredo e nelle ristrutturazioni.
Aspetto interessante: i tanti turisti che qui decidono di soffermarsi in minivan o campeggiare – probabilmente la scelta offre una maggiore vicinanza alla natura della Namibia, ma varrebbe veramente la scomodità? In ogni caso, chapeau a questi intrepidi turisti (ma come avranno affrontato loro quel tratto di strada?? Non son sicuro scambierei il nostro 4 x 4 coi loro mezzi…).
Vorremmo rilassarci un pò presso la piscina, ma il maltempo che si annunciava già mentre eravamo per strada ora si trasforma in un vero e proprio temporale. Decidiamo quindi di cenare rapidamente e dopo cena ci soffermiamo a osservare la fauna che si aduna presso una pozza d’acqua strategicamente collocata giusto all’esterno del lodge, pear la gioia dei turisti. Effettivamente, l’idea è ben studiata: verso il crepuscolo, vari branchi di animali si avvicinano e si alternano a bere. In lontananza scorgiamo anche degli ippopotami, crediamo, ma sono soprattutto gli springbok a dare spettacolo: il branco arriva e per vari minuti gli esemplari più giovani cominciano a rincorrersi e giocare attorno la pozza. Per quanto “addomesticata”, la scena ci offre uno scorcio di un paesaggio selvaggio e naturale di una bellezza veramente primordiale.

Partenza per la nostra ultima tappa, prima di lasciare Etosha proviamo ad avventurarci ancora un pò per una strada che ieri non abbiamo affrontato per vedere il celebre Pan (lago salato prosciugato) e altri animali, ma anche qui il manto stradale è piuttosto malmesso, gli animali che incrociamo sono sempre gli stessi e all’orizzonte si annuncia un temporale, quindi meglio avviarsi per la nostra strada.
All’uscita del parco dei rangers controllano non abbiamo trafugato niente e, sopratutto, che abbiamo pagato i vari ticket. Già prima di uscire, degli scrosci di pioggia cominciano a bagnare la strada, costringendoci a rallentare l’andatura.

Diretti verso sud attraversiamo alcune città – antichi avamposti tedeschi, quali Otjiwarongo, in realtà dalle dimensioni piuttosto ridotte e senza particolari attrattive.
Dovremmo arrivare alla riserva privata di Erindi, ma al momento di lasciare l’asfalto entriamo in un lungo tratto sabbioso reso piuttosto difficoltoso dalle ultime piogge. Stavolta evito di prendere il volante. Le sabbie e le pozze d’acqua rallentano assai il nostro procedere, e il mix di stanchezza accumulata e di tensione per il rischio di restare bloccati ci impedisce di godere appieno del panorama verde lussureggiante e degli animali che incrociamo, fra i quali (finalmente) i Kudu, comunque riusciamo a raggiungere il lodge, dove abbiamo un’ora circa prima dell’ennesimo e ultimo safari. Dalla terrazza del ristorante possiamo già vedere ippopotami e coccodrilli a bagno nella pozza d’aqua sottostante – in effetti le salviette di carta ci ricordano fra l’avviso e l‘advertising che in ogni momento c’è un coccodrillo a meno di 50 metri da noi – ma tenuto ben distante da solide recinzioni.
Partiamo per quest’ultimo safari e la guida si informa su che animali abbiamo maggior desiderio di vedere: nella riserva privata, per quanto grande, sono troppo organizzati con radio e microchip installati sotto pelle alla maggior parte degli animali (ma, al contrario, i droni sono vietati in ogni riserva – dicono per non dare aiuti ai bracconieri) per lasciarseli sfuggire. I miei compagni di viaggio son rimasti con la testa fissa sull’elefante, quindi ci mettiamo “a caccia” di questo e in effetti riusciamo a trovarne uno e osservarlo mentre si gode una scorpacciata di foglie. Dovrebbero esserci anche dei leoni, ma nonostante tutta la strumentazione si nascondono bene li manchiamo, in compenso incrociamo babbuini e cheetahs in libertà. Come ultima avventura, possiamo dirci soddisfatti.
Ma non sarà l’ultima. Di nuovo, l’indomani partiamo assai presto (sebbene l’aeroporto sia a tre ore di strada, non vogliamo avere sorprese e la strada di sabbia inzuppata ci inquieta un pò): già mentre facciamo colazione possiamo ammirare vari ippopotami avvicinarsi alla pozza d’acqua ed immergervisi – alcuni camminando flemmamente, altri con un sonoro “plof” che sembra un piccolo tuffo -; finalmente per strada prima ci troviamo delle giraffe attraversare la strada giusto oltre una curva cieca, poi passiamo accanto a dei rinoceronti che brucano a bordo strada – con una guida più azzardata, non oso immaginare come sarebbe finita.
Giusto all’uscita, invece, incrociamo la situazione sociale forse più interessante di tutto il viaggio: appena fuori dal cancello, un gruppo di persone di colore campeggia. Sembra un picchetto di protesta e in effetti hanno dei cartelli che recitano “Erindi is racist” (Erindi è il nome della riserva, proprietà di una ricca famiglia bianca). E’ la prima volta che constatiamo una presa di posizione così chiara e netta sule disparità socio-economiche e sulle tensioni, molto sotterranee, fra i vari gruppi etnici.

Diretti verso Windhoek facciamo un’ultima tappa a Okahandja, altra città lungo la strada, per fare il pieno e vedere i celebri mercatini d’artigianato. Visto che è una fermata turistica quasi obbligata, qui troviamo parecchia gente a mendicare a bordo strada – ancora una volta, la riflessione sull’impatto del turismo e sulle disparità economiche di questo paese si impone.
Attraversiamo le collinette verdi attorno a Windhoek e il suo centro cittadino, a questo punto, non ci resta che raggiungere l’aeroporto, restituire la macchina e imbarcarci per Addis Abeba. Ancora un ultimo sguardo all’improbabile verde del paesaggio e diciamo addio alla Namibia.

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

2 thoughts on “Nowhere, Namibia – pt. 6

  1. “Istituito dai tedeschi per preservare la ricchezza naturalistica dell’area – anche a costo di espropriare l’area agli abitanti originari e trasferirli forzatamente altrove”: e ci risiamo, direi. Questo genere di cose rende evidente che i dimostranti contro Erindi avevano ragione.

    “osservare la fauna che si asdnima presso una pozza d’acqua”: cosa fa la fauna?😂

    Ed a questo punto posso chiedertelo: ma a te, la Namibia, è piaciuta?

    • Aduna, aduna! Mannaggia questo nuovo editor, che svarioni!

      Sì, per rispondere alla tua domanda: forse non l’ho espresso abbastanza chiaramente, ma la Namibia è stata spettacolare. A me è piaciuta soprattutto per i suoi paesaggi e le “bizzarrie” (anacronismi?) storiche. Dipende da quel che uno desidera vedere, ma senza dubbio bella

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