Nowhere, Namibia – pt. 5

Finita la “pacchia” a Swakopmund, ripartiamo, stavolta in direzione nord per l’ultima parte del tour verso in parco di Etosha. Finita la pacchia, dico, perché da questo momento in poi saremo senza autista e dovremmo guidare noi stessi. La guida che ci ha accompagnato fin qui dice che le strade a nord sono leggermente peggiori, ma quel che abbiamo visto fin qui ci lascia ben sperare.

l primi kilometri sono sull’asfalto, circa un’ora lungo la costa, prima di svoltare verso l’intero. Da questo punto in poi la strada torna sterrata, ma almeno i primi tratti appaiono assai tranquilli. Tanto tranquilli che dopo qualche ora decido di azzardami a guidare io stesso. Errore.
Mamma mia, che errore! Appena prendo il volante la strada peggiora sensibilmente. Inutile dire che non ho previa esperienza sullo sterrato: i primi 2 – 3 kilometri vanno ancora abbastanza bene, qualche piccola buca in più, ma niente di che. La crisi arriva dopo, quando la strada diventa sabbiosa. Ne usciamo bene, ma che tensione in macchina (tutti a dare indicazioni su cosa fare) e che stanchezza! Anche oggi, come di consueto, la strada ci riserva un paesaggio spettacolare, che qui a nord comincia a diventare ancora più verde, verso la fine incrociamo anche un paio di zebre e giraffe, più vicine di quanto non le avessimo ancora viste fin qui.

Arriviamo dunque al lodge di Twyfelfontein (la “fonte dubbiosa”) con alcune ore di ritardo. Anche qui la vista è eccezionale, un altro lodge incastonato fra i massi di roccia rosso-arancione con la savana che si apre davanti a noi, una breve pausa e poi partiamo per l’ormai “classico” safari serale: in zona, dicono, dovremmo poter vedere elefanti.
La ricerca degli elefanti si rivela un fallimento: vediamo molte tracce (impronte e feci anche recenti, dicono), ma gli elefanti si negano. A causa delle forti piogge degli ultimi tempi, ci spiegano, non hanno bisogno di affidarsi alle classiche pozze d’acqua, quindi rintracciarli diventa pressoché impossibile, visti gli spazi e il verde che offre nascondiglio.
Giunti ormai alla fine del safari, ci fermiamo per osservare il tramonto con una birra e del biltong (la carne secca tipica della Namibia). Sfortuna vuole che al momento di rientrare la guida si renda conto di aver lasciato i fari accesi… la batteria è morta e la macchina non vuole ovviamente saperne di ripartire. Colmo dei colmi, quasi tutti fra noi siamo con la batteria del cellulare scarica. La guida riesce a chiamare il lodge, che invia una macchina a cercarci, ma nella savana e in assenza di segnalazioni è un pò la concretizzazione del celebre “ago in un pagliaio”: la guida ha dato loro alcuni riferimenti geografici, ma col sole che cala questi paiono assai vaghi. Attendiamo un pò e nessuno arriva, dunque la guida parte a piedi per cercare l’altra macchina… senza dirci nulla. Restiamo così oltre un’ora ad aspettare, con una birra in mano e l’unico telefono ancora carico a fare da torcia – la situazione comincia a diventare abbastanza inquietante: soli, nel buio della savana e senza modo di rientrare. Il lodge non sarebbe lontanissimo, ma non abbiamo idea della direzione e della fauna che ci circonda…
Finalmente tutto si risolve per il meglio e rientriamo a lodge con uno spavento e tante scuse. Sono le 9:00 di sera passate, ma stati tanto stanchi dall’inizio della vacanza: prendiamo una rapida cena e andiamo a dormire.

Nuova trasferta la mattina seguente, sempre verso nord. Prima di lasciare Tyfelfontein visitiamo i petroglifi (incisioni rupestri) del vicino sito UNESCO: rappresentazioni di struzzi, giraffe, antilopi e persino delle “mappe” della zona. Uno spettacolo di raffinatezza, stile e precisione che ci lascia veramente sorpresi e affascinanti – pare quasi difficile credere oltre oltre 6.000 anni fa gli uomini potessero avere tanta capacità artistica.
Continuiamo il tragitto e di nuovo ripeto l’errore di prendere il volante: anche stavolta, dopo un tratto relativamente tranquillo troviamo sabbia, tratti da scollinare su sterrato e enormi buche che interrompono la strada. Sempre colpa delle piogge troppo abbondanti! Ma il paesaggio continua a cambiare attorno a noi: ora le colline che ci circondano sono smeraldo e alberate, da non credere.

Giungiamo anche al lodge successivo: una vera sorpresa, metà buona e metà cattiva. Una struttura su palafitta, incastonata fra le rocce, estremamente spartana (senza acqua calda o vetri alle finestre) – i miei compagni di viaggio sarebbero tentanti di abbandonare il lodge e tentare la sorte ad un successivo, ma alla fine restiamo.
Andiamo dunque a visitare un villaggio Himba nella zona, una delle popolazioni autoctone della Namibia – forse la più rappresentativa all’estero, degli allevatori ancora poco integrati nella società moderna che mantengono ancora piuttosto intatte le loro tradizioni, fra tutte quella di “lavarsi” con una miscela di ocra rossa e grasso. La visita al villaggio, dove troviamo solo donne (gli uomini sono fuori con gli animali) è sicuramente affascinante, un vero viaggio d’antropologia, ma allo stesso tempo estremamente triste nel vedere come queste persone siano costrette (dall’industria del turismo, dal commercio…) a mettersi in esibizione e “vendere” la loro cultura. Lascia un sapore piuttosto amaro e personalmente, per quanto sia interessante, ho soprattutto il desiderio di andarmene e levarmi dall’imbarazzante complicità con questo spettacolo.

La notte al lodge è inquietante: siamo i soli ospiti e lo staff ci lascia dopo cena (per quanto probabilmente alloggino nelle vicinanze), nessuna luce nelle stanze (il generatore si è nel frattempo scaricato) un temporale si scatena e i rumori degli animali ci accompagnano tutta la notte. Prima dell’alba siamo in piedi, un pò per andarcene quanto prima, un pò per il desiderio di vedere il parco di Etosha nell’orario più interessante.

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

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